Dom Bosco Recursos

I sogni nelle Memorie Biografiche

I sogni nelle Memorie Biografiche

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indice[1]

 

 

Data

MB.

1.      

«Non con le percosse...»[2]

1824

I, 123-127

2.      

Rimproverato per poca fede

1830

I, 218

3.      

Destino vocazionale

1831

I, 243-44

4.      

Compiti di scuola

1831

I, 253-254

5.      

Sogno del fratello febbricitante

1832

I, 269-270

6.      

No francescano

1834

I, 301-302

7.      

Comando di occuparsi dei giovani

1834

I, 305-306

8.      

Nuovi interventi dall’alto

1836~

I, 381-382;

9.      

Destinato a Torino e il metodo da seguire

1837~

I,424-425

10. 

Una stupenda e alta chiesa

1844

II, 243-245;

11. 

L’avvenire dell’oratorio

1845

II, 298-300

12. 

La casa Pinardi e la chiesa di S.F.S.

1845

II, 343-344

13. 

La casa Pinardi, chiesa di S.F.S. e casa Moretta

1846

II, 406-407

14. 

Sorte infelice di 2 che lasciano l’oratorio

1846

II, 511

15. 

I denari per un calice

1846

III, 31

16. 

Un pergolato di rose

1847

III, 32-36

17. 

Incontro col re Carlo Alberto

1849

III, 539-540

18. 

Grandi funerali a Corte

1854

V, 176-188

19. 

Il sogno delle 22 lune

1854

V, 377-383 o 456

20. 

Don Bosco sogna sua madre

1860

V, 567; XVII, 27

21. 

Col demonio

1860

V, 694

22. 

Le coscienze dei giovani nel segno del pane

1860

V, 723-724

23. 

Avvenimenti futuri

1859

VI, 300-301(2 sogni)

24. 

Sogno premonitore

1860

VI, 546-547

25. 

Mense divise in tre ordini

1860

VI, 708-709

26. 

Tre giudici illustri

1860

VI, 817-822. 829-831; VIII, 17

27. 

Morte contro un giovane

1860

VI, 828

28. 

Passeggia dei giovani al paradiso

1861

VI, 864-878

29. 

Una ruota misteriosa e profetica

1861

VI, 898-916

30. 

Ospedale per l’oratorio

1861

VI, 947-949

31. 

Due pini

1861

VI, 954

32. 

Il fazzoletto della purezza

1861

VI, 953-954

33. 

Diavoli domestici: distrazioni

1861

VI, 1060-1061

34. 

Giocatori di soldi

1862

VII, 50-51

35. 

L’uomo con la lanterna

1862

VII, 123-127

36. 

Il sogno delle due colonne

1862

VII, 169-171

37. 

Stato sacrilego di un giovane

1862

VII, 193-194

38. 

Cavallo rosso

1862

VII, 217-219

39. 

Il serpente e il Rosario  (cfr FS 210)

1862

VII, 238-239.242-243

40. 

Monte da salire e banchetto

1863

VII, 336-337

41. 

Giovane moribondo

1863

VII, 344-345

42. 

Il sogno dell’elefante

1863

VII, 356-360

43. 

I biglietti in borsa

1863

VII, 472-473

44. 

Predizione di morte

1863

VII, 550

45. 

Serpente nel pozzo

1863

VII, 550-551

46. 

Corvi, ferite e unguento

1864

VII, 649-651

47. 

La decima collina

1864

VII, 796-800

48. 

La pernice e la quaglia

1865

VIII, 11-15.16…

49. 

Il gattone dagli occhi accesi

1865

VIII, 33-34

50. 

Mostri che feriscono i giovani

1865

VIII, 48-49

51. 

Un’aquila maestosa

1865

VIII, 52-53-55-57

52. 

Lanterna magica e distruzioni

1865

VIII, 115-116

53. 

Doni dei giovani a Maria

1865

VIII, 129-132

54. 

L’inondazione e la zattera salvatrice

1866

VIII, 275-282

55. 

La lucerna per la visita in camerata

1866

VIII, 314-315

56. 

Capretti distraggono dai sacramenti

1866

VIII, 315

57. 

La spada sul letto die giovani

1866

VIII, 469

58. 

La regola dei salesiani

1866

VIII, 569

59. 

La pastora, le pecore e agnelli

1867

VIII, 839-845

60. 

«Lasciatemi solo; soffro troppo!»

1867

VIII, 853 -858

61. 

Predizioni morte avverate, stato di coscienza

1867

IX, 11-17

62. 

Tragica passeggiata alla Stura

1868

IX, 133-135

63. 

«Perché non parli?»

1868

IX, 155-156

64. 

Sua morte, giudizio e paradiso

1868

IX, 156-157

65. 

Uva di varie qualità

1868

IX, 157

66. 

Viaggio alla città del fuoco

1868

IX, 166-181

67. 

Vocazione

1868

IX, 331

68. 

Un giovane condannato a morte

1868

IX, 331-332

69. 

Previsione di morte di giovane

1868

IX, 332

70. 

Chi fa bene la novena alla Natività di Maria

1868

XI, 337

71. 

«Tocca a te!», disse il becchino

1868

IX, 398-399

72. 

Durata della vita dei giovani

1869

IX, 581

73. 

Tre lacci per condurre alla perdizione

1869

IX, 593-596; 999-1000

74. 

Profezia del ’70: Parigi, Chiesa, Italia[3]

1870

IX, 779-783; X, 69-70

75. 

Vede d. Croserio, defunto

1870

IX, 841

76. 

Lettera ai giovani di Lanzo

1867/1871

X, 42-43

77. 

Stendardo della morte

1871

X, 44

78. 

La Madonna porta Don Bosco nelle camerate

1871

X, 44

79. 

Demonio nel cortile dell’oratorio

1871

X, 45-48

80. 

«Siamo dieci!... Siamo dieci!...»

1872

X, 49-50

81. 

Due becchini con una bara

1872-73

X, 51-52

82. 

Primo sogno missionario: la Patagonia

1872

X, 53-55

83. 

Via all’inferno proponimenti inefficaci

1873

X, 56

84. 

Leviti fra zappa e martello

1873

X, 64; IX ,999

85. 

Coscienza dei giovani e canto del miserere

1873

X, 69-70

86. 

Giovani in confessione da lui

1873

X, 71

87. 

Viaggio in camerata

1873

X, 72

88. 

Globo elettrico e misericordia

1873

X, 73-77

89. 

I sentieri della vita, previsione morte

1874

X, 77-79

90. 

Predizione avverata dopo

1872/73/74

X, 79

91. 

Posso con Domenico Savio e d. Giacomelli

1872

X, 286-287

92. 

L’opera per le fanciulle

1862

X, 585

93. 

Mons. Gastaldi cade nel fango

1873

X, 723-724

94. 

Mamma di don Rua che mostra le calze tarlate

1874

X, 771

95. 

Come accrescere il numero di nuovi preti

1875

XI, 32-33

96. 

Fighi, pesche e pere

1875

XI, 34

97. 

Messe abbondante

1875

XI, 131

98. 

Un bidente prodigioso

1875

XI, 257-260

99. 

Viatico ad un infermo

1875

XI, 290

100.          

Nessuno spaventava le galline

1876

XII, 40-45

101.          

Annuncio morti

1876

XII, 45-48

102.          

La iena vinta dall’umiltà

1876

XII, 187-188

103.          

Il Papa al Colle Don Bosco

1876

XII, 188

104.          

La fede: nostro scudo e nostra vittoria, la temperanza e l’ozio (cfr FS 213)

1876

XII, 349-356

105.          

Un sogno scritto a don Barberis

1876

XII, 387-388

106.          

Un toro furibondo; umiltà, lavoro e temperanza (cfr FS 263)

1876, p.te I

XII, 463-470

107.          

Il trionfo della Congregazione

1876, p.te II

XII, 465

108.          

Quattro chiodi emblematici

1876, p.te III

XII, 467

109.          

La filossera

1876

XII, 475-480

110.          

Visione di San Domenico Savio[4]

1876

XII, 585-595

111.          

Prevede la morte di Pio IX

1877

XIII, 42-44

112.          

Confetture per i Salesiani

1877

XIII, 302-303

113.          

«Amico venerato, siate padre diletto»

1877

XIII, 534-536

114.          

Maria lo salva

1878

XIII, 548-549

115.          

Gli agnellini  e i temporali estivi (cfr FS 223)

1878

XIII, 761-764

116.          

Un paniere con colombe senza piume

1878

XIII, 811-812

117.          

Battaglia giovani contro guerrieri[5]

Cose future per le vocazioni (cfr FS 264)

1879

XIV, 123-125

118.          

Pioggia di spine e di rose

1880

XIV, 537-539

119.          

Un misterioso convito

1880

XIV, 552-555

120.          

Le case di Francia sotto il manto della Madonna

1880

XIV, 608-609

121.          

«Ma io la casa l’ho già»

1880

XV, 53-54

122.          

Luigi Colle a don Bosco

1881

XV, 80-91

123.          

Il sogno dei dieci diamanti[6] (cfr FS 265)

1881

XV, 182-87

124.          

Castagne

1881

XV, 364-366

125.          

Gli appare Don Proverà

1883

XVI, 15-17

126.          

II sogno missionario: attraverso l’America [7]

1883

XVI, 385-394

127.          

Nella nicchia in San Pietro

1883

XVII, 11-12; XIX, 367

128.          

Maria... Maria... Maria... Pietro e Paolo

1884

XVII, 27-29

129.          

La chiave del tabernacolo

1884

XVII, 37-38

130.          

La lettera da Roma

1884

XVII, 107-114

131.          

Giovani avvolti nella nebbia e con bubboni

1884

XVII, 203-204

132.          

Udienza con Leone XIII

1884

XVII, 273-274

133.          

III sogno missionario: viaggio aereo

1885

XVII, 299-305

134.          

Lezione per i sacerdoti: lavoro, lavoro, lavoro.

1884

XVII, 383-384

135.          

Morte di Sdb

1884

XVII, 384-385 Ip.te

136.          

Assiste a un conciliabolo di demòni

1884

XVII, 384-388 II p.te

137.          

Leoni, tigri e mostri vestiti da agnelli

1884

XVII, 388-389 III p.te

138.          

Purezza e mezzi per conservarla

1884

XVII, 722-730

139.          

«Abbine cura: sono mie figlie»

1885

VIII, 418;

140.          

Modestia e correzione 3 sogni              

1885

XVII, 433-434

141.          

«Questo è mio!»

1885

XVII, 448-449

142.          

Uno stuolo di fanciulle invita DB a fondare un oratorio

1885

XVII, 486-488

143.          

Un sogno provvidenziale

1885

XVII, 504-506

144.          

IV s. missionario: l’Africa e la Cina

1885

XVII, 643-645

145.          

Un giovane volta le spalle a DB

1886

XVIII, 21

146.          

Un giovane demonio contro DB

1886

XVIII, 25

147.          

Sacerdoti in chiesa

1886

XVIII, 26-27

148.          

Via crucis

1886

XVIII, 27

149.          

Mamma Margherita ai Becchi

1886

XVIII, 27-28

150.          

V sogno missionario: Pechino

1886

XVIII, 71-74

151.          

Sogna l’oratorio anche a distanza

1886

XVIII, 94

152.          

Annuncio di carestia

1886

XVIII, 169

153.          

La M. predice la guarigione del chierico Olive

1886

XVIII, 253

154.          

Madonna avverte la congregazione[8]

1886

XVIII, 253-254

155.          

Carestia

1886

XVIII, 283-284

156.          

Pene dell’inferno

1887

XVIII, 284-285

157.          

Comando di aprire la casa di Liegi

1877

XVIII, 438

158.          

Don Cafasso

1887

XVIII, 463

159.          

Sogno non tramandato

1887

XVIII, 465

160.          

Vede il Tibidabo

1886

XVIII, 679

I testi

“Non con le percosse …” (1824 MB I, 123-125)

“All´età di nove anni circa ho fatto un sogno che mi rimase profondamente impresso per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giuocavano, non pochi bestemmiavano. All´udire quelle bestemmie mi sono subito slanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un Uomo venerando, in età virile, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non poteva rimirarla. Egli mi chiamò per nome, e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli, aggiungendo queste parole: - Non colle percosse, ma colta mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a far loro un´istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù. - Confuso e spaventato soggiunsi che io era un povero ed ignorante fanciullo, incapace di parlare di religione a quei giovanetti. In quel momento quei ragazzi cessando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere che mi dicessi: - Chi siete voi, soggiunsi, che mi comandate cosa impossibile?

” - Appunto perchè tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili coll´obbedienza e coll´acquisto della scienza.

” - Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?

” - Io ti darò la Maestra, sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza.

” - Ma chi siete voi che parlate in questo modo?

” - Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti ammaestrò di salutare tre volte al giorno.

” - Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome.

” - Il mio nome domandalo a mia madre.

” In quel momento vidi accanto a lui una Donna di maestoso aspetto, vestita di un manto che risplendeva da tutte parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi ognor più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a Lei, che presomi con bontà per mano: - Guarda! - mi disse. Guardando mi accorsi che quei fanciulli erano tutti fuggiti, ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, di orsi e di parecchi altri animali. - Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare, continuò a dire quella Signora. Renditi umile, forte, robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo pei figli miei.

” Volsi allora lo sguardo, ed ecco, invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli, che tutti saltellando correvano attorno belando, come per far festa a quell´Uomo e a quella Signora.

” A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai quella Donna a voler parlare in modo da capire, perciocchè io non sapeva quale cosa si volesse significare. Allora Ella mi pose la mano sul capo dicendomi: - A suo tempo tutto comprenderai. - Ciò detto, un rumore mi svegliò, ed ogni cosa disparve. Io rimasi sbalordito. Sembravami di avere le mani che facessero male pei pugni che aveva dato, che la faccia mi dolesse per gli schiaffi ricevuti da que’ monelli; di poi quel Personaggio, quella Donna, le cose dette e quelle udite mi occuparono talmente la mente, che per quella notte non mi fu più possibile prendere sonno.

Rimprovero per poca fede (1831, MB I, 218)

La morte di D. Calosso però era per Giovanni un gran disastro. Egli piangeva incessantemente il benefattore defunto. Se era sveglio, pensava a lui; se dormiva, di lui sognava. Accresceva la sua mestizia il suono funebre delle campane, prolungato e ripetuto di parrocchia in parrocchia, per il Pontefice Pio VIII, morto il 31 novembre. Le cose andarono tanto oltre, che Margherita, temendo per la sua sanità, lo mandò per alcun tempo a Capriglio con suo nonno. La bontà divina tuttavia non lasciollo senza conforto. Egli scrisse nelle sue note: “A quel tempo feci altro sogno, secondo il quale io era acremente biasimato, perchè aveva riposta la mia speranza negli uomini e non nella bontà del Padre Celeste”.

Destino vocazionale (1831,  MB I, 243-244)

Giovanni alla scuola di Castelnuovo aveva stretto relazione con un tal compagno di nome Giuseppe Turco, il quale lo aveva condotto a far conoscenza della propria famiglia, cui apparteneva una vigna posta nella regione detta Renenta, confinante col podere Susambrino. In quella vigna Giovanni sovente si ritirava come luogo più lontano dalla strada che attraversava la valle e quindi più tranquillo. Saliva sopra un rialto, donde poteva vedere chiunque fosse nella sua vigna e in quella di Turco, e senza essere veduto faceva la guardia all´uva col suo libro in mano. Il padre di Giuseppe Turco incontrandosi frequentemente con lui, cui portava uno speciale amore, gli metteva la mano sul capo, dicendogli: - Fa coraggio, Giovannino: sta molto buono e studia che la Madonna ti aiuterà.

- In lei ho riposta tutta la mia fiducia, rispondeva Giovanni; ma mi trovo sempre nell´incertezza: vorrei continuare i corsi di latinità e farmi prete. Mia madre non ha mezzi per aiutarmi.

- Non aver timore, caro Giovanni; vedrai che il Signore ti spianerà la strada.

- Io lo spero, conchiudeva Giovanni - e congedandosi andava al solito posto, col capo chino, ripetendo: Ma.... ma...

Ed ecco, dopo qualche giorno, il signor Turco e suo figlio lo vedono tutto allegro correre e saltellare per la loro vigna e loro presentarsi festosamente. - Che hai, Giovannino, gli chiese il proprietario, che sei così allegro, mentre da un po´ di tempo ti vedeva tanto pensieroso?

- Buone nuove, buone nuove, esclamò Giovanni: stanotte ho fatto un sogno, nel quale io vidi che avrei continuato gli studi, mi sarei fatto prete, e mi troverei posto a capo di molti giovanetti, della cui educazione mi occuperei pel resto della mia vita. Ed ecco ora tutto bell’e fatto; io presto potrò essere prete.

- Ma questo non è che un sogno, osservò il sig. Turco; e poi dal detto al fatto c´è un bel tratto.

- Oh! il resto è nulla, concluse Giovanni. Sì, io mi farò prete, sarò alla testa di tanti e tanti giovanetti, cui farò molto del bene. - Così dicendo, tutto contento, se ne andò alla vedetta.

All´indomani, ritornando dalla parrocchia, ove erasi recato ad assistere alla santa Messa, fu a visitare la famiglia Turco; e la signora Lucia, chiamati i suoi fratelli, coi quali egli veniva sovente ad intrattenersi, lo interrogò sulla cagione che gli faceva risplendere in volto tanta gioia. Egli ripetè come avesse fatto un bel sogno. Pregato a raccontarlo, accennò di aver visto venire verso di sè una gran Signora che conduceva un numerosissimo gregge, e che avvicinandosi a lui e chiamandolo per nome, gli aveva detto: - Ecco, Giovannino; tutto questo gregge lo affido alle tue cure. - E come farò a tener custodia ed aver cura di tante pecore e di tanti agnelletti? Ove troverò io i pascoli, nei quali condurli? - La Signora gli rispose Non temere; io ti assisterò. - E sparì.

Compiti di scuola (1831, MB I, 253-254)

Ma, nei quattro anni di ginnasio, oltre l´ingegno e la memoria, pare fosse in Giovanni un´altra virtù segreta e straordinaria che l´aiutava. Così opinarono quelli fra i suoi antichi condiscepoli, che ci narrarono i fatti seguenti. Una notte sognò che il maestro aveva dato il lavoro dei posti e che egli stava eseguendolo. Appena svegliato, balzò dal letto e scrisse quel lavoro, cioè il dettato latino; poi si mise a tradurlo e in ciò si fece aiutare da un prete suo amico. Che è che non è, al mattino il professore diede di fatti nella scuola il lavoro dei posti, e precisamente quello stesso tema sognato da Giovanni; dimodochè, senza più usare vocabolari, nè impiegarvi molto tempo, scrisse subito il suo lavoro tale quale si ricordava di averlo fatto nel sogno e gli era stato corretto, e riuscì ottimamente. Interrogato dal maestro, gli espose la cosa ingenuamente, cagionandogli così vivo stupore.

Un´altra volta Giovanni consegnò la pagina del lavoro così presto, che non sembrava possibile al maestro che un giovane avesse potuto in sì breve tempo superare tante difficoltà grammaticali; perciò lesse attentamente quel foglio. Strabiliando nel trovarlo perfetto, comandò che gli portasse la brutta copia nel quaderno. Giovanni gliela diede. Qui nuovi stupori. Il maestro avea preparato quel tema solo nella sera antecedente, ed essendogli riuscito troppo lungo, ne aveva dettato solamente la metà: nel quaderno di Giovanni lo trovò tutto intero, nè una sillaba di più, nè una di meno. Come era andata questa faccenda? Non era possibile che in quel breve tempo Giovanni l´avesse tracopiato, e neppure poteva esservi il minimo dubbio che fosse penetrato nell´abitazione del professore, assai distante da quella ove egli era in pensione. Dunque?... Bosco lo confessò: - Ho sognato. - Per questi e per altri somiglianti avvenimenti, i compagni di pensione lo chiamavano il sognatore.

Sogno del fratello febbricitante (1832, MB I, 269-270)

In mezzo a´ suoi studi e alle altre occupazioni, Giovanni non dimenticava la propria famiglia, alla quale ritornava sovente coll´affettuoso pensiero. Verso Antonio, che quest´anno prendeva moglie, non solo non aveva il menomo rancore, ma nudriva una sincera affezione, che sempre conservò per tutto il tempo di sua vita.

Abbiamo detto che spesse volte sognava. Fra le altre, una volta sognò che il fratello Antonio, facendo il pane alla cascina di Madama Damevino, presso casa sua, fosse sorpreso dalla febbre, e che, incontratolo per la strada e interrogatolo, gli aveva risposto: - Mi prese la febbre or ora; non posso più reggermi in piedi; debbo andarmi a riposare. - Raccontò al mattino il sogno a´ suoi compagni, i quali subito esclamarono: - Sta pure certo che avvenne come tu dici. - E fu vero. La sera giunse a Chieri il fratello Giuseppe, cui tosto domandò Giovanni: - Sta meglio Antonio? - Giuseppe meravigliato rispose: - Lo sai già che è ammalato?

 - Sì; lo so, replicò Giovanni.

 - Credo che sia cosa da poco, aggiunse Giuseppe; lo prese ieri la febbre, mentre stava facendo il pane presso Madama Damevino; ora però sta assai meglio.

Senza dare importanza a questo sogno, noteremo come esso svela i sentimenti più intimi del suo cuore, che lo indussero a beneficare la famiglia del fratellastro, appena ne fu in grado, come attesta D. Michele Rua.

No francescano (1834, MB I, 301-302)

Nelle memorie di D. Bosco troviamo come egli si, presentasse a subire gli esami per l´ammissione tra i novizi francescani. “Approssimandosi la festa di Pasqua, così egli, che in questo anno 1834 cadeva il 30 di marzo, feci domanda per essere accettato tra i Riformati. Mentre attendeva la risposta e a nessuno avevo palesato i miei intendimenti, ecco un bel giorno, presentarsi a me un compagno di nome Eugenio Nicco, col quale avea poca famigliarità e interrogarmi: - Dunque hai deciso di farti Francescano? - Lo guardai con meraviglia: - E chi ti ha detto questo? - E l´altro mostrandomi una lettera: - Mi vien scritto di avvisarti che sei atteso in Torino a prendere l´esame con me, perchè io pure ho deciso di abbracciare lo stato religioso in quest´Ordine. - Andai adunque al convento di S. Maria degli Angioli in Torino, subii l´esame, fui accettato alla metà di aprile,[9] e tutto era preparato per entrare nel convento della Pace in Chieri. Però pochi giorni prima del tempo stabilito per la mia entrata ebbi un sogno de´ più strani. Mi parve di vedere una moltitudine di quei religiosi colle vesti sdruscite indosso e correre in senso opposto uno all´altro. Uno di loro mi venne a dire: - Tu cerchi la pace e qui la pace non la troverai. Vedi l´atteggiamento de´ tuoi fratelli. Altro luogo, altra messe Dio ti prepara. - Volevo fare qualche domanda a quel religioso, ma un rumore mi svegliò e non vidi più cosa alcuna. Esposi tutto al mio direttore, che non volle udire parlare nè di sogno, nè di frati: - In questo affare, rispondevami, bisogna che ciascuno segua le sue propensioni e non i consigli altrui”. Questa risposta del suo direttore ed il sogno avuto dovevano render senza dubbio perplesso il nostro caro Giovanni; ma non vedendo un motivo sufficiente per recedere dalla presa determinazione, pensò forse che nell´anno di noviziato avrebbe potuto fare esperienza, se convenivagli o no quel sodalizio. D´altra parte Dio gli aveva messa nel cuore la propensione allo stato religioso, e questa egli sentiva farsi giorno per giorno più imperiosa, come vedremo nel corso del racconto. Pertanto, persuaso che Dio avrebbe guidato gli avvenimenti in modo da condurlo sopra la via, per la quale voleva procedesse, andò a Castelnuovo per chiedere la benedizione alla madre prima di indossare l´abito francescano. Margherita nulla aveva da opporre e come donna forte lo licenziò senza commuoversi.

 

Comando di occuparsi dei giovani (1834 ~, MB I, 305-306)

D. Cafasso intanto aveva già pensato di agevolar a Giovanni in ogni modo la via al sacerdozio. Giovanni, ritornato a Chieri, appena gli fu possibile si recò a Torino al Convitto di S. Francesco d´Assisi, e a lui presentandosi, gli manifestò il suo stato e la sua decisione, chiedendogliene consiglio. D. Cafasso lo dissuase dall´aggregarsi ai Francescani, dicendogli. - Andate avanti tranquillamente negli studi, entrate in seminario e secondate ciò che la divina Provvidenza vi sta preparando.- D. Cafasso aveva conosciuto in un colpo d´occhio tutta la missione che era destinata a Giovanni.

Come Margherita seppe l´ultima determinazione del figlio, si mostrò egualmente contenta. - Purchè, essa diceva, si faccia la volontà di Dio. - E infatti parve che questa divina volontà confermasse i suoi disegni, in questo stesso anno, con un altro sogno, che D. Bosco narrò confidenzialmente a D. Giulio Barberis verso il 1870. Nel suo manoscritto aveva notato: “Il sogno di Morialdo si ripetè nel mio 19° anno di età e altre volte in seguito”. Gli era parso di vedere un maestoso personaggio, vestito di bianco, raggiante di luce splendentissima, in atto di guidare una turba innumerabile di giovanetti. Rivoltosi a lui aveagli detto - Vieni qua: mettiti alla testa di questi fanciulli e guidali tu stesso. Ma io non son capace di dirigere ed istruire tante migliaia di fanciulli rispondeva - Giovanni. Quell´augusto personaggio insistette imperiosamente, finchè Giovanni si pose a capo di quella moltitudine di ragazzi e incominciò a guidarli, secondo il comando che eragli stato fatto.

Giovanni adunque per tutte queste ragioni depose l´idea di entrare tra i Francescani; ma, tenendo però sempre in cuore un desiderio inesplicabile di farsi comecchessia religioso, continuò i suoi studi, che non aveva in questo tempo interrotti.

Nuovi interventi dall’alto (1836, MB I, 381-382)

In mezzo all´esercizio delle virtù più sode ed agli studii serii della filosofia, Giovanni Bosco sentiasi sempre più crescere in cuore una brama ardentissima di giovare ai fanciulli, che continuava a radunare intorno a sè pel catechismo e per le orazioni, quando i superiori lo mandavano a questo fine nel duomo. E la divina bontà, che teneva sopra di lui i suoi occhi amorosi, prese a fargli conoscere in modo più, particolare qual fosse il genere di missione che gli riserbava in mezzo ai giovanetti. D. Bosco lo raccontò nell´Oratorio ad alcuni in privato, tra i quali era presente D. Giovanni, Turchi e D. Domenico Ruffino. - Chi può immaginare, disse, il modo, nel quale, io mi vidi quando faceva il primo corso di filosofia! - Venne interrogato: - Dove si vide? In un sogno o in altro luogo? - Questo non importa saperlo. Io mi vidi già prete, con rocchetto e stola: e così vestito lavorava in una bottega da sarto, ma non cuciva cose nuove, bensì rappezzava robe logore e metteva insieme un gran numero di pezzi di panno. Subito non potei intendere che cosa ciò significasse. Di questo ne feci motto allora con qualcheduno; ma non ne parlai chiaramente finchè fui prete, e solo col mio consigliere D. Cafasso. Questo sogno o visione rimase indelebile nella memoria di D. Bosco. Esso indicava come egli non fosse solo chiamato a fare scelta di giovani santi e ad adoperarsi a perfezionarli e custodirli, sibbene a radunare intorno a sè giovanetti fuorviati e guasti dai pericoli del mondo, i quali per le sue cure si rifacessero buoni cristiani e cooperassero alla riforma della società.

Destinato a Torino e il metodo da seguire (1837~, MB I, 424-426)

Difatti un giorno avvicinatosi a Giuseppe Turco, col quale era stretto da grande amicizia, mentre lavorava intorno alle viti, questi prese a dirgli: - Ora sei chierico, ben presto sarai prete: e poi che cosa farai? - Giovanni rispose: - Non ho inclinazione a fare il parroco e neppure il vicecurato; ma mi piacerebbe raccogliere intorno a me giovani poveri ed abbandonati per educarli cristianamente ed istruirli. - Incontratolo un altro giorno, gli confidò come egli avesse fatto un sogno, dal quale aveva inteso come col volgere degli anni egli si sarebbe stabilito in un certo luogo, dove avrebbe raccolto un gran numero di giovanetti per istruirli nella via della salute. Non spiegò il luogo, ma sembra che alludesse a quanto raccontò per la prima volta nel 1858 a´ suoi figliuoli dell´Oratorio, fra i quali eravi Cagliero, Rua, Francesia ed altri. Aveva visto la valle sottostante alla cascina del Susambrino convertirsi in una grande città, nelle cui strade e piazze scorrevano turbe di fanciulli schiamazzando, giuocando e bestemmiando. Siccome egli aveva in grande orrore la bestemmia ed era di un carattere pronto e vivace, si avvicinò a questi ragazzi, sgridandoli perchè bestemmiavano e minacciandoli se non avessero cessato; ma non desistendo essi dal vociare orribili insulti contro Dio e la Madonna Santissima, Giovanni prese a percuoterli. Senonchè gli altri reagirono e, correndogli sopra, lo tempestarono di pugni. Egli si diede alla fuga; ma in quella ecco venirgli incontro un Personaggio, che gli intimò di fermarsi e di ritornare a quei monelli e persuaderli a state buoni e a, non fare il male. Giovanni obbiettò le percosse avute e il peggio che gli sarebbe toccato, se fosse ritornato sopra i suoi passi. Allora quel Personaggio lo presentò ad una nobilissima Signora, che si faceva innanzi, e gli disse: Questa è mia Madre; consígliati con lei. La Signora, fissandolo con uno sguardo pieno di bontà così parlò: Se vuoi guadagnarti questi monelli, non devi affrontarli colle percosse, ma prenderli colla dolcezza e colla persuasione. E allora, come nel primo sogno, vide i giovani trasformati in belve e poi in pecorelle e in agnelli, ai quali egli prese a far da pastore per ordine di quella Signora. Era il pensiero del Profeta Isaia tradotto in visione: “Daranno gloria a me le bestie selvatiche, i dragoni, gli struzzoli (mutati in figliuoli di Abramo). Questo popolo l´ho formato per me; egli annunzierà le mie laudi (la mia possanza, la mia misericordia)”.[10]

Forse è questa volta che egli vide l´Oratorio con tutti i caseggiati, che erano pronti ad accoglierlo coi suoi biricchini. Infatti D. Bosio, nativo di Castagnole, parroco di Levone Canavese, compagno di D. Bosco nel seminario di Chieri, venuto per la prima volta all´Oratorio nel 1890, arrivato in mezzo al cortile, circondato dai membri del Capitolo superiore della Pia Società di S. Francesco di Sales, girando lo sguardo attorno ed osservando i molteplici edifizii, esclamò: Di tutto ciò, che ora vedo qui, nulla mi riesce nuovo. D. Bosco in seminario mi aveva già descritto tutto, come se avesse veduto coi propri occhi ciò che narrava e come io vedo adesso con mirabile esattezza esistere. E parlando si impossessava di lui una tenerezza profonda al rammentare il compagno e l´amico, Eziandio il teologo Cinzano attestava a D. Gioachino Berto e ad altri avergli detto con sicurezza il giovane Bosco, quando era ancor chierico, che egli in tempo avvenire avrebbe avuto dei preti, dei chierici, dei giovani studenti, dei giovani operai ed una bella musica.

Una stupenda e alta chiesa (1844, MB II, 243-245)

Un fatto mirabile ricreava in quei giorni Don Bosco, indicandogli gli avvenimenti futuri. Narriamolo colle sue stesse parole copiate dal manoscritto delle sue memorie:

“La seconda Domenica di ottobre di quell´anno doveva partecipare a´ miei giovanetti, che l´Oratorio sarebbe stato trasferito in Valdocco. Ma l´incertezza del luogo, dei mezzi, delle persone mi lasciavano veramente sopra pensiero. La sera precedente andai a letto col cuore inquieto. In quella notte feci un nuovo sogno, che pare un´appendice di quello fatto la prima volta ai Becchi quando aveva circa nove anni. Io giudico bene di esporlo letteralmente.

”Sognai di vedermi in mezzo ad una moltitudine di lupi, di capre e capretti, di agnelli, pecore, montoni, cani ed uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, uno schiamazzo, o meglio un diavolio da incutere spavento ai più coraggiosi. Io voleva fuggire, quando una Signora, assai ben messa a foggia di pastorella, mi fe´ cenno di seguire ed accompagnare quel gregge strano, mentre Ella precedeva. Andammo vagabondi per vari siti: facemmo tre stazioni o fermate: ad ogni fermata molti di quegli animali si cangiavano in agnelli, il cui numero andavasi ognor più ingrossando. Dopo avere molto camminato, mi trovai in un prato, dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme, senza che gli uni tentassero di mordere gli altri.

” Oppresso dalla stanchezza, voleva sedermi accanto ad una strada vicina, ma la pastorella mi invitò a continuare il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un vasto cortile con porticato attorno, alla cui estremità eravi una Chiesa. Qui mi accorsi che quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne grandissimo. In quel momento sopraggiunsero parecchi pastorelli per custodirli: ma essi fermavansi poco, e tosto partivano. Allora succedette una meraviglia. Molti agnelli cangiavansi in pastorelli, che aumentandosi, prendevano cura degli altri. Crescendo i pastorelli in gran numero, si divisero, e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili.

” Io voleva andarmene, perchè mi sembrava tempo di recarmi a celebrare la S. Messa, ma la pastorella mi invitò a guardare al mezzodì. Guardando, vidi un campo, in cui era stata seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e molti altri erbaggi. - Guarda un´altra volta, mi disse. E guardai di nuovo, e vidi una stupenda ed alta Chiesa. Un´orchestra, una musica istrumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell´interno di quella Chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali stava scritto: HIC DOMUS MEA, INDE GLORIA MEA. Continuando nel sogno, volli domandare alla pastora dove mi trovassi; che cosa voleva indicare con quel camminare, colle fermate, con quella casa, Chiesa, e poi altra Chiesa. - Tu comprenderai ogni cosa, mi rispose, quando cogli occhi tuoi materiali vedrai di fatto quanto ora vedi cogli occhi della mente. - Ma parendomi di essere svegliato, dissi: - Io vedo chiaro, e vedo cogli occhi materiali; so dove vado e quello che faccio. - In quel momento suonò la campana dell´Ave Maria nella Chiesa di S. Francesco d´Assisi, ed io mi svegliai.

L’avvenire dell’oratorio (1845, MB II, 298-300)

Ecco il racconto di D. Bosco: “Mi sembrò di trovarmi in una gran pianura piena di una quantità sterminata di giovani, Alcuni rissavano, altri bestemmiavano. Qui si rubava, là si, offendevano i buoni costumi. Un nugolo di sassi poi si vedeva per l´aria, lanciati da costoro che facevano battaglia. Erano giovani abbandonati dai parenti e corrotti. Io stava per allontanarmi di là, quando mi vidi accanto una Signora che mi disse: - Avanzati tra quei giovani e lavora.

” Io mi avanzai, ma che fare? Non vi era locale da ritirarne nessuno: voleva far loro del bene: mi rivolgeva a persone che in lontananza stavano osservando e che avrebbero potuto essermi di valido sostegno; ma nessuno mi dava retta e nessuno mi aiutava. Mi volsi allora a quella Matrona, la quale mi disse: - Ecco del locale; - e mi fece vedere un prato.

 - Ma qui non c´è che un prato, diss´io.

Rispose: - Mio figlio e gli Apostoli non avevano un palmo di terra ove posare il capo. - Incominciai a lavorare in quel prato ammonendo, predicando e confessando, ma vedeva che per la maggior parte riusciva inutile ogni sforzo, se non si trovasse un luogo recinto e con qualche fabbricato ove raccoglierli e ove ritirarne alcuni affatto derelitti dai genitori e respinti, e disprezzati dagli altri cittadini. Allora quella Signora mi condusse un po´ più in là a settentrione e mi disse: - Osserva! - Ed io guardando vidi una chiesa piccola e bassa, un po´ di cortile e giovani in gran numero. Ripigliai il mio lavoro. Ma essendo questa chiesa divenuta angusta, ricorsi ancora a Lei, ed Essa mi fece vedere un´altra chiesa assai più grande con una casa vicina. Poi conducendomi ancora un po´ d´accanto, in un tratto di terreno coltivato, quasi innanzi alla facciata della seconda chiesa, mi soggiunse: - In questo luogo dove i gloriosi Martiri di Torino Avventore ed Ottavio, soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo. - Così dicendo, avanzava un piede posandolo sul luogo ove avvenne il martirio e me lo indicò con precisione. Io voleva porre qualche segno per rintracciarlo quando altra volta fossi ritornato in quel campo, ma nulla trovai intorno a me; non un paio, non un sasso: tuttavia lo tenni a memoria con precisione. Corrisponde esattamente all´angolo interno della cappella dei SS. Martiri, prima detta di S. Anna al lato del vangelo nella chiesa di Maria Ausiliatrice.

” Intanto io mi vidi circondato da un numero immenso e sempre crescente di giovani; ma guardando la Signora, crescevano anche i mezzi ed il locale, e vidi poi una grandissima chiesa precisamente nel luogo dove mi aveva fatto vedere che avvenne il martirio dei santi della legione Tebea con molti edifizii tutto all´intorno e con un bel monumento in mezzo.

“Mentre accadevano queste cose, io, sempre in sogno, aveva a coadiutori preti e chierici che mi aiutavano alquanto e poi fuggivano. Io cercava con grandi fatiche di attirarmeli, ed essi poco dopo se ne andavano e mi lasciavano tutto solo. Allora mi rivolsi nuovamente a quella Signora, la quale mi disse: - Vuoi tu sapere come fare affinchè non ti scappino più? Prendi questo nastro, e lega loro la fronte. - Prendo riverente il nastrino bianco dalla sua mano e vedo che sopra era scritta questa parola: Obbedienza. Provai tosto a fare quanto mi disse quella Signora, e cominciai a legar il capo di qualcuno dei miei volontarii coadiutori coi nastro, e vidi subito grande e mirabile effetto: e questo effetto sempre cresceva mentre io continuava nella missione conferitami, poichè da costoro si lasciava affatto il pensiero d´andarsene altrove, e si fermarono ad aiutarmi. Così venne costituita la Congregazione.

” Vidi ancora molte altre cose che ora non è il caso di farvi sapere (sembra che alludesse a grandi avvenimenti futuri), ma basti dire che fin da quel tempo io camminai sempre sul sicuro, sia riguardo agli Oratorii, sia riguardo alla Congregazione, sia sul modo di diportarmi nelle relazioni cogli esterni di qualunque autorità investiti, Le grandi difficoltà che devono sorgere, sono tutte prevedute, e conosco il modo di superarle. Vedo benissimo parte a parte tutto ciò che dovrà succederci, e cammino avanti a chiara luce. Fu dopo aver visto chiese, case, cortili, giovani, chierici e preti che mi aiutavano, ed il modo di condurre avanti il tutto, ch´io ne parlava con altri e raccontava la cosa come se fosse già fatta. Ed è per questo che molti credevano ch´io sragionassi e fui tenuto per folle ”. Di qui ebbe adunque origine quell´incrollabile fede nel buon esito della sua missione, quella sicurezza che pareva temerità nell´affrontare ogni sorta di ostacoli, quel cimentarsi ad imprese colossali, superiori a forze umane e pur condurle tutte a felicissimo termine.

La casa Pinardi e la Chiesa di San Francesco di Sales (1845, MB II, 343-344)

E’ un fatto eziandio ben degno di nota come di queste peregrinazioni di D. Bosco punto di partenza, di arrivo e di stanza fosse sempre Valdocco, come se potente calamita qui lo attraesse. Una cara fantasia gli aveva aperto in sogno un altro magnifico spettacolo. Ei lo raccontò brevemente e a pochi suoi fidi nel 1884. Ma ciò che in esso vi ha di più splendido gli sfuggì di bocca a più riprese e a lunghi intervalli nello spazio di circa venti anni, contemplando commosso e quasi estatico la chiesa di Maria SS. Ausiliatrice. Lo scrivente che gli era al fianco non lasciò cadere le sue parole, notandole volta per volta, e poi riunitele ne risultò la scena qui descritta.

Gli era parso di trovarsi sul margine a settentrione dei Rondò o Circolo Valdocco, e spingendo lo sguardo dalla parte della Dora, fra gli altissimi alberi che in quel tempo allineati ornavano il corso ora detto Regina Margherita, vide in giù, alla distanza di circa settanta metri vicino alla via Cottolengo, in un campo seminato di patate, meliga, fagiuoli e cavoli, tre bellissimi giovani, splendenti di luce. Stavano fermi in piedi in quello spazio che nel sogno precedente gli era stato indicato come teatro del glorioso martirio dei tre soldati della legione Tebea. Questi lo invitarono a discendere e a venire con loro. D. Bosco si affrettò, e come li ebbe raggiunti, fu da essi accompagnato con grande amorevolezza verso l´estremità di quel terreno nel quale ora s´innalza maestosa la Chiesa di Maria Ausiliatrice. D. Bosco percorso un breve tratto passando di meraviglia in meraviglia, fu innanzi ad una Matrona magnificamente vestita di indicibile avvenenza, maestà e splendore, presso alla quale distinse un senato di vegliardi in aspetto di principi. A lei come a Regina facevano nobilissimo corteggio innumerevoli personaggi ornati di una grazia e ricchezza abbagliante. Intorno intorno si stendevano altre schiere fin dove si poteva spingere lo sguardo. Quella Signora, che era comparsa ove adesso è collocato l´altar maggiore della Chiesa grande, invitò D. Bosco ad avvicinarsi. Come le fu dappresso, gli manifestò quei tre giovani che lo avevano a lei condotto, essere i martiri Solutore, Avventore ed Ottavio; e con ciò sembrava indicargli come di quel luogo sarebbero stati gli speciali patroni.

Quindi con un incantevole sorriso sulle labbra, e con affettuose parole lo incoraggiò a non abbandonare i suoi giovani, ma di proseguire con sempre maggior ardore nell´opera intrapresa; gli disse che incontrerebbe ostacoli gravissimi, ma che questi sarebbero tutti vinti ed abbattuti dalla confidenza che egli avrebbe posta nella Madre di Dio e nel suo Divin Figlio.

In fine gli mostrò poco distante una casa, che realmente esisteva, e che poi egli seppe essere proprietà di un certo signor Pinardi; e una chiesuola, precisamente nel sito dove ora è la chiesa di S. Francesco di Sales col fabbricato annesso. Alzando quindi la destra esclamò con voce ineffabilmente armoniosa: HAEC EST DOMUS MEA: INDE GLORIA MEA.

Al suono di queste parole, D. Bosco rimase talmente commosso, che si riscosse, e la figura della Vergine SS., che tale era la Matrona, e tutta la visione, lentamente svanì come nebbia al levare del sole. Egli intanto, confidando nella bontà e misericordia divina, ai piedi della Vergine aveva rinnovata la consacrazione di tutto se stesso alla grande opera alla quale era chiamato.

In sul mattino seguente, tutto in festa pel sogno, si affrettò ad andare a visitar quella casa che dalla Vergine eragli stata indicata. Nell´uscire dalla sua stanza disse al Teol. Borel: - Vado a vedere una casa adatta al nostro Oratorio. - Ma quale non fu la sua dolorosa sorpresa, quando, giunto in quel sito, invece di una casa con una chiesa, trovò un´abitazione di gente di mala vita! Ritornato al Rifugio e, interrogato con premura dal Teol. Borel, senza dare alcuna spiegazione, gli rispose, che quella casa sulla quale aveva fatti i suoi disegni non serviva all´uopo.

La casa Pinardi, chiesa di San Francesco di Sales e casa Moretta (1846, MB II, 406-407)

Nel sonno gli passavano davanti visioni luminose che ci narrò nei primi tempi a D. Rua e ad altri.

Ora contemplava una vasta casa con una chiesa, in tutta simile all´attuale dedicata a S. Francesco di Sales, che sul frontone recava la scritta: HAEC EST DOMUS MEA; INDE GLORIA MEA; e dalla porta di questa chiesa entravano ed uscivano giovani, chierici e preti. Ora a questo spettacolo nel medesimo sito ne succedeva un altro e compariva la piccola casa Pinardi, e intorno a lei portici e chiesa, giovanetti ed ecclesiastici in grandissimo numero. - Ma questo non è possibile, ripeteva fra sè D. Bosco; quella è tutt´altro che un´abitazione adatta per noi. Quasi direi di essere in preda ad un´illusione diabolica. - E allora aveva udito distintamente una voce che gli diceva: - E non sai che il Signore può colle spoglie degli Egiziani arricchire il suo popolo?

Altre volte sembravagli di essere nella via Cottolengo. A destra aveva casa Pinardi in mezzo all´orto e ai prati; a sinistra, casa Moretta quasi di fronte alla prima coi cortili e campi attigui, che dovevano più tardi essere occupati dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Due colonne si innalzavano sulla porta del futuro Oratorio, sulle quali D. Bosco lesse questa ripetuta iscrizione: HINC INDE GLORIA MEA: Di qua e di là la mia gloria. Era evidentemente il primo accenno alla Congregazione sorella a quella dei Salesiani. E se da una parte egli vedeva questi ultimi, dall´altra non avrà forse viste le suore? Egli tuttavia nulla ne disse allora, essendo molto riservato nel dare tali spiegazioni.

Intanto il primo sogno fatto al Convitto era presso ad avverarsi. Tre dovevano essere le fermate o le stazioni di D. Bosco prima di giungere a stabile dimora. La prima era stata al Rifugio, la seconda ai Molini di Città; casa Moretta ed il prato attiguo sono la terza. Dio sia benedetto!

Sorte infelice di 2 che lasciano l’oratorio (1846, MB II, 511)

In un solo caso D. Bosco non poteva rimanersi indifferente: nei pericoli e nella perdita delle anime, e alla vista delle offese fatte a Dio . Di quei giorni, ci narrava Buzzetti Giuseppe, egli ebbe un sogno che gli cagionò molto dolore. Vide due giovani (e li conobbe) che si partivano da Torino per venire ai Becchi; ma quando furono giunti al ponte di Po, si avventò loro addosso una bestiaccia di forme orribili. Questa, dopo averli insozzati di bava, li gettò per terra, ravvoltolandoli lunga pezza nel fango per modo che ne furono lordi da fare schifo. D. Bosco narrò il sogno ad alcuni di quelli che aveva con sè, nominando i giovani di cui aveva sognato: e l´evento dimostrò non essere stata quella pretta fantasia, perchè quei due infelici abbandonato l´Oratorio, si diedero in braccio ad ogni fatta di disordini.

I denari per un calice (1846, MB III, 31)

Dopo qualche tempo D. Bosco aveva bisogno di un calice, e non sapeva come procurarselo, non avendo i danari occorrenti per l´acquisto. Quand´ecco una notte gli fu indicato in sogno come nel suo baule vi fosse deposta una sufficiente somma. Il domani andò in Torino per varii affari e mentre camminava rifattoglisi alla mente il sogno, pensò al piacere che avrebbe provato se questo si fosse mutato in realtà, e fu sì grande l´impressione che ne ricevette, da determinarlo a ritornare subito a casa per rovistare nel baule. Così fece, e vi trovò otto scudi, precisamente la somma colla qual e comperare il calice. Nessun estraneo aveva potuto riporveli, poichè la cassa era sempre chiusa. Sua madre Margherita non aveva danaro per fargli simili improvvisate, ed ella pure grandemente stupì quando seppe la cosa.

Un pergolato di rose (1847, MB III, 32-36)

“ Un giorno dell´anno 1847 avendo io molto meditato sul modo di far del bene, specialmente a vantaggio della gioventù, mi comparve la Regina del cielo e mi condusse in un giardino incantevole. Ivi era come un rustico, ma bellissimo e vasto porticato, fatto a forma di vestibolo. Piante rampicanti ne ornavano e fasciavano i pilastri e coi rami ricchissimi di foglie e di fiori protendendo in alto le une verso le altre le loro cime ed intrecciandosi vi stendevano sopra un grazioso velario. Questo portico metteva in una bella via, sulla quale a vista d´occhio prolungavasi un pergolato incantevole a vedersi, che era fiancheggiato e coperto da meravigliosi rosai in piena fioritura. Il suolo eziandio era tutto coperto di rose. La Beata Vergine mi disse: “ Togliti le scarpe! ”. E poichè me l´ebbi tolte, soggiunse: “ Va avanti per quel pergolato: è quella la strada che devi percorrere ”. Fui contento di aver deposto i calzari perchè mi avrebbe rincresciuto calpestare quelle rose, tanto erano vaghe. E cominciai a camminare; ma subito sentii che quelle rose celavano spine acutissime, cosicchè i miei piedi sanguinavano. Quindi, fatti appena pochi passi, fui costretto a fermarmi e poi a ritornare indietro.

 - Qui ci vogliono le scarpe, dissi allora alla mia guida.

 - Certamente, mi rispose: ci vogliono buone scarpe. -

Mi calzai e mi rimisi sulla via con un certo numero di compagni, i quali erano apparsi in quel momento, chiedendo di camminar meco. Essi mi tennero dietro sotto il pergolato, che era di una vaghezza incredibile; ma avanzandomi quello appariva stretto e basso. Molti rami scendevano dall´alto e rimontavano come festoni; altri pendevano perpendicolari sopra il sentiero. Dai fusti dei rosai altri rami si protendevano di qua e di là ad intervalli, orizzontalmente; altri formando talora una più folta siepe, invadevano una parte della via; altri serpeggiavano a poca altezza da terra. Erano però tutti rivestiti di rose, ed io non vedeva che rose ai lati, rose di sopra, rose innanzi a´ miei passi. Io mentre ancora provava vivi dolori nei piedi e alquanto mi contorceva, toccava le rose di qua e di là e sentii che spine ancora più pungenti stavano nascoste sotto di quelle. Tuttavia andai avanti. Le mie gambe si impigliavano nei rami stesi per terra e ne rimanevano ferite; rimoveva un ramo traversale, che impedivami la via oppure per ischivarlo rasentava la spalliera, e mi pungevo e sanguinavo non solo nelle mani, ma in tutta la persona. Al di sopra le rose che pendevano, celavano pure grandissima quantità di spine, che mi si infiggevano nel capo. Ciò non per tanto, incoraggiato dalla Beata. Vergine proseguii il mio cammino. Di quando in quando però mi toccavano eziandio punture più acute e penetranti, che mi cagionavano uno spasimo ancor più doloroso.

 ” Intanto tutti coloro, ed erano moltissimi, che mi osservavano a camminare per quel pergolato dicevano: “ Oh! come D. Bosco cammina sempre sulle rose: egli va avanti tranquillissimo; tutto gli va bene ”. Ma essi non vedevano le spine che laceravano le mie povere membra. Molti chierici, preti e laici da me invitati si erano messi a seguitarmi festanti, allettati dalla bellezza di quei fiori; ma quando si accorsero che si doveva camminare sulle spine pungenti e che queste spuntavano da ogni parte, incominciarono a gridare dicendo: “ Siamo stati ingannati! ”.

 ” Io risposi: - Chi vuol camminare deliziosamente sulle rose torni indietro: gli altri mi seguano.

 ” Non pochi ritornarono indietro. Percorso un bel tratto di via, mi rivolsi per dare uno sguardo a´ miei compagni. Ma qual fu il mio dolore quando vidi che una parte di questi era scomparsa, ed un´altra parte mi aveva già voltate le spalle e si allontanava. Tosto ritornai anch´io indietro per richiamarli, ma inutilmente, poichè neppure mi davano ascolto. Allora incominciai a piangere dirottamente ed a querelarmi dicendo: - Possibile che debba io solo percorrere tutta questa via così faticosa?

 ” Ma fui tosto consolato. Veggo avanzarsi verso di me uno stuolo di preti, di chierici e di secolari, i quali mi dissero: “ Eccoci; siamo tutti suoi, pronti a seguirla ”. Precedendoli mi rimisi in via. Solo alcuni si perdettero d´animo e si arrestarono, ma una gran parte di essi giunse con me alla meta.” Percorso in tutta la sua lunghezza il pergolato, mi trovai in un altro amenissimo giardino, ove mi circondarono i miei pochi seguaci, tutti dimagriti, scarmigliati, sanguinanti. Allora si levò un fresco venticello e a quel soffio tutti guarirono. Soffiò un altro vento e come per incanto mi trovai attorniato da un numero immenso di giovani e di chierici, di laici coadiutori ed anche di preti, che si posero a lavorare con me guidando quella gioventù. Parecchi li conobbi, di fisonomia, molti non li conosceva ancora.

 ” Intanto, essendo io giunto ad un luogo elevato del giardino mi vidi innanzi un edifizio monumentale sorprendente per magnificenza di arte, e varcatane la soglia, entrai in una spaziosissima sala, di tale ricchezza che nessuna reggia al mondo può vantarne una eguale. Era tutta sparsa e adorna di rose freschissime e senza spine dalle quali emanava una soavissima fragranza. Allora la Vergine SS., che era stata la mia guida, mi interrogò: - Sai che cosa significa ciò che tu vedi ora, e ciò che hai visto prima?

 - No, risposi: vi prego di spiegarmelo.

 ” Allora Ella mi disse: - Sappi che la via da te percorsa tra le rose e le spine significa la cura che tu hai da prenderti della gioventù: tu vi devi camminare colle scarpe della mortificazione. Le spine per terra rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie o antipatie umane che distraggono l´educatore dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di procedere e raccogliere corone per la vita eterna. Le rose sono simbolo della carità ardente che, deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori. Le altre spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Colla carità e colla mortificazione, tutto supererete e giungerete alle rose senza spine.

 ” Appena la Madre dì Dio ebbe finito di parlare, rinvenni in me e mi trovai nella mia camera ”.

Incontro con il re Carlo Alberto (1849, MB III, 539-540)

Anzi di quando in quando, come un caro ricordo, Carlo Alberto si affacciava alla mente di D. Bosco che molti anni dopo, in poche parole ci esponeva, ed eravamo due soli, una graziosa fantasia che eragli durata tutta la notte.

“ Mi parve di essere nel dintorni di Torino, e passeggiare in mezzo ad un viale. Ed ecco venirmi incontro il Re Carlo Alberto, il quale sorridente si fermò a salutarmi. - Oh Maestà! - esclamai.

 - E come state, D. Bosco?

 - lo sto bene e son troppo contento d´averla incontrata

 - Se è così, volete accompagnarmi in questa passeggiata?

 - Volentieri!

 - Dunque andiamo! - Ci siamo messi in cammino verso la città. Il Re non indossava nessuna insegna della sua dignità vestiva panni bianchi, ma non candidi.

       - Che cosa dite di me? - ripigliò il Sovrano.

 ”Risposi: - So che Vostra Maestà è un buon cattolico.

 - Per voi sono qualche cosa di più ancora: io ho sempre amata l´opera vostra, sapete. Ho sempre avuto gran desiderio di vederla prosperare. Avrei voluto aiutarla molto e molto, ma gli avvenimenti me lo impedirono.

 - Se è così, Maestà, io Le farei una preghiera.

 - Parlate.

 - La pregherei ad essere priore della festa di S. Luigi che facciamo nell´Oratorio in quest´anno.

 - Volentieri, ma intendete anche voi che la cosa farebbe troppo rumore: sarebbe un fatto inaudito, quindi non pare che sia conveniente tanta confusione di festa. A tutti i modi vedremo come possiate essere contento, anche senza la mia presenza.

 ”Continuando a parlare di varie altre cose siamo giunti ambedue vicino al Santuario della Consolata. Quivi era come un´entrata sotterranea, quasi alle falde di un´alta collina, e il cunicolo, che era strettissimo, invece di discendere saliva. - Bisogna passare di qua, - mi disse il Re; e piegate le ginocchia e abbassata fino a terra la maestosa sua fronte, così prostrato incominciò a salire e disparve.

 ”Allora, mentre io esaminava quell´entrata e cercava collo sguardo di scrutare quelle tenebre, mi svegliai ”

Grandi funerali a corte (1854, MB V, 176-188)

D. Bosco adunque anelava a dissipare una minacciosa nube che andava sempre più oscurandosi sulla Real Casa.

Egli in una notte verso il fine del mese di novembre, aveva fatto un sogno.

Gli era parso di trovarsi ove è il portico centrale dell´Oratorio, costrutto allora solo per metà, presso alla pompa idraulica fissa al muro della casetta Pinardi. Era circondato da preti e da chierici: ad un tratto vide avanzarsi in mezzo al cortile un valletto di Corte, col suo rosso uniforme, il quale, con passo affrettato venuto alla sua presenza, gli parve che gridasse:

     - Grande notizia!

    - E quale? gli chiese D. Bosco.

    - Annunzia: gran funerale in Corte! gran funerale in Corte!

D. Bosco a questa improvvisa comparsa, a questo grido, restò come di sasso, e il valletto ripetè: - Gran funerale in Corte! -D. Bosco allora voleva domandargli spiegazione di questo suo ferale annunzio, ma quegli erasi dileguato. D. Bosco, risvegliatosi, era come fuori di sè e, inteso il mistero di quell´apparizione, prese la penna e preparò subito una lettera per Vittorio Emanuele, palesando quanto gli era stato annunziato, e raccontando semplicemente il sogno.

      Dopo il mezzogiorno egli entrava in refettorio pel pranzo, e molto in ritardo: i giovani ricordano ancora, come essendo in quell´anno il freddo acutissimo, Don Bosco avesse le mani in guanti vecchi e sdrusciti, recando un fascio di lettere. Si formò crocchio intorno a lui. Erano presenti D. Alasonatti, Savio Angelo, Cagliero, Francesia, Turchi Giovanni, Reviglio, Rua, Anfossi, Buzzetti, Enria, Tomatis ed altri, la maggior parte chierici. D. Bosco prese a dir loro sorridendo: - Stamane, miei cari, ho scritto tre lettere a personaggi di grande importanza: al Papa, al Re ed al carnefice. - Fu uno scoppio di risa generale all´udire accoppiati i nomi di questi tre personaggi. In quanto al carnefice però non fece loro meraviglia, conoscendo come D. Bosco avesse amicizia con i custodi delle carceri, e come quest´uomo fosse veramente un buon cristiano. Egli esercitava: la carità coi poveri il meglio che poteva, scriveva le suppliche che i popolani volevano indirizzare al Re ed alle Autorità; ma soffriva gran dolore avendo un suo figlio dovuto ritirarsi dalle scuole pubbliche, respinto dal ribrezzo che di lui provavano i compagni, quando conobbero l´ufficio di suo padre.

      In quanto al Papa non se ne ignoravano le corrispondenze per lettera, Quindi ciò che aguzzava la curiosità loro, era di conoscere ciò che D. Bosco aveva scritto al Re, tanto più che sapevano cosa egli pensasse intorno all´usurpazione dei beni ecclesiastici. Don Bosco non li tenne in indugio e loro palesò quanto aveva scritto pel Re, perchè non permettesse la presentazione dell´infausta legge. Quindi narrò il sogno, concludendo: Questo sogno mi ha fatto star male e mi ha affaticato, molto. - Egli era sopra pensiero ed esclamava a quando, a quando: - Chi sa?.... chi sa?.... preghiamo!

Sorpresi i chierici presero allora a discorrere, interrogandosi a vicenda se avessero sentito a dire che nel palazzo reale vi fosse qualche nobile signore infermo; ma tutti conchiusero, non constare in nessun modo questo. D. Bosco intanto, chiamato presso di sè il Ch. Angelo Savio, gli consegnò la lettera: - Copia, gli disse, ed annunzia al Re: Grande funerale in Corte! - E il Ch. Savio scrisse. Ma il Re, come D. Bosco venne a sapere dai suoi confidenti impiegati a palazzo, lesse con indifferenza quel foglio e non ne tenne conto.

     Erano passati cinque giorni da questo sogno, e Don Bosco, dormendo, nella notte, sognò di bel nuovo. Gli pareva di essere in sua camera a tavolino, scrivendo; quando udì lo scalpitare di un cavallo in cortile. Ad un tratto vede spalancarsi la porta ed apparire il valletto nella sua rossa livrea, che entrato fino a metà della camera gridò:

Annunzia: non grati funerale in Corte, ma grandi funerali in Corte! -E ripetè queste parole due volte. Quindi ritirossi con passo rapido e chiuse la porta dietro di sè. D. Bosco voleva sapere, voleva interrogarlo, voleva chiedergli, spiegazione; quindi si alzò da, tavolino, corse sul balcone e vide il: valletto nel cortile che saliva a cavallo. Lo, chiamò, chiese perchè fosse venuto a ripetergli quel-

l´annunzio; ma il valletto gridando: - Grandi funerali in Corte! - si dileguò. Venuta l´alba, D. Bosco stesso indirizzò al Re un´altra lettera, nella quale raccontavagli il secondo sogno e concludeva dicendo a sua Maestà “ che pensasse a regolarsi in modo da schivare i minacciati castighi, mentre la pregava di impedire a qualunque costo quella legge ”.

      Alla sera dopo cena D. Bosco esclamò in mezzo a´ suoi chierici: - Sapete che ho da dirvi una cosa ancor più strana, che quella dell´altro giorno? - E raccontò ciò che aveva visto nella notte. Allora i chierici, più stupiti di prima, si domandavano che cosa indicassero questi annunzi di morte; e si può immaginare quale fosse la loro ansietà nell´attendere come si sarebbero verificate queste predizioni.

      Al chierico Cagliero e ad alcuni altri svelava intanto apertamente essere, quelle, minacce di castighi che il Signore faceva sentire a chi più danni e mali già aveva arrecati alla Chiesa ed altri stava preparandone. In quei giorni egli era addoloratissimo e ripeteva frequentemente: - Questa legge attirerà sulla casa del Sovrano gravi disgrazie. - Tali cose diceva a´ suoi alunni per impegnarli a pregare per il Re, e per intercedere dalla misericordia del Signore che impedisse la dispersione eli tanti religiosi e la perdita di tante vocazioni.

      Intanto il Re aveva confidate quelle lettere al Marchese Fassati, che avendole lette, venne all´Oratorio e diceva a D. Bosco: - Oh! le pare la maniera questa di mettere sossopra tutta la Corte? Il Re ne è rimasto più che impressionato e turbato!.... Anzi montò sulle furie.

      E D. Bosco gli rispose - Ma se ciò che fu scritto è verità? Mi rincresce di aver cagionato questi disturbi al mio Sovrano; ma insomma, si tratta del suo bene e di quello della Chiesa.

      Gli avvisi di D. Bosco non furono ascoltati. Il 28 novembre 1854 il Ministro guardasigilli Urbano Rattazzi presenta va ai deputati un disegno di legge per la soppressione dei conventi. Il Conte Camillo di Cavour, Ministro delle finanze, era risoluto di farlo approvare a qualunque costo. Questi signori stabilivano come principio incontrastato e incontrastabile, che fuori del gran corpo civile, non v´ha e non può darsi società a lui superiore e da lui indipendente; che lo Stato è tutto, e che perciò nessun ente morale, e neppure la Chiesa Cattolica può sussistere giuridicamente senza il consenso e riconoscimento dell´autorità civile. Perciò tale autorità non riconoscendo nella Chiesa universale il dominio dei beni ecclesiastici, e attribuendo questo dominio a ciascun ente delle corporazioni religiose, sostenevano essere queste creazione della sovranità, civile e la loro esistenza modificarsi od estinguersi per volontà della sovranità medesima, e lo Stato, erede d´ogni personalità civile che non abbia successioni, divenire solo ed assoluto proprietario di tutti i loro beni quando fossero soppresse. Errore grossolano perchè tali patrimonii, per qualsivoglia causa una Congregazione Religiosa cessasse d´esistere, non rimanevano senza padroni, dovendo essere devoluti alla Chiesa di G. C., rappresentata dal Sommo Pontefice, per quanto gli statolatri perfidiassero a negarlo.

      L´annunzio di siffatta presentazione cagionò vivo dolore ai buoni cattolici, vivissimo a D. Bosco. Egli, per ottemperare ai voleri del Cielo, aveva replicatamente ammonito il Sovrano, ed era quello un atto pericoloso, del quale non potevansi prevedere tutte le conseguenze. Un altro uomo, per quanto d´animo freddo e risoluto, in mezzo a tanti avversarii, non avrebbe potuto a meno che vivere in continua apprensione. D. Bosco invece, sempre imperturbato, attingendo vigore nel Cuore SS. di Gesù in Sacramento e nell´aiuto della celeste Madre, mentre preparavasi alle sante esultanze del Natale, disponevasi ad annunziare la parola di Dio alle popolazioni.

Scriveva pertanto al suo antico maestro il Teol. Appendino, Amministratore parrocchiale a Villastellone.

 

Torino, 21 Dicembre 1854.

Car.mo Sig. Teologo,

Per mia norma avrei bisogno che V. S. car.ma mi dicesse in qual tempo cominci e finisca l´ottavario che mi sono assunto di fare a Villastellone, e ciò per fissare il tempo ad esercizii spirituali in altro luogo.

Intanto buone feste a Lei, alla signora sua sorella e copiose benedizioni del Signore mentre con rispetto e con gratitudine mi dico

D. V. S. Car.ma

Obbl.mo allievo ed amico

Sac. Bosco Gio.

 

INCOMINCIAMO l´anno 1855, e proseguendo ad esaminare la vita di D. Bosco, passeremo di meraviglia in meraviglia. Il professore sacerdote D. Turchi Giovanni, spettatore giudizioso dei fatti nei primi tre lustri dell´Oratorio, e alunno, volle ricordarne alcune in varie sue pagine, loro premettendo un´osservazione, eco della testimonianza de´ suoi compagni. “ Quando Dio, così egli esprimevasi, è largo de´ suoi doni verso qualche uomo, e lo eleva al grado della santità, ciò fa principalmente per manifestare la sua gloria; la quale, se risplende mirabilmente nella vita dei Santi finchè sono in vita, non è a dire in quale immensa proporzione cresca, allorquando, passando questi agli eterni gaudii, sogliono i posteri leggerne scritte le memorabili e sante gesta, lodare Dio, che di ogni dono è dispensatore, e calcare le vie dai suoi servi fedeli battute; per cui camminando si migliorano gli uomini, si moltiplicano i santi, e si riscuotono i popoli alla ricerca del vero bene. Laonde il dovere che a tutti incombe di promuovere la gloria di Dio, quello è che mi spinge a dar di piglio alla penna, e registrare alla meglio che mi fia possibile quelle cose, che mi paion più luminose e degne di menzione intorno alla vita di D. Giov. Bosco, mio venerato superiore, acciocchè non vadan sepolte nell´oblio tante azioni degne non so se più d´essere ammirate o imitate ”.

      Noi facendo nostra questa dichiarazione, ripigliamo il corso degli avvenimenti.

      Il progetto di legge contro i conventi non era stato ancor discusso nella Camera dei Deputati; tuttavia se ne era già discorso in due sedute in quella cioè del 27 dicembre e del 2 gennaio. All´Arcivescovo di Genova ed ai Vescovi dì Annecy e di Morienna, che erano andati a Roma, il Ministero aveva caldamente raccomandato, se la cosa fosse parsa loro possibile, di procurare pratiche colla S. Sede, per la cessione allo Stato di beni ecclesiastici. Ma erano lustre. Si voleva ad ogni costo conculcare i diritti della Chiesa. Il S. Padre erasi mostrato disposto a venire in aiuto delle finanze del Piemonte, e poneva condizioni molto ragionevoli a questa concessione. Il Governo però per tutta risposta aveva mandato a Roma una copia della proposta di legge: il che fu come rompere evidentemente ogni pratica per tutta la durata del presente Ministero. Intanto da tutte parti giungevano petizioni al Parlamento, perchè rigettasse la legge. Due indirizzi dell´Episcopato del regno, per dignità e forza di ragionamento degni veramente dei personaggi che li sottoscrissero, furono presentati alle Camere.

      I Cattolici, che potevano avere influenza nella cosa pubblica, si andavano preparando alla lotta. A quando a quando alla sera, personaggi fra i più segnalati di Torino andavano al Convitto Ecclesiastico e si intrattenevano a conferenza con D. Cafasso, durante la cena dei convittori. Venivano a lui per rassodare le loro convinzioni, armarsi di coraggio, e ricevere da´ suoi lumi un indirizzo esatto a fine di evitare seduzioni ed inganni. D. Cafasso, stando sempre nel giusto termine, sapeva indicare con precisione il da farsi, ed a tutti raccomandava l´unione, l´obbedienza, il rispetto al Papa e la fermezza nell´adempimento dei doveri di buon cristiano. Erano, tutti costoro, amici di D. Bosco; fra questi il Marchese Fassati, il quale conosceva ciò che D. Bosco metteva in opera in quei giorni per la buona causa, e certamente non senza intesa con D. Cafasso. Anche il Conte Clemente Solaro della Margherita veniva ogni settimana da quel santo Direttore per attingere la fortezza d´animo colla quale poi sosteneva i diritti della Chiesa nella Camera Subalpina.

      Intanto il 9 gennaio 1855 nella Camera dei Deputati si poneva mano alla discussione sull´incameramento dei beni ecclesiastici. Sulle bocche dei liberali risuonarono queste pellegrine frasi: - La podestà civile ha diritto d´ingerirsi nella proprietà ecclesiastica, quando con quella non, si ottiene più il suo fine. La Chiesa non ha diritto di possedere. Sui beni della Chiesa han diritto i poveri, e quando la nazione è povera doversi questa rifare su di essi. Le comunità religiose devono riconoscere la personalità civile unicamente dalla sovranità del paese cui appartengono. - Il Conte della Margherita confutò con eloquenza e coraggio senza pari tutti quegli spropositi, e non temè di qualificare la proposta di Rattazzi per un sacrilego latrocinio, e conchiuse il suo caldo discorso presagendo guai al Piemonte, se la legge fosse approvata. Altri deputati e il giornalismo cattolico, l´Armonia di Torino e il Cattolico di Genova, combattevano valorosamente quel progetto.

      Le cose trovavansi in questi termini quando un doloroso avvenimento sopraggiungeva ad interrompere la discussione. Il 5 gennaio la Regina Madre Maria Teresa quasi improvvisamente erasi ammalata, e benchè nella notte fosse crucciata da una gran sete non bevette per potersi comunicare il giorno dell´Epifania; ma non si potè alzare. Il Re Vittorio Emanuele scriveva al generale Alfonso La Marmora: “ Mia madre e mia moglie non fanno che ripetermi che esse muoiono di dispiacere per causa mia ” (I).

      L´augusta inferma moriva il 12 gennaio poco dopo il pomeriggio, in età di cinquantaquattro anni; la Camera per significare al Re la sua mestizia sospendeva i suoi lavori. Grande sventura fu pel Piemonte la perdita di Maria Teresa, che spandeva quotidianamente sugli infelici beneficenze senza numero. Il lutto fu universale, come universali erano le benedizioni che da ogni parte si mandavano alla sua cara memoria.

      Mentre si chiudeva quel feretro, giungeva all´indirizzo del Re un´altra lettera misteriosa, che diceva senza nominare alcuno: “Persona illuminata ab alto ha detto: Apri l´occhio: è già morto uno: se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua. Se non recedi, aprirai un abisso che non potrai scandagliare ”.

Il Sovrano, letto questo foglio, rimase sbalordito, e in preda a viva inquietudine non poteva più aver riposo.

L´avv. Enrico Tavallini accenna a questo stato di animo del Re, minacciato dei castighi del cielo da continue lettere di prelati.[11]

 

I solenni funerali di Maria Teresa si celebrarono la mattina del giorno 16; la salma venne trasportata a Soperga con una temperatura rigidissima che fece ammalare _molti soldati ed anche il Conte di Sangiusto, scudiere della Regina. Ma la Corte non era ancora ritornata dal rendere gli estremi uffizi alla madre di Vittorio Emanuele, che si mandò in fretta ad invitarla affinchè accorresse pel viatico della nuora della defunta. La Regina Maria Adelaide nel punto della morte di Maria Teresa trovavasi nel quarto giorno del puerperio, avendo dato alla luce felicemente un bambino. Ed essa, che tanto amava la suocera, fu colpita da sì vivo dolore, che colta da una metro-gastro-enterite si ridusse a pericolo di vita. Alle 3 pom. le fu portato il Santissimo Sacramento dalla Regia Cappella della Sindone. Folla immensa accorreva in tutte le chiese per il ristabilimento della sua salute. L´intiero Piemonte si associava ben di cuore alle pene della famiglia reale, verificandosi l´antica massima che in Piemonte le sventure del Re sono sventure del popolo. Ma il giorno 20 fu amministrato l´Olio santo alla Regina, e verso il mezzogiorno l´augusta inferma, entrò in agonia; alla sera verso le ore 6 spirava nel bacio del Signore, a soli 33 anni di età.

Nè qui finivano i lutti di casa Savoia. La stessa sera fu dato il Santo Viatico a S. A. R. Ferdinando duca di Genova, già logoro di sanità, fratello unico del Re Vittorio Emanuele era immerso nel più straziante dolore.

      Il giorno 21 la Camera dei Deputati si radunava alle ore tre pomeridiane, e udita la triste notizia della morte della Regina, deliberò di prendere il lutto per 13 giorni e la sospensione delle sedute per 10 giorni.

      I funerali di Maria Adelaide furono celebrati il 24 gennaio e la salma veniva tumulata a Soperga.

      I chierici dell´Oratorio erano esterrefatti nel vedere avverate in modo così fulmineo le profezie di D. Bosco, e tanto più ne rimanevano colpiti per essere andati ai singoli accompagnamenti funebri. Circostanza particolare; il freddo era così penetrante, che il gran cerimoniere di corte al trasporto della salma della Regina Adelaide permise al clero di indossare il soprabito e di coprirsi il capo.

      Per l´Oratorio fu anche quella una grande sventura, e i chierici dicevano a D. Bosco: - Ecco avverato il suo sogno. Sono stati proprio grandi funerali come le annunziava il valletto di corte!

     - È  vero, rispose D. Bosco, sono proprio imperscrutabili i giudizi di Dio. E non sappiamo se con questi due funerali sarà paga la giustizia divina.

      D. Bosco infatti doveva, conoscere molto più di quello che non aveva palesato. La contessa Felicita Cravosio-Anfossi ci mandava la seguente testimonianza da lei sottoscritta: “ Correva l´anno 1854 e pregai D. Bosco di accettare nell´Oratorio un fratello da latte di mio figlio, rimasto orlano di padre e di madre. Egli accettollo mediante la condizione che, essendo io ammessa alla Corte, mi fossi presentata alle Regine,:per ottenere dalla loro carità, due mila franchi di cui aveva bisogno, onde poter pagare un debito urgente. Io promisi ed era risoluta di adempiere la mia promessa; ma poi sorsero delle difficoltà che mi fecero differire la visita alle auguste signore, le quali frattanto si erano allontanate da Torino e abitavano allora nella villeggiatura del Conte Cays di Giletta. Andata ancor io in campagna, ritornai alla città in autunno avanzato, e mi recai a trovare D, Bosco, il quale subito mi disse: -Ha accettato il suo protetto, ma lei non ha tenuta la sua promessa: non ha parlato alle Regine del mio debito col panattiere. - È  ben vero, risposi un po´ confusa, ma stia certo che appena le Regine saranno di ritorno in Torino, non mancherò di eseguire la promessa fattagli.

      ” Mentre io parlava, D. Bosco faceva col capo un movimento, che indicava negazione, e con un sorriso alquanto mesto mi disse: - Pazienza! Possono accadere tante cose, che lei forse non parlerà mai più alle Regine.

- Perchè mi dice questo? -Tant´è; lei non vedrà più le Regine.

” Dopo una quindicina di giorni trovandomi in una casa patrizia, appresi il ritorno delle Regine a Torino e che la Regina Maria Teresa stava assai male e che aveva ricevuti i Santi Sacramenti. Abbiamo avuto ben presto la notizia della sua morte. Otto giorni dopo morì la giovane Regina Maria Adelaide: tutte e due compiante e venerate come due sante Regine. Allora solamente mi ricordai delle parole del servo di Dio e non dubitai punto del suo spirito veramente profetico ”.

Il sogno delle 22 lune (1854, MB V, 377-383 o 456)

Il sogno fu questo: - Io mi trovava con voi nel cortile e godeva nel mio cuore di vedervi vispi, allegri e contenti. Chi saltava, chi gridava, chi correva. Ad un tratto vedo che uno di voi esce da una porta della casa e si mette a passeggiare in mezzo ai compagni, con una specie di cilindro, ossia turbante, sul capo. Era questo trasparente, tutto illuminato nell´interno; e colla figura di una grossa luna, nel bel mezzo della quale era scritta la cifra 22. Io stupito cercai subito di avvicinarlo per dirgli che lasciasse quell´arnese da carnevale: ma ecco mentre Varia si oscurava, come se fosse stato dato un segnale di campanello, il cortile si sgombra e scorgo tutti i giovani sotto i portici della casa, disposti in fila. Il loro aspetto manifestava un gran timore, e dieci o dodici di essi aveano il viso ricoperto di strana pallidezza. Io passai davanti a tutti questi per osservarli; e scorgo fra di loro quello che aveva la luna sul capo, più pallido degli altri; da´ suoi omeri pendeva una coltre funebre. M´incammino verso di lui per chiedergli che cosa significasse quello strano spettacolo; ma una mano mi trattiene, e vedo uno sconosciuto di grave aspetto e nobile portamento, che mi dice: -Ascoltami, prima di avvicinarti a lui; egli ha ancora 22 lune di tempo, e prima che siano passate, morrà. Tienlo d´occhio e preparalo! - Io voleva domandargli qualche spiegazione del suo parlare e della sua improvvisa comparsa, ma più nol vidi. Il giovane, miei cari figliuoli, io lo conosco ed è tra di voi!

 

Un vivo terrore si impossessò di tutti i giovani, tanto più essendo la prima volta che D. Bosco annunziava in pubblico e con una certa solennità la morte di uno della casa. Il buon padre non potè a meno di notarlo e proseguì: - Io lo conosco ed è tra voi quel delle lune. Ma non voglio che vi spaventiate. È  un sogno come vi ho detto, e sapete che non sempre si deve prestar fede ai sogni. Ad ogni modo, comunque sia la cosa, quello che è certo si è che dobbiamo essere sempre preparati come ci raccomanda il divin Salvatore nel santo Vangelo e non commettere peccati; ed allora la morte non ci farà più paura. Fatevi tutti buoni, non offendete il Signore, ed io intanto starò attento e terrò d´occhio quello del numero ventidue, il che vuol dire 22 lune, ossia 22 mesi: e spero che farà una buona morte.

      Questo annunzio, se spaventò sul principio i giovani, fece però in appresso grandissimo bene, perchè stavano tutti attenti a mantenersi in grazia di Dio, col pensiero della morte, ed a contare intanto le lune che trascorrevano. D. Bosco a quando a quando li interrogava: Quante lune vi sono ancora? - E gli veniva risposto: - Venti, diciotto, quindici, ecc. - Talora i giovani che badavano a tutte le sue parole, gli si accostavano per annunziargli le lune già passate, e cercavano far pronostici, indovinare; ma D. Bosco stava in silenzio. Il giovane Piano, entrato come studente nell´Oratorio nel mese di novembre 1854, sentiva parlare della nona luna e dai compagni e dai superiori venne a sapere ciò che D. Bosco aveva predetto. Ed egli pure, come tutti gli altri, stette in osservazione.

      Finì l´anno 1854, trascorsero molti mesi del 1855 e venne l´ottobre, cioè la luna ventesima. Cagliero, già chierico, era incaricato di sorvegliare tre stanzette vicine nell´antica casa Pinardi, che servivano di dormitorio ad una camerata di giovani. Fra questi era un certo Gurgo Secondo, Biellese da Pettinengo, in sui 17 anni, di belle e robuste forme, tipo di una florida sanità, che dava tutte le speranze di lunga vita, fino ad estrema vecchiezza. Suo padre l´aveva raccomandato a D. Bosco perchè lo tenesse in pensione. Valente suonatore di pianoforte e di organo studiava da mane a sera la musica e guadagnava di bei, soldi dando lezioni in Torino. D. Bosco lungo l´anno, a quando a quando, aveva interrogato il Ch. Cagliero sulla condotta de´ suoi assistiti, con particolare premura. Nell´ottobre lo chiamò a sè e gli disse: -Dove dormi tu?

     - Nella stanzetta ultima, rispose il Ch. Cagliero; e di là assisto le altre due.

     - E non sarebbe meglio che trasportassi il tuo letto in quella di mezzo?

     - Come vuole; ma le faccio notare che le altre due stanze sono asciutte, mentre nella seconda una parete è formata dalla muraglia del campanile della chiesa, costrutto di fresco. Vi è quindi un po´ di umidità: si avvicina l´inverno e potrei prendermi qualche malanno. D´altronde di dove mi trovo adesso, posso benissimo assistere tutti i giovani del mio dormitorio.

     - Quanto ad assisterli lo so che puoi; ma è meglio, replicò D. Bosco, che te ne vada in quella di mezzo.

Il Ch. Cagliero obbedì, ma dopo qualche tempo chiese licenza a D. Bosco di tramutare il suo letto nella stanza primiera. D. Bosco non acconsentì, ma gli disse: - Sta dove sei e riposa tranquillo che la tua sanità nulla avrà a soffrirne.

      Il Ch. Cagliero si acquietò e alcuni giorni dopo di bel nuovo fu chiamato da D. Bosco: - Quanti siete nella tua nuova stanza?

      Rispose: - Siamo tre: io, il giovane Gurgo Secondo, il Garovaglia; ed il pianoforte che fa quattro.

     - Bene, disse D. Bosco; va bene: siete, tre suonatori, e Gurgo potrà darvi lezioni di pianoforte. Tu guarda di assisterlo bene. - E null´altro aggiunse. Il chierico, punta da curiosità e venuto in sospetto, incominciò a fargli qualche domanda, ma D. Bosco lo interruppe dicendogli: - Il perchè lo saprai a suo tempo. - Il segreto era che in quella stanza stava il giovane delle 22 lune.

      Al principio di dicembre non vi era alcun ammalato nell´Oratorio, e D. Bosco, salito in cattedra alla sera dopo le orazioni, annunziò che uno dei giovani sarebbe morto prima del santo Natale. Per questa nuova predizione e perchè le 22 lune ormai si compievano, in casa regnava una grande trepidazione, si ricordavano frequentemente le parole di D. Bosco e se ne temeva l´avveramento.

      D. Bosco in que´ giorni aveva chiamato a sè ancora una volta il Ch. Cagliero, e gli domandò se Gurgo si portasse bene e se, date le lezioni di musica in città, ritornasse a casa per tempo. Cagliero gli rispose che tutto andava bene e che non vi erano novità ne´ suoi compagni. Ottimamente; sono contento: invigila perchè siano tutti buoni, e avvisami se accadessero degli inconvenienti. Cosi gli disse D. Bosco che più altro non aggiunse.

Ed ecco verso la metà di dicembre essere il Gurgo assalito da una colica violenta e così pericolosa che, mandato a chiamare in fretta il medico, per suo consiglio gli si amministrarono i santi Sacramenti. Per otto giorni, e molto penosa, durò la malattia e volgeva in meglio, grazie alle cure del dottore Debernardi, sicchè Gurgo potè levarsi da letto convalescente. Il male era come sparito e il medico ripeteva averla il giovane scappata bella. Intanto era stato avvisato il padre, poichè, non essendo ancora morto alcuno all´Oratorio, D. Bosco voleva impedire agli allievi un funereo spettacolo. La novena del Santo Natale era incominciata e Gurgo pressochè guarito contava d´andare al paese nelle feste natalizie. Tuttavia, quando si davano buone nuove di lui a D. Bosco, ci aveva l´aria di chi non voglia credere. Venne il padre, e trovato il figlio già in buono stato, chiesta ed ottenuta licenza, andò a prendere il posto alla vettura per condurlo l´indomani a Novara, e poi a Pettinengo, perchè si ristabilisse pienamente in salute. Era di domenica, 23 dicembre; Gurgo però quella stessa sera mostrò desiderio di mangiare un po´ di carne, cibo vietato dal medico. Il padre per rafforzarlo corse a comprarla e la fece cuocere in una macchinetta da caffè. Il giovane bevette il brodo e mangiò la carne, che certo doveva essere mezzo cruda e mezzo cotta e forse troppo -più del necessario. Il padre si ritirò; nella camera rimase l´infermiere e Cagliero. Ed ecco ad una certa ora della notte l´infermo comincia a lamentarsi per i dolori di ventre. La colica era tornata ad assalirlo nel modo più straziante. Gurgo chiamò per nome l´assistente: - Cagliero, Cagliero? Ho finito di farti scuola di pianoforte.

     - Abbi pazienza: coraggio! rispondeva Cagliero.

     - Io non vado più a casa: non parto più. Prega per me; se sapessi quanto male mi sento. Raccomandami alla Madonna.

     - Sì, pregherò: invoca anche tu Maria SS.

      Intanto Cagliero incominciò a pregare; ma vinto dal sonno  si addormentò. Ed ecco all´improvviso l´infermiere lo scuote e accennandogli Gurgo corre subito a chiamare D. Alasonatti, che dormiva nella camera vicina. Questi venne, e dopo qualche istante Gurgo spirava. Fu una desolazione in tutta la casa. Cagliero al mattino incontrò Don Bosco che scendeva le scale per andare a dire la S. Messa ed era molto mesto, perchè già gli era stata comunicata la dolorosa notizia.

      Intanto nella casa si faceva un gran parlare di questa morte. Si era alla vigesima seconda luna e questa non ancora compiuta; e Gurgo, morendo il 24 dicembre prima dell´aurora, compieva anche la seconda predizione, cioè che egli non avrebbe vista la festa del santo Natale.

      Dopo pranzo i giovani e i chierici circondavano silenziosi D. Bosco. A un tratto il Ch. Turchi Giovanni lo interrogò se Gurgo fosse quello delle lune. - Sì, rispose D. Bosco: era proprio lui; è appunto desso che io vidi nel sogno! - Quindi soggiunse ancora: -Avrete osservato, che io, tempo fa, lo aveva messo a dormire in una camerata speciale, raccomandando a taluno dei migliori assistenti, che là trasportasse il suo letto acciocchè potesse continuamente vigilar su di lui. E l´assistente fu il Ch. Giovanni Cagliero. E improvvisamente voltosi a questo chierico gli disse: Un´altra volta non farai più tante osservazioni a quanto ti dirà D. Bosco. Adesso capisci perchè io non voleva che tu lasciassi la camera ove era quel poveretto? Tu mi supplicavi; ma io non volli contentarti, appunto perchè Gurgo avesse un custode. Se egli fosse ancor vivo, potrebbe dire le quante volte gli andava parlando così alla larga della morte e le cure che gli prodigai per disporlo ad un felice passaggio.

      “ Io, scrisse Mons. Cagliero, intesi allora il motivo delle speciali raccomandazioni fattemi da D. Bosco, ed imparai a conoscere ed apprezzare vie meglio l´importanza, delle sue parole e dè suoi paterni avvisi ”.

      “ La sera, vigilia di Natale, narra Enria Pietro, mi ricordo ancora D. Bosco che saliva sulla cattedra girando gli occhi intorno come se cercasse qualcuno. E disse:  il primo giovane che muore nell´Oratorio. Ha fatto le sue cose bene e speriamo che sia in paradiso. Raccomando a voi che siate sempre preparati…..- E non potè più parlare perchè il suo cuore era troppo addolorato. La morte avevagli rapito un figlio ”.

      Essendo Gurgo il primo alunno morto nella casa, dal giorno che era stato fondato l´Oratorio, D. Bosco volle fargli un funerale onorevole, benchè con pompa mediocre .

Don Bosco sogna sua madre (1860, MB V, 567-568; MB XVII, 27)

Nell´agosto 1860 gli parve d´incontrarla vicino al Santuario della Consolata, lungo la cinta del convento di S. Anna, sull´angolo della via, mentre egli tornava all´Oratorio, da S. Francesco d´Assisi. Il suo aspetto era bellissimo. - Ma come! voi qui? le disse D. Bosco; non siete morta

- Sono morta, ma vivo, rispose Margherita. E siete felice?

- Felicissima. - E D. Bosco, chiestele varie cose, la interrogò se dopo morte fosse subito entrata in paradiso. Margherita rispose che no. Quindi volle da lei sapere se in paradiso vi fossero vari giovani, dei quali fece i nomi, e Margherita rispose che sì.

     - E ora fatemi conoscere, continuò D. Bosco, che cosa godete in paradiso.

     - Non posso fartelo intendere.

     - Datemi almeno un saggio della vostra felicità; fatemene almeno sentire qualche stilla!

      Allora vide sua madre tutta risplendente, ornata di una preziosissima veste, con un aspetto di maestà meravigliosa e dietro a lei come un coro numeroso. Margherita si pose a cantare. Il suo canto d´amore a Dio, d´una inesprimibile dolcezza, andava diritto al cuore, lo invadeva e lo trasportava senza violentarlo. Sembrava l´armonia di mille voci e di mille gradazioni di voci che dai bassi più profondi salivano agli acuti più alti, con una varietà di toni e differenza di modulazioni, e vibrazioni più o meno forti e talora impercettibili, combinate con tanta arte, delicatezza e accordo che formavano un sol tutto. D. Bosco a quella, soavissima melodia rimase così incantato, che gli sembrava essere fuori dei sensi, e più non seppe che cosa dire o chiedere a sua madre; e Margherita, come ebbe finito il canto, si rivolse a lui dicendogli: - Ti aspetto, poichè noi due dobbiamo star sempre insieme. - Proferite queste parole, disparve.

 

 

 

Col demonio (1860, MB V, 694)

Un mattino avendo io domandato a D. Bosco se nella notte avesse riposato bene, mi rispose: - Non molto, perchè fui molestato da un brutto animalaccio, sotto forma di orso, il quale mi si pose sul letto e tentò, opprimendomi, di soffocarmi. - Questo fatto non avvenne una sol volta; e D. Bosco diceva chiaramente come fossero molestie infernali ”. Altri dell´Oratorio esposero nei medesimi termini il fatto su esposto, persuasi da varii altri indizi, che realmente qui si avesse del preternaturale.

      La notte poi nella quale D. Bosco finì di scrivere le prime regole della Pia Società Salesiana, frutto di tante preghiere, meditazioni e lavoro, mentre scriveva la frase di conclusione: Ad maiorem Dei gloriam, ecco apparirgli l´inimicus homo, muoversi il suo tavolino, rovesciarsi il calamaio, macchiarsi d´inchiostro il suo manoscritto; e questo sollevarsi turbinosamente in aria, ricadere, sfogliarsi, con grida così strane da incutere profondo terrore; e in fine restar tutto così imbrattato da non essere più leggibile e dover poi D. Bosco ricominciare il suo lavoro. Ciò confidava D. Bosco stesso ad alcuni e fra questi al Missionario D. Rabagliati Evasio.

Le coscienze dei giovani nel segno del pane (1860, MB V, 723-724)

Una sera D. Bosco disse in pubblico che aveva visti in sogno tutti noi distribuiti in quattro crocchi distinti e che stavamo mangiando. I giovani di ogni crocchio avevano in mano un pane differente. Questi una pagnotta fresca, fina, gustosissima; quelli un pane bianco ordinario; gli uni pane nero di crusca, e finalmente gli ultimi pane coperto di muffa e guasto. I primi erano gli innocenti, i secondi i

buoni, i terzi quelli che si trovavano attualmente in disgrazia dì Dio, ma non abituati nel peccato, il quarto crocchio coloro che fissi nel male non facevano sforzo alcuno per mutar vita. D. Bosco, data spiegazione della causa e degli effetti di tali alimenti, affermò di ricordare benissimo qual pane ciascun di noi mangiasse, e che se andavamo ad interrogarlo egli ce lo avrebbe detto. E molti andarono, e D. Bosco in privato ad uno ad uno svelava come lo avesse visto nel sogno; e con tali osservazioni e particolarità sullo stato della loro coscienza, che tutti poterono persuadersi non essere il suo un giuoco di fantasia e molto meno un´azzardata congettura. I segreti più nascosti, i peccati taciuti in confessione, le intenzioni non rette in certe opere, le conseguenze di una condotta poco riguardosa, e anche le virtù, lo stato di grazia, la vocazione, ogni cosa insomma spettante le singole anime, scoperta, descritta, o profetata. Si vedevano i giovani fuori di sè per lo stupore, dopo che erano stati a colloquio con D. Bosco e dicevano colla Samaritana: Dixit mihi omnia quaecumque feci (I). Queste parole poi le abbiamo udite ripetere le migliaia di volte per anni ed anni”.

Avvenimenti futuri (1859, MB VI, 300)

Ma in quei giorni, asserì D. Ruffino, D. Bosco appariva soprappensiero. Aveva egli narrato di aver visto in sogno un uomo di alta statura il quale, girando per le vie di Torino, toccava or l´uno or l´altro dei cittadini con due dita nella faccia. I toccati diventavano neri e cadevano morti. Era forse questa un´epidemia morale?

Intanto il buon padre proseguiva a tener ogni sera un discorsetto alla comunità. Un nostro vecchio amico di quei tempi così ci narrava.

Avvenimenti futuri(1859, MB VI, 301)

“Una delle prime sue parlate che udii (1859) fu sulla frequenza dei Sacramenti. Questa generalmente non era ancor bene avviata fra i giovani venuti dalle case loro. Egli raccontò un sogno. Gli era parso di essere vicino alla porta dell´Oratorio ed osservare i giovani di mano in mano che rientravano. Vedeva in quale stato si trovasse ciascheduno in faccia a Dio. Quand´ecco entrare nel cortile un uomo che portava una piccola cassetta. Costui andò in mezzo ai giovani. Venne l´ora fissata per le confessioni e quell´uomo aperta la cassetta, tirò fuori una marmottina e la faceva ballare. E i giovani invece di entrare in Chiesa gli facevano corona attorno, ridendo e schiamazzando per i suoi lazzi, mentre egli lentamente si ritirava nella parte del cortile più lontana dalla cappella. D. Bosco descrisse prima, senza far nomi, lo stato della coscienza di molti giovani, quindi venne a narrare gli sforzi e le insidie del demonio per distrarli e svogliarli dall´andarsi a confessare. Con quella marmottina fece ridere molto il suo uditorio, ma lo fece anche riflettere seriamente sulle cose dell´anima. Tanto più che poi in privato svelava, ai singoli che lo richiesero, ciò che essi credevano neppur l´aria dovesse conoscere. Ed era la verità. Questo sogno determinò la maggior parte dei giovani a confessarsi molto spesso e generalmente ogni settimana e la santa Comunione divenne molto frequentata.

 

 

Sogno premonitore (1860, MB VI, 546-547)

Ma come erasi sviata quella prima lettera? L´avevano riconosciuta e aperta alla posta e sequestrata per ordine del Ministero. D. Bosco nulla sapendo di una tal cosa compromettente, stavasene tranquillo, quando tre giorni prima della perquisizione, la notte dal mercoledì al giovedì, fece un sogno il quale, comunque si voglia spiegare, gli tornò di gran vantaggio. Ecco come narra D. Bosco stesso:

“ Mi sembrò di vedere una schiera di malandrini entrare in mia camera, impadronirsi della mia persona, rovistare nelle carte, in ogni forziere, mettere sossopra ogni scritto.

” In quel momento un di loro con aspetto benevole assai ebbe a dirmi: - Perchè non avete allontanato il tale e tale scritto? Sareste contento che si trovassero quelle lettere dell´Arcivescovo, che potrebbero essere causa di male a voi e a lui? E quelle lettere di Roma, che quasi dimenticate, sono poste qui (e indicava i luoghi) e quelle altre là? Se le aveste tolte vi sareste liberato da ogni molestia. - Fattosi giorno, scherzando ho raccontato il sogno come lavoro di fantasia; ciò nulla di meno ho messo parecchie cose in ordine, ed alcuni scritti che potevano essere interpretati a mio danno li ho allontanati. Questi scritti erano alcune lettere confidenziali affatto estranee a politica o a cose di governo. Poteva però essere considerato come delitto ogni istruzione ricevuta dal Papa o dall´Arcivescovo sul modo di regolarsi i sacerdoti riguardo a certi dubbi di coscienza. Quando per tanto cominciarono le perquisizioni io aveva trasportato altrove tutto ciò che avesse potuto dare il minimo appiglio di relazioni o allusioni politiche nelle cose nostre”.

Questo è il motivo per cui scarseggiano certe carte autentiche dei primi tempi dell´Oratorio. D. Bosco dovette servirsi in questo trafugamento di alcuni suoi giovani più fidati, i quali in quella premura, non avendo bene intesi gli ordini, parte degli scritti bruciarono, parte nascosero, parte consegnarono in Torino a persone sicure. Perciò il maggior numero dei preziosi documenti, che riguardavano le relazioni colla Sede Apostolica, alcune lettere di Pio IX, le copie delle lettere di D. Bosco al Papa; la corrispondenza dal 1851 coll´Arcivescovo di Torino; il carteggio con uomini di Stato specialmente coi Ministri passati; le memorie e gli appunti sopra i sogni, che D. Bosco soleva scrivere e conservare per suo conforto; la narrazione di grazie concesse dalla Madonna, di fatti miracolosi e anche di azioni straordinarie dei giovani, come oggetti o di pericolo o di pura curiosità, andarono perduti. Non vi era tempo per fare una scelta giudiziosa. Varii di questi fogli da tempo li conservava presso di sè Giuseppe Buzzetti e senza badare ad altro li distrusse per la sicurezza di Don Bosco. Di alcuni fu dimenticato il nascondiglio e furono scoperti anni dopo sotto un trave della chiesa di S. Francesco.

Non deve però recar meraviglia, questo che si potrebbe dire improvvido sperpero, perchè il fatto dimostra come quella fretta fosse necessaria; e ciò che fece stupire Don Bosco si fu, che i persecutori cercarono e rovistarono specialmente in quei siti, dove prima erano tali carte, cioè i luoghi che nel sogno gli erano stati indicat.

Mense divise in tre ordini (1860, MB VI, 708-709)

D. Bosco chiudeva la festa raccontando alla sera il seguente sogno:

Si trovavano tutti i miei giovani in un luogo ameno come il più vago de´ giardini, seduti a mense che da terra formando gradinata, si innalzavano tanto che quasi più non se ne vedeva la sommità. Le lunghe tavole erano quattordici disposte a vasto anfiteatro e come divise in tre ordini ciascuno sostenuto quasi da un muro che formava ripiano.

Al basso intorno ad una tavola posta sul nudo suolo spoglia d´ogni ornamento e vasellame si vedeva un certo numero di giovani. Erano mesti, mangiavano di mala voglia ed avevano innanzi un pane a forma di quello delle munizioni dei soldati; però tutto rancido e muffito che faceva schifo. Il pane sulla tavola era in mezzo a sudiciume e ghiande. Quei poveretti stavano come gli animali immondi al trogolo. Lo voleva dir loro che gittassero via quel pane; tuttavia mi son contentato di chiedere, perchè avessero innanzi un cibo così nauseante. Mi risposero: - Dobbiamo mangiare il pane che ci siamo preparati e non ne abbiamo altro. - Era lo stato di peccato mortale.

Dicono i proverbi al Capo I: “ Ebbero in odio la disciplina e non abbracciarono il timor del Signore, e non porsero le orecchie a´ miei consigli e si fecero beffe di tutte le mie correzioni. Mangeranno pertanto i frutti delle opere loro e si saluteranno de´ loro consigli ”.

Ma di mano in mano che le mense salivano, i giovani si mostravano più allegri e mangiavano pane più prezioso. Erano bellissimi, splendenti e di beltà e splendore sempre crescente. Le loro tavole ricchissime erano coperte con tovaglie di raro lavoro, sulle quali brillavano candelabri, anfore, tazze, vasi di fiori indescrivibili, piatti con preziose vivande; tesori di valore inestimabile. Il numero di questi giovani compariva grandissimo. Era lo stato dei peccatori convertiti.

Finalmente le ultime mense alla sommità avevano un pane che non so definire. Pareva giallo, pareva rosso, e lo stesso colore del pane era quello delle vesti e della faccia dei giovani, che splendeva tutta di luce vivissima. Costoro godevano di una allegria straordinaria e ciascuno cercava di parteciparla agli altri compagni. Nella loro beltà, luce e splendore di mense, superavano di gran lunga tutti quelli che occupavano i gradi sottoposti. Era lo stato di innocenza.

Degli innocenti e de´ convertiti afferma lo Spirito Santo ne´ proverbi al Capo I: “ Chi ascolta me, avrà riposo senza paura, e sarà nell´abbondanza, scevro dal timore dei mali ”.

Ma il più sorprendente si è che quei giovani li riconobbi tutti dal primo all´ultimo, dimodochè vedendone ora uno, parmi vederlo ancora là assiso nel suo luogo a quella tavola. Mentre io era meravigliato a quello spettacolo che non poteva capire, vidi un uomo alquanto lontano. Corsi per interrogarlo, ma intanto inciampai in qualche cosa e mi svegliai trovandomi nel letto. Voi mi avete domandato un sogno ed io ve l´ho raccontato. Però non fatene altro caso di quello che può meritarsi simile materia.

Tre giudici illustri – A (1860, MB VI 817-822)

Nelle tre notti che procedettero l´ultimo giorno del 1860, D. Bosco fece tre sogni, come egli li chiama, ma che noi con tutta sicurezza, per ciò che abbiamo veduto, sentito, provato, possiamo appellare celesti visioni. Era lo stesso sogno tre volte ripetuto, ma sempre con circostanze diverse. Ecco in breve come il nostro buon padre lo raccontò nell´ultima sera dell´anno 1860 a tutti i giovani radunati. Così egli parlò:

Mi trovai per tre notti consecutive in una campagna a Rivalta con D. Cafasso, con Silvio Pellico e con il Conte Cays. La prima notte la passammo discorrendo sopra certi punti di Religione riguardanti specialmente i tempi che corrono. La seconda si passò in conferenze morali in cui si fecero e si sciolsero casi di coscienza, spettanti specialmente la direzione della gioventù. Veduto che già per due notti di seguito faceva un tal sogno, deliberai di raccontarlo ai miei cari figliuoli, se ancora avessi sognato le stesse cose per la terza volta. Ed ecco che la notte del 30 al 31 dicembre mi trovai nuovamente nello stesso luogo cogli stessi personaggi. Lasciato da parte ogni altro discorso, mi venne alla mente che alla sera del giorno seguente, che era l´ultima dell´anno, secondo l´uso, doveva dare la strenna ossia i ricordi ai miei cari figliuoli. Perciò mi rivolsi a D. Cafasso e gli domandai:

Voi che siete mio così grande amico, datemi voi stesso una strenna per i miei figli.

Egli mi rispose: - Oh, adagio; se volete che io vi dia la strenna, andate e dite prima ai vostri giovani che preparino e aggiustino i loro conti. - Noi eravamo in una gran sala in mezzo alla quale stava un tavolo. D. Cafasso, Silvio Pellico, il Conte Cays andarono a sedersi a quella tavola. Io intanto per obbedire a D. Cafasso uscii da quel salone ed andai a chiamare i giovani i quali erano fuori, facendo ciascuno addizioni sopra una pagina che tenevano fra le mani. I giovani entravano ad uno per uno tenendo in mano la loro cartella, nella quale vi erano molti numeri da addizionare e si presentavano ai tre sullodati personaggi e loro consegnavano la propria cartella. Quei signori ricevutala vi facevano l´addizione, e, se era ben fornita e con chiarezza di numeri, la restituivano a ciascheduno; la sdegnavano, respingendola, se le cifre erano imbrogliate. I primi erano quelli che avevano i conti aggiustati, i secondi erano quelli che li aveveno disordinati. Non pochi erano tra questi ultimi. Quelli che ricevevano la loro cartella aggiustata uscivano dalla sala tutti contenti e andavansi a ricreare nel cortile; gli altri invece uscivano tutti mesti e angustiati. La folla de´ giovani stava aspettando il suo turno fuori della soglia, tutti colla cartella in mano. Lungo tempo durò questa funzione, ma finalmente nessuno più si presentò. Sembrava che tutti i giovani fossero passati, quando D. Bosco vedendo alcuni che stavano aspettando e non entravano, chiese a D. Cafasso: Ma costoro che cosa fanno? - Costoro rispose D. Cafasso, hanno la cartella vuota di numeri, quindi non si può far l´addizione; perchè qui si tratta di sommare insieme quello che già si possiede, quello che si è fatto. Perciò vadano quei giovani a riempire la loro cartella di cifre, e poi vengano e si potrà fare l´addizione. - In questo modo fu terminata quella gran quantità di conti.

Allora io coi tre nominati personaggi uscimmo da quella sala nel cortile, e vidi un numero di giovani, coloro i cui cartelli erano stati trovati pieni di cifre e in ordine, che correvano, saltavano, si ricreavano con un piacere straordinario. Erano tutti contenti come tanti principi. Non potete immaginarvi il gaudio che io provava per la loro allegrezza.

Ma vi era un certo numero di giovani che non si ricreavano, ma stavano osservando gli altri. Costoro non erano molto allegri. Fra questi ultimi, poi, gli uni avevano una benda agli occhi altri una nebbia, altri il capo attorniato da una nube oscura; alcuni mettevano fumo dal capo, alcuni altri avevano il cuore pieno di terra, altri lo avevano vuoto delle cose di Dio. Io li vidi e li conobbi molto bene e li ho ancora così presenti alla mente, che potrei nominarli uno per uno dal primo all´ultimo.

Intanto io mi accorsi che dal cortile mancavano molti dei miei giovani e dissi fra me dopo aver riflesso: - Dove sono coloro che avevano la cartella tutta bianca, perchè vuota di cifre? Guardo di qua, guardo di là e finalmente volsi l´occhio verso un angolo del cortile ed oh! spettacolo miserando! Ne vedo uno coricato per terra, pallido come la morte. Poi altri seduti sopra un basso e lurido scanno, altri sdraiati sopra uno sconcio pagliariccio, altri sopra il nudo suolo, altri sopra le pietre che ivi si trovavano. Erano tutti coloro che non avevano i loro conti aggiustati. Giacevano gravemente infermi, chi nella lingua, chi negli orecchi, chi negli occhi. Lingua, orecchi ed occhi brulicavano di vermi che li rodevano. Uno aveva la lingua tutta marcia, l´altro aveva la bocca piena di fango, e un altro metteva un fetore pestifero fuori dalla gola. Varie erano le malattie di altri infelici. Chi aveva il cuore tarlato, e chi guasto e già corrotto; chi aveva una piaga e chi un´altra. Ve n´era persino uno tutto rosicchiato. Era quello un vero ospedale.

A simile vista io rimasi sbalordito, non potendomi persuadere di quanto vedeva; ed: - Oh! che cosa è questo? esclamai dolorosamente. E mi avvicinai ad uno di quelli infelici e gli domandai:

Ma sei tu proprio N. N.?

- Sì, mi rispose, son proprio desso.

- Ma come va che sei in questo stato, così malconcio?

- Che vuole? farina del mio sacco! Veda! Questo è il frutto de´ miei disordini.

Mi avvicinai ad un secondo e ne ebbi la stessa risposta. Questo spettacolo mi passava il cuore come un´acutissima spina, la quale però mi fu addolcita dalla vista di ciò che sono per raccontare.

Intanto col cuore vivamente commosso mi volsi a D. Cafasso, e gli domandai supplichevolmente: - A qual rimedio debbo appigliarmi per far guarire questi miei poveri giovani?

- Voi lo sapete al par di me quello che si debba fare; mi rispose D. Cafasso; non avete bisogno che io ve lo dica. Pensateci! Ingegnatevi!

- Dia almeno la strenna ai sani; replicai con slancio di umile, ma confidente preghiera.

D. Cafasso allora mi fa cenno di seguirlo e avvicinatosi al palazzo dal quale eravamo usciti, aperse un uscio. Ed ecco innanzi a me affacciarsi una sala magnifica, tutta ornata d´oro, d´argento e di ogni più prezioso addobbo, illuminata da migliaia di lampade, da ogni punto della quale usciva una luce, che il mio sguardo non poteva quasi reggere a tali splendori. Stendevasi a vista d´occhio in lunghezza e larghezza. In mezzo a questa sala regale eravi un´ampia tavola tutta carica di confetture di ogni specie. Vi erano amaretti quasi grossi come le munizioni da soldato, biscottini alti quasi un piede e mezzo, sicchè un solo avrebbe bastato a saziare un giovane. Ciò veduto io mi slanciai subito per correre a chiamare i giovani, invitandoli a venire attorno a quella tavola e per contemplare il magnifico spettacolo di quella sala. Ma D. Cafasso mi fermò subito gridando: - Adagio! Non tutti possono mangiare di quei biscotti e di que´ amaretti. Chiamate solamente quelli che hanno i loro conti aggiustati.-

Così feci, e in un istante quella sala fu piena di giovani. Allora io mi accinsi a rompere e a distribuire quei biscotti e quegli amaretti che erano di una grande bellezza. Ma D. Cafasso mi si oppose: e, - Adagio, D. Bosco, mi disse, adagio! Non tutti quelli che son qui possono gustare di questi confetti; non tutti ne sono degni. - E mi disse e mi indicò chi fossero gli indegni. Fra questi enumerò in primo luogo quelli che erano piagati, che non si trovavano nè anco in quella sala cogli altri, perchè non avevano i conti aggiustati; quindi mi indicò quelli pure, i quali sebbene avessero i loro conti in regola, avevano però o la nebbia agli occhi o il cuore pieno di terra, o vuoto delle cose del cielo.

Ma io tosto con aria supplichevole gli dissi: - D. Cafasso! lasciate un po´ che io ne dia anche a questi ultimi: sono essi pure miei cari figliuoli; tanto più che vi ha qui l´abbondanza e non c´è pericolo che ne manchi.

- No, no, continuò a dire: solo quelli che hanno la bocca sana ne possono gustare; gli altri no: non gustano questi confetti: non son fatti per queste dolcezze; perchè siccome hanno la bocca guasta e piena di amarezza, le cose dolci fan loro schifo e non possono mangiarne. - Mi acquetai e intanto mi posi a distribuire quei biscotti e quelli amaretti solo a coloro, che mi erano stati indicati. Serviti che furono tutti lautamente una prima volta, ripresi da capo la distribuzione e a tutti ne diedi nuovamente una dose abbondante. Io vi assicuro che mi compiaceva nel vedere i giovani mangiare con tanto gusto. Sul loro volto era dipinta la gioia; non parevano più i giovani dell´Oratorio tanto erano trasfigurati.

Coloro che nella sala erano rimasti senza dolci, stavano in un angolo di essa melanconici e confusi. Preso di somma compassione mi volsi nuovamente a D. Cafasso e gli chiesi ripetutamente che permettesse fossero distribuiti i dolci eziandio a costoro, perchè potessero gustarne.

- No, no; replicò D. Cafasso; costoro non possono mangiarne; fateli guarire e poi allora anch´essi ne mangieranno. - Io guardava quei poveretti. Guardava eziandio quei molti, rimasti fuori così malconci, ai quali eziandio nulla si era dato. Li riconobbi tutti e mi avvidi che alcuni di essi avevano per maggior sventura il cuore tarlato.

Replicai quindi a D. Cafasso: - Ma mi dica adunque; qual rimedio debbo adoperare; mi dica cosa debbo fare per guarire quei miei figliuoli?

Di bel nuovo mi rispose: - Pensateci, ingegnatevi, voi lo sapete!

Allora lo pregai che mi volesse dare la strenna promessa per i miei giovani.

- Ebbene! rispose; ve la dico! E postosi come uomo che si dispone a partire, per ben tre volte con voce ogni volta più alta, gridò: - State attento! State attento! State attento! - Così dicendo egli co´ suoi compagni disparve e dileguossi eziandio tutto il sogno. Allora fui desto come adesso che vi parlo e mi trovai seduto sul letto colle spalle fredde come il ghiaccio.

Questo fu il mio sogno; ora ciascuno lo interpreti come vuole, ma sappia sempre dargli il peso che si merita un sogno. Però se c´è qualche cosa che possa essere utile alle nostre anime, accettiamola. Non vorrei tuttavia che alcuno andasse a raccontare questo sogno fuori di casa.

lo l´ho narrato a voi, perchè siete miei figliuoli, ma non voglio che lo diciate ad altri. Intanto io vi posso assicurare che ho presente ancora ciascheduno di voi, come vi ho visti nel sogno, so dire chi era ammalato e chi no, chi mangiava e chi non mangiava. Ora non voglio mettermi qui a dire in pubblico lo stato di ciascheduno, ma mi riserbo a dirlo a tutti in particolare. La strenna che io do in generale a tutti quelli dell´Oratorio si è: frequente e sincera confessione, frequente e divota Comunione.

Tre giudici illustri - B (1860, MB VI, 829-831)

La prima volta sognai, essendo il 28 dicembre, e il sogno si ripetè nella notte del 29 e del 30. Nella prima notte si trattarono punti e questioni di teologia riguardanti il tempo presente, ossia le cose del giorno, ed ebbi molti lumi.

” La seconda notte molte questioni di morale pure riguardanti il tempo presente, intorno ai varii casi di coscienza dei giovani dell´Oratorio.

” La terza notte furono casi pratici, coi quali conobbi l´interno morale di ciaschedun giovane in particolare. Nel primo, giorno io non voleva dare retta, poichè il Signore ce lo proibisce nella Sacra Scrittura. Ma in questi giorni scorsi, dopo aver fatte parecchie esperienze, dopo aver presi diversi giovani a parte, e aver detto loro le cose tali e quali le aveva viste nel sogno, e che essi mi assicurarono essere proprio così, allora io non potei più dubitare, che questa sia una grazia straordinaria, che il Signore concede a tutti i figli dell´Oratorio. Io perciò mi trovo in obbligo di dirvi che il Signore vi chiama e vi fa sentire la sua voce, e guai a coloro che vi resistono.

”D. Cafasso adunque fece andare tutti in una sala e a tutti diede la loro pagina. Alcuni avevano l´intero conto aggiustato. Altri avevano i numeri, ma vi era ancor da fare un´addizione. - E la pagina la presero tutti? - No: perchè molti erano fuori, chi coricati su pagliericci, chi seduti sopra scanni, chi per terra e nel fango: alcuni tutti coperti di ferite e di piaghe che facevano ribrezzo.

” Quelli che presero la loro cartella uscirono poi a fare la ricreazione; ma neppure la facevano tutti; perchè molti di essi avevano gli occhi attorniati da una nebbia, altri gli occhi bendati, altri il cuore tutto tarlato.

” Quelli che avevano la cartella aggiustata sono quelli che hanno la loro coscienza in ordine.

” Quelli che avevano la loro cartella ma non compita, sono quelli, la cui coscienza è aggiustata, ma ci manca ancora l´addizione almeno dell´ultima confessione.

” Quelli che avevano gli occhi avvolti nella nebbia o bendati, sono quelli animati dallo spirito di superbia e d´amor proprio. Quelli che erano sdraiati io saprei nominarli ad uno ad uno e dire il perchè erano sui pagliericci o sugli scanni o per terra. Vidi l´interno dei cuori. Molti lo avevano ripieno di cose belle: di rose, di gigli, di violette fragrantissime. Questi fiori indicavano le varie virtù. Ma gli altri!... Il cuore tarlato significava quelli che nutrono odii, rancori, invidie, antipatie, ecc. ecc.

” Alcuni avevano il cuore pieno di vipere, indizio dei molteplici peccati mortali. Altri lo avevano pieni di terra e sono quei che hanno il cuore attaccato alle cose terrene, alle cose sensuali. Molti poi avevano il cuore vuoto e sono quelli che si trovano bensì in grazia di Dio e non sono attaccati alle cose terrene e sensuali, ma non procurano colle pratiche di pietà di riempirlo di timore di Dio. Vivono sbadatamente, e se non cadranno al primo laccio che loro tenderà il demonio, tuttavia a poco a poco diverranno cattivi.

” Coloro pertanto che non hanno, ancora le cose dell´anima aggiustate, deh! non aspettino oltre ad aggiustarle: vengano pure: mi promettano solamente di non negarmi cosa alcuna che io loro dimanderò; poi, se essi non sapranno dire, dirò io per loro. Io mi trovo in istato di dire a ciascuno il passato, il presente ed anche un po´ del futuro. Io vi dico in questo punto certe cose che non dovrei dire! Oh cari giovani! Inorridisco al pensiero! Vi assicuro che io non avrei mai creduto che nella nostra casa vi fossero tanti giovani che avessero le cose della loro coscienza così disordinate, così male aggiustate: no, io non l´avrei creduto mai!

” Quanti vi erano di quei piagati distesi per terra! Io ve lo assicuro, che passai notti e giorni terribili. Lodo coloro che pensarono già ad aggiustare la loro coscienza; ma molti altri ancora non ci pensano. - Dicendo queste parole, con voce commossa, grosse lagrime gli cadevano dagli occhi. Dopo breve pausa, augurò la buona notte. Non pochi dei giovani piangevano pure. Queste parole ottennero l´effetto desiderato ”.

Ruffino. - “ 15 gennaio. -Gli artigiani continuano a fare la confessione generale.

” Oggi da alcuni si rivolse a D. Bosco questa interrogazione: - Come va che avendo fatto il primo sogno circa a Natale, aspettò a raccontarcelo?

- Dirò quello che ho già detto; io feci quel sogno, ma per una parte non voleva darvi retta; per l´altra parte lo vedeva troppo importante, e perciò esaminai ben bene la cosa. Poi chiamai un giovane che aveva veduto nel sogno dei più sconciamente piagati e gli dissi: - Tu stai così e così di coscienza; secondo le piaghe che gli avevo vedute. E l´altro rispose che veramente era tale il suo stato. Ne chiamai un altro e trovai la stessa esattezza di risposte, concordante con le cose da me viste. In un terzo ancora da me esaminato vidi verificarsi il mio sogno. Allora non potei più dubitare. In quel sogno io conobbi lo stato di coscienza di tutti i giovani, il loro stato presente e molto anche del futuro.

Monte contro un giovane (1860, MB VI, 828)

“ 12 gennaio. - D. Bosco questa mattina, chiamò un giovane in sua camera e gli disse così: - Io vidi la scorsa notte la morte che andava minacciosa verso di te. Quando fu al tuo fianco stava in procinto di vibrarti un colpo colla tremenda sua falce. Io ciò vedendo corsi subito ad arrestare il suo braccio; ma essa rivoltasi verso di me, disse: - Lasciami. Costui è indegno di vivere? Perchè tollerare che stia al mondo uno, il quale non corrisponde alle tue cure e abusa così delle grazie del Signore, - Ma io la scongiurai a risparmiarti e ti lasciò. ” Quel poveretto udito il sogno, tanto ne rimase colpito e commosso che tra le lagrime ed i singulti, fece subito la sua confessione e moltissime promesse.

Passeggiata dei giovani al paradiso (1861, MB VI, 865-878)

Passiamo a narrare un altro bel sogno ch´ebbe Don Bosco nelle notti del 3, 4, 5 aprile 1861. “ Varie circostanze, scrisse D. Bonetti, che in quello si ammirano, convinceranno abbastanza il lettore essere uno di que´ sogni che il Signore si compiace a quando a quando di mandare a suoi servi fedeli ”. Egli e D. Ruffino lo descrissero minutamente, come noi lo esponiamo.

D. Bosco nella sera del 7 aprile, dopo le orazioni, salì in cattedra per indirizzare qualche buona parola ai suoi giovanetti e cominciò così:

 

- Ho qualche cosa a dirvi molto curiosa. Vi voglio raccontare un sogno. Egli è un sogno e perciò non è una realtà. Di ciò vi avviso acciocchè non gli diate maggior valore di quello che si merita. Prima di narrarvelo debbo premettere qualche osservazione. Io a voi dico tutto, come desidero che voi diciate tutto a me. Per voi non ho segreti; ma quello che si dice qui non sia propagato di fuori; sia detto e rimanga solo fra noi. Non che sia reo di peccato chi lo raccontasse a persone estranee, ma è meglio che non varchi le soglie di questa casa. Parlatene pure fra di voi, ridete, scherzate su ciò che sono per dirvi, finchè vi pare e vi piace; ed anche ma solo con quelle poche persone, le quali potrete capire che dalla vostra confidenza saranno per ricavarne alcun bene; e alle quali crederete sia conveniente farla. Il sogno è diviso in tre parti: fu fatto in tre notti consecutive e perciò stasera ve ne conterò una parte e le altre due parti nelle sere seguenti. Ciò che mi produsse molta meraviglia si è che io ripresi il sogno, nella seconda e nella terza notte, da quel punto stesso nel quale lo avevo interrotto la notte antecedente nel risvegliarmi.

I Parte (865-871)

I sogni si fanno dormendo e perciò io dormiva. Alcuni giorni prima mi ero recato fuori di Torino, passando vicino alle colline di Moncalieri. La vista di queste colline già alquanto verdeggianti, mi rimase impressa; e quindi può darsi che nelle notti seguenti dormendo, l´idea di quello spettacolo delizioso venisse di bel nuovo ad affacciarsi alla mia mente, e, lavorando la fantasia nascesse vaghezza di fare una passeggiata. Fatto sta che io sognando, divisai di fare una passeggiata. Parevami di essere in mezzo ai miei giovani in una pianura; innanzi ai miei occhi si elevava un alto e vasto colle. Eravamo tutti fermi, quando ad un tratto feci ai giovani la proposta: - Andiamo a fare una bella passeggiata?

- Andiamo!

- Ma dove?

Ci siamo guardati in faccia, abbiamo pensato, e poi per non so quale stranezza alcuno incominciò a dire: - Andiamo in paradiso?

- Sì, si! andiamo in paradiso: - gridarono gli uni.

- Sì, sì! andiamo a fare una bella passeggiata in paradiso!

replicarono gli altri.

- Bene, benissimo! andiamo; gridarono tutti d´accordo.

Eravamo in una pianura e messici in via, dopo qualche tratto di cammino, ecco che ci trovammo ai piedi della collina. Abbiamo incominciato ad andar su per i sentieri di questa. Ma quale spettacolo veramente ammirabile! Quanto il nostro sguardo poteva stendersi, il pendio di quella lunga collina era tutto coperto di piante di ogni specie, tenere e basse, robuste e alte, queste però non più grosse di un braccio. Vi erano piante di pere, di mele, di ciliege, di susine, di vite ecc. ecc. Ma quello che è singolare, sovra una medesima pianta si vedevano fiori che incominciavano a sbocciare, e fiori pienamente formati con vaghi colori: frutti piccoli e verdeggianti e frutti grossi e maturi: dimodochè sopra ciascuna di quelle piante vi era quanto di bello ha la primavera, l´estate, l´autunno. Le frutta erano in tanta quantità, che pareva le piante non potessero sostenerle.

I giovani venivano da me e mi domandavano curiosamente spiegazione di questo, perchè non sapevano rendersi ragione di simile miracolo. Io mi ricordo che, per appagarli in qualche modo, dava loro cotesta risposta: - Ecco! Il paradiso non è come la nostra terra, dove si cangiano le temperature e le stagioni. Qui non vi sono cangiamenti; la temperatura è sempre uguale, mitissima, adatta per la vegetazione di ogni pianta. Quindi raccoglie in se stesso e nel medesimo tempo, tutto il bello e tutto il buono delle varie stagioni dell´anno.

Noi restavamo estatici osservando quell´incantevole giardino. Spirava un´aria dolce dolce; nell´atmosfera regnava una calma, un tepore, una soavità di profumi, che ci penetrava tutti e ci persuadeva essere desso confacente ed ogni sorta di frutta. I giovani qua prendevano un pomo, là un pero, ora una ciliegia, ora un grappolo d´uva: e così tutti insieme salimmo lentamente quella collina. Quando giungemmo alla sommità ci credevamo di essere in paradiso; ma invece ne eravamo ben lungi. Da quella vetta, al di là di una grande spianata, in mezzo ad un vasto altipiano, si vedeva un´altissima montagna che toccava le nubi. Su per questa saliva arrampicandosi con stento, ma con grande alacrità, molta gente e sulla cima vi era CHI invitava quei che salivano e faceva loro coraggio. Vedevamo eziandio altri che discendevano dalla sommità fino al basso e venivano ad aiutare coloro, che erano troppo affaticati nel progredire fra quelle rapide balze. Quelli che finalmente giungevano alla meta erano ricevuti con gran festa e giubilo. Tutti noi ci siamo accorti che là stava il paradiso e scendendo verso l´altipiano movemmo alla volta di quella montagna per vedere e salire anche noi. Già avevamo percorso buon tratto di via: molti giovani correndo, per giungere più presto, precedevano di lungo tratto la moltitudine dei compagni.

Ma che? Prima di arrivare alle falde della montagna, vi era in quell´altipiano un gran lago pieno di sangue e di una estensione come dall´Oratorio a Piazza Castello. Intorno alle rive di questo giacevano tronconi di mani, di piedi, di braccia, di gambe cranii spaccati, corpi squartati ed altre membra lacerate. Miserando spettacolo d´orrore! Sembrava che in questi luoghi fosse stata combattuta una sanguinosissima battaglia! Quei giovani, che correndo arrivarono i primi si arrestarono inorriditi. Io che mi trovavo ancor lontano e di nulla mi ero accorto, osservando i loro gesti di stupore e come più non camminassero e fossero profondamente melanconici, gridai: - Che cosa vuol dire questa tristezza? Che cosa c´è? Andate avanti!

- Sì? Andare avanti? Venga, venga a vedere - Mi rispondevano essi. Affrettai i passi e vidi !! Tutti gli altri giovani sopraggiunti, che pochi istanti prima erano così allegri, diventarono tutti silenziosi e melanconici. Io ritto sulle spiagge del lago misterioso osservava: ma non si poteva passar oltre. In faccia, sulle rive opposte, leggevasi scritto a grandi caratteri: Per sanguinem.

I giovani si domandarono a vicenda: - Che cosa é? Che cosa vuol dire questo spettacolo?

Allora ho interrogato UNO, che ora non mi ricordo più chi fosse, il quale ci disse: - Ecco qui vi è il sangue versato da coloro e sono tanti e tanti, che già toccarono la sommità del monte e andarono in paradiso. Questo sangue è quello dei martiri! Qui vi è il sangue di Gesù Cristo dal quale furono bagnati i corpi di coloro che furono uccisi in testimonio della fede. Nessuno può andare in paradiso senza passare per questo sangue e senza esserne asperso. Questo sangue è quello che difende la S. Montagna, figura della Chiesa Cattolica. Chiunque tenterà di assalirla, rimarrà affogato. E appunto tutte queste mani e piedi troncati, quei teschi sfracellati, quelle membra a pezzi, di cui vedete seminate queste rive, sono avanzi miserabili di tutti i nemici, che vollero combattere la Chiesa. Tutti furono fatti a pezzi! Tutti perirono in questo lago! - Quel giovane misterioso nel corso del suo parlare aveva nominati molti martiri, fra i quali enumerò pure i soldati del Papa, caduti sul campo di battaglia per la difesa del dominio temporale.

Ciò detto additandoci alla nostra destra, verso oriente, in fondo, un immenso vallone molto più grande, un quattro o cinque volte almeno del lago di sangue, soggiunse: - Vedete là quel vallone? Sappiate che laggiù si metterà il sangue di coloro, che per questa via avranno da salire su questo monte, il sangue dei giusti, di quei che morranno per la fede nei tempi futuri.

Io faveva coraggio ai giovani, esterreffati per ciò che vedevano e ciò che loro veniva annunziato, dicendo: - che se dovessimo morir martiri il nostro sangue sarebbe messo in quel vallone: ma le nostre membra non sarebbero mai state gettate con quelle che là si trovavano.

Intanto ci affrettammo a rimetterci in marcia e costeggiando quelle sponde, avevamo a sinistra la sommità della collina, per la quale eravamo venuti e alla destra il lago e la montagna. A un certo punto ove terminava il lago di sangue vi era un terreno sparso di querce, allori, palme e di altre piante. Noi ci mettemmo in questo per vedere se ci fosse possibile avvicinarci alla montagna. Ma ecco presentarcisi un altro spettacolo. Un secondo grande lago pieno d´acqua, con entrovi altre membra tronche e squartate. Sulla sponda stava scritto a caratteri cubitali: Per aquam.

Di bel nuovo domandavamo: - Che é? che non é? Chi ci darà la spiegazione di quest´altro mistero?

- In questo lago, UNO ci disse, c´è l´acqua uscita dal costato di Gesù Cristo, la quale benchè in piccola quantità, pure si è così aumentata, aumenta continuamente, ed aumenterà in futuro. Questa è l´acqua del Santo Battesimo nella quale furono lavati e purificati quelli che già salirono su questo monte, e dalla quale dovranno essere battezzati e purificati quelli, che ancora dovranno ascendere in avvenire. Da questa debbono essere bagnati tutti quelli che vogliono andare in paradiso. Vi si sale o per mezzo dell´innocenza o per mezzo della penitenza. Nessuno può salvarsi senza essere bagnato in quest´acqua.

Quindi accennando a quella strage prosegui: - Quelle membra di morti son di coloro che nel tempo presente assalirono la Chiesa.

Intanto noi vedevamo molta gente, ed anche alcuni dei nostri giovani, che camminava sopra l´acqua con celerità straordinaria e con una leggerezza tale, che appena toccava l´acqua colla punta dei piedi senza bagnarsi, e si portava all´altra sponda.

Noi eravamo attoniti per questo portento, ma ci fu detto: Costoro sono i giusti, poichè l´anima dei santi, allorchè è sciolta dalla prigione del corpo e anche il corpo quando è glorificato, non solo cammina leggermente e velocemente sopra l´acqua, ma vola sull´aria stessa.

Tutti i giovani allora desiderarono di correre sulle acque di quel lago, come avevano fatto coloro che avevano visti. Quindi si volgevano a me quasi interrogandomi collo sguardo. Ma nessuno osava ed io diceva ad essi: - Per parte mia non oso; è una temerità supporci così giusti, da poter passare su queste acque senza cadervi dentro.

Allora tutti esclamarono! - Se non osa lei tanto meno noi!  Continuammo ad andare ancora più avanti sempre girando attorno alla montagna ed eccoci ad un terzo lago, vasto come il primo, pieno di fuoco, con entrovi altre membra umane spezzate e tagliate. Si leggeva scritto sulla sponda opposta in un cartello: Per ignem. Mentre noi stavamo osservando quella pianura di fiamme: - Qui, ci disse quel tale, c´è il fuoco della carità di Dio e dei santi: le fiamme dell´amore, del desiderio per cui devono passare quelli che non sono passati pel sangue e per l´acqua. Questo è eziandio il fuoco con cui furono dai tiranni tormentati e consumati i corpi di tanti martiri. Molti sono quelli che dovettero passare per questa via per salire alla volta di quella montagna. Queste fiamme serviranno per abbruciare i loro nemici. - Per la terza volta noi vedevamo stritolati i nemici del Signore sul campo delle loro sconfitte!

Ci affrettammo ad andare più avanti e al di là di questo lago, ve ne era un altro a guisa di grandissimo anfiteatro che presentava una vista ancor più terribile. Era pieno di bestie feroci, lupi, orsi, tigri, leoni, pantere, serpenti, cani, gatti e di tanti altri mostri che stavano colle fauci spalancate per divorar chiunque si avvicinasse. Vedevamo gente camminare sulle loro teste. Alcuni giovani si

misero a correre e passeggiavano anch´essi senza paura sulla testa spaventosa di quelle bestie, senza essere menomamente lesi. Io voleva richiamarli e gridava a tutta forza: - No! Per carità! Arrestatevi! Non andate avanti! Non vedete che esse stanno là, aspettando per sbranarvi e per divorarvi? - Ma la mia voce non era udita e continuavano a camminare sui denti e sulle teste di quelli animali, come sopra il luogo più sicuro. Il solito interpetre allora mi disse: Queste bestie, sono i demonii, i pericoli e le trame del mondo; costoro che passano sopra di esse impunemente sono le anime giuste, sono gli innocenti. E non sai che sta scritto: Super aspidem ei basiliscum ambulabunt ei conculcabunt leonem et draconem? Di tali anime parlava Davidde. E nel Vangelo si legge: Ecce dedi vobis potestatem calcandi supra serpentes et scorpiones, et super omnem virtutem inimici: ti nihil vobis nocebit.

Ci domandavamo: - Come dobbiamo fare per passare di là? Dovremo camminare anche noi su queste orribili teste?

- Sì, sì! venga, andiamo! mi disse qualcuno.

- Oh! io non me ne sento coraggio, risposi: è da presuntuoso supporci giusti da poter passare illesi sulle teste di questi mostri feroci. Andate voialtri se volete; io non ci vado.

Ed i giovani ripeterono: - Oh! Se non si sente ella tanto coraggio, tanto meno ci sentiamo noi!

Allontanatici dal lago delle bestie, abbiamo veduto un vasto terreno tutto gremito di gente. Ma di questi chi era o aveva apparenza di essere, senza naso, chi senza orecchie, chi aveva la testa tagliata: quale mancava di braccia, quale di gambe: questi era senza mani, quegli senza piedi. Agli uni mancava la lingua, agli altri erano stati svelti gli occhi. I giovani erano meravigliati nel vedere tutta questa gente così malconcia, quando UNO ci disse: - Sono gli amici di Dio: sono coloro che per salvarsi si mortificarono nei sensi, nelle orecchie, negli occhi, nella lingua e quindi hanno fatte molte opere buone. Molti hanno perdute quelle parti del corpo di cui son privi, per le grandi opere di penitenza, o lavorando per amore di Dio e del prossimo. Quelli della testa tagliata sono coloro che in modo particolare si consacrano al Signore.

Mentre stavamo considerando queste cose, vedevamo molta gente, parte della quale aveva attraversato i laghi, salire la montagna e ci furono additati altri sulla cima che davano la mano e facevano coraggio a chi saliva; e poi battevano le mani e dicevano: - Bravi! Bene! - Al rumore di questi applausi e di queste grida mi svegliai e mi accorsi che era nel mio letto. Questa è la prima parte del sogno, cioè la prima notte.

 

La sera dell´8 aprile D. Bosco si presentò ai giovani bramosi di ascoltare la continuazione del sogno. Sulle prime rinnovò la proibizione di mettersi le mani addosso e vietò loro eziandio di muoversi dal posto nella sala di studio e di girare qua e là da una tavola all´altra. Aggiunse ancora: - Chi deve uscire dallo studio per qualsivoglia motivo domandi sempre licenza al capo della tavola. - I giovani erano impazienti e D. Bosco sorridendo, dato uno sguardo attorno, dopo breve pausa, proseguì:

II Parte ( 871-875)

Tenete bene a mente che vi era un gran lago da riempire ancora di sangue, in fondo ad un vallone vicino al primo lago. Adunque dopo aver visti tutti i varii spettacoli già descritti e terminato il giro di quel vasto altipiano, trovammo che eravi un posto libero per poter passare oltre e ci avanzammo, io e tutti i miei giovani per una valle, che alla sua estremità metteva in una gran piazza. Ci inoltrammo. La piazza era larga e spaziosa nel suo entrare, ma andava restringendosi a poco a poco, in modo che in fondo, vicino alla montagna, terminava in un sentiero fra due rupi, per cui appena poteva passare un uomo solo. Quella piazza era piena di gente contenta e felice che si divertiva; ma tutta tendeva a quello strettissimo passaggio che metteva al monte. Noi ci domandammo l´un l´altro: - Che sia quella la via del paradiso? - Intanto coloro che erano assembrati in quel luogo, uno per volta andavano a passare per quel sentiero e per inoltrarsi dovevano restringere bene e panni e membra, farsi piccoli e deporre, se l´avevano, il fagotto o qualsivoglia altra cosa. Ciò bastò per assicurarmi quella essere la via del paradiso e mi venne in mente che per andare in cielo bisogna non solo spogliarsi del peccato, ma lasciare indietro ogni pensiero, ogni affetto terreno, secondo quello che dice l´Apostolo: Nil coinquinatum intrabit in ea. Noi per breve ora stavamo là a guardare. Ma quanto io fui stolto! Invece di tentare quel passaggio, abbiamo voluto tornare indietro per vedere che cosa ci fosse alle spalle di quella piazza. Avevamo vista altra molta gente in distanza ed eravamo spinti da viva curiosità di vedere che cosa facesse. Quindi ci mettemmo per una campagna amplissima il cui estremo confine non poteva essere raggiunto da occhio umano. Là ci siamo trovati in mezzo ad uno strano spettacolo. Vedemmo uomini ed eziandio molti dei nostri giovani aggiogati con varie specie d´animali. Vi erano dei giovani aggiogati con buoi. Pensava: - Che cosa vuol dire ciò? - Allora mi venne in testa che il bue è simbolo della pigrizia e pensai quelli essere i giovani pigri. Li conosceva, li vedeva proprio certi tali che erano inerti, lenti nell´adempimento dei loro doveri e diceva fra me stesso: - Sì! sta li! Ben ti sta: Non vuoi far mai niente ed ora sta pur li con quell´animale.

Vidi poi altri aggiogati con asini. Quelli erano i testardi e così accoppiati portavano pesi o pascolavano cogli asini. Erano coloro che non volevan arrendersi nè ai consigli, nè ai comandi dei Superiori. Ne vidi altri aggiogati coi muli o coi cavalli e mi venne in mente quello che dice il Signore. Factus est sicut equus et mulus quibus non est intellectus. Erano coloro che non vogliono mai pensare alle cose dell´anima: disgraziati senza cervello!

Vidi altri i quali pascolavano insieme coi porci: grutolavano nell´immondezza e nella terra come quegli animali schifosi, e come essi si avvoltolavano nel fango. Erano coloro che si pascolano solo di cose terrene, che vivono nelle brutte passioni, che stanno lontani dal Padre Celeste. Oh triste spettacolo! Allora mi venne pure in pensiero quello che dice il Vangelo del figliuol prodigo, che fu ridotto a questo stato luxuriose vivendo.

Vidi poi in fine moltissima gente e giovani con gatti, cani, galli, conigli, ecc. ecc. ossia i ladri, gli scandalosi, i millantatori, i timidi per rispetto umano e via discorrendo. Da tutta questa varietà di scene ci siamo accorti che quella gran valle era il mondo. Osservai bene tutti quei giovani ad uno ad uno! Da quel posto ci siamo avanzati ancora un poco in un´altra parte eziandio spaziosissima di quell´immensa pianura. Il terreno andava in declivio ma insensibilmente, cosicchè discendevamo senza accorgersene.

Vedevamo ad una certa distanza che il terreno sembrava prendesse l´aspetto di un giardino e dicemmo: - Andiamo a vedere quello che c´è colà?

- Andiamo!

E incominciammo a trovare delle bellissime rose purpuree. - Oh le belle rosei oh le belle rose! - gridavano i giovani, e corsero a coglierle. Ma che? Appena le ebbero in mano sentivano che mandavano cattivo odore. Quelle rose tanto vaghe e rosseggianti fuori, dentro poi erano infracidite. I giovani rimasero mortificati. Vedemmo eziandio delle violette freschissime in apparenza, che ci sembrava spandessero buon odore. Ma accostatici a prenderne alcune per formare qualche mazzolino, ci accorgemmo che sotto erano esse pure tutte guaste e puzzolenti.

Andavamo sempre avanti ed ecco ci siam trovati in mezzo ad incantevoli selvette di alberi, così carichi di frutti che era un piacere il vederli. Specialmente i pometi oh qual dilettevole apparenza avevano! Un giovane corse tosto e staccò dai rami una grossa pera che non poteva essere più bella e più matura, ma appena ci ebbe piantati dentro i denti, gettolla sdegnato lungi da sé. Era piena di terra e di sabbia con un gusto che muoveva il vomito.

- Ma che cosa è mai questo? domandammo.

Uno dei nostri giovani, e del quale so il nome, ci disse: Questo è tutto il bello e il buono che presenta il mondo? Tutto è apparenza, tutto è insipido!

Mentre pensavamo dove ci conducesse il nostro sentiero ci accorgemmo finalmente che discendeva, benchè appena fosse sensibile quel declivio. Un giovanetto allora osservò: - Qui si discende; si va in giù; non andiamo bene!

- Eh! andiamo a vedere - io risposi.

Intanto compariva una moltitudine sterminata, che correva per quella strada sulla quale eravamo noi. Erano chi in vettura, chi a cavallo, e chi a piedi. Saltavano, scorazzavano, cantando, danzando colla musica e molti camminavano al suono dei tamburi. Facevasi una festa ed un tripudio indicibile. - Fermiamoci un poco, abbiamo detto: stiamo un poco ad osservare, prima di avviarci con questa gente.

In quel mentre qualche giovane notò in mezzo a quella folla alcuni, che accompagnavano e sembravano dirigere le singole brigate. Essi erano di bell´aspetto e ben vestiti e di maniere graziose, ma si vedeva che sotto il cappello avevano le corna. Quella gran pianura era adunque il mondo perverso e maligno. Est via quae videtur homini recta, et novissima ejus ducunt ad mortem (I). A un tratto UNO ci disse: - Ecco come gli uomini vanno all´inferno, quasi senza accorgersene.

Ciò udito e visto, subito chiamai quei giovani che mi precedevano, i quali si misero a correre verso di me gridando: - Noi non vogliamo andare per colà giù. - E continuando tutti sempre correndo a ricalcare la via già fatta, mi lasciarono solo.

- Sì, avete ragione, io dissi quando li ebbi raggiunti; fuggiamo, e presto di qui, ritorniamo indietro, altrimenti senza che ce ne avvediamo discenderemo noi pure nell´inferno.

E volevamo tornare a quella piazza dalla quale eravamo partiti e metterci finalmente anche noi per quel sentiero che conduceva alla montagna del paradiso. Ma qual fu la nostra sorpresa quando dopo lungo cammino, non vedemmo più la valle, per la quale si andava al paradiso, ma sibbene un prato e nient´altro. Ci volgevamo da una banda, ci volgevamo dall´altra, ma non riuscivamo ad orizzontarci.

Chi diceva: - Abbiamo sbagliata la strada! - Chi gridava: - No, non abbiamo sbagliato; la strada è questa. - Mentre i varii giovani altercavano e ciascuno voleva sostenere la propria opinione, io mi svegliai.

Questa è la seconda parte del sono fatto nella seconda notte. Ma prima di ritirarvi, udite ancora questo. Io non voglio che diate peso al mio sogno, ma ricordatevi che i piaceri, i quali menano alla perdizione non sono che apparenti, non hanno che la superficie del bello. Ricordatevi anche di prendervi guardia da quei vizii, che ci rendono così simili alle bestie, da farci meritevoli di essere aggiogati con esse; e specialmente da certi peccati, che ci rendono simili agli immondi animali. Oh quanto è disdicevole per una creatura ragionevole essere messo a paro co´ buoi e cogli asini! Quanto più è disdicevole a chi fu creato ad immagine e somiglianza di Dio, e fatto erede del paradiso, l´avvoltolarsi nel fango come porci con quei peccati che la S. Scrittura chiama: Luxuriose vivendo.

lo non vi accennai che le circostanze principali del mio sogno e queste in breve, perché, a dirlo come fu, sarebbe cosa troppo lunga. Anzi, anche ieri sera non feci che un piccolo cenno di quanto ho veduto. Domani a sera vi racconterò la terza parte.

Alla sera del sabato 9 aprile D. Bosco continuava le sue descrizioni.

III Parte (875-878)

Non vorrei mai raccontarvi i miei sogni, anzi avantieri, appena ebbi incominciata la mia narrazione, mi sono pentito della mia promessa; ed avrei voluto non aver dato principio all´esposizione di ciò che voi desideravate sapere. Ma debbo dirlo: se taccio, se tengo per me il mio segreto soffro grandemente e raccontandolo ricevo da questo sfogo un grande sollievo, quindi proseguo.

Prima però devo premettere che nelle sere precedenti, dovetti troncare molte cose, delle quali non era spediente farvi racconto, e tralasciarne anche altre, le quali si possono vedere cogli occhi, ma non si possono esprimere colle parole.

Contemplate adunque passando, tutte quelle scene già dette, dopo aver visti i diversi luoghi, ed i modi con cui si va all´inferno, noi volevamo ad ogni costo andare in paradiso; ma gira di qua, gira di là ci disviammo sempre a vedere altre cose nuove. Finalmente indovinata la via giungemmo su quella piazza dove era radunata tanta gente che contendevasi di arrivare alla montagna; su quella piazza che pareva così grande, ma terminava in un sentiero piccolo piccolo tra le due alte rupi. Chi si metteva per questo, uscito appena dalla parte opposta, doveva passare un ponte alquanto lungo, strettissimo e senza ringhiera, sotto il quale si inabissava uno spaventoso precipizio. - Oh! Ecco là il luogo che mena al Paradiso, abbiamo detto; eccolo là; andiamoci! - E ci siamo incamminati alla volta di quello. Alcuni giovani si misero subito a correre lasciandosi indietro i compagni. Io voleva che mi aspettassero, ma essi eransi incapricciati di giungere prima di noi. Giunti però al varco si fermarono spaventati e non osavano inoltrarsi. Io faceva loro coraggio, perchè passassero: - Avanti, avanti ! Che cosa fate?

- Eh sì, mi rispondevano; venga lei a fare la prova! Fa caldo dover passare per un posto tanto stretto, ed attraverso quel ponte; se sbagliamo un passo, cadiamo in quell´acqua profonda incassata in questo abisso; e nessun più ci vede.

Ma finalmente qualcuno si avanzò pel primo, un secondo gli tenne dietro e così tutti, uno dopo l´altro, siamo passati al di là e ci trovammo ai piedi della montagna. Ci provammo a salire ma non riuscivamo a trovare alcun sentiero. Andavamo attorno alle falde osservando, ma ci si opponevano mille difficoltà ed impedimenti. In un luogo vi erano sparsi macigni accatastati disordinatamente, in un altro una rupe da sormontare: qui un precipizio, un cespuglio spinoso ci impediva il passo. Ripida dappertutto la salita. Scabrosa adunque era la fatica alla quale andavamo incontro. Tuttavia non ci sgomentammo ed incominciammo ad arrampicarci con ardore. Dopo breve ora di faticosa ascesa, aiutandoci di mani e di piedi, e a vicenda talvolta soccorrendoci, gli ostacoli incominciarono a sparire e ad un certo punto trovammo un sentiero praticabile e potemmo salire più comodamente.

Quand´ecco arrivammo ad un luogo ove in una parte di quel monte vedemmo molta gente, la quale pativa ma in un modo così orribile, così strano, che tutti restammo compresi di orrore e di compassione. Io non posso dirvi quello che vidi perchè vi farei troppa pena e non potreste resistere alla mia descrizione. Nulla dunque vi dirò e andrò avanti.

Intanto vedevamo un gran numero di altra gente che saliva essa pure, sparsa su per i fianchi del monte e arrivata alla cima, veniva accolta da quelli che la aspettavano, fra grandi feste e prolungati applausi. Udivamo nello stesso tempo una musica veramente celeste, un canto di voci le più dolci e un intreccio di inni i più soavi. Ciò incoraggiavaci maggiormente a continuare su per quell´erta. Camminando io pensava fra me e diceva ai giovani: - Ma noi, che vogliamo andare in paradiso, siamo già morti?

Ho sempre sentito dire e so che bisogna prima passare al giudizio! E noi siamo già stati giudicati?

- No, mi rispondevano; noi siamo ancora vivi: al giudizio non siamo ancora andati. - E ridevamo.

-Comunque sia, ripigliai, o vivi o morti andiamo avanti per vedere ciò che sta lassù: poi qualche cosa sarà. - Ed accelerammo il passo.

A forza di camminare finalmente giungemmo anche noi quasi alla cima della montagna. Quelli che erano di sopra già stavano pronti a farci delle gran feste ed accoglienze, quando mi volsi indietro per guardare se avessi con me tutti i giovani; ma con vivo dolore mi trovava quasi solo. Di tanti miei piccoli compagni non me ne restava che tre o quattro. - E gli altri? - domandai fermando il passo e non poco corrucciato.

- Oh, mi dissero: si sono fermati chi qua e chi là; forse verranno.

Io guardai all´ingiù e li vidi sparsi per la montagna che si erano fermati, chi a cercare delle lumache fra i sassi, chi a fare raccolta di alcuni fiori senza odore, chi a prendere frutti selvatici, chi a correre dietro alle farfalle, chi ad inseguire i grilli e chi a riposarsi seduto su qualche gerbido all´ombra di una pianta ecc. ecc. Io mi misi a gridare con quanta voce aveva in gola, mi sbracciava a far lor segni, li chiamava per nome ad uno ad uno, che venissero su presto, che non era quello il tempo da fermarci. Qualcheduno venne, dimodochè erano poi circa otto i giovani intorno a me: tutti gli altri non badavano alle mie chiamate, e non pensavano a venire in su, occupati in quelle loro bazzecole. Ma io non voleva assolutamente andare in paradiso accompagnato da così pochi giovani e perciò determinato di andare io stesso a prendere quei renitenti, dissi a coloro che erano con me: - Io ritorno indietro e vado giù a raccoglierli. Voialtri fermatevi qui.

E così feci. Quanti ne incontra  va scendendo, tanti ne spingeva in su. A questi dava un avviso, a quello un rimprovero amorevole, ad un terzo una solenne sgridata; ad uno un pugno, ad un altro un urtone: -Andate su, per carità, mi affannavo a dire: non fermatevi per queste cose da nulla. - E così io venendo in giù, li aveva già avvertiti quasi tutti e mi trovavo sulle balze del monte che avevamo salito con tanto stento. Quivi aveva fermati alcuni che stanchi per la fatica del salire e impauriti dell´altezza da raggiungere, ritornavano al basso. Allora mi rivolsi per ripigliare l´ascesa e ritornare dove erano i giovani. Ma che? Inciampai in una pietra e mi svegliai.

Eccovi raccontato il sogno, ma desidero da voi due cose:

Vi ripeto che non lo raccontiate fuori di casa a nessuna persona estranea, poichè se qualcuno del mondo sentisse queste cose ne riderebbe. Io ve le narro così per divertirvi: raccontatelo fra di voi finchè volete, ma intendo che non diate loro altro peso fuori di quello che ad un sogno si conviene. E poi un´altra cosa voglio dirvi; che cioè nessuno venga ad interrogarmi, se esso vi era o non vi era, chi vi fosse e chi no, che cosa faceva, o che cosa non faceva, se eravate fra i pochi ovvero fra i molti, qual posto avevate ecc ecc; perchè sarebbe un rinnovare la musica di quest´inverno. Ciò potrebbe essere per alcuni più svantaggioso che utile ed io non voglio intorbidare le coscienze.

Vi dico solo che se il sogno non fosse stato un sogno, ma una realtà e veramente avessimo dovuto morire allora, fra tanti giovani che siamo qui, se ci incamminassimo verso il paradiso, pochissimi vi giungerebbero: fra settecento oppure ottocento e più non sarebbero forse che tre o quattro. Ma a momenti: non vi turbate, intendiamoci: vi spiego questa proposizione così azzardata: dico che non sarebbero che tre o quattro coloro, i quali andrebbero di volo al paradiso, senza passare qualche tempo tra le fiamme del purgatorio. Qualcuno forse vi resterà un minuto solo: altri forse un giorno, altri dei giorni e delle settimane: ma quasi tutti dovrebbero passarvi almeno per un poco. Volete sapere come si fa per evitare il purgatorio? Procurate di acquistare delle indulgenze quanto più potete. Se voi farete quelle pratiche, cui sono annesse, colle dovute disposizioni, se acquisterete un´indulgenza plenaria, andrete di volo al paradiso.

 

D. Bosco di questo sogno non diede nessuna spiegazione personale e pratica a ciascuno degli alunni, e ben poche sopra i varii significati degli spettacoli da lui visti. E non era cosa facile. Si trattava, come poi ci riserviamo di provare, di idee in quadri molteplici che ora succedevansi e ora apparivano simultanee, le quali rappresentavano l´Oratorio col suo presente e col suo futuro; tutti i giovani che attualmente erano nella casa e quelli che sarebbero venuti dopo, col loro ritratto morale e le lor sorti avvenire; la Pia Società Salesiana col suo accrescimento, le sue peripezie e le sue fortune; la Chiesa cattolica colle odiose persecuzioni preparate dai suoi nemici, e i trionfi che non le sarebbero mancati: e via via dicendo altri fatti generali o particolari.

Con tali vastità, intrecci, e confusione di vedute, Don Bosco non poteva, non sapeva esporre per intero ciò che si era spiegato così vivamente innanzi alla sua fantasia; e di molte cose era convenienza e anche dovere che fossero taciute o palesate solo a persone prudenti per le quali poteva essere di conforto o di avviso tale segreto.

Egli adunque esponendo ai giovani varii sogni dei quali a suo tempo avremo a parlare, sceglieva ciò che loro poteva essere di maggiore utilità, essendo tale l´intento di chi ispirava quelle misteriose rivelazioni. A quando a quando però Don Bosco, per ragione dell´impressione, profonda che ne aveva provato, ed anche per lo studio della scelta, accennava confusamente e di volo ad altri fatti, o cose, o idee talvolta direi incoerenti ed estranee al suo racconto, ma che svelavano essere molto di più ciò che taceva di quello che dicesse.

Così egli aveva incominciato a fare in questi giorni, descrivendo la sua magnifica passeggiata, e noi cercheremo di brevemente spiegarla, sia con alcune parole di D. Bosco, sia con nostre varie riflessioni, le quali però rimettiamo all´esame dei lettori; e diremo:

1 La collina che D. Bosco incontra sul principio del suo cammino pare sia l´Oratorio. Su di essa ride una splendida giovanezza di vegetazione. Non vi sono alberi annosi di largo ed alto fusto. In ogni stagione vi si raccolgono fiori e frutti e così è o deve essere l´Oratorio. Questo come tutta l´opera di D. Bosco ha per sostegno la beneficenza, della quale dice l´Ecclesiastico al capo XI, essere dessa come un giardino benedetto da Dio che dà frutti preziosi, frutti d´immortalità, simile al paradiso terrestre ove fra gli altri era l´albero della vita.

2° Chi saliva sulla montagna deve essere quell´uomo beato descritto nel salmo LXXXIII la cui fortezza è tutta nel Signore. Egli in questa terra, valle di lagrime, ascensiones in corde suo disposuit, risoluto di salire continuamente per giungere al tabernacolo dell´Altissimo ossia al cielo. E con esso altri molti. Ed il legislatore Gesù Cristo li benedirà, li ricolmerà di grazie celesti, andranno di virtù in virtù e giungeranno a veder Dio nella beata Sionne, e saranno eternamente felici.

3 I laghi sembrano come il compendio della storia della Chiesa; quelle innumerabili membra spezzate presso le rive appartengono ai persecutori infedeli, agli eretici, ai scismatici e cattivi cristiani ribelli. Da certe parole del sogno s´intende come D. Bosco avesse visti gli avvenimenti presenti ed anche i futuri. “ Ad alcuni pochi ed in privato, narra la cronaca, egli parlando di quel vallone vuoto al di là del lago di sangue, disse: - Quel vallone deve riempirsi specialmente col sangue dei sacerdoti e può essere anche molto presto.

” È andato D. Bosco, continua la cronaca, in questi giorni a visitare il Cardinale De Angelis. S. Eminenza gli disse: - Mi racconti qualche cosa da tenermi allegro.

- Le racconterò un sogno.

- Volentieri, sentiamo.

” D. Bosco incominciò a narrargli ciò che sopra abbiamo descritto, però con maggiori particolarità e riflessioni; ma quando fu al lago di sangue il Cardinale si faceva serio e malinconico. Allora D. Bosco troncò il racconto, dicendo: - Fin qui!

- Vada avanti! - gli disse il Cardinale.

- Fin qui e basta - concluse D. Bosco: e prese a discorrere di fatti ameni ”.

4 La scena che rappresenta lo strettissimo passaggio fra due rupi, il ponticello di legno (che era la croce di Gesù Cristo), la sicurezza di passare oltre in chi è sorretto dalla fede, il pericolo di precipitare nell´avanzarsi senza retto fine, gli ostacoli di ogni genere per giungere ove il sentiero si fa agevole, tutto ciò, se per avventura non siamo in errore, ci indica le vocazioni religiose. Quelli che stavano sulla piazza dovevano essere giovanetti chiamati da Dio a servirlo nella Pia Società. Infatti si nota che la gente la quale aspettava per entrare in quella via che metteva al paradiso era contenta, felice e si divertiva. Ciò caratterizza almeno in gran parte una moltitudine che non era di adulti. Aggiungiamo che nel salire quel monte parte si era fermata, parte ritornava indietro. Non sarebbe il raffreddamento nel seguire la vocazione? D. Bosco diede a questa parte del sogno un significato che indirettamente poteva alludere alla vocazione, ma non credette bene parlarne.

5 Sul fianco del monte, appena oltrepassati gli ostacoli che si accavallavano alle sue falde, D. Bosco aveva veduto gente che soffriva. “ Alcuni lo interrogarono in privato, scrisse D. Bonetti, ed egli rispose: - Questo luogo, significava il purgatorio. Se avessi da fare una predica su questo argomento, non farei altro che descrivere quello che vidi. Sono Cose che fanno paura. Dirò solo che, fra i varii generi di supplizi, vidi quelli che erano premuti da torchi, di sotto ai quali si vedevano sporgere le mani, i piedi, il capo; gli occhi loro schizzavano fuori dalle orbite. Erano slombati, stritolati, e mettevano un raccapriccio indescrivibile nel cuore di chi guardava ”.

Aggiungiamo un´ultima ed importante osservazione, la quale serve per questo sogno e per quelli molti, che descriveremo in avvenire. In questi sogni o visioni, per così chiamarle, entra quasi sempre in scena un personaggio misterioso, il quale fa da guida e da interprete a D. Bosco. Chi potrà mai essere?... Ecco la parte più sorprendente è più bella di questi sogni e che D. Bosco, raccontando, riteneva nel segreto del suo cuore.

Una ruota misteriosa e profetica (1861, MB VI  898-916)

Il 2 maggio parlò per circa tre quarti d´ora. L´esordio, al solito di queste sue narrazioni apparve alquanto confuso e strano per le ragioni che abbiamo già altre volte esposte, e per quelle che presenteremo al giudizio dei nostri lettori.

Così egli prese a parlare ai giovani dopo aver annunziato l´argomento.

 

Questo sogno riguarda solo gli studenti. Moltissime cose da me viste non possono essere descritte, perchè non mi bastano nè la mente, nè le parole. Mi pareva di essere uscito dalla mia casa dei Becchi. Era avviato per un sentiero, il quale conduceva ad un paese vicino a Castelnuovo, detto Capriglio. Voleva recarmi ad un campo tutto sabbioso di nostra proprietà, in una valletta dietro alla casa, detta Valcappone, il cui raccolto basta appena a pagare le imposte. Ivi nella mia fanciullezza sono andato sovente a lavorare. Avevo già percorso un bel tratto di strada, quando vicino a quel campo incontrai un uomo sui quarant´anni, di statura ordinaria, con la barba lunga, ben fatta e bruno di faccia. Era vestito di un abito che scendeagli sino alle ginocchia e stretto ai fianchi; in testa portava una specie di candido berretto. Stava in atto di aspettare qualcuno. Costui mi salutò famigliarmente, come se io fossi persona a lui nota da molto tempo, e mi domandò: - Dove vai?

Arrestando il passo, gli risposi: - Eh! Vado a vedere un campo che abbiamo da queste parti. E tu cosa fai qui?

- Non essere curioso, mi rispose; non hai bisogno di saperlo.

- Benissimo. Ma intanto favorisci di dirmi il tuo nome e chi tu sia, poichè mi avvedo che tu mi conosci. Io però non ti conosco.

- Non occorre che io ti dica il mio nome e le mie qualità. Vieni. Facciamoci compagnia.

Mi rimisi in cammino con lui e dopo alcuni passi mi vidi innanzi un vasto campo coperto di alberi di fico. Il mio compagno mi disse: - Vedi i bei fichi che qui ci sono? Se ne vuoi, prendine pure e mangiane.

Io risposi meravigliato: - Non vi furono mai fichi in questo campo.

Ed egli: - E adesso ve ne sono: eccoli là.

- Ma essi sono immaturi: non è ancora la stagione dei fichi.

- Eppure guarda; ve ne sono già dei belli e ben maturi; se ne vuoi, fa presto perchè è tardi.

Ma io non mi muoveva e l´amico instava: - Ma fa presto, non perdere tempo, perchè la sera è vicina.

- Ma per qual motivo mi fai tanta fretta? Eh no! non ne voglio; mi piace il vederli, il regalarli, ma gustano poco al mio palato.

- Se la cosa è così andiamo: ma ricordati quel che dice il Vangelo di S. Matteo, dove parla dei grandi avvenimenti che sovrastavano a Gerusalemme. Diceva Gesù Cristo ai suoi Apostoli. Ab arbore fici discite parabolam. Cum iam ramus ejus tener fuerit et folia nata, scitis quia prope est aestas. Ed ora tanto più è vicina se i fichi incominciano a maturare.

Ci rimettemmo in via ed ecco comparire un altro campo messo tutto a viti. Lo sconosciuto tosto mi disse: - Vuoi dell´uva? Se non ti piacciono i fichi, vedi là quell´uva: prendine e mangiane.

- Oh! dell´uva ne prenderemo a suo tempo nella vigna.

- Ce n´è anche qui.

- A suo tempo! gli risposi.

- Ma non vedi là tutta quell´uva matura ?

- Possibile? a questa stagione ?

- Ma fa presto! Si fa sera; non hai tempo da perdere.

- E che premura c´è da far presto ? Purchè passi la giornata e mi trovi a casa in sulla sera.

- Fa presto: dico fa presto, che tosto si fa notte.

- Ah! Se si fa notte, ritornerà giorno.

- Non è vero; non ritornerà più il giorno.

- Ma come? Che cosa vuoi dire?

- Che si avvicina la notte.

- Ma di qual sera mi vai parlando? Vorrai dire che debbo proprio preparare il fagotto e partire? Che io debba presto andarmene alla mia eternità?

- Si avvicina la notte: hai più poco tempo.

- Ma dimmi almeno se sarà presto! Quando sarà?

- Non voler essere tanto curioso. Non plus sapere quam oportet sapere.

- Così diceva mia madre ai ficcanaso: pensai fra me stesso e risposi ad alta voce: Per ora non ho voglia di uva! -

Intanto camminammo ancora avanti di conserva per breve tratto di via e siamo arrivati in capo al nostro podere, dove trovammo il mio fratello Giuseppe che caricava un carro. Egli avvicinandosi mi salutò: poi salutò il mio compagno, ma vedendo che quegli non rispondeva al saluto e non gli dava retta, mi domandò se fosse stato mio condiscepolo alle scuole. - No; non l´ho mai visto, risposi.

Allora ei gli volse di nuovo la parola: - Di grazia, mi dica il suo nome; mi favorisca di una risposta: che io sappia con chi parlo. - Ma l´altro non gli badava. Mio fratello meravigliato si rivolse a me per interrogarmi.

- Ma chi è costui?

- Non lo so: non me lo volle dire! - Ambedue insistemmo ancora qualche poco per sapere donde venisse, ma l´altro sempre ripeteva: Non plus sapere quam oportet sapere.

Intanto mio fratello si era allontanato e più non lo vidi, e quello sconosciuto rivoltosi a me, disse: - Vuoi vedere qualche cosa di singolare?

- Vedrò volentieri, risposi.

- Vuoi vedere i tuoi ragazzi tali e quali sono al presente? Quali saranno in futuro ? E li vuoi tu contare ?

- Oh sì, sì.

- Vieni adunque.

I parte (898-906)

Allora egli trasse fuori, non so di dove, una grossa macchina, la quale non saprei descrivere, che aveva dentro una grande ruota e la piantò per terra. - Che cosa significa questa ruota? domandai.

Mi fu risposto: - L´Eternità nelle mani di Dio! - E prese la manovella di quella ruota e la fece girare: quindi mi disse: - Prendi il manubrio e dà un giro.

Così feci; e mi soggiunse: - Ora guarda là dentro. - Osservai la macchina e vidi esservi un gran vetro in figura di una lente, largo un metro e mezzo circa, che si trovava nel mezzo della macchina, fisso alla ruota. Intorno a questa lente stava scritto: Hic est oculus qui humilia respicit in coelo et in terra. Subito misi la faccia su quella lente. Guardai. Oh spettacolo! Vidi là entro tutti i giovani dell´Oratorio. - Ma come è possibile questo? diceva fra me. Fino adesso ho visto nessuno in questa regione ed ora vedo tutti i miei figli! Non si trovano essi tutti a Torino? - Guardai al disopra ed ai lati della macchina, ma fuori di quella lente niente vedeva. Alzai la faccia per fare le mie meraviglie con quell´amico, ma dopo qualche istante egli ordinommi di dare un secondo giro alla manovella e vidi una singolare e strana separazione dei giovani. I buoni divisi dai cattivi. I primi erano raggianti di gioia. I secondi, che però non erano molti, facevano compassione. Io li riconobbi tutti, ma come erano diversi da quelli che i compagni li credevano. Gli uni avevano la lingua bucata, altri gli occhi compassionevolmente stravolti, altri oppressi da male al capo per ulceri ributtanti, altri avevano il cuore roso dai vermi. Io più li guardava tanto più mi sentiva afflitto dicendo: - Ma è possibile che questi siano i miei figli ? Non capisco che cosa vogliano significare queste così strane infermità.

A tali mie parole, colui che mi aveva condotto alla ruota, mi disse: -Ascolta me: la lingua forata significa i discorsi cattivi; gli occhi guerci coloro che interpretano e apprezzano stortamente le grazie di Dio preferendo la terra al cielo; la testa ammalata è la noncuranza de´ tuoi consigli, la soddisfazione de´ proprii capricci; i vermi sono le malvagie passioni che rodono i cuori: vi sono anche dei sordi che non vogliono udire le tue parole per non metterle in pratica.

Quindi mi fece un cenno ed io dato un terzo giro alla ruota applicai l´occhio alla lente dell´apparecchio. Vi erano quattro giovani legati con grosse catene. Li osservai attentamente e li conobbi tutti. Chiesi spiegazione allo sconosciuto, e mi rispose: - Lo puoi sapere facilmente: sono quelli che non ascoltano i tuoi consigli e, se non mutano costume, sono in pericolo di essere messi in prigione e di marcirvi pei loro delitti o gravi disobbedienze. - Voglio prendere nota del loro nome per non dimenticarlo, io dissi; ma l´amico rispose: -Non fa duopo; sono tutti notati: eccoli scritti in questo quaderno! -

Mi accorsi allora di un libretto che egli teneva in mano. Mi comandò di dare un altro giro. Obbedii e mi posi nuovamente a guardare. Si vedevano sette altri giovani, i quali stavano tutti fieri, in contegno diffidente, con un lucchetto alla bocca che chiudeva le loro labbra. Tre di costoro si turavano eziandio le orecchie colle mani. Mi alzai nuovamente dal vetro: voleva estrarre il taccuino per notare colla matita i loro nomi, ma quell´uomo disse: - Non fa di bisogno; eccoli qui notati su questo quaderno, che non mi lascia mai. - E assolutamente non volle che scrivessi. Io stupito e addolorato per quella stranezza, domandai per qual motivo il lucchetto stringesse le labbra di quei tali. Egli mi rispose: - E non lo intendi? Questi sono coloro che tacciono.

- Ma che cosa tacciono?

- Tacciono! - Allora capii che ciò voleva significare per rispetto alla confessione. Sono coloro che, anche interrogati dal confessore, non rispondono, o rispondono evasivamente, o contro la verità. Rispondono no, quando è si.

L´amico continuò: - Vedi quei tre che, oltre il lucchetto alla bocca, hanno le mani alle orecchie? quanto è deplorevole la loro condizione! Questi sono quei tali che non solo tacciono in confessione, ma non vogliono in nessuna maniera ascoltare gli avvisi, i consigli, i comandi del confessore. Essi sono quelli che udirono le tue parole, ma non le ascoltarono, non vi diedero retta. Potrebbero metter giù quelle mani, ma non vogliono. Gli altri quattro ascoltarono le tue esortazioni, raccomandazioni, ma non ne approfittarono.

- E come debbono fare per togliersi quel lucchetto?

- Ejiciatur superbia e cordibus eorum.

- Io avviserò tutti costoro, ma per quelli che hanno le mani alle orecchie ci è poca speranza.

Quell´uomo diede poi a me un consiglio: cioè che quando si dicono due parole in pulpito, una sia intorno al far bene le confessioni. Promisi che avrei obbedito. Non voglio dire di regolarmi assolutamente così, perchè mi renderei noioso; ma farò il possibile per inculcare spesse e spesse volte questa massima necessaria. Infatti è più grande il numero di coloro che si dannano confessandosi, che di coloro che si dannano per non confessarsi, perchè anche i più cattivi qualche volta si confessano, ma moltissimi non si confessano bene.

Quel personaggio misterioso mi fece dare un altro giro di ruota.

Detto, fatto. Guardai e vidi tre altri giovani in un pauroso atteggiamento. Avevano ciascuno un grosso scimione sulle spalle. Osservava attentamente e vidi che i scimioni avevano le corna. Ciascuna di quelle orribili bestiacce colle zampe davanti stringeva un infelice al collo talmente stretto, che lo faceva venir rosso ed infiammato in volto, quasi schizzandogli fuori dalle orbite gli occhi iniettati di sangue; colle zampe di dietro lo serrava nelle coscie dimodocchè a stento poteva muoversi, e colla coda, che andava giù fino a terra, lo avvolgeva ancora attorno alle gambe, sicchè gli rendeva più difficile e quasi impossibile il camminare. Questo significava quei giovani che dopo gli esercizii sono in peccato mortale, specialmente d´impurità e d´immodestia, rei di materia grave contro il sesto comandamento. Il demonio li stringeva al collo non lasciandoli parlare quando dovrebbero: li faceva venir rossi in faccia al punto che perdono il cervello e non sanno più quel che si facciano, rimanendo poi legati da vergogna fatale, la quale invece di condurli a salute li conduce a perdizione; per le sue strette loro faceva schizzar gli occhi fuori dal capo, per cui non son capaci di vedere la loro miseria, e i mezzi per uscire da questo orribile stato, perchè trattenuti da una paurosa apprensione e ripugnanza dei Sacramenti. Li tiene poi stretti alle coscie ed alle gambe, affinchè non possano più camminare, nè fare passo per mettersi sulla via del bene: tale essendo il predominio della passione per causa dell´abito, da far loro credere impossibile l´emendazione.

Vi assicuro, o cari giovani, che io piansi a tale spettacolo. Avrei voluto gettarmi avanti per andare a liberare que´ disgraziati, ma appena mi allontanava dalla lente più nulla vedeva. Volli allora notarmi il nome di questi tre, ma l´amico replicò: - Cosa inutile perchè sono scritti in questo libro che tengo in mano.

Allora pieno il cuore di commozione indicibile, colle lagrime agli occhi, mi volsi al compagno e dissi: - Ma come? In tale stato questi poveri giovani, per i quali ho spese tante parole, ho usate tante cure in confessione e fuori di confessione? - E chiesi come dovessero fare quei giovani per gettar via dalle spalle così brutto mostro. Egli si mise a dire in fretta e borbottando: Labor, sudor, fervor.

- Io non capisco: parla più chiaro.

Di nuovo ripeté, ma sempre borbottando: - Labor, sudor, fervor.

- È inutile: se tu parli così io non capisco.

-Oh! tu vuoi burlarti di me.

-Sia come si vuole, ma ripeto che io non capisco.

-Già! tu sei uso alle grammatiche ed alle costruzione delle scuole: sta dunque attento. Labor, punto e virgola; Sudor, punto e virgola; Fervor, punto. Hai capito?

- Ho capito materialmente le parole, ma conviene che tu me ne dia la spiegazione.

- Labor in assiduis operibus; Sudor in poenitentiis continuis; Fervor in orationibus ferventibus et perseverantibus. Ma per costoro hai un bel sacrificarti: non riuscirai a guadagnarli, perchè non vogliono scuotere il giogo di satana del quale sono schiavi.

Io intanto guardava e continuava a corrucciarmi pensando: - Ma come! Tutti questi adunque sono perduti? Possibile! Anche dopo gli esercizi spirituali... quei tali... dopo aver io fatto tanto per loro... dopo aver tanto lavorato... dopo tante prediche... dopo tanti consigli che loro ho dato... e tante promesse!... Averli tante volte avvisati... Non mi sarei mai aspettato simile disinganno.

E non poteva darmi pace.

Allora il mio interprete prese a rimproverarmi: - Oh il superbo! Vedete il superbo! E chi sei tu dunque che pretendi di convertire perchè lavori? Perchè tu ami i tuoi giovani, pretendi di vederli tutti corrispondere alle tue intenzioni? Credi tu forse di essere dappiù del nostro divin Salvatore nell´amare le anime, faticare e patire per esse? Credi tu che la tua parola debba essere più efficace di quella di Gesù Cristo? Predichi tu forse meglio di lui? Credi tu di aver usata più carità, maggior cura verso i tuoi giovani, di quella che abbia usata il Salvatore verso i suoi apostoli? Tu sai che vivevano con lui continuamente, erano ricolmi ad ogni istante di ogni sorta di suoi benefizi, udivano giorno e notte i suoi ammonimenti e i precetti della sua dottrina, vedevano le opere sue che essere dovevano un vivo stimolo per la santificazione dei loro costumi. Quanto non ha fatto e detto intorno a Giuda! Eppure Giuda lo tradì e morì impenitente. Sei tu forse dappiù degli apostoli? Ebbene: gli apostoli elessero sette diaconi: erano solo sette, scelti con ogni cura: eppure uno prevaricò! E tu fra cinquecento ti meravigli di questo piccol numero, che non corrisponde alle tue cure? Pretendi di riuscire a non averne alcuno cattivo, che sia perverso? Oh il superbo! - Ciò udito io tacqui, ma non senza sentirmi l´anima oppressa dal dolore.

Del resto consolati, riprese quell´uomo, vedendomi tanto abbattuto: e mi fece dare un´altro giro alla ruota, ripigliando: - Ammira quanto è generoso Iddio! Guarda quante anime ti Vuol donare! Vedi là quel numero di giovani?

Mi rimisi a guardare nella lente e vidi uno stuolo grandissimo di giovani che non aveva mai conosciuti in vita mia: - Sì, li vedo, risposi, ma non li conosco.

- Ebbene costoro sono quelli che il Signore ti darà in compenso di quei quattordici che non corrispondono alle tue cure. Sappi che per ognuno di essi il Signore te ne darà cento.

- Ah! povero me! io esclamava: ho già la casa piena! dove metterò io tutti questi giovani nuovi?

- Non corrucciarti! Pel momento i posti ci sono. Più tardi Colui che te li manda, sa Egli dove li metterai. Egli stesso troverà i posti.

- Ma, non è tanto il posto che mi dà fastidio: il più è il refettorio che mi dà seriamente da studiare.

- Lascia adesso le celie: il Signore provvederà.

-Se è così, sono contentissimo; risposi tutto consolato.

E osservando per lungo tempo e con viva compiacenza tutti que´ giovani, di molti ne ritenni le fisionomie, in modo di poterli riconoscere, qualora li incontrassi.

E così Don Bosco fini di parlare la sera del 2 maggio.

II Parte (906-912)

La sera del 3 ripigliava il suo racconto. In quel cristallo aveva contemplato eziandio lo spettacolo della vocazione, che riguardava ciascuno de´ suoi alunni. Fu conciso e vibrato nel dire. Non fece alcun nome,  e rimise ad altro tempo la narrazione delle domande da lui mosse alla sua guida e le spiegazioni udite, intorno a certi simboli o allegorie che gli erano passate innanzi agli occhi. Di questi nomi però ne raccolse parecchi il Ch. Ruffino, per le confidenze dei giovani stessi, avendo loro D. Bosco spiegato privatamente ciò, che di essi aveva veduto; e ce ne trasmise la nota. Questa fu scritta nel 1861.

Noi intanto per maggior chiarezza di esposizione e per non essere costretti a troppe ripetizioni, faremo un sol tutto, introducendo nel racconto i nomi ommessi e le spiegazioni date; ma queste le più volte senza forma di dialogo. Tuttavia saremo esatti nel riportare alla lettera ciò che scrisse il cronista.

D. Bosco adunque prese a dire:

 

Quello sconosciuto era presso il suo apparecchio della ruota e della lente. Io mi era rallegrato nel vedere tanti giovanetti che sarebbero venuti con noi, quando mi fu detto:

- Vuoi tu ancora vedere uno spettacolo dei più belli?

- Vediamo pure!

- Gira la ruota! - Girai, guardai nella lente e vidi tutti i miei giovani divisi in due numerose schiere, alquanto distanti una dall´altra, sopra una stessa vasta regione. Da una parte scorgeva un terreno messo a legumi, erbaggi e prati, sulla sponda del quale vi erano alcuni filari di viti selvatiche. Quivi i giovani di una di quelle due schiere con le vanghe, le zappe, i picconi a due punte, i rastrelli, i badili lavoravano la terra. Erano sparsi in squadre che avevano i loro sovrastanti. Presiedeva il Cavaliere Oreglia di S. Stefano, il quale distribuiva strumenti agricoli di ogni sorta a quelli che zappavano; e faceva lavorare coloro che ne avevano poca voglia. Lontani, in fondo a quel terreno, vidi anche giovani che gettavano le sementi.

La seconda schiera si trovava dall´altra parte in un esteso campo di grano coperto di spighe biondeggianti. Un lungo fosso serviva di confine tra questo e altri campi coltivati che da ogni lato si perdevano nell´estremo orizzonte. Que´ giovani lavoravano a raccogliere la messe, ma non tutti facevano lo stesso lavoro. Molti mietevano e facevano grossi covoni; chi formava le biche, chi spigolava, chi guidava un carro, chi trebbiava, chi arrotava le falci, chi le affilava, chi le distribuiva, chi suonava la chitarra. Vi assicuro che era una bella scena di una varietà sorprendente.

In quel campo, all´ombra di alberi annosi si vedevano tavole col cibo necessario per tutta quella gente; e più in là poco lontano un vasto e magnifico giardino recinto ed ombreggiato, ridente di ogni specie di aiuole di fiori.

La separazione dei coltivatori della terra dai mietitori, indicava quelli che abbracciavano lo stato ecclesiastico e quelli che no. Io però non intendeva il mistero e rivoltomi alla mia guida: - Che cosa vuol dir questo? domandai: chi sono quei là che zappano?

- Non sai ancora queste cose? Mi fu risposto; quelli che zappano sono coloro che lavorano solo per se stessi, cioè che non sono chiamati allo stato ecclesiastico, ma ad uno stato laicale. - E intesi subito che quelli che zappavano erano gli artigiani, pei quali, nel loro stato, basta che pensino a salvare l´anima propria, senza che abbiano obbligo speciale di adoperarsi alla salvezza di quella degli altri.

- E coloro che mietono, che sono nell´altra parte del campo replicai: e conobbi senz´altro essere quelli che erano chiamati allo stato ecclesiastico. Ed ora io so chi si deve far prete, e chi deve abbracciare altra carriera.

lo contemplava con viva curiosità quel campo di grano. Provera distribuiva le falci ai mietitori e ciò indicava che egli avrebbe potuto divenire Rettore di Seminario o Direttore di Comunità religiosa o di casa di studio, o forse anche qualche cosa di più. È da notarsi che non tutti quelli che lavoravano prendevano la falce da lui, perchè coloro che gliela chiedevano erano quelli, che avrebbero fatto parte della nostra Congregazione. Gli altri la ricevevano da alcuni distributori, che non erano de´ nostri e con ciò voleasi significare, che si sarebbero fatti preti, ma per dedicarsi al Sacro Ministero fuori dell´Oratorio. La falce è simbolo della parola di Dio.

Non a tutti quelli che la volevano, Provera dava subito la falce. Alcuni erano da lui mandati a mangiar prima, chi un boccone, chi due bocconi, cioè quello della pietà e quello dello studio. Rossi Giacomo fu mandato a prenderne uno. Costoro si recavano nel boschetto ove era il chierico Durando che faceva molte cose e tra le altre preparava la tavola pei mietitori e dava loro da mangiare. Tale uffizio indicava quelli che sono destinati in modo speciale a promuovere la divozione verso il SS. Sacramento. Intanto Galliano Matteo si affaccendava a portar da bere ai mietitori.

Costamagna 2 andò pure a prendere una falce ma fu da Provera mandato nel giardino a raccogliere due fiori. Lo stesso accadde a Quattroccolo. A Rebuffo venne indicato di raccogliere tre fiori con promessa che poi gli sarebbe stata messa in mano la falce. Eravi anche Olivero.

Intanto tutti gli altri giovani si vedevano sparsi qua e là in mezzo alle spighe. Molti erano disposti in linea; alcuni avevano innanzi una porca larga, altri una meno larga. D. Ciattino parroco di Maretto mieteva con una falce ricevuta da Provera. D. Francesia e Vibert tagliavano il grano. Mietevano pure Perucatti Giacinto, Merlone, Momo, Garino, Iarach, i quali, cioè, avrebbero salvate le anime colla predicazione, se corrisponderanno alla loro vocazione. Chi tagliava più e chi meno. Bondioni mieteva da disperato, ma cosa violenta durerà? Altri davano con tutta forza la falce nel grano, ma non tagliavano mai niente. Vaschetti prese una falce e si mise a tagliare, tagliare, finchè uscì fuori del campo e andò a lavorare altrove. Ad altri accadde lo stesso. Fra quelli che mietevano molti non avevano la falce affilata; ad altre falci mancava la punta. Alcuni l´avevano così guasta che, volendo tuttavia mietere, laceravano e guastavano ogni cosa.

Ruffino Domenico mieteva ed eragli stata assegnata una porca larga molto; la sua falce tagliava bene: aveva solo questo difetto che le mancava la punta, simbolo dell´umiltà. Era il desiderio di tendere a più alto grado tra gli eguali. Egli andava da Cerruti Francesco per farla martellare. Infatti osservai Cerruti che martellava le falci, indizio che doveva mettere nei cuori scienza e pietà, alludendo che sarebbe divenuto un insegnante. Il martellare era l´ufficio di colui che si dà all´insegnamento del clero e Provera consegnava a lui le falci guaste. A D. Rocchietti e ad altri consegnava quelle che avevano bisogno di essere affilate, tale essendo la loro occupazione. L´ufficio di affilare era proprio di colui, il quale dirige il clero alla pietà. Si presentò Viale e andò a prendere una falce che non era affilata, ma Provera volle dargliene un´altra tagliente passata allora sulla coté. Vidi eziandio un fabbro ferraio, che doveva preparare i ferri agricoli e questi era Costanzo.

Mentre ferveva tutto questo complicato lavoro, Fusero faceva i covoni, e ciò voleva dire conservare le coscienze in grazia di Dio: ma venendo anche più al particolare e prendendo i covoni non come immagini dei semplici fedeli, ma di quelli che sono destinati allo stato ecclesiastico, si capiva che avrebbe egli occupato un posto d´insegnante nell´istruzione de´ chierici.

Vi era chi aiutavalo a legare i covoni e ricordo aver veduti tra gli altri D. Turchi e Ghivarello. Ciò significa coloro che sono destinati ad aggiustare le coscienze, come sarebbe confessando; e specialmente per gli addetti o aspiranti allo stato ecclesiastico.

Altri trasportavano i covoni sopra di un carro, il quale rappresentava la grazia di Dio. I peccatori convertiti debbono mettersi sopra di questo, ad incamminarsi per la retta via della salute, che ha per termine il cielo. Il carro si mosse quando fu colmo di covoni. Veniva tirato non da giovani, ma dai buoi simbolo di forza perseverante. Vi erano coloro che li conducevano. D. Rua precedeva il carro e lo guidava e ciò vuol dire che a lui toccherebbe guidare le anime al cielo. D. Savio veniva dietro colla scopa raccogliendo le spiche e i covoni che cadevano.

Sparsi pel campo si vedevano quelli che spigolavano, tra i quali Bonetti Giovanni e Bongiovanni Giuseppe, cioè quelli che raccoglievano i peccatori ostinati. Bonetti specialmente è chiamato dal Signore in modo particolare a cercare questi disgraziati sfuggiti dalla falce de´ mietitori.

Con Fusero anche Anfossi rizzava sul campo mucchi di covoni del grano segato, perchè fosse battuto a tempo opportuno: ciò forse era indizio di qualche cattedra. Altri come D. Alasonatti formavano le biche e sono quelli che amministrano i danari, vegliano per l´esecuzione delle regole, insegnano le orazioni e il canto delle laudi sacre, che insomma cooperano materialmente e moralmente a mettere le anime sulla strada del paradiso.

Uno spazio di terra appariva spianato e accomodato per battervi le biade. D. Cagliero Giovanni, che prima era andato nel giardino a cogliere dei fiori e li aveva distribuiti ai compagni, col suo mazzolino in mano si recò in quell´aia a trebbiare il grano. Trebbiare il grano si riferisce a coloro che sono destinati da Dio ad occuparsi dell´istruzione del basso popolo.

A distanza si vedevano parecchie nere fumate alzarsi verso il cielo. Era opera di quelli che raccoglievano il loglio e, usciti fuori dal confine del campo occupato dalle spighe, lo mettevano a mucchio e lo abbruciavano. Significava coloro che sono specialmente destinati a togliere i cattivi di mezzo ai buoni, indicando i direttori delle nostre case future. Fra questi si vedevano D. Cerruti Francesco, Tamietti Giovanni, Belmonte Domenico, Albera Paolo e altri che ora giovanetti studiano nelle prime classi ginnasiali.

Tutte le scene sopra descritte si svolgevano ad un tempo e vidi tra quella moltitudine di giovani alcuni, i quali portavano una lucerna in mano per far lume anche in pieno mezzogiorno. Sono coloro che sarebbero stati di buon esempio agli altri operai del vangelo e con questo devono illuminare il clero. Fra essi era Albera Paolo il quale oltre avere la lucerna, suonava eziandio la chitarra; e ciò significa che mostrerà la via ai sacerdoti, e farà loro coraggio per andare avanti nella loro missione. Si alludeva a qualche alta carica che sarà da lui occupata nella Chiesa.

In mezzo però a tanto movimento non tutti i giovani che io vedeva, erano occupati in qualche lavoro. Uno di questi teneva una pistola in mano, cioè tendeva alla milizia; non si era però ancora deciso.

Chi stava colla mano alla cintola osservando quelli che mietevano, e nello stesso tempo risoluti di non imitare il loro esempio; chi mostravasi indeciso, ma pesandogli la fatica, non sapeva se avesse anch´egli da risolversi alla mietitura; chi invece correva a por mano alla falce. Alcuni però là giunti, se ne stavano oziosi. Altri adoperavano la falce tenendola rivolta all´indietro e fra questi Molino. Sono coloro che fanno l´opposto di ciò che debbono fare. Vi erano di quelli, e ne contavo molti, che si allontanavano per andare a raccogliere lambrusche: cioè quelli che perdono il tempo in cose estranee al loro ministero.

Mentre io contemplava ciò che andava accadendo nel campo di grano, vedeva l´altra schiera di giovani che zappavano, la quale presentava essa pure uno spettacolo singolare. La maggior parte di quei robusti lavorava con molto impegno, non mancavano però i negligenti. Chi maneggiava la zappa al contrario; altri dava il colpo sulle zolle, ma la zappa era sempre fuori di terra; ad alcuni ad ogni zappata sfuggiva il ferro dal manico. Il manico significa la retta intenzione.

Quello che allora osservai si è che alcuni, i quali adesso sono artigiani, erano sul campo di biade che mietevano, ed altri che adesso studiano, erano là che zappavano. Tentai nuovamente di prender nota di ogni cosa; ma il mio interprete mostravami sempre il suo quaderno e mi impediva di scrivere.

Nello stesso tempo vedeva moltissimi giovani che stavano là senza far nulla, non sapendo determinarsi, se dovessero mettersi a mietere o a zappare. I due Dalmazzo, Gariglio Primo, Monasterolo con molti altri guardavano ma risoluti di prendere una decisione.

Continuando ad osservare distinsi di quelli che usciti di mezzo a coloro che zappavano, volevano andare a mietere. Uno corse nel campo di grano così sbadatamente da non pensare a procurarsi prima una falce. Arrossendo di quella stolta precipitazione ritornò indietro per chiederla. Colui che le distribuiva non voleva dargliela ed egli la pretendeva: - Non è ancor tempo, gli disse quel distributore.

- Si è tempo: la voglio.

- No; va ancora a prendere due fiori in quel giardino.

- Ah! esclamò alzando le spalle quel presuntuoso; vado a prenderne finchè vuole dei fiori.

- No; due soli.

Corse tosto, ma quando fu nel giardino pensò che non aveva domandato, quali fiori dovesse prendere; e si affrettò a rifare il sentiero: - Prenderai, gli fu risposto, il fiore della carità e il fiore dell´umiltà.

- Li ho già.

- Li avrai nella presunzione, ma in realtà non li hai.

E quel giovane, rissava, si arrabbiava, saltava per la stizza che tutto agitavalo.

- Non è più tempo adesso di andare sulle furie, gli disse il distributore, negandogli risolutamente la falce. E quegli si mordeva i pugni per la rabbia.

Visto quest´ultimo spettacolo tolsi gli occhi per un istante da quella lente, per mezzo della quale tante cose aveva apprese, commosso eziandio delle applicazioni morali, che mi erano state suggerite dal mio amico. Volli ancora pregarlo che mi desse alcune spiegazioni, ed ci mi ripeté: - Il campo di grano significa la Chiesa: la messe il frutto riportato: la falce è simbolo dei mezzi per fare frutto e specialmente la parola di Dio: la falce senza filo mancanza di pietà, senza punta mancanza di umiltà: l´uscire dal campo mietendo, vuol dire abbandonare l´Oratorio e la Pia Società.

III Parte (912-916)

La sera del 4 maggio D. Bosco veniva alla conclusione del sogno che nel primo quadro aveagli presentato l´Oratorio i suoi alunni in ispecie gli studenti; e nel secondo coloro che erano chiamati allo stato ecclesiastico. Siamo ora al terzo quadro nel quale in visioni successive apparivano quelli che in quest´anno 1861 erano ascritti alla Pia Società di S. Francesco di Sales col prodigioso ingrandimento di questa, e collo scomparire a Poco a poco dal mondo dei primi Salesiani ai quali succedevano i continuatori dell´Opera loro.

D. Bosco parlò:

 

Dopo che con pieno mio agio ebbi considerata la scena della mietitura ricca di tante varietà, quel gentile sconosciuto mi comandò: - Ora dà colla ruota dieci giri: conta e poi guarda. -

Mi posi a far girare la ruota e compiuto il decimo giro guardai. Ed ecco che vidi tutti i medesimi giovani, che io ricordava aver pochi giorni prima accarezzati ragazzi, comparire adulti, d´aspetto virile, gli uni colla barba lunga, altri coi capelli brizzolati.

- Ma come va, domandai: l´altro giorno quel li era bambino e quasi lo si prendeva ancora in braccio! e adesso è già così grande?

L´amico mi rispose: - È naturale, quanti giri hai numerati?

- Dieci.

- Ebbene; 61 e 71. Contano già tutti dieci anni di più.

- Ah! Ho capito. - E osservai in fondo alla lente, panorami sconosciuti, case nuove che ci appartenevano e molti giovani alunni sotto la direzione de´ miei cari figliuoli dell´Oratorio, già preti, maestri e direttori che li istruivano e poi li facevano divertire.

- Dà di bel nuovo dieci giri, - mi disse quel personaggio - e andremo al 1881. Presi il manubrio e la ruota fece dieci altri giri. Guardai ed ecco io vidi più solo la metà dei giovani visti la prima volta, quasi tutti coi capelli grigi e alcuni un po´ curvi.

- E gli altri dove sono? - domandai.

- Sono già passati, mi fu risposto, nel numero dei più.

Questa così notevole diminuzione dei miei giovani mi cagionò vivo dispiacere, ma rimasi consolato dallo scorgere anche, come in un quadro immenso paesi nuovi e regioni sconosciute ed una moltitudine di ragazzi sotto la custodia e direzione di maestri nuovi dipendenti ancora dai miei antichi giovani, alcuni dei quali divenuti di età matura.

Poi diedi altri dieci giri alla ruota, ed ecco che ne vidi soltanto una quarta parte dei miei giovani visti pochi momenti prima più vecchi colla barba e coi capelli bianchi: - E tutti gli altri? chiesi.

- Sono già nel numero dei più. Siamo nel 1891.

Ed ecco succedere sotto i miei occhi un´altra scena commovente. I miei figli preti, logori dalle fatiche erano circondati da fanciulli, che io non aveva mai visti, e molti di pelle e di colore diverso da quello degli abitanti dei nostri paesi.

Girai ancora dieci volte la ruota ed io vidi un terzo solo de´ miei primi giovani, già cadenti vecchi, gobbi, sfigurati, macilenti, nei loro ultimi anni. Tra gli altri mi ricordo di aver visto D. Rua così vecchio e sparuto da non potersi più riconoscere tanto era cambiato.

- E tutti gli altri? domandai.

- Sono già nel numero dei più. Siamo al 1901.

In molte case non riconobbi più nessuno de´ nostri antichi; ma direttori e maestri da me mai veduti ed una moltitudine di giovani sempre più ingrossata, di case aumentate, di personali dirigenti mirabilmente accresciuti.

- Ora continuò a dirmi il cortese interprete darai altri dieci giri e vedrai cose che ti consolano e cose che ti angustiano.

Diedi altri dieci giri.

- Ecco il 1911! esclamò quel misterioso amico. Ah! miei cari giovani! vidi case nuove, giovani nuovi, direttori e maestri con abiti e costumi nuovi.

E de´ miei dell´Oratorio di Torino? Cercai e cercai molto in mezzo a tanta moltitudine di giovani, e ne raffigurai solo più uno di voi altri incanutito e cadente per gli anni molti, il quale, circondato da bella corona di fanciulli, raccontava i principii del nostro Oratorio e loro ricordava e ripeteva le cose imparate da D. Bosco; e ne mostrava il ritratto che stava appeso alle pareti del loro parlatorio. E degli altri nostri vecchi allievi, superiori delle case, che aveva già visti invecchiati?...

Dopo un nuovo cenno presi il manubrio e più volte girai. Non vidi che una vasta solitudine senza persona viva: - Oh! esclamai stupito, non vedo più nessuno de´ miei! E dove dunque sono ora tutti i giovani che furono da me accolti, così allegri, vispi e robusti, e che attualmente si trovano con me all´Oratorio?

- Sono col numero dei più. Sappi che sono passati dieci anni per ogni decimo girar di ruota.

Contai allora quante volte aveva fatto dare dieci giri alla ruota e ne risultò che erano trascorsi cinquantanni e che intorno al 1911 tutti gli attuali giovani dell´Oratorio sarebbero già morti.

E ora vuoi ancor vedere qualche cosa di sorprendente?- mi disse quell´uomo benevolo.

- Si: io risposi.

- Dunque sta attento se ti piace vedere e sapere di più. Gira la ruota in senso contrario, contando altrettanti giri quanti ne hai dati prima.

La ruota girò. - Ora guarda! Mi fu detto.

Guardai; ed ecco io ebbi innanzi una quantità immensa di giovani tutti nuovi, di un´infinita varietà di costumi, paesi, fattezze e linguaggi, sicchè non ostante che io mi sforzassi quanto poteva, non mi fu dato distinguerne che una minima parte coi loro superiori, direttori, maestri, assistenti.

- Mi sono costoro affatto ignoti, io dissi alla mia guida.

- Eppure, mi fu risposto, sono tutti figli tuoi. Ascoltali parlano di te e de´ tuoi antichi figli e loro superiori che ora non sono più da tempo; e ricordano gli insegnamenti avuti da te e da loro.

Guardai ancora con attenzione; ma quando alzai la faccia dalla lente, la ruota si mise a girare da per se con tanta fretta e con tanto fragore, che io mi svegliai trovandomi sul letto stanco a morte.

Adesso che vi ho raccontato tutte queste cose voi penserete: Chi sa! D. Bosco è un uomo straordinario, qualche cosa di grande, un santo sicuramente! Miei cari giovani! Per impedire stolti giudizi intorno a me, vi lascio tutti in piena libertà di credere o non credere queste cose, di dar loro più o meno importanza; solo raccomando di mettere niente in derisione, sia coi compagni, sia cogli estranei. Stimo bene però di dirvi che il Signore ha molti mezzi per manifestare agli uomini la sua volontà. Alcune volte si serve degli istrumenti più inetti ed indegni, come si servì dell´asina di Balaam facendola parlare: e di Balaam falso profeta che predisse molte cose riguardanti il Messia. Perciò lo stesso può accadere di me. Io vi dico adunque che non guardiate le mie opere per regolare le vostre. Quel che voi dovete unicamente fare si è di badare a quello che dico, perchè questo, almeno lo spero, sarà sempre la volontà di Dio, e ridonderà a bene delle anime. Riguardo a quel che faccio non dite mai: l´ha fatto D. Bosco, dunque è bene: no. Osservate prima quello che faccio; se vedete che è buono imitatelo; se per caso mi vedeste a fare qualche cosa di male, prendetevi guardia dall´imitarlo: lasciatelo come malfatto.

Ospedale per l’oratorio (1861,MB VI, 947-949)

Qualche notte dopo questa rovina D. Bosco fece un sogno che gliene ricordò un altro fatto nel 1856, quando erano cadute le volte del secondo corpo di fabbrica. Gli era sembrato di essere in camera sua pensoso per quella catastrofe, e vide entrare il Can. Gastaldi, il quale gli disse: - Non si affligga se le è caduta una casa.

D. Bosco lo fissò in volto, meravigliato di quella parola, e il Canonico per un istante guardò lui; e poscia replicò: -Non s´affligga per una casa che è caduta; ne sorgeranno due: una per i sarti e una per gli ammalati.

D. Bosco si ricordò sempre di questo sogno e di questa promessa, persuaso che col tempo sorgerà, attigua all´attuale Oratorio una casa ospedale, grande o piccola non importa, ma provvista di tutto il necessario che dovrà servire per i salesiani e per i giovanetti infermi.

D. Bosco negli anni passati e nel corso degli anni seguenti si lamentava che la necessità o gravi convenienze lo costringessero a mandare una parte de´ suoi ammalati ai pubblici ospedali. Sorvegliavano gli Amministratori, i Direttori, i medici, le suore ed anche il cappellano; ma purtroppo l´immoralità, l´irreligione di certi infermi è causa di scandalo.

Basti un fatto. Il giovanetto Enria moriva nel 1886 nell´ospedale di S, Giovanni. Gli infermi che erano nei letti intorno al suo, con frizzi, con discorsi disonesti avevano incominciato a tentarlo, ma egli che temeva il Signore, non diede loro retta e solo rispose: - So nulla di ciò che dite! - Qui fu uno scoppio di risa di quei malvagi. Avendo egli chiesti i Sacramenti incominciarono nuovi scherni; ma egli: - Io non disturbo voi e voi non dovete disturbar me: ciascuno pensi a se stesso.

Ricevuti i conforti della religione con molta pietà, incominciava ad entrare nell´agonia; e allora i suoi vicini, bestemmiando il Signore, andavano ripetendogli: - Hai invocato il Signore, sei stato buono ed ecco come egli ti esaudisce! Muori, muori! anche tu come tutti gli altri, sotto terra a marcire! A che cosa ti ha giovato aver mandato a chiamare il prete?

Il giovanetto non rispose. Ma sentendosi mancare, disse all´infermiere: - Chiamatemi qualcheduno, che mi reciti le preghiere: avvisate mio fratello; (che era al servizio di quell´Ospedale) io muoio! -E siccome nessuno gli suggeriva qualche preghiera e il fratello tardava a venire, strinse il crocifisso e prese a recitare il De profundis. Prima che finisse il salmo era spirato.

D. Bosco adunque giudicava doversi costrurre un edifizio apposito per gl´infermi dell´Oratorio e della Pia Società, ma il suo desiderio non potè essere soddisfatto e affidava l´effettuazione del suo intero progetto alla divina Provvidenza. Ultimata la nuova fabbrica, sotto il nuovo portico volto a levante, D. Bosco fece stampare sul muro le seguenti iscrizioni:

 

I. Tu es petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam. Matt. Cap. XVI, 18. ”

Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell´inferno non avran forza contro di lei.

II. Viam aquilae in coelo, viam colubri super petram, viam navis in medio maris, et viam viri in adolescentia. Prov. Cap. XXX, 19.

La traccia dell´aquila nell´aria, la traccia di un serpente sulla pietra, la traccia di una nave in mezzo al mare, così la traccia dell´uomo nell´adolescenza.

III. Nemo adolescentiam tuam contemnat: sed exemplum esto fidelium, in verbo, in conversatione, in charitate, in fide, in castitate. I. ad Tim. Cap. IV, 12.

Nessuno disprezzi la tua giovinezza; ma sii tu il modello dei fedeli nel parlare, nel conversare, nella carità, nella fede, nella castità.

IV. Ossa ejus implebuntur vitiis adolescentiae ejus et cum eo in pulvere dormient. Job. Cap. XX. II.

Le ossa di lui saranno imbevute de´ vizii di sua giovinezza, i quali giaceranno con lui nella polvere.

V. Bonum est viro, cum portaverit jugum ab adolescentia sua. Jer. Thren. Cap. 111, 27.

Buona cosa è per l´uomo l´aver portato il giogo fin dalla sua adolescenza.

VI. Confiteberis vivens, vivus et sanus confiteberis et laudabis Deum et gloriaberis in miserationibus illius. Eccl. Cap. XVII, 27.

Vivo darai a Lui laude, vivo e sano darai laude e onore a Dio e ti glorierai di sue misericordie.

VII. -Et baptizabantur ab eo in Jordane, confitentes peccata sua. Matt. Cap. 111, 6.

Ed erano battezzati da lui nel Giordano, confessando i loro peccati.

Due pini (1861, MB VI, 953-954)

Così D. Bosco anche faceziando aveva di mira di imprimer bene bene nella mente de´ suoi giovani, quale sventura sia l´essere in disgrazia di Dio, che rende l´anima, pur in corpo fornito di belle doti esterne, brutta, deforme.

“ Intanto, scrisse D. Ruffino, ei ci raccontò in poche parole il seguente sogno: - Mi pareva di trovarmi, disse, a Castelnuovo in mezzo ai prati con alcuni giovani e stavamo là aspettando alcuna cosa da offrire per la festa onomastica di Pio IX; quand´ecco noi vedemmo in aria venire dalla parte di Buttigliera un gran pino. La sua grossezza eguagliava quella di due isole di Torino insieme unite ed era di un´altezza straordinaria.

Egli veniva orizzontalmente verso di noi; poi si rizzò, verticalmente, oscillò, e parve che fosse per piombarci addosso. Spaventati noi volemmo fuggire e facevamo gran segni di croce, allorchè un vento soppraggiunto impetuosamente lo sciolse in un temporale, con lampi, tuoni, fulmini e grandine.

Poco dopo ecco un altro pino di grossezza minore del primo avanzarsi dalla parte stessa. Egli venne fin sopra noi; poi sempre orizzontalmente si vedea discendere. Noi fuggimmo per tema di essere schiacciati e facevamo segni di croce. Il pino discese fin presso terra, ma se ne stava ancora sospeso in aria; solo i rami incominciavano a toccare il suolo. Mentre eravamo così ad osservarlo ecco un venticello che lo discioglie in pioggia. Noi non sapevamo il significato di quel fenomeno e stavamo domandandoci a vicenda: - Che cosa vorrà dire?

Il fazzoletto della purezza (1861, MB VI, 972-975)

Era la notte del 14 al 15 del mese. Quando fui coricato appena preso un po´ di sopore, sento un gran colpo sulla lettiera, come di uno che con un asse vi battesse sopra. Balzai seduto sul letto: mi venne subito alla mente il fulmine: guardai di qua e di là, ma nulla vidi. Perciò persuaso di aver sognato e che nulla vi fosse di reale, mi tornai a coricare.

Ma non appena ricominciava ad addormentarmi, ecco un secondo colpo mi ferisce le orecchie e mi scuote. Allora mi rizzo di nuovo sui cuscini, scendo dal letto, cerco, guardo sotto il letto, sotto il tavolino e nei cantoni della camera, ma non vidi niente. Allora mi rassegnai nelle mani del Signore; presi l´acqua benedetta e mi coricai. Fu allora che la mia mente si portò di qua e di là e vidi quello che ora son per narrare.

Parvemi di essere sul pulpito della nostra chiesa in atto di dar principio alla predica. I giovani erano tutti seduti ai loro posti collo sguardo fisso in me, ed aspettavano attenti che io parlassi. Io però non sapeva quale argomento dovessi trattare, ed in qual maniera incominciare la predica. Per quanto faticassi colla memoria, la mia mente rimaneva sterile e vuota. Stetti così un po´ di tempo confuso ed angosciato, non essendomi mai accaduto un simile imbroglio dopo tanti anni che predico: ed ecco che in un istante veggo questa nostra chiesa convertirsi in una gran valle. Cercava le mura della chiesa e non le vedeva più e non vedeva pia nessun giovane. Io era fuori di me per la meraviglia e non sapeva persuadermi di quel cambiamento di scena.

- Ma che cosa è mai questo? dissi fra me: un momento fa io ero in chiesa, in pulpito ed ora mi trovo in questa valle! Sogno? Che faccio io? - Mi risolsi allora di procedere per quella valle. Camminai alquanto e mentre cercava qualcheduno per esprimergli la mia meraviglia e chiedere spiegazioni, vidi un bel palazzo con molti grandi balconi o vasti terrazzi, come si vogliono chiamare, i quali formavano un sol tutto mirabile. Innanzi al palazzo stendevasi una piazza. In un angolo di questa, a destra, scopersi un gran numero di giovani affollati, i quali stavano d´intorno ad una Signora, che distribuiva a ciascheduno un fazzoletto. Costoro preso il fazzoletto salivano poi e si disponevano schierati un dopo l´altro su quel lungo terrazzo con balaustrata.

Io pure mi avvicinai a quella Signora e udii che, nell´atto di consegnare i fazzoletti, diceva a tutti i singoli giovani queste parole: - Non distenderlo mai quando tira vento: ma se il vento ti sorprende, quando tu l´avessi disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra.

Io osservava tutti quei giovani, ma in quel momento non ne conobbi nessuno. Finita la distribuzione dei fazzoletti, quando tutti furono sul terrazzo, fecero un dopo l´altro una lunga fila e stavano là ritti senza dir parola. Io continuava ad osservare e vidi un giovane che incominciava a trar fuori il suo fazzoletto e lo spiegava e poi gli altri giovani a poco a poco, successivamente trar fuori il proprio e spiegarlo, finchè li vidi tener tutti il fazzoletto disteso. Esso era molto largo, ricamato in oro con un lavoro di grandissimo pregio e vi si leggevano queste parole anch´esse in oro, che lo occupavano tutto: - Regina virtutum.

Quand´ecco incominciò da settentrione cioè a sinistra, a spirare bene un po´ d´aria, poi a farsi più forte e finalmente a levarsi il vento. Appena ebbe incominciato questo vento vidi alcuni di quei giovani piegare subito il fazzoletto e nasconderlo: altri voltarsi dal fianco destro. Ma una parte stette immobile col fazzoletto spiegato.

Dopochè questo vento erasi fatto gagliardo, incominciò a comparire e stendersi una nuvola che ben presto velò tutto il cielo, quindi levarsi il turbine, scoppiare un gran temporale e rombare spaventosamente il tuono: poi cadere la grandine, dopo la pioggia, e finalmente la neve.

Intanto molti giovani stavano col fazzoletto disteso: e la grandine vi batteva dentro trapassandolo da parte a parte; ed anche la pioggia le cui gocciole pareva che avessero la punta; come pure lo foravano i fiocchi di neve. In un momento tutti quei fazzoletti furono guasti e crivellati, sicchè più nulla avevano di bello.

Questo fatto destò in me tale stupore, che non sapeva quale spiegazione dargli. Il peggio si è che avvicinatomi a quei giovani che prima non aveva conosciuti, adesso, avendo guardato con maggior attenzione, li riconobbi tutti distintamente. Erano i miei giovani dell´Oratorio. Fattomi ancor più dappresso andava interrogandoli: - Che cosa fai tu qui! Sei il tale? - Si che son qui! Veda! c´è anche il tale, il tale, il tal´altro.

Andai allora là dove era quella Signora che distribuiva i fazzoletti. Quivi stavano alcuni altri uomini e domandai loro: - Che cosa vuol dire tutto questo?

Quella Signora voltasi a me rispose: - Non hai visto quello che vi era scritto in quei fazzoletti?

- Sì: Regina virtutum.

- Non sai perché?

- Sì che lo so.

- Ebbene; quei giovani esposero la virtù della purità al vento delle tentazioni. Alcuni al primo accorgersene subito fuggirono e sono quelli che nascosero il fazzoletto; altri sorpresi e non avendo avuto tempo a nasconderlo si volsero a destra e sono coloro che nel pericolo ricorrono al Signore, voltando le spalle al nemico. Altri poi stettero col fazzoletto aperto all´impeto della tentazione che li fece cadere nei peccati. A questo spettacolo restai corrucciato ed era per disperarmi vedendo quanto pochi erano quelli, che avevano conservata la bella virtù. Ruppi per tanto in un pianto doloroso e quando potei calmarmi, chiesi: - Ma, come va che i fazzoletti rimasero forati, non solo dalla tempesta, ma anche dalla pioggia e dalla neve? Queste gocce, quei fiocchi di neve non indicano forse i peccati piccoli, ossia veniali?

- E non sai che in questo non datur parvitas materiae? Tuttavia non affannarti; vieni a vedere!

Uno di quelli uomini si avanzò davanti al balcone, fece segno colla mano a quei giovani e gridò: -A destra!

Quasi tutti i giovani si volsero a destra, ma alcuni non si mossero dal luogo ed il loro fazzoletto, finì con essere interamente lacero. Allora io vidi il fazzoletto di quelli i quali si erano voltati a destra divenir molto stretto, tutto rappezzato e cucito, in modo però che non si scorgeva più nessun buco. Erano tuttavia in così cattivo stato che facevano pietà. Non avevano più regolarità alcuna. Gli uni vedeansi lunghi tre palmi, altri due, altri uno.

Quella Signora intanto soggiungeva: - Ecco quelli che ebbero la disgrazia di perdere la bella virtù, ma ci rimediarono colla confessione. Gli altri poi che non si mossero, sono quelli che continuano nel peccato e forse, forse, andranno alla perdizione.

In fine poi mi disse: - Nemini dicito, sed tantum admone. -

Diavoli domestici: distrazioni (1861, MB  VI 1060-1061)

I sogni si fanno dormendo, perciò io dormiva. La mente mia si trovò in chiesa ove stavano raccolti tutti i giovani. Incominciò la messa ed ecco che io vidi molti domestici vestiti di rosso colle corna, cioè diavoletti, aggirarsi in mezzo ai giovani in atto di servirli. Ad uno presentavano la trottola, innanzi ad un altro la facevano girare; a questo presentavano un libro, a quello delle castagne calde. Qui un piatto d´insalata, là un baule aperto col salame riposto; a questo additavano il loro paese, all´altro susurravano alle orecchie le vicende dell´ultima baraonda, ecc. ccc.

Uno era invitato coll´esempio a suonare il piano, ed egli ci aderiva; ad un altro facevano la battuta della musica; insomma ciascheduno aveva il proprio domestico che lo invitava a cose profane. Alcuni diavoletti poi se ne stavano sulle spalle di certi giovani, non facendo altro che accarezzarli e lisciarli.

Giunse il tempo della consecrazione. Al tocco del campanello tutti i giovani si prostrarono e scomparvero i diavoletti, ad eccezione di quelli che stavano sulle spalle. Questi insieme coi giovani da loro posseduti, si rivolsero colla faccia verso la porta della chiesa senza fare alcun segno di adorazione. Terminata l´Elevazione ecco comparire di nuovo quella musica, ossia quel divertimento, cioè ciascun servitore ripigliava il suo ufficio.

Se volete che io vi dia una spiegazione di questo sogno eccola: io credo che significhi le varie distrazioni cui, per suggestione del demonio, va soggetto ciascun giovane in chiesa.

Giocatori di soldi (1862, MB VII, 50-51)

Egli aveva eziandio per la sorveglianza un udito speciale. Era prescritto che il danaro personale mandato dai parenti fosse consegnato al Prefetto, che l´avrebbe somministrato con prudenza secondo la domanda di chi ne era padrone. Misura ragionevole per ovviare molti disordini. Ora “ D. Bosco il 31 gennaio, - è la Cronaca di D. Bonetti che parla, dopo pranzo passeggiava sotto i portici con alcuni giovani, quando tutto ad un tratto si fermò e chiamato a sè il Diacono Cagliero Giovanni, gli disse sottovoce: - Sento suonare i danari e non so in qual parte si giuochi. Va, cerca questi tre giovani (e gliene disse i nomi) e li troverai giuocando.

” - Io tosto mi posi a cercare, così narrava lo stesso Cagliero, da una parte e dall´altra e non riusciva a poterli trovare; quando ecco vedo comparire uno dei tre. Tosto gli domandai: - Donde vieni, e dove ti eri ficcato, mentre è tanto, tempo che ti cerco e non ti trovo?

” - Era in quel luogo così e così. Che cosa facevi colà?

    ” - Giuocavo ai birilli.

    ” - Con chi?

    ” - Coi tali N. e R.

” - Giuocavate per danaro eh?

” Il giovane ingarbugliò qualche parola, ma non negò che giocava di danari.

” - Allora andai in quel posto indicatomi che era molto nascosto, ma non trovai più gli altri. Continuai ad indagare e venni a sapere di certo, che quei tali un 10 minuti prima erano molto scaldati in un giuoco d´interesse. Allora portai la risposta a D. Bosco. - D. Bosco raccontò all´indomani che nella notte precedente aveva veduti quei tre nel sogno a giocare da disperati ”.

 

L’uomo con la lanterna (1862, MB VII, 123-127)

D. Bosco non era meno meraviglioso nell´Oratorio. “ Il 21 marzo alla sera, scrive D. Bonetti, saliva la piccola cattedra per dare la buona notte ai giovani. Rimasto qualche istante in silenzio, quasi per prendere un po´ di respiro, incominciò:

 

Debbo raccontarvi un sogno. Figuratevi l´ora della ricreazione nell´Oratorio, che risuona di grida animatissime e liete. Mi sembrava di essere appoggiato alla finestra della mia camera e di stare osservando i miei giovani che nel cortile andavano, venivano, si divertivano allegramente giuocando, correndo, saltando. Quando udii un gran strepito alla soglia della porteria e rivolti colà i miei sguardi, vidi entrare nel cortile un personaggio, alto di statura, colla fronte spaziosa, cogli occhi stranamente infossati, con lunga barba bianca e con pochi capelli pur essi candidi, che dal capo calvo ondeggianti gli scendeano sugli omeri. Pareva avvolto in un lenzuolo funereo che colla mano sinistra teneva stretto al corpo e nella mano destra aveva una fiaccola con fiamma fosco - azzurra. Camminava a passi lenti e gravi. Talora si fermava e chino il capo e la persona, andava miranda attorno come chi cerca qualche cosa perduta. Percorse così il cortile facendo alcuni gin e passando in mezzo ai giovani che continuavano la loro ricreazione. Io stupefatto, non sapendo chi mai fosse, non lo perdeva di vista. Arrivato là ove presentemente si entra nel laboratorio dei falegnami, si ferma avanti ad un giovane che era in atto, di avventarsi contro uno della parte avversa, giuocando bara rotta, e steso il suo lungo braccio avvicina la fiaccola alla faccia del giovine. - È  proprio costui - disse; e chinò e sollevò bruscamente per due o tre volte il capo, Senz´altro lo fermò in quell´angolo e gli presentò un biglietto, che trasse dalle pieghe del mantello. Il giovane prese il biglietto, lo aperse, lesse e intanto cangiava colore e diveniva pallido e domandò. - E quando? Presto o tardi?

E quel vecchione con voce sepolcrale rispose: - Vieni; l´ora per te è suonata.

 - Almeno posso continuare il giuoco?

 - Anche giuocando puoi essere sorpreso. - Con ciò indicava una morte improvvisa. Il giovane, tremava, voleva parlare, scusarsi, ma non poteva. Allora lo spettro, lasciando cadere un lembo della sua veste indicò colla sinistra mano il porticato: - Là, vedi? disse al giovane; quella bara è per te. Presto vieni. - Si vedeva la cassa posta nel mezzo del portone che mette nell´orto. - Non son preparato, sono ancora troppo giovane, andava gridando il giovane. Ma l´altro senza più proferire parola, più in fretta di quello che era entrato, se ne uscì dall´Oratorio.

Uscito lo spettro, mentre io andava ripensando chi mai fosse, mi sono svegliato.

Da quello che ho detto, voi già potete arguire che uno di voi deve prepararsi, perchè il Signore lo chiamerà presto all´eternità. Io che fui spettatore di quella scena, so chi è costui e lo conosco perchè ho visto quando gli fu da quello sconosciuto presentato il biglietto; egli è qui presente che mi ascolta; ma non lo dirò a nessuno, finchè egli sia morto. Non tralascerò però nulla di ciò che posso per prepararlo a ben morire. Ora ciascuno ci pensi, perchè mentre egli dice: - Chi sa chi sia questo tale ! - può essere egli stesso. Io vi ho detto la cosa come sta, perchè se ciò non avessi fatto, il Signore mi avrebbe poi domandato conto, dicendomi; - Cane! perchè non abbai quando è tempo? - Ognuno vi pensi a mettersi in buono stato e specialmente in questi tre giorni che restano ancora della novena della SS. Annunziata. Si facciano preghiere speciali per questo fine e ciascuno in questi tre giorni dica almeno una Salve a Maria SS. per quel tale che deve morire. Cosi egli all´uscir di questa vita troverà poi parecchie centinaia di Salve, che gli saranno di grande aiuto.

 

” Sceso dalla cattedra alcuni gli domandarono in privato che ei dicesse almeno, giacchè non voleva dire chi fosse costui, se presto o tardi dovesse morire. Rispose che non avrebbe sicuramente passato due solennità che incominciassero per la lettera P. - Potrebbe darsi soggiunse che egli non ne passasse nè anche più una, e morisse di qui a due o tre settimane.

” Questo racconto aveva messo un brivido per le vene di tutti, ognuno temendo di essere quel tale. Come già altre volte ciò fece un grandissimo bene e siccome ciascheduno pensava ai fatti suoi, all´indomani le confessioni incominciarono ad essere assai più numerose dell´usato ”.

Molti giovani per più giorni si appressarono a D. Bosco interrogandolo per conto proprio, cioè se fossero essi i destinati a morire. Vive durarono le insistenze, ma D. Bosco deviava i discorsi e nulla disse. Due idee restavano intanto fisse nella mente. Che quella morte sarebbe stata improvvisa: che accadrebbe prima che si celebrassero le due solennità il cui titolo incomincia colla lettera P cioè Pasqua e Pentecoste. La prima cadeva in quest´anno il 20 di aprile.

“ Nell´Oratorio vi era una grande aspettazione, quando il mercoledì 16 aprile, continua la cronaca di D. Bonetti, moriva a casa sua il giovane Fornasio Luigi di Borgaro Torinese in età di 12 anni. Sonvi alcune cose da notare a suo riguardo. Quando D. Bosco disse che uno doveva morire, questo giovane sebbene dapprima non cattivo, prese a condurre una vita veramente esemplare. Nei primi giorni domandava a D. Bosco che gli lasciasse fare la confessione generale. D. Bosco non voleva perchè l´aveva già fatta una volta, ma egli avendogli chiesto di udirlo, come per grazia speciale gli fu concesso. La fece in due o tre volte. In quel giorno stesso che chiese tale grazia o nel giorno in cui incominciò la confessione, incominciò pure a non sentirsi bene; stette alcuni giorni all´Oratorio sempre incomodato. Venuti due suoi fratelli a vederlo e saputo del suo malessere, chiesero a D. Bosco che lasciasse andare Luigi a casa, per qualche tempo. Don Bosco diede il permesso. In quel giorno stesso o il giorno prima, Fornasio aveva finito di fare la sua confessione generale ed aveva ricevuta la S. Comunione. Andò a casa, stette ancora alcuni giorni alzato, ma poi si coricò. Il male si fece grave, lo prese nel capo, gli tolse la parola e a pochi intervalli lasciavagli l´uso della ragione. Fatto sta che non potè più nè confessarsi, nè comunicarsi. Il buon padre Don Bosco andò a Borgaro per vederlo. Fornasio ancor lo riconobbe, voleva parlare, e non potendo, pel dolore si mise a piangere e con esso tutta la sua famiglia. Il giorno dopo moriva.

 

” Giunta nell´Oratorio la notizia di questa morte, varii chierici domandarono a Don Bosco se Fornasio fosse colui che aveva nel sogno ricevuto quel biglietto, e il Servo di Dio, lasciò travedere non essere lui. Nondimeno alcuni in questo giorno tenevano che la profezia si fosse adempiuta in Fornasio.

” In questa stessa sera (16 aprile) D. Bosco annunziò agli alunni e descrisse quella morte, facendo osservare che dava a tutti una grande lezione. - Chi ha tempo non aspetti tempo: non lasciamoci ingannare dal demonio colle speranze di aggiustare le cose dell´anima nostra al punto di morte. Interrogato pubblicamente se Fornasio fosse colui che doveva morire, rispose che per allora voleva dir nulla. Soggiunse però essere costume nell´Oratorio che i giovani muoiano a due a due, e che uno chiami l´altro: e perciò stessimo noi ancora in guardia, e mettessimo bene in pratica l´avviso del Signore, di star preparati. Estote parati quia qua hora non putatis filius hominis veniet.

 

” Sceso dalla cattedra disse chiaramente in privato a qualche prete e chierico non essere Fornasio quegli che nel sogno aveva dallo spettro ricevuto il biglietto.

” Il 17 di aprile in tempo di ricreazione dopo il pranzo D. Bosco era in cortile circondato da un numero di giovani, i quali curiosamente lo interrogavano: - Ci dica il nome di chi deve morire! - D. Bosco sorridendo faceva segno col capo che non lo avrebbe detto. Ma i giovani insistevano:

” - Se non lo Vuol dire a noi lo dica almeno a D. Rua. D. Bosco continuava a far segno che no.

” - Allora ci dica l´iniziale del nome, lo pressarono alcuni.

” - Volete proprio saperlo? In quanto a questo vi contenterò, disse D. Bosco. Colui che ha ricevuto il biglietto da quel misterioso vecchione porta un nome che incomincia colle stesse iniziali del nome di Maria.

” La parola di D. Bosco non tardò un istante a sapersi da tutta la casa. Si voleva indovinare, ma era cosa difficile, perchè più di trenta alunni avevano il cognome che incominciava colla lettera M.

” Non mancarono però alcuni spiriti diffidenti. Era in casa un ammalato grave di nome Marchisio Luigi, del quale molto si dubitava che sarebbe guarito; e infatti il 18 aprile era condotto in seno alla propria famiglia. Sospettando che D. Bosco alludesse a Marchisio, dicevano: - Se fosse così, saprei anch´io indovinare che uno deve morire e che il suo nome principia colle iniziali del nome di Maria!” -

Il sogno delle due colonne (1862, MB VII, 169-171)

Il 30 maggio adunque raccontò alla sera una parabola o similitudine come egli volle appellarla.

 

Vi voglio raccontare un sogno. È vero che chi sogna non ragiona, tuttavia io, che a voi racconterei persino i miei peccati, se non avessi paura di farvi scappar tutti e far cadere la casa, ve lo racconto per vostra utilità spirituale. Il sogno l´ho fatto sono alcuni giorni.

Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio, sopra uno scoglio isolato e di non vedere altro spazio di terra, se non quello che vista sotto i piedi. In tutta quella vasta superficie delle acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, le prore delle quali sono terminate da un rostro di ferro acuto a mo´ di strale, che ove è spinto ferisce e trapassa ogni cosa. Queste navi sono armate di cannoni, cariche di fucili, di altre armi di ogni genere, di materie incendiarie, e anche di libri, e si avanzano contro una nave molto più grossa e più alta di tutte loro, tentando di urtarla col rostro, di incendiarla o altrimenti di farle ogni guasto possibile.

A quella maestosa nave arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle, che da lei ricevono i segnali di comando ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalle flotte avversarie. Il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.

In mezzo all´immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l´una dall´altra. Sovra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, a´ cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: - Auxilium Christianorum; - sull´altra, che è molto più alta e grossa, sta un´Ostia di grandezza proporzionata alla colonna e sotto un altro cartello colle parole: Salus credentium.

Il comandante supremo sulla gran nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, pensa di convocare intorno a sè i piloti delle navi secondarie per tener consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando il vento sempre più e la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.

Fattasi un po´ di bonaccia, il Papa raduna per la seconda volta intorno a sè i piloti, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.

Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portar la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte áncore e grossi ganci attaccati a catene.

Le navi nemiche si muovono tutte ad assalirla e tentano ogni modo per arrestarla e farla sommergere. Le une cogli scritti, coi libri, con materie incendiarie di cui sono ripiene e che cercano di gettarle a bordo; le altre coi cannoni, coi fucili e coi rostri: il combattimento si fa sempre più accanito. Le prore nemiche l´urtano violentemente, ma inutili riescono i loro sforzi e il loro impeto. Invano ritentano la prova e sciupano ogni loro fatica e munizione: la gran nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta ne´ suoi fianchi larga e profonda fessura, ma non appena è fatto il guasto spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.

E scoppiano intanto i cannoni degli assalitori, si spezzano i fucili, ogni altra arma ed i rostri; si sconquassan molte navi e si sprofondano nel mare. Allora i nemici furibondi prendono a combattere ad armi corte; e colle mani, coi pugni, colle bestemmie e colle maledizioni.

Quand´ecco che il Papa, colpito gravemente, cade. Subito coloro, che stanno insieme con lui, corrono ad aiutarlo e lo rialzano. Il Papa è colpito la seconda volta, cade di nuovo e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio. Senonchè appena morto il Pontefice un altro Papa sottentra al suo posto. I Piloti radunati lo hanno eletto così subitamente, che la notizia della morte del Papa giunge colla notizia dell´elezione del successore. Gli avversarii incominciano a perdersi di coraggio.

Il nuovo Papa sbaragliando e superando ogni ostacolo, guida la nave sino alle due colonne e giunto in mezzo ad esse, la lega con una catenella che pendeva dalla prora ad un´áncora della colonna su cui stava l´Ostia; e con un´altra catenella che pendeva a poppa la lega dalla parte opposta ad un´altra áncora appesa alla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.

Allora succede un gran rivolgimento. Tutte le navi che fino a quel punto avevano combattuto quella su cui sedeva il Papa, fuggono, si disperdono, si urtano e si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre. Alcune navicelle che hanno combattuto valorosamente col Papa vengono per le prime a legarsi a quelle colonne.

Molte altre navi che, ritiratesi per timore della battaglia si trovano in gran lontananza, stanno prudentemente osservando, finchè dileguati nei gorghi del mare i rottami di tutte le navi disfatte, a gran lena vogano alla volta di quelle due colonne, ove arrivate si attaccano ai ganci pendenti dalle medesime, ed ivi rimangono tranquille e sicure, insieme colla nave principale su cui sta il Papa. Nel mare regna una gran calma.

D. Bosco a questo punto interrogò D. Rua: - Che cosa pensi tu di questo racconto?

D. Rua rispose: - Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo. Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell´Eucarestia. -

D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: - Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un´espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! - Divozione a Maria SS. - frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti.

Buona notte !

Stato sacrilego di un giovane (1862, MB VII, 193-194)

Quindi venne a parlare delle confessioni sacrileghe dei giovani, cagionate specialmente dal tacere a bella posta cose che dovrebbero assolutamente palesarsi; e raccontava un fatto accaduto a lui stesso: Una notte sognai e vidi nel sogno un giovane che aveva il cuore rosicchiato dai vermi, che egli colla mano strappava e gettava via. Non diedi retta al sogno. Ma ecco che la notte seguente vidi il medesimo giovane, il quale aveva accanto un grosso cane che gli mordeva il cuore. Non dubitai più che il Signore avesse qualche grazia speciale per quel giovane e che il poveretto avesse qualche pasticcio sulla coscienza. Perciò lo teneva d´occhio. Un giorno lo presi alle strette e gli dissi: - Vuoi farmi un piacere?

” - Sì, sì; purch´io possa.

    ” - Se vuoi, puoi farmelo.

” - Ebbene domandi pure che io glielo farò.

” - Ma sicuramente?

” - Sicuramente!

” - Dimmi: non hai mai taciuto niente in confessione?

      ” Egli voleva negare, ma subito gli dissi: - Ma questa è quell´altra cosa perchè non la confessi? - Allora mi guardò in faccia e si mise a piangere e rispose: - Ha ragione: sono due anni che voglio confessarla e da una volta all´altra non ho mai osato! - Allora gli feci coraggio e gli dissi quello che doveva fare per mettersi in pace con Dio. ”

Cavallo rosso (1862, MBVII 217-219)

Stanotte ho fatto

un sogno singolare. Sognai di trovarmi insieme colla Marchesa di Barolo e passeggiavamo su di una piazzetta che metteva in una grande pianura. Io vedeva i giovani dell´Oratorio a correre, a saltare, a ricrearsi allegramente. Io voleva dare la destra alla Marchesa, ma ella mi disse: - No; resti dov´è.

Quindi si mise a discorrere dei miei giovani e mi diceva: - Va tanto bene che ella si occupi dei giovani, ma lasci a me soltanto la cura di occuparmi delle figlie; così andremo d´accordo. -

 - Io le risposi: - Ma, mi dica un poco; nostro Signore Gesù Cristo è venuto al mondo solo per redimere i giovanetti o non anche le ragazze ?

 - Lo so, ella mi rispondeva, che N. S. ha redenti tutti, ragazzi e ragazze.

 - Ebbene; io debbo procurare che il suo sangue non sia sparso inutilmente, tanto pei giovani, quanto per le fanciulle.

Mentre tenevamo questi discorsi ecco fra i miei giovani, che stavano sulla piazzetta, farsi un cupo silenzio. Tutti lasciano i loro trastulli e si mettono a fuggire, chi da una parte, chi dall´altra, pieni di spavento.

Io e la Marchesa arrestammo il passo e rimanemmo per un istante immobili. Cerco il motivo di quel terrore e quindi vo innanzi colla Marchesa. Alzo alquanto gli occhi ed ecco là in fondo nella pianura scorgo discendere a terra un cavallo grosso... ma così grosso!!.... Rimasi col sangue agghiacciato per la paura.

 - Era grosso come questa stanza? esclamò D. Francesia?

 - Ohi assai più, rispose D. Bosco. Sarà stato alto e grosso tre, o quattro volte di più del palazzo Madama. Insomma era una cosa straordinaria. Mentre io voleva fuggire, temendo che seguisse qualche catastrofe, la Marchesa di Barolo svenne e cadde per terra. Io quasi non poteva reggermi in piedi, tanto mi tremavano le ginocchia. Corsi a nascondermi dietro ad un casolare, che era non molto distante, ma di là mi scacciarono, gridando: - Vada, vada! Non venga qui! - Intanto io diceva fra me: - Chi sa che diavolo sia questo cavallo! Non voglio più fuggire, voglio farmi avanti ed osservarlo più da vicino, benchè tutto tremante, mi feci coraggio, ritornai indietro e mi avanzai.

Uh! che orrore! Con quelle orecchie ritte, con quel musaccio! Ora pareami che avesse tante gente addosso, ora che avesse le ali, cosicchè io esclamai: - Ma questo è un demonio!

Mentre lo contemplavo siccome ero accompagnato da altri, chiesi ad uno: - Che cosa è questo cavallaccio?

Mi fu risposto . - Questo è il cavallo rosso equus ruffis dell´Apocalisse.  Dopo mi svegliai e mi trovai sul letto tutto spaventato, e tutta questa mattina, dicendo messa, nel confessionale, aveva sempre davanti quella figuraccia. Adesso voglio che alcuno cerchi se questo equus rufus è veramente nominato nelle S. Scritture, e quale ne sia il significato.

E lasciò a Don Durando che cercasse di risolvere il problema. D. Rua osservò che veramente nell´Apocalisse al capo VI versicolo IV si parla del cavallo Rufo, simbolo della persecuzione sanguinosa contro la Chiesa come spiega nelle note alla Sacra Scrittura Mons. Martini. Così sta scritto: Et cum aperuisset sigillum secundum, audivi secundum animal, dicens: Veni et vide. Et exivit alius equus rufus: et qui sedebat super illum datum est ei ut sumeret pacem de terra, et ut invicem se interficiant et datus est ei gladius magnus.

Il serpente e il rosario (1862, MB VII, 238-243)

I parte (238-239)

ll 20 agosto 1862 recitate le preghiere della sera D. Bosco, dopo dati alcuni avvisi spettanti l´ordine della casa, disse:

Voglio contarvi un mio sogno fatto poche notti sono. (Deve essere la notte che precedeva la festa dell´Assunzione di Maria SS.)

Sognai di trovarmi con tutti i giovani a Castelnuovo d´Asti a casa di mio fratello. Mentre tutti facevano ricreazione, viene a me uno ch´io non sapeva chi fosse, e mi invita ad andar con lui. Lo seguii e menommi in un prato attiguo al cortile e là mi indicò fra l´erba un serpentaccio lungo sette od otto metri e diuna grossezza straordinaria. Inorridii a tal vista e voleva fuggirmene: - No, no, mi disse quel tale; non fugga; venga qui e veda.

 - E come, risposi, vuoi che io osi avvicinarmi a quella bestiaccia? Non sai che è capace d´avventarmisi addosso e divorarmi in un istante ?

 - Non abbia paura non le recherà alcun male; venga con me.

 - Ah! non son così pazzo di andarmi a gettare in tal pericolo.

 - Allora, continuò quello sconosciuto, si fermi qui! - E poi andò a prendere una corda e con questa in mano ritornò presso di me e disse:

 - Prenda questa corda per un capo e lo tenga ben stretto fra le mani; io prenderà l´altro capo e andrò alla parte opposta e così sospenderemo la corda sul serpente.

 - E poi?

 - E poi gliela lascieremo cadere attraverso la schiena.

 - Ah! no per carità! Perchè, guai se noi faremo questo. Il serpe salterà su indispettito e ci farà a pezzi.

 - No, no; lasci fare da me.

 - La, là! Io non voglio prendermi questa soddisfazione che può costarmi la vita. - E già me ne voleva fuggire. Ma quel tale insistette di nuovo, mi assicurò che non avevo di che temere, che il serpe non mi avrebbe fatto male alcuno e tanto disse che io rimasi e acconsentii a far il suo volere. Egli intanto passò dall´altra parte del mostro, alzò la corda e poi con questa diede una sferzata sulla schiena del serpe. Il serpente fa un salto volgendo la testa indietro per mordere ciò che l´aveva percosso, ma invece di mordere la corda, resta da essa allacciato come in cappio corsoio. Allora mi gridò quell´uomo: - Tenga stretto, tenga stretto e non lasci sfuggire la corda. - E corse ad un pero che era là vicino, e legò a quello il capo di corda che aveva tra le mani: corse quindi da me, mi tolse il mio capo di corda e andò a legarlo all´inferriata di una finestra della casa. Frattanto il serpente si dimenava, si dibatteva furiosamente e dava giù tali colpi in terra colla testa e colle immani sue spire, che laceravansi le sue carni e ne faceva saltare i pezzi a grande distanza. Così continuò finchè ebbe vita; e morto che fu, più non rimase di lui che il solo scheletro spolpato.

Morto il serpente, quel medesimo uomo slegò la corda dall´albero e dalla finestra, la trasse a sè, la raccolse, ne formò come un gomitolo e poi mi disse: - Stia attento neh! - Così mise la corda in una cassetta che chiuse e poi dopo qualche istante aprì. 1 giovani erano accorsi attorno a me. Gettammo l´occhio dentro alla cassetta e fummo tutti stupiti. Quella corda si era disposta in modo che formava le parole Ave Maria! - Ma come vai ho detto. Tu hai messa quella corda nella cassetta così alla rinfusa ed ora è così ordinata.

 - Ecco, disse colui; il serpente figura il demonio, e la corda l´Ave Maria o piuttosto il Rosario che è una continuazione di Ave Maria, colla quale e colle quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demonii dell´inferno.

Fin qui, concluse D. Bosco, è la prima parte del sogno. V´è n´è un´altra parte, la quale sarà, ancor più curiosa e interessante per tutti. Ma l´ora è già tarda e perciò differiremo a contarla domani a sera. Frattanto teniamo in considerazione ciò che disse quel mio amico riguardo all´Ave Maria ed al Rosario. Recitiamola divotamente ad ogni assalto di tentazione, sicuri di uscirne sempre vittoriosi. Buona notte!

II parte (242-243)

” Il domani 22 agosto, lo pregammo più volte a volerci raccontare se non in pubblico, almeno in privato quella parte di sogno che aveva taciuta. Non voleva accondiscendere. Dopo però molte suppliche si piegò e disse che alla sera avrebbe ancor parlato del sogno. Così fece. Dette le orazioni, incominciò:

      Dietro molte vostre istanze racconterò la seconda parte del sogno.

Se non tutta, almeno vi dirò quel tanto che potrò raccontarvi. Ma prima debbo premettere una condizione, cioè che nessuno scriva o dica fuori di casa quello che io racconterò. Parlatene tra di voi, ridetene, fatene tutto quel che volete, ma fra di voi soli.

Mentre adunque io e quel personaggio parlavamo della corda, del serpente e dei loro significati, mi volgo indietro e vedo giovani che raccoglievano di quei pezzi di carne del serpente e mangiavano. Io allora gridai subito: - Ma che cosa fate? Pazzi che siete! Non sapete che quella carne è velenosa e vi farà molto male?

    - No, no, mi rispondevano i giovani: è tanto buona!

Ma intanto, mangiato che avevano, cadevano in terra, gonfiavano e restavano duri come pietra. Io non sapeva darmi pace, perchè non ostante quello spettacolo altri e altri giovani continuavano a mangiare. Io gridava all´uno, gridava all´altro; dava schiaffi a questo, pugni a quello, cercando di impedire che mangiassero: ma inutilmente. Qui uno cadeva, là un altro si metteva a mangiare. Allora chiamai i chierici in aiuto e dissi loro che si mettessero in mezzo ai giovani e si adoperassero in ogni modo perchè più nessuno mangiasse di quella carne. Il mio ordine non ottenne l´effetto desiderato, che anzi alcuni degli stessi chierici si misero a mangiare le carni del serpe e caddero egualmente che gli altri. Io era fuori di me stesso, allorchè vidi tutto intorno a me un gran numero di giovani distesi per terra in quello stato miserando.

Mi rivolsi allora A quello sconosciuto e gli dissi: - Ma che cosa vuol dire ciò? Questi giovani conoscono che - quella carne reca loro la morte, tuttavia la vogliono mangiare! E perchè?

Egli rispose: - Sai bene: che animalis homo non percipit ea quae Dei sunt.

 - Ma e ora non c´è più rimedio per riaver di nuovo questi giovani?

 - Sì che c´è

 - Quale sarebbe?

 - Non vi è altro che l´incudine ed il martello.

 - L´incudine? il martello? E che cosa fare di tali cose?

 - Bisogna sottoporre i giovani alle azioni di questi strumenti.

 - Come ? Debbo forse io metterli su di un incudine e poi batterli con un martello?

Allora l´altro spiegando il suo pensiero, disse: - Ecco; il martello significa la confessione; l´incudine la S. Comunione: bisogna fare uso di questi due mezzi. - Mi misi all´opera e trovai giovevolissimo questo rimedio, ma non per tutti. Moltissimi ritornavano in vita e guarivano, ma per alcuni il rimedio fu inutile. Questi sono coloro che non facevano buone confessioni.

Monte da salire e banchetto (1863, MB VII, 336-337)

Egli, aveva continuate le sue conferenze ai confratelli della Pia Società. D. Albera Paolo ne ricorda una di que´ tempi, la quale produsse immenso effetto nei congregati. Narrò di aver fatto un sogno nel quale gli parve che stessero intorno a lui giovani e preti. Avendo egli fatto loro la proposta di mettersi in cammino e di salire un´alta montagna poco distante, tutti accondiscesero. Sulla vetta di quella erano preparate le mense per un magnifico convito, che doveva essere rallegrato da musiche e da splendide feste. Si misero adunque tutti in viaggio. La salita era ripida e faticosa, si incontrarono ostacoli di vario genere, talora difficili a superarsi e talora noiosi per chi era già stanco, sicchè a un certo punto tutti sedettero. D. Bosco pure si assise e dopo aver esortati i suoi compagni a farsi coraggio e a continuare l´ascesa, si alzò e si rimise in cammino andando con passo affrettato. Ma ad un certo punto, voltosi per osservare i suoi seguaci, vide che tutti erano tornati indietro, ed egli rimasto solo. Discese tosto il monte e andò a cercarsi altri compagni; li trovò, li guidò per quelle alture talvolta dirupate e di bel nuovo tutti scomparvero.

 - Allora, continuò D. Bosco, io pensai: ma pure io debbo giungere lassù e non già solo, ma accompagnato da altri molti.

....  È  quella la mia meta          è questa la mia missione   E come farò a compierla? .... Intendo! I primi furono seguaci raccogliticci, virtuosi, con buona volontà, ma non provati e del mio spirito, non assuefatti a superare gli ardui sentieri, non stretti fra loro e con me da vincoli speciali….. Ed è per questo che mi abbandonarono …..Ma io rimedierò allo sconcio.

Fu troppo amaro il mio disinganno……               Vedo quello che debbo fare…..Io non posso far conto se non sopra quelli che avrò formati io stesso.... Perciò ritornerò alle falde del monte, radunerò molti fanciulli, mi farò amare da essi, li addestrerò a sostenere coraggiosamente prove e sacrifizii.….mi obbediranno volentieri... saliremo insieme il monte del Signore. -

E volgendosi all´improvviso ai radunati, diceva aver egli in essi riposte le sue speranze; e per lunga ora con voce affocata li incoraggiava ad essere fedeli alla loro vocazione, in vista delle grazie senza numero che la Madonna avrebbe fatto, loro e del premio immancabile che il Signore aveva loro preparato.

Giovane moribondo (1863, MB VII, 344-345)

Il Sabato 20 dicembre, Don Bosco, dopo le solite orazioni della sera, disse ai giovani queste precise parole: - Pel giorno di Natale uno di noi andrà in paradiso. - L´infermeria era assolutamente vuota e ciascuno di noi pensava con una certa inquietudine ai fatti proprii. La Domenica 21 passò senza novità; l´infermeria sempre vuota; molti andarono a visitarla per assicurarsi. Alla sera nel teatrino si recitava il dramma: Cosimo II alla visita delle carceri. Il giorno 22, dopo la funzione in chiesa per la novena del Santo Natale, Blangino Giuseppe, ottimo giovane di anni 10, di S. Albano, incominciò a sentirsi male e si recò nell´infermeria. In poche ore la malattia si fece seria e il medico perdette ogni speranza ”.

D. Provera Francesco continua il racconto per iscritto: “ La sera del 23 dicembre si portò il santo Viatico al giovanetto Blangino. Verso le 10 D. Bosco era nell´infermeria e parlava del pericolo di morte nel quale trovavasi il piccolo ammalato. D. Rua gli disse: - Se D. Bosco vuole che io passi qui la notte, in caso che questo figliuolo avesse bisogno degli ultimi conforti della religione, io sono pronto.

” - Non fa bisogno, rispose D. Bosco: fino alle due antimeridiane non c´è pericolo; vatti pure a coricare tranquillo: lascia solo ordine che alle 2 ore ti vengano a chiamare, poichè allora ci sarà bisogno.

” Alle 2 ore infatti il giovane ebbe l´estrema unzione, e alle due e mezzo aveva già resa l´anima a Dio.

” Fattosi giorno D. Bosco raccontò come in quella notte avesse sognato il fanciullo moribondo. Disse: - Sognai che il Prefetto D. Alasonatti, mia madre (morta da sei anni) ed io assistevamo Blangino. D. Alasonatti era inginocchiato che pregava, mia madre aggiustava alcune cose intorno al letto, ed io ero seduto un po´ distante dal letto stesso. Mia madre si avvicina al giovanetto e dice: - È morto!

” - È morto? - dissi io.

” - Sì, è morto!

    ” - Guardate un po´ che ora è?

” - Sono tosto le tre.

” Il Prefetto intanto esclamò: - Oh! piacesse al Signore che tutti i nostri giovani facessero una morte così tranquilla.

” Dopo ciò mi svegliai.

L’elefante (1863, MB VII, 356-360)

Recitate le orazioni, il buon padre salì sulla tribuna solita e così prese a dire:

 

Ecco la sera della strenna. Ogni anno sino dalle feste Natalizie, soglio innalzare a Dio preghiere, perchè voglia ispirarmi qualche strenna, che possa esservi di giovamento. Ma quest´anno raddoppiai le preghiere stante il cresciuto numero dei giovani. Scorse però l´ultimo giorno dell´anno, venne il giovedì, il venerdì e nulla di nuovo. La sera del venerdì vado a letto, stanco delle fatiche del giorno, nè mi fu dato prendere sonno lungo la notte, di modo che al mattino mi levai spossato, quasi semimorto. Non mi conturbai per questo, anzi mi rallegrai, poichè sapeva che ordinariamente quando il Signore è per manifestarmi qualche cosa, passo malissimo la notte antecedente. Continuai le mie solite occupazioni nel paese di Borgo Cornalense e la sera del sabato giunsi qui tra voi. Dopo aver confessato mi posi a letto, e per la stanchezza cagionata dalla predicazione e dalle confessioni a Borgo, e dal poco riposo della notte antecedente facilmente mi addormentai. Ecco, qui comincia il sogno da cui riceverete la strenna.

Cari giovani, sognai che era giorno di festa, dopo pranzo, nelle ore di ricreazione e voi eravate intenti a divertirvi in mille modi. Mi parve di essere nella mia camera col Cav. Vallauri, professore di belle lettere: avevamo discorso di parecchie cose letterarie e di altre riguardanti la religione, quando improvvisamente sento all´uscio un ticc, tacc di chi bussava.

Corro a vedere. Era mia madre, morta da sei anni, che affannata mi chiamava. - Vieni a vedere, vieni a vedere.

 - Che c´è? risposi.

 - Vieni, vieni! replicò.

A queste istanze mi portai sul balcone ed ecco in cortile veggo in mezzo ai giovani un elefante di smisurata grandezza.

 - Ma come va? esclamai! Corriamo sotto! - E sbigottito mi rivolgeva al Cav. Vallauri, ed egli a me, come per interrogarci in qual modo fosse entrata quella belva mostruosa. Scendemmo tosto precipitosi nel porticato col professore.

Molti di voi, come è naturale, erano accorsi a vederla. Quell´elefante sembrava mite, docile: si divertiva correndo coi giovani; li accarezzava colla proboscide: era tanto intelligente che obbediva ai comandi, come se fosse stato ammaestrato ed allevato qui nell´Oratorio dalla sua prima età, di modo che era sempre seguito ed accarezzato da un gran numero di giovani. Non tutti però eravate intorno a lui vidi che la maggior parte spaventati fuggivate qua e là, cercando un luogo ove ricoverarvi e infine vi siete rifugiati in Chiesa. Io pure cercai d´entrarvi per l´uscio che mette nel cortile; ma nel passare vicino alla statua della Vergine, collocata presso la pompa, avendo io toccato l´estremità del suo manto, come in segno d´invocarne il patrocinio, essa alzò il braccio destro. Vallauri volle imitare il mio atto dall´altra parte e la Vergine mosse il braccio sinistro.

Io rimasi sorpreso non sapendo come spiegare un fatto così straordinario.

Venne intanto l´ora delle sacre funzioni e voi, o giovanetti, andaste tutti in Chiesa, lo pure entrai, e vidi l´elefante ritto in fondo vicino alla porta. Si cantarono i vespri, e dopo la predica andai all´altare assistito dal Sac. D. Alasonatti e da D. Savio per impartire la benedizione col SS. Sacramento. Ma nel momento solenne nel quale tutti erano profondamente inchinati ad adorare il Santo dei santi, vidi sempre al fondo della Chiesa, in mezzo al passaggio, fra le due file dei banchi, l´elefante inginocchiato e inchinato in senso inverso, col muso cioè e le orribili zane rivolte alla porta principale.

Terminate le funzioni io voleva subito uscire nel cortile per osservare ciò che avvenisse, ma trattenuto da alcuno in sacrestia che bramava darmi qualche avviso, dovetti indugiare.

Esco dopo breve tempo, sotto i portici e voi nel cortile per incominciare i divertimenti come prima. L´elefante uscito di chiesa si avanzò nel secondo cortile intorno al quale sono in costruzione gli edifizii. Notate bene questa circostanza, poichè in quel cortile, accadde la scena straziante che ora vi descriverò.

In quel mentre là al fondo compariva uno stendardo, su cui stava scritto a caratteri cubitali: Sancta Maria succurre miseris e lo seguivano i giovani processionalmente. Quando a un tratto, all´impensata di tutti, vidi quel brutto animale, che prima pareva tanto gentile, avventarsi con furiosi barriti in mezzo agli alunni circostanti e prendendo i più vicini colla proboscide scagliarli in alto, sfracellarli sbattendoli in terra, e co´ piedi farne uno strazio orrendo. Tuttavia quelli che erano siffattamente maltrattati non rimanevano morti, ma in uno stato da poter guarire, quantunque le ferite fossero orribili. Era un fuggi fuggi generale; chi gridava, chi piangeva, e chi ferito invocava l´aiuto dei compagni: mentre, cosa straziante, alcuni giovani risparmiati dall´elefante, invece di aiutare e soccorrere i feriti, avevano fatta alleanza col mostro per procacciargli altre vittime.

Mentre avvenivano queste cose (ed io mi trovava nel secondo arco del porticato presso la pompa) quella statuetta che vedete là (indicava la statua della SS. Vergine) si animò e s´ingrandì, divenne persona di alta statura, alzò le braccia ed aperse il manto, nel quale erano intessute con arte stupenda molte iscrizioni. Questo poi si allargò smisuratamente tanto, da coprire tutti coloro che vi si ricoveravano sotto: quivi erano sicuri della vita, pel primo un numero scelto de´ più buoni corse a quel refugio. Ma vedendo Maria SS. che molti non si prendevano cura di affrettarsi a Lei, gridava ad alta voce: Venite ad me omnes, ed ecco che cresceva la folla dei giovanetti sotto il manto che sempre si allargava. Alcuni però invece di ricoverarsi sotto il manto, correvano da una parte all´altra e venivano feriti prima che fosse loro dato di ripararsi al sicuro. La Vergine SS. affannata, rossa in viso, continuava a gridare, ma più rari si vedevano quelli i quali correvano a Lei. L´elefante seguitava la strage e parecchi giovani, che maneggiando una spada, chi due, sparsi qua e là, impedivano ai compagni, che ancora si trovavano nel cortile, col minacciarli e col ferirli, di andare a Maria. E costoro l´elefante non li toccava menomamente.

      Alcuni dei giovani ricoverati vicino a Maria e da lei incoraggiati, facevano intanto rapide scorrerie. Strappavano all´elefante qualche preda e trasportavano il ferito sotto il manto della statua misteriosa e quegli subito restava guarito. E quindi ripartivano correndo a nuove conquiste. Varii armati di bastone allontanavano l´elefante dalle sue vittime, e si opponevano ai suoi complici. E non cessarono, anche a rischio della loro vita da quel lavoro, finchè quasi tutti li ebbero seco loro condotti in salvo.

Il cortile ormai era deserto. Alcuni erano distesi a terra pressochè morti. Da una parte presso i portici una moltitudine di fanciulli sotto il manto della Vergine. Dall´altra in distanza l´elefante col quale erano rimasti solamente un dieci o dodici giovani, che lo avevano coadiuvato a far tanto male e che insolentemente imperterriti brandivano le spade.

Quand´ecco quell´elefante sollevatosi sulle gambe posteriori, cambiarsi in un fantasma orribile con lunghe corna; e preso un nero copertone o rete che fosse, avviluppò que´ miseri, che avevano parteggiato con lui, e mandò un ruggito, Allora un denso fumo tutti li involse e si sprofondarono e sparirono col mostro in una voragine improvvisamente apertasi sotto i loro piedi.

Terminata questa orrenda scena mi guardai attorno per esporre qualche mia riflessione a mia madre ed al Cav. Vallauri, ma più non li vidi.

Mi rivolsi a Maria, desideroso di leggere le iscrizioni, che apparivano intessute sovra il suo manto e vidi che parecchie erano tratte letteralmente dalla Sacra Scrittura e altre pure scritturali, ma alquanto modificate. Ne lessi alcune: - Qui elucidant me vitám aeternam habebunt: qui me invenerit inveniet vitam si quis est parvulus veniat ad me: refugium peccatorum: salus credentium: plena omnis pietatis, mansuetudinis et misericordiae. Beati qui custodiunt vias meas.

Dopo la scomparsa dell´elefante tutto era tranquillo. La Vergine pareva quasi stanca dal suo lungo gridare. Dopo breve silenzio, rivolse ai giovani belle parole di conforto, di speranza; e, ripetendo quelle parole che là vedete sotto quella nicchia, fatte scrivere da me: Qui elucidant me, vitam aeternam habebunt, disse: - Voi che avete ascoltata la mia voce, e siete sfuggiti dalla strage del demonio, avete veduto ed avete potuto osservare que´ vostri compagni sfracellati. Volete sapere quale è la cagione della loro perdita? Sunt colloquia prava; sono i cattivi discorsi contro la purità, quelle opere disoneste che tennero immediatamente dietro ai cattivi discorsi. Avete pur veduto que´ vostri compagni armati colla spada: ecco quelli che cercano la vostra dannazione, allontanandovi da me e che cagionarono la perdita di tanti vostri condiscepoli. Ma quos diutius expectat durius damnat. Quelli che Dio più a lungo aspetta più severamente punisce: e quel demonio infernale avviluppatili, seco li condusse all´eterna perdizione. Ora voi andatevene tranquilli ma ricordatevi delle mie parole: Fuggite que´ compagni amici di Satana, fuggite i cattivi discorsi specialmente contro la purità abbiate in me una illimitata confidenza ed il mio manto saravvi ognora sicuro rifugio.

Dette queste ed altre simili parole, si dileguò e null´altro rimase al solito posto, se non la nostra cara statuetta. Allora mi vidi ricomparire la defunta mia madre, di bel nuovo si innalzò lo stendardo colla scritta: Sancta Maria succurre miseris; tutti i giovani si ordinarono dietro a questo in processione ed intonarono il canto - Lodate Maria, o lingue fedeli.

Ma non andò molto che il canto incominciò ad illanguidirsi, poi svanì tutto quello spettacolo ed io mi svegliai bagnato interamente di sudore. Ecco! Questo è quanto ho sognato.

      O figli miei; ricavate voi stessi la strenna: chi era sotto il manto chi era gettato in alto dall´elefante, e chi aveva la spada se ne accorgerà dall´esaminare la propria coscienza. Io non vi ripeto che le parole della Vergine SS.: Venite ad me omnes; ricorrete tutti a Lei, in ogni pericolo invocate Maria e vi assicuro che sarete esauditi. Del resto pensino  coloro che furono sì maltrattati dalla belva a fuggire i cattivi discersi, i cattivi  compagni; e quelli che cercavano di allontanare gli altri da Maria, o mutino vita o partano subito da questa Casa. Chi poi vorrà sapere il posto che teneva, venga da me anche nella mia camera, ed io glielo manifesterò. Ma lo ripeto; i ministri di Satana o cambiare o partire. Buona notte!

I biglietti in borsa (1863, MB VII, 472-473)

Nella Mente e nel cuore di D. Bosco primeggiava sempre l´amabilissima figura di Maria SS. e una sera nei primi giorni di luglio, annunziava di aver visto in sogno una persona ( e pare fosse la Vergine Benedetta) passare in mezzo ai giovani e presentare loro una borsa riccamente lavorata, perchè ciascuno tirasse a sorte un bigliettino fra i molti che vi erano rinchiusi. D. Bosco le si mise a fianco. Di mano in mano che un giovane estraeva il biglietto, egli notava la frase o la parola che su quello era scritta. Finì il suo breve racconto col dire che tutti presero il loro biglietto, fuorchè uno il quale non andò e stette in disparte; e avendo D. Bosco voluto vedere ciò che era scritto sulla cartolina rimasta in fondo alla borsa, vi lesse: Morte.

Intanto egli invitò ciascuno a venirgli a domandare ciò che era scritto nel suo biglietto. Cosa che riempie di meraviglia! I giovani in casa erano circa 700 e ad ognuno ripetè un motto o di consiglio o profetico, svariatissimo, conciso e secondo il bisogno. E ciò che sorprende di più è che dopo molti anni si ricordava di quanto aveva detto ai singoli giovani.

D. Mussetti Sebastiano, della Collegiata di Carmagnola, allora giovanetto, ebbe da D. Bosco, che sopra il suo biglietto vi era scritto Costanza; e incontratolo molti anni dopo si senti ripetere con solennità: - Oh! ricordati: Costanza.

Ma vi ha ancora di più, asserisce il Canonico. Un gruppo di giovani si mise di sentinella, tenendo nota di quanti si presentavano a D. Bosco per chiedergli del proprio biglietto e ve ne fu un solo che non andò. Questi fu un giovane d´Ivrea che finiva gli studii del ginnasio.

Predizione di morte (1863, MB VII, 550)

“ Il I° novembre, D. Bosco, alla sera raccontò ai giovani in modo quasi di scherzo un breve sogno con queste parole: Non so se fosse per causa del pensiero della festa dei Santi, e della commemorazione dei morti, fatto si sta che la notte scorsa sognai essere morto un giovane e che io lo accompagnai fino alla sepoltura. Non voglio dire che questo sia indizio che qualcuno di voi debba morire; ma ebbi già parecchi di questi sogni e per caso si avverarono sempre ”.

Serpente nel pozzo (1863, MB VII, 550-551)

12 novembre. Si fece l´esercizio della buona morte e distribuì la SS. Eucaristia Mons. Losana Vescovo di Biella ”.

Alla sera del giorno 13 D. Bosco così parlò:

 

Ieri mattina abbiamo fatto l´esercizio della buona morte. Io fui occupato tutto il giorno da questo pensiero cioè dal buon frutto che ne sarebbe nato. Temo però che qualcheduno di voi non l´abbia fatto bene: questa notte ebbi un sogno, che vi racconterò.

Io mi trovava nel cortile con tutti i giovani della casa che si divertivano saltando qua e là. Siamo usciti dall´Oratorio per andare a passeggio e dopo qualche tempo ci fermammo in un prato. Colà i giovani ripresero i loro giuochi e ciascuno andava a gara cogli altri nel far salti, quando nel mezzo del prato io scorgo un pozzo senza sponda. Mi accosto per osservarlo e assicurarmi che non presentasse qualche pericolo per i miei giovani e vedo in fondo ad esso un terribile serpentaccio. La sua grossezza era come quella di un cavallo, anzi di un elefante. Era corto sicchè appariva informe, e tutto chiazzato di macchie giallastre.

Tosto mi ritirai alquanto pieno di tremore ed osservava i giovani che non già tutti, ma in buona parte, avevano preso a saltare da una parte all´altra di quel pozzo, e cosa strana, senza che mi venisse in capo di proibirli ed avvisarli del pericolo. Vedeva alcuni piccolini che erano così snelli da saltarlo senza alcuna difficoltà. Altri poi più adulti, essendo più pesanti, spiccavano il salto con maggior sforzo e meno alto, e spesso andavano a cadere sull´orlo: ed ecco sporgersi e poi scomparire la testa serpentina di quel mostro spaventevole, che li mordeva quale in un piede, quale in una gamba, e altri in altre membra. Ciò nonostante questi incauti erano così temerarii che saltavano più volte di seguito e quasi mai restavano illesi. Allora un giovane mi disse accennandomi un compagno. - Ecco: costui salterà una volta e salterà male: salterà la seconda volta e vi resterà.

Ma faceva intanto compassione il vedere giovani distesi per terra, questo con una piaga in una gamba, quello piagato in un braccio e altri nel cuore. E andava loro chiedendo: - Perchè correvate a saltare là sopra quel pozzo con tanto pericolo? Perchè dopo essere stati piagati una e due volte ritornavate a quel giuoco funesto?

Ed essi rispondevano, accompagnando le parole con un sospiro:

 - Non siamo ancora abituati a saltare.

Ed io - Ma dunque non bisognava saltare!

Ed essi di nuovo: - Che vuole? Non siamo abituati. Non credevamo d´incontrare questo male.

Ma uno sopra tutti mi colpì e mi fece tremare: quello che mi era stato indicato. Ritentò il salto e precipitò dentro. Dopo qualche istante il mostro lo sputò fuori del pozzo, nero come un carbone, ma non era ancor morto e continuava a parlare. Io ed altri stavamo là guardandolo pieni di spavento ed interrogandolo.

Corvi, ferite e unguento (1864, MB VII, 649-651)

Era la notte precedente alla Domenica in Albis 3 aprile, e parvemi di trovarmi sul balcone osservando i giovani a divertirsi. Quand´ecco vedo apparire un gran lenzuolo bianco, che copriva tutto il cortile e sotto questo si divertivano i giovani. Mentre li stava mirando, vedo, una gran quantità di corvi venire a svolazzare al di sopra del lenzuolo, girare qua e là e finalmente trovate le estremità di questo, passare sotto e gettarsi addosso ai giovani per beccarli.

Qui era uno spettacolo di compassione; ad uno cavavano gli occhi ad un altro beccavano la lingua e gliela facevano a pezzi; a questo davano beccate in fronte, a quell´altro straziavano il cuore. Ma il più che recava stupore era, come io diceva fra me stesso, che nessuno gridava o si lamentava ma tutti restavano freddi; come insensibili e non si curavano nemanco di difendersi. - Sogno io forse, diceva fra me, oppure son desto? se non sognassi come mai costoro si lascerebbero tanto piagare senza mandare un grido di dolore? - Ala dopo poco tempo sento un gemito universale, poi vedo quei tali feriti che si agitano, gridano, schiamazzano e vanno a mettersi in disparte dagli altri. Meravigliato di tutto questo, andava congetturando che cosa ciò volesse significare. - Forse, pensava, essendo il Sabato in Albis il Signore vuole mostrarci che intende coprirci tutti colla sua grazia. Quei corvi forse saranno demonii, che dànno l´assalto ai giovani.

Mentre pensavo a questo, sento un rumore; mi sveglio: già era giorno e qualcuno aveva bussato alla porta della mia camera.

Ma qual fu poi la mia sorpresa quando vidi al lunedì diminuire le comunioni, al martedì più ancora, al mercoledì poi in modo notabilissimo, sicchè alla metà della messa avevo terminato di confessare. Non volli però dir niente, perchè essendo prossimi gli esercizii spirituali sperava che si sarebbe rimediato a tutto.

Ieri 13 Aprile ebbi l´altro sogno. Lungo il giorno aveva sempre confessato, quindi la mia mente era tutta occupata dell´anima dei giovani, come lo è quasi di continuo. Alla sera vado a letto ma non poteva dormire; era sempre tra il sonnacchioso, e lo sveglio, finchè dopo qualche ora presi sonno regolare. Allora parvemi di nuovo di trovarmi sulla ringhiera osservando i giovani occupati nel divertimento.

Scorgeva tutti quelli che erano stati feriti dai corvi e li osservava. Comparve poi un personaggio con un vasetto in mano entro a cui teneva del balsamo. Era accompagnato da un altro che recava un pannolino. Questi due si diedero attorno a medicare le ferite dei giovani, che appena tocchi dal balsamo restavano guariti. Vi furono però parecchi i quali quando videro quei due avvicinarsi a loro, si scostarono e non vollero essere guariti. E quei che più mi spiacque si fu che costoro erano non in numero singolare ma in quantità assai notabile. Mi presi cura di scriverne il nome su di un pezzo di carta, giacchè li conosceva tutti, ma mentre scriveva mi svegliai e mi trovai senza la carta. Ciò tuttavia fece sì che li ebbi impressi nella memoria, ed ora li ricordo quasi tutti. Potrei forse dimenticarne qualcheduno, ma credo ben pochi. Adesso andrò via via parlando a costoro come già parlai ad alcuni e procurerò di indurli a sanate le loro ferite.

Date voi il peso che volete a questo sogno; quello che io vi dico si è che se gli date piena fede non fate alcun danno all´anima vostra. Vi raccomando però che queste cose non si mandino fuori dell´Oratorio. Io a voi dico tutto, ma desidero che tutto si tenga qui rinchiuso

La decima collina (1864, MB VII, 796-800)

D. Bosco aveva sognato nella notte precedente. Nello stesso tempo un giovane di nome C... E... di Casal Monferrato, fece egli pure lo stesso sogno, parendogli di trovarsi con D. Bosco e di parlargli. Levatosi ne era rimasto tanto colpito che andò a raccontare le cose sognate al suo professore, il quale lo esortò di recarsi a narrarle a D. Bosco. Il giovane andò subito e s´imbattè con lui stesso che scendeva le scale, per cercarlo e narrargli la stessa cosa.

Parve adunque a D. Bosco di trovarsi in una grandissima valle tutta piena di migliaia e migliaia di giovanetti, ma così numerosi che esso non credea potersene trovare tanti in tutto il mondo. Fra questi giovani egli distingueva tutti quelli che furono, e quelli che sono nella casa. Tutti gli altri erano coloro che forse verranno poi. Frammisti ai giovani si vedevano i  preti ed i chierici della casa.

Una ripa altissima chiudeva da un lato quella valle. Mentre. D. Bosco pensava che casa avrebbe dovuto fare di tanti giovani, una voce gli disse: - Vedi quella ripa? Ebbene; bisogna che tu e i tuoi giovani ne guadagniate la cima.

Allora D. Bosco diede ordine a tutte quelle, turbe di giovani di muoversi verso il punto indicato. I giovani si mossero e a gran corsa si slanciarono arrampicandosi su per la ripa. I preti della casa correvano anche essi all´insù spingendo avanti i giovani, rialzavano quelli che cadevano e portavano sulle spalle coloro che stanchi non potevano camminare. D. Rua colle maniche della veste rivoltate lavorava più di tutti e, prendendo i giovani a due per due, addirittura gli slanciava per aria sulla ripa, sulla quale cadendo essi restavano in piedi e poi scorrazzavano allegramente qua e là. D. Cagliero e D. Francesia correano su e giù per le file gridando: - Coraggio, avanti; avanti, coraggio.

In poco d´ora quelle schiere giovanili raggiunsero la cima della ripa; D. Bosco pure era salito e disse: - Ed ora che cosa faremo? - E la voce soggiunse: - Tu devi valicare coi tuoi giovani queste dieci colline che vedi distendersi innanzi a te l´una dopo l´altra. - Ma come faranno a reggere ad un viaggio così lungo tanti giovanetti che sono così piccoli e delicati?

 - Chi non potrà andare co´ suoi piedi, sarà portato; - gli fu risposto.

      Ed ecco infatti spuntare ad una estremità del colle e salire un magnifico carro. Impossibile ne è la descrizione tanto era bello, ma pure qualche cosa si può dire. Era triangolare e avea tre ruote che si moveano per tutti i versi. Dai tre angoli partivano tre aste che venivano a congiungersi in un punto solo sopra il carro stesso, formando come un pinnacolo di pergolato. Su questo punto di congiunzione si innalzava un magnifico stendardo sul quale era scritto a caratteri cubitali: Innocentia. Una fascia poi che correva tutto intorno al carro, formava sponda e portava l´iscrizione: Adiittorio Dei Altissimi Patris et  Filiieti Spiritus Sancti.

Il carro, che splendeva tutto per oro e pietre reziose, si avanzò e venne a collocarsi in mezzo ai giovani. Dato il comando, molti fanciulletti vi salirono sopra. Il numero era di 500 Cinquecento appena in mezzo a tante migliaia di giovani erano Ancora innocenti.

Collocati questi sul carro D. Bosco pensava per quale via avrebbe dovuto incamminarsi, quando vide aprirsi innanzi a lui una strada larga e commoda, ma tutta sparsa di spine. Apparvero quindi all´improvviso sei giovani, già morti nell´Oratorio, vestiti di bianco, i quali inalberavano un´altra bellissima bandiera sulla quale era scritto: poenitentiae. Costoro si andarono a posare alla testa di tutte quelle falangi di giovani che doveano mettersi in viaggio pedestri. Allora fu dato il segnale della partenza. Molti preti si slanciano al timone dei carro, il quale tratto da essi incomincia a muoversi. I sei vestiti di bianco lo seguono. Dietro a loro tutto il resto della moltitudine. Con magnifica ed inesprimibile musica si intona dai giovanetti che erano sul carro il Laudate pueri Dominum.

D. Bosco camminava inebbriato da quella musica celeste, quando si ricordò di voltarsi indietro, per vedere se tutti i giovani lo aveano seguito. Ma oh doloroso spettacolo! Molti erano rimasti nella valle, molti erano ritornati indietro. Don Bosco agitato da inesprimibile dolore decise di rifare il cammino già fatto per tentar di persuadere quei giovani sconsigliati, e di aiutarli a seguirlo. Ma gli venne assolutamente vietato. - Ma quei poverini si perdono: - esclamò egli. Egli venne, risposto: - Peggio per loro: essi furono chiamati come gli altri e non vollero seguirti. La strada da farsi l´hanno veduta e ciò basta. - D. Bosco voleva replicare; pregò, scongiurò: tutto fa inutile: - L´obbedienza è anche per te! - gli fa detto. E dovette continuare il cammino.

Non erasi ancor lenito questo dolore, quando un altro tristo accidente sopravvenne. Molti giovanetti di quelli che si trovavano sul carro a poco a poco erano caduti per terra. Di 500 appena 150 rimanevano sotto il vessillo dell´innocenza.

Il cuore di D. Bosco scoppiava per l´insopportabile affanno. Esso sperava fosse quello un sogno, facea tutti gli sforzi per svegliarsi, ma pur troppo si accorgeva che era una terribile realtà. Batteva le mani ed udiva il suono di esse: gemeva, ed udiva che il suo gemito risuonare per la stanza; volea dissipare quel terribile fantasma, ma non poteva.

 - Ah miei cari giovani! egli esclamava a questo punto, narrando il sogno. Io ho conosciuto e veduto coloro che rimasero nella alle, quelli che tornarono indietro o caddero dal carro! Vi ho conosciuti tutti. Ma non dubitate; io farò ogni sforzo possibile per salvarvi. Molti oli voi invitati da me a confessarsi non risposero alla chiamata! Per carità salvate le anime vostre.

Molti dei giovanetti caduti dal carro si erano di mano in mano andati a porre tra le file di coloro che camminavano dietro la seconda bandiera. Intanto la musica del carro continuava così dolce che a poco a poco vinse il dolore di D. Bosco. Sette colline erano già valicate e giunte quelle schiere sulla ottava, entrarono in un meraviglioso paese, dove si fermarono a prendere un po´ di riposo. Le case erano di una ricchezza e bellezza indiscrivibile.

D. Bosco parlando ai giovani di questa regione soggiunse: - Vi dirò con Santa Teresa ciò che essa affermò delle cose del paradiso: sono cose che col parlarne si avviliscono, perchè sono così belle che è inutile sforzarsi a descriverle. Quindi osserverò solamente che gli stipiti di quelle case pareano di oro, di cristallo, di diamante tutt´insieme, sicchè sorprendevano, appagavano la vista infondevano allegrezza. I campi erano ripieni d´alberi sui quali si vedevano contemporaneamente fiori, bottoni, frutta matura e frutta verde. Era un incanto magnifico.

I giovani si sparsero pel paese chi di qua e chi di là, chi per una cosa, chi per l´altra, poichè grande era la loro curiosità e il desiderio di avere di quella frutta.

È in questo villaggio che quel giovane di Casale si imbattè in D. Bosco e tenne con lui un lungo dialogo. D. Bosco e il giovane si ricordavano perfettamente le domande fatte e le risposte avute. Singolare combinazione di due sogni.

D. Bosco ebbe qui un´altra strana sorpresa. I suoi giovani gli apparvero ad un tratto come divenuti vecchi; senza denti, pieni di rughe in volto, coi capelli bianchi, curvi, zoppicanti, appoggiati al bastone. D. Bosco si maravigliava di questa metamorfosi, ma la voce gli disse: - Tu ti meravigli; ma hai da sapere che non sono già poche ore dacchè sei partito dalla valle, ma sono anni ed anni. È  quella musica che ti ha fatto parer corto il cammino. In prova, guarda la tua fisionomia e ti persuaderai se io dico il vero. - E a D. Bosco venne presentato uno specchio. Egli si specchiò e vide che il suo aspetto era d´uomo attempato, coi volto rugoso, e coi denti guasti e pochi.

La comitiva frattanto si rimise in cammino e i giovani a quando a quando chiedevano di fermarsi per vedere quelle nuove cose. Ma D. Bosco dicea loro: - Avanti, avanti: noi non abbisognamo di nulla; non abbiamo fame, noti abbiam sete, dunque avanti.

(In fondo lontano, sulla decima collina spuntava una luce che andava sempre crescendo come se uscisse da una stupenda porta). Ricominciò allora il canto, ma così bello che solo in Paradiso si può udire l´eguale e gustarlo. Non era musica di istrumenti, nè parea di voci umane. Era una musica impossibile a descriversi; e tanta fu la piena del giubilo che inondò l´anima di D. Bosco che svegliatosi si trovò nel suo letto.

La pernice e la quaglia (1865, MB VIII, 11-15.16s)

Si legge ne´ Proverbi al Capo IV: “ Figliuoli, ascoltate i documenti del padre e state attenti ad apparar la prudenza. Un buon dono farò io a voi: guardatevi dall´abbandonare i miei precetti ”. Noi quindi continuiamo ad esporre le parole di vita che abbiamo udite dalle labbra del nostro padre D. Bosco, secondo l´ordine col quale vennero proferite.

16 gennaio.

La metà di gennaio è già passata: come abbiamo noi impiegato il tempo? Stassera, se volete, vi racconterò un sogno che ho fatto

la notte di avant´ieri. Era in viaggio con tutti i giovani dell´Oratorio e molti altri che non conosceva. Ci fermammo a far colazione in una vigna e tutti i giovani si sparsero qua e là per mangiar frutta. Chi mangiava fichi, chi uva, chi pesche, chi susine. Io era in mezzo a loro e tagliava grappoli d´uva, coglieva fichi e li distribuiva ai giovani, dicendo:

- A te; prendi e mangia.

Mi parea di sognare e mi rincresceva che fosse sogno, ma dissi tra me:

- Sia quel che si vuole, lasciamo che i giovani mangino.

In mezzo ai filari scorgevasi il vignaiuolo.

Come ci fummo ristorati, ci rimettemmo in cammino, attraversando la vigna; ma il cammino era travaglioso. La vigna, come si usa, in tutta la sua lunghezza era tagliata da profondi solchi, dimodochè bisognava ora discendere, ora salire, ora saltare. I più robusti saltavano; i più piccoli saltavano anch´essi, ma invece di raggiungere l´opposto filare rotolavano nel fosso. Ciò mi rincresceva grandemente, quindi mi volsi a guardare attorno e vidi una strada che costeggiava la vigna. Allora con tutti i giovani mi rivolsi a quella parte.

Ma il coltivatore mi fermò e mi disse:

- Guardi: non vada su quella strada; ella è impraticabile, piena di pietre, spine, fango e fosse; continui quel cammino che avea intrapreso.

Io risposi:

- Avete ragione; ma questi piccolini non possono camminare a traverso questi solchi.

- Oh! è presto fatto, l´altro ripigliò; i più grandi si prendano sulle spalle i più piccoli e potranno saltare benchè carichi di questo peso.

Non mi persuasi di quello che mi era stato detto e con tutta la mia schiera andai sulla proda della vigna, vicino a quella strada e trovai che quel coltivatore aveva detta la verità. La strada era spaventosa e impraticabile.

Rivolto a D. Francesia dissi: - Incidit in Scyllam qui vult vitare Charybdim. - E ci fu giocoforza, prendendo un sentiero lungo la strada, attraversare alla bella meglio tutta la vigna, seguendo il consiglio del coltivatore.

Giunti là dove finiva la vigna trovammo una folta siepe di spine; aprendoci un passaggio con grande stento, scendemmo un´alta ripa e ci trovammo in un´amenissima valle ripiena di alberi e tutta ricoperta di erbetta. In mezzo a questo prato vidi due antichi giovani dell´Oratorio i quali appena mi videro si mossero verso di me e mi salutarono. Ci fermammo a parlare ed uno di essi dopo alquanto intrattenerci insieme:

Guardi, come è bella! - mi disse mostrandomi due uccelli che aveva in mano.

- Che cosa? risposi io.

- Una pernice: ed anche una quaglia che ho trovato.

- È viva la pernice? soggiunsi io.

- Già s´intende: guardi. - E mi diede una bellissima pernice che aveva pochi mesi.

- Mangia da sè?

- Incomincia.

E mentre io era occupato a darle da mangiare mi accorsi che aveva il becco diviso in quattro parti. Ne feci le meraviglie e ne domandai la ragione a quel giovane:

- Come? egli disse: non sa D. Bosco che vuol dire ciò? Significa la stessa cosa il becco della pernice diviso in quattro parti e la pernice stessa.

- Non capisco.

- Ella non capisce che ha studiato tanto? Come si chiama la pernice in latino?

- Perdix.

- Or bene ha la chiave di tutto.

- Fammi il piacere, levami dall´imbroglio.

- Ecco, mediti le lettere che compongono il vocabolo Perdix.

” P: vuol dire Perseverantia.

” E: Aeternitas te expectat.

” R: Referet unusquisque secundum opera sua, prout gessit, sive bonum, sive malum.

” D: Dempto nomine. Cancellata ogni umana rinomanza, gloria, scienza, ricchezza.

” I: Significa: Ibit. Ecco che cosa indicano le quattro parti del becco: i quattro novissimi.

- Hai ragione, ho capito; ma dimmi: e l´X dove lo lasci? Che cosa vuol dire?

- Come ella che ha studiato le matematiche non sa che cosa vuol dire X?

- X vuol dire l´incognita.

- Or bene cambi vocabolo e lo chiami lo sconosciuto: andrà in luogo sconosciuto (in locum suum).

Mentre io era meravigliato e persuaso di queste spiegazioni, gli domandai:

- Mi regali questa pernice?

- Ma sì, ben volentieri: vuol vedere anche la quaglia?

- Sì, fammela vedere.

Mi porse allora una magnifica quaglia; tale almeno parea. La presi, ne sollevai le ali e vidi che era tutta piagata e a poco a poco apparve brutta, marcia, puzzolente che metteva schifo. Allora domandai al mio giovane che dir volesse questa trasformazione.

Egli rispose:

- Prete! Prete! non sa queste cose dopo aver studiato la Sacra Scrittura? Si ricorda quando gli Ebrei nel deserto mormoravano e Dio mandò le quaglie, e ne mangiarono e avevano ancora quelle carni fra i denti, quando tante migliaia di loro furono puniti dalla mano di Dio? Dunque questa quaglia significa che ne uccide più la gola che la spada e che l´origine della maggior parte dei peccati deriva dalla gola.

Ringraziai quel giovane delle sue spiegazioni.

Intanto nelle siepi, sugli alberi, fra le erbe comparivano pernici e quaglie in gran numero, le une e le altre simili a quelle che teneva in mano colui che mi aveva parlato. I giovani presero a dar loro la caccia e così si procurarono la refezione.

Quindi ci rimettemmo in viaggio. Quanti mangiarono della pernice divennero robusti e continuarono il cammino; quanti mangiarono della quaglia, restarono nella valle, lasciarono di seguirmi, si dispersero e li perdetti, cioè più non li vidi.

Ma ad un tratto, mentre io camminavo, si cambiò interamente scena. Mi parve di essere in un immenso salone più grande di tutto l´Oratorio, compreso l´intero cortile, e lo vidi tutto ripieno di una gran moltitudine di persone. Guardai all´intorno e non conobbi nessuno; non vidi neppur uno dell´Oratorio. Mentre era lì stupefatto, un uomo mi si avvicinò e mi disse che v´era un poveretto che stava gravemente ammalato con gran pericolo di morire e che avessi avuto la bontà di andarlo a confessare. Io riposi che volentieri; e senz´altro lo seguii. Entrammo in una camera e mi accostai all´infermo, incominciai a confessarlo, ma vedendo che a poco a poco si andava indebolendo, temendo che morisse senza assoluzione, troncai a mezzo la confessione. Non appena l´ebbi assolto, morì. Il suo cadavere incominciò subito a puzzare così orribilmente che non si potea sopportare. Io dissi che bisognava seppellirlo subito e domandai perchè puzzasse a quel modo. Mi fu risposto:

- Chi muore così presto, è presto giudicato.

Uscii di là; mi sentiva estremamente stanco e domandai di riposare. Mi fu tosto risposto che volentieri accondiscendevano al mio desiderio e fui condotto, su per una scala che mettea capo in un´altra stanza. Entrando vidi due giovani dell Oratorio che parlavano tra di loro ed uno di essi aveva un involto. Chiesi loro:

- Che cosa avete in mano? che cosa fate qui?

Essi si scusarono di trovarsi in quel luogo, ma non risposero a ciò che aveva domandato. Io ripresi:

- Vi domando perchè vi trovate qui?

Essi si guardarono in volto e mi risposero che attendessi. Quindi svolsero il loro involto e ne trassero fuori e distesero un drappo funebre. Io guardai attorno e vidi in un cantone, disteso, morto, un giovane dell´Oratorio. Ma non lo riconobbi. Domandai ai due giovani chi fosse, ma si scusarono e non mel vollero dire. Mi avvicinai a quel cadavere, lo fissai in volto, mi parea e non mi parea di conoscerlo, ma non potei raffigurarlo. Deciso allora di saperlo a qualunque costo, discesi la scala e mi trovai di bel nuovo in quel gran salone. La moltitudine di gente sconosciuta era scomparsa e in suo luogo stavano i giovani dell´Oratorio. Appena i giovani mi videro, mi si strinsero attorno e mi dissero: -D. Bosco! D. Bosco! sa, è morto un giovane dell´Oratorio. - Io chiesi loro chi esso fosse e nessuno mi volle dare risposta: mi rimandavano gli uni agli altri, ma nessuno volea parlare. Ridomandai con maggior insistenza: si scusavano e non mel vollero dire. In questo affanno, deluso nella mia ricerca, mi svegliai e mi trovai nel mio letto. Il sogno durò tutta la notte e la mattina mi trovai così stanco ed affranto che realmente pareva che avessi viaggiato tutta la notte. Le cose che io vi racconto, bramo che non siano dette fuori dell´Oratorio; parlatene fra di voi fin che volete, ma stiano fra di noi.

Il giorno dopo, 17 gennaio, Don Bosco al mattino si recò a Lanzo ove traevalo l´affetto paterno per Don Ruffino Domenico e per i suoi subalterni. In queste visite interessavasi non solo degli affari importanti della sua missione spirituale, ma informavasi eziandio delle necessità materiali della casa, dell´andamento scolastico e disciplinare degli alunni e delle relazioni colle Autorità Ecclesiastiche e Civili. Si può dire che ogni persona ricevesse da lui l´impulso per operare.

Da Torino, dopo quindici giorni, scriveva al medesimo Direttore:

 

Carissimo D. Ruffino,

Scavarda desidera di andare a prendere le sue robe, ma è inteso che ritorna qui ed in sua vece avrete costà Chiesa, che credo una copia del Bodratto per buona volontà.

Ho corretto e faccio riscrivere la memoria pel sindaco.

Augura da parte mia copiose le benedizioni del cielo sopra tutti i Superiori ed inferiori del Collegio di Lanzo; faccia la Santa Vergine che quanti sono gli abitanti, altrettanti siano i santi. Amen.

Dio ti benedica: credimi tutto tuo,

 Torino, 3 febbraio 1865,

Aff.mo in G. C.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Ritornato all´Oratorio la sera dell’8 gennaio così parlava ai suoi alunni:

 

Sono stato a Lanzo a vedere quei giovani che mi sono come voi molto cari. Non vi dirò l´accoglienza fattami, perchè sarebbe un ripetere le cose dette altra volta. Vi dirò solo che ieri sera, come ebbi finito di parlare loro, ad una voce mi dissero: - Dica al giovani dell´Oratorio di S. Francesco di Sales che noi li amiamo molto, che li consideriamo come nostri amici, come nostri fratelli e che speriamo che anche essi ci vorranno bene, come noi lo vogliam loro. Dica che il giorno di S. Francesco di Sales noi tutti faremo la Comunione e ci uniremo a pregare per loro nel sacro Cuore di Gesù Cristo. Dica che speriamo qualche volta di andare a Torino, per salutarli, come desideriamo che essi vengano qui a Lanzo a passare qualche giorno con noi. - Io mi feci interprete dei vostri sentimenti, o miei cari figliuoli, e dissi potersi dare benissimo, che qualcheduno di voi qualche volta vada a Lanzo, o per starvi definitivamente, oppure indefinitivamente, secondo sarà il volere de´ superiori; e che se qualcheduno di loro si porterà qui a Torino, sarà accolto da voi come vero fratello, tanto più sapendo per fama voi di Torino come gli alunni di Lanzo siano giovani così buoni. - Pensate la contentezza dei giovani di Lanzo a queste mie parole: si alzarono in punta di piedi, si fecero più lunghi che poterono, e si tirarono su il nodo della cravatta!

Ma passiamo ad altro. Voi vorrete sapere ancora qualche cosa del sogno. Vi spiegherò solamente che cosa voglia dire quaglia e pernice. La pernice, per andare all´ultimo termine del significato, è la virtù; la quaglia il vizio; perchè la quaglia fosse così bella in apparenza e poi vista da vicino, piagata sotto le ali, apparisse tutta puzzolente, lo capite e non fa bisogno spiegarlo; sono le cose disoneste.

Fra i giovani, altri mangiavano la quaglia golosamente, con avidità, non ostante che fosse tutta fracida, e sono quelli che si dànno al vizio, al peccato: altri mangiavano la pernice, e son quelli i quali portano amore alla virtù e la seguono. Alcuni tenevano in una mano la quaglia, nell´altra la pernice e mangiavano la quaglia; son quelli che conoscono la bellezza della virtù, ma non vogliono approfittarsi della grazia che Dio fa loro per farsi buoni. Altri tenendo in una mano la pernice e nell´altra la quaglia, mangiavano la pernice dando occhiate cupide, invidiose alla quaglia; son quelli che seguono la virtù, ma con stento, ma per forza, dei quali si può dubitare, che se non cambiano, una volta o l´altra cadranno. Altri mangiavano la pernice e la quaglia saltava loro d´innanzi, ma essi non la guardavano e continuavano a mangiar la pernice; son quelli i quali seguono la virtù e abbominano il vizio e lo considerano con disprezzo. Altri mangiavano un po´ di quaglia e un po´ di pernice, e son coloro che alternano tra il vizio e la virtù e così s´ingannano, sperando di non essere tanto cattivi. Voi mi direte: Chi di noi mangiò la quaglia e chi la pernice? A molti l´ho già detto: gli altri, se vogliono, vengano da me e loro lo dirò.

Similmente continuava a dare in privato ai singoli serii ammonimenti salutari, oppure una lieta notizia, secondochè suggerivagli il sogno. Un giorno avendo presso di sè una decina di giovani che gli domandavano se avesse conosciuto il loro avvenire, disse:

- Di quelli che sono qui, uno diverrà un gran dotto, un altro un gran santo, un terzo e dotto e santo.

Ora che cosa diremo noi del sogno surriferito?

Don Bosco, come era solito, non ne descrisse tutte le circostanze, non diede tutte le spiegazioni, limitandosi a ciò che riguardava la condotta dei suoi giovanetti, e qualche previsione dell´avvenire. Eppure studiando le sue parole, se non erriamo, ci si presenta l´idea dell´Oratorio, della Pia Società, e degli Ordini religiosi. Esponiamo, rimettendoci al giudizio dei più esperti, alcune nostre riflessioni:

I° La vigna è l´Oratorio. D. Bosco infatti distribuisce, quale padrone, ogni specie di frutta ai giovani. È una di quelle vigne spirituali predette da Isaia nel capo LXV: “ Pianteranno (i fedeli) le vigne e ne mangeranno il frutto - Plantabunt vineas et comedent fructus earum ”. La scena accade evidentemente in pieno raccolto.

2° Il viaggio di D. Bosco. Il consiglio del coltivatore, che cioè i più robusti, ossia i Salesiani, portassero sulle spalle i più piccoli, non potrebbe indicare come allora urgesse la necessità che il tirocinio spirituale dei congregati non fosse disgiunto dalla vita attiva? La strada impraticabile non sarebbe forse la via regia dei grandi Ordini religiosi amati e desiderati da D. Bosco, ridotta in quello stato per la mancata regolare osservanza, per l´odio delle sette, per le leggi di soppressione? E il sentiero nella vigna che costeggia la strada, avendone quindi la stessa direzione e la stessa meta, non indicherebbe il nuovo istituto fondato da D. Bosco?

3° La pernice. Uno dei caratteri speciali di questo volatile è la furberia. Cornelio a Lapide in fatti commentando il capo XVII di Geremia cita la lettera 47ª di S. Ambrogio in cui son descritte le arti astute e sovente fortunate della pernice per isfuggire alle insidie dell´uccellatore e anche per salvare la sua nidiata. E il motto che di frequente D. Bosco indirizzava ai suoi figli era precisamente questo: Siate furbi! e con ciò intendeva che il ricordo dell´eternità insegnasse loro i modi per sfuggire i lacci del demonio.

4° La quaglia. Il vizio della gola è morte delle vocazioni.

5° La gran sala e la moltitudine che l´occupava di persone sconosciute al Servo di Dio dovevano pur aver un significato, e qualche interessante particolarità. D. Bosco però non credette doverne far parola. Non potrebbe essere che si trattasse dell´opera futura de´ Cooperatori salesiani?

6° Quanto all´ammalato morente D. Bosco disse alcun tempo dopo a noi preti: “ Era un antico allievo dell´Oratorio, e di lui voglio chiedere informazione per verificare se fosse già morto ”.

7° E il giovane morto? Pare che fosse D. Ruffino, carissimo a D. Bosco, e ciò spiegherebbe le reticenze dei giovani. D. Bosco non lo riconobbe, poichè questo sogno lo predisponeva alla gran perdita, senza amareggiarlo con una dolorosa certezza. D. Ruffino era un angelo per virtù e per fattezze, e quei giorni stava bene. Però egli morì in quell´anno il 16 luglio.

 

 

 

 

Il gattone dagli occhi accesi (1865, MB VIII, 34-35)

6 febbraio.

Due o tre sere fa io sognai: volete che vi racconti il mio sogno? Siccome io amo i miei giovani, quindi sogno sempre di essere in loro compagnia. Mi pareva adunque di trovarmi qui in mezzo al cortile, circondato dai miei cari figliuoli, e tutti aveano in mano un bel fiore. Chi aveva una rosa, chi un giglio, chi una violetta, chi la rosa ed il giglio insieme, ecc. ecc. Insomma chi un fiore, chi un altro. Quando ad un tratto comparve un brutto gattone, colle corna, tutto nero, grosso come un cane, cogli occhi accesi come bragia, che avea le unghie grosse come un chiodo ed un ventre sconciamente gonfio. La brutta bestia si avvicinava quietamente ai giovani e girando in mezzo a loro, ora dava un colpo di zampa al fiore che uno aveva e strappandoglielo di mano lo gettava per terra, ora faceva lo stesso ad un altro e così via via.

Alla comparsa di questo gattone io mi spaventai tutto e mi fece meraviglia il vedere come i giovani non se ne turbassero niente e tranquillamente si stessero come se nulla fosse.

Quando vidi che il gatto s´inoltrava verso di me per prendere i miei fiori, mi posi a fuggire.

Ma fui fermato e mi venne detto: - Non fuggire e di´ ai tuoi giovani che innalzino il braccio e il gatto non potrà arrivare a toglier loro di mano i fiori. -Io mi fermai e alzai il braccio: il gatto si sforzava di togliermi i fiori, saltava per arrivarvi, ma siccome era molto pesante, non poteva arrivarvi e cadeva goffamente in terra.

Il giglio, miei cari figliuoli, è la bella virtù della modestia alla quale il diavolo muove sempre guerra. Guai a quei giovani che tengono il fiore in basso! Il demonio lo porta via, lo fa cadere. Coloro che lo tengono basso, sono quelli che accarezzano il loro corpo mangiando disordinatamente e fuori di tempo; sono coloro che fuggono la fatica, lo studio e si dànno all´ozio; sono coloro ai quali piacciono certi discorsi, che leggono certi libri, che sfuggono la mortificazione. Per carità, combattete questo nemico altrimenti egli diventerà vostro padrone.

Queste vittorie sono difficili, ma l´eterna sapienza ci ha detto il mezzo

per conseguirle: - Hoc genus daemoniorum non ejicitur nisi per orationem et jejunium. - Alzate il vostro braccio, sollevate in aria il vostro fiore e sarete sicuri. La modestia è una virtù celeste e chi vuole conservarla bisogna che si innalzi verso il cielo. Salvatevi adunque coll´orazione.

Orazione che vi innalza al cielo sono le preghiere del mattino e della sera dette bene; orazione è la meditazione e la messa; orazione è la frequente Confessione e la frequente Comunione; orazione sono le prediche e le esortazioni del Superiore; orazione è la visita al SS. Sacramento; orazione il Rosario; orazione lo studio. Con questa il vostro cuore si dilaterà come un pallone e vi eleverà verso il cielo e così potrete dire quello che diceva Davidde: Viam mandatorum tuorum cucurri, cum dilatasti cor meum. Così porrete in salvo la più bella delle virtù ed il vostro nemico, per quanti sforzi faccia, non potrà strapparla dalle vostre mani.

Mostri che feriscono i giovani (1865, MB VII, 48-49)

24 febbraio.

Io sono stato qualche giorno lontano da voi, miei cari giovani, e il mio più vivo desiderio si è di trovarmi sempre con voi e farvi tutto quel bene che posso, perchè io mi sono consacrato e sacrificato in tutto e per tutto al vostro vantaggio. Ma anche quando sono lontano da voi, lavoro per la casa e posso dire che ho fatto in questi giorni più lavoro essendo lontano, di quello che avrei fatto trovandomi nell´Oratorio. Io aveva molti affari da sbrigare, molte lettere da scrivere e come avrei potuto fare tutto questo con mille udienze e contrattempi che bisogna che subisca essendo in casa?

Ma lontano da voi ho sempre pensato ai miei cari figliuoli; ho sempre pregato per loro. Vi siete voi ricordati di me? Avete pregato per me?

Qualcheduno sì. E gli altri? Ma là! facciamo la pace. Chi non ha pregato per D. Bosco, pregherà d´ora avanti; non è vero?

lo adunque me ne andai a Cuneo ed abitai in questi giorni col Vescovo, il quale mi trattò magnificamente; e la prima sera, dopo aver ben mangiato e meglio bevuto (si ride!); venne l´ora di andare a dormire. Dopo la cena un buon letto fa piacere, non è vero? Io domandai al Vescovo licenza di fermarmi alla mattina del domani un po´ di più in letto, ed il Vescovo mi soggiunse:

- Sì, si, anzi voglio che non si alzi prima delle 8 ½.

- Oh! ripresi io, mi fermerò solamente fino alle 6 ½; ne ho d ´avanzo per riposarmi.

- Non voglio che si alzi a quell´ora; si alzerà alle 8.

In ultimo fu concluso che alle 7 avrei potuto alzarmi. Andai a dormire. Erano le II. Subito presi sonno. Ma che volete! Incominciai a sognare, com´è il mio solito, e siccome la lingua batte dove il dente duole, sognai che mi trovava nell´Oratorio, in mezzo ai miei cari figliuoli.

Mi pareva d´essere in mia camera seduto al tavolo, mentre i giovani faceano la ricreazione nel cortile. La ricreazione era animatissima anzi dirò clamorosa; gridavano, urlavano, saltavano, che era un finimondo. Io era contentissimo, perchè a me piace molto vedere i giovani in ricreazione e quando li vedo tutti occupati nel giuoco, son sicuro che il demonio ha un bel fare, ma non riesce a nulla. Mentre adunque io godeva degli schiamazzi dei giovani, all´improvviso si fa un mortale silenzio e non ne so comprendere la ragione. Mi alzo tutto spaventato dal tavolino per vedere la causa di questo improvviso silenzio, ed arrivato appena nell´anticamera, vedo entrare per la porta un mostro orribilmente brutto, il quale andava col muso basso e gli occhi fissi a terra. Sembrava che non si fosse accorto della mia presenza, ma camminava sempre diritto in posizione di una bestia feroce che è sempre in attitudine di assaltar qualcheduno. Tremai allora per i miei cari figliuoli e dalla finestra girai gli occhi nel cortile per guardare che fosse avvenuto di loro.

Vidi tutto il cortile pieno di mostri simili al primo ma più piccoli. I miei giovani erano stati respinti lungo e rasente le mura e sotto i portici. Molti di essi erano stesi qua e là sul terreno e parevano morti.

A quello spettacolo doloroso alzai un grido tale per lo spavento che mi svegliai. A quel grido si svegliarono i domestici del Vescovo, si svegliò il Vicario, si svegliò il Vescovo stesso, tutti spaventati a quel grido.

Miei giovani, ai sogni in generale non si deve prestar fede alcuna, ma quando la loro spiegazione è morale, si può farvi sopra qualche riflessione. Io di tutte le cose ho sempre voluto cercare la spiegazione: perciò la cerco anche di questo sogno. Quel mostro pare che voglia significare il demonio, il quale si muove continuamente per la nostra rovina. Dei giovani chi cade e chi fugge. Volete che io vi insegni a non temerlo e a resistere ai suoi assalti? Ascoltate! Non vi è cosa che il demonio tema di più che queste due pratiche:

1° La Comunione ben fatta.

2 ° Le visite frequenti al SS. Sacramento.

Volete che il Signore vi faccia molte grazie? visitatelo sovente. Volete che ve ne faccia poche? visitatelo di rado. Volete che il demonio vi assalti? visitate di rado Gesù in Sacramento. Volete che fugga da voi? visitate sovente Gesù. Volete vincere il demonio? rifugiatevi sovente ai piedi di Gesù. Volete essere vinti? lasciate di visitare Gesù. Miei cari! La visita al Sacramento è un mezzo troppo necessario per vincere il demonio. Andate dunque sovente a visitare Gesù e il demonio non la vincerà contro di voi.

Domani i chierici prenderanno l´esame, perciò io li esorto a farsi coraggio. Io, come son solito a fare sempre, applicherò domani la S. Messa a questo scopo, e spero che le cose andranno bene.

Un’aquila maestosa ( 1865, MB VIII, 52-53-55-57)

Il I° febbraio D. Bosco aveva annunziato che un giovane forse sarebbe morto prima che si facesse in questo mese l´apparecchio alla morte: e che se fosse arrivato a farlo ancora una volta,  quello sarebbe stato il massimo del tempo a lui concesso di vita.

Questo annunzio era effetto di un sogno. Una notte parve a D. Bosco, mentre dormiva, di entrare in cortile e trovarsi in mezzo ai suoi giovani che si ricreavano. Al fianco aveva la solita guida che lo aveva accompagnato negli altri sogni precedenti, quando ad un tratto apparve in aria un´aquila maestosa di bellissime forme, la quale andava roteando e

abbassandosi a poco a poco sopra i giovani. D. Bosco guardavala meravigliato e la guida gli disse:

- Vedi quell´aquila? Vuol ghermire uno de´ tuoi giovani!

- E chi sarà? chiese D. Bosco.

- Osserva bene: quello sul capo del quale andrà a fermarsi l´aquila.

D. Bosco con tanto d´occhi stava fissando il volatile, il quale, fatti ancora alcuni giri andò a posarsi sul giovane tredicenne Antonio Ferraris di Castellazzo Bormida. D. Bosco lo riconobbe perfettamente e si svegliò. Non appena svegliato per assicurarsi ch´era desto si mise a battere le mani; e intanto rifletteva su quello che aveva visto e fece anche una preghiera:

- Signore, se questo veramente non è sogno, ma una realtà, quando dovrà verificarsi?

Si addormentò nuovamente ed ecco in sogno riapparire lo stesso personaggio, la guida, il quale gli dice:

- Il giovane Ferraris che deve morire non farà più due volte l´esercizio della buona morte.

E disparve. Allora D. Bosco si persuase che quello non era un sogno, ma una realtà, ed è perciò che aveva dato quell´annunzio ai giovani.

Ferraris in quel tempo stava bene.

D. Bosco intanto rinnovava la memoria della sua predizione. Era stato accompagnato presso i suoi il primo giorno di marzo un giovanetto tredicenne di nome Giambattista Savio, nativo di Cambiano, come si legge nel libro mastro dell´Oratorio. Il piccolo artigiano era affetto da malattia grave e si era sparsa la voce che egli fosse colui del quale il Servo di Dio aveva predetta la fine.

Ma D. Bosco contraddiceva a quell´opinione, parlando la sera del 3 marzo, veneIl giorno dopo interrogato privatamente, soggiunse:

- Il cognome del primo che deve partire per l´eternità ha per iniziale la lettera F.

Si noti che circa trenta alunni portavano il cognome con questa iniziale, e in casa tutti i giovani stavano bene di salute.

In quel frattempo trovavasi Giovanni Bisio nella camera di D. Bosco, e questi gli disse:

- Mi dispiace che il Signore mi prenda sempre i giovani più buoni.

- È dunque qualcuno di questi che deve morire? gli domandò Bisio in confidenza.

- Sì, è il giovane che si chiama Antonio Ferraris. Sono però tranquillo, perchè è molto virtuoso ed è preparato.

Bisio gli domandò come avesse potuto conoscere quel mistero; e D. Bosco gli raccontò il sogno con tutta semplicità, senza accennare menomamente che fosse un dono sovrannaturale: e in fine gli soggiunse:

- Tu però sta´attento; e mi avvertirai perchè possa andare ad assisterlo negli ultimi giorni della sua malattia.

Intanto il Ferraris incominciava a provare un malessere che lo costringeva a recarsi a quando a quando in infermeria. Da principio parve che il suo incommodo fosse una cosa leggera, ma non tardò a manifestarsi la gravità della malattia. Allora Don Bosco recavasi al suo letto col dott. Gribaudo, il quale riconobbe in pericolo la vita dell´infermo. Questi invece pareva avesse dimenticato il sogno fatto nell´anno antecedente e da noi esposto nel 7° volume.

D. Bosco ascoltò senza dar segno di commozione quella sentenza ed affettuosamente ispirò coraggio al caro alunno come se nulla sapesse del suo avvenire; e col tornare sovente a visitarlo recavagli una grande consolazione.

La madre era venuta all´Oratorio, mentre lo stato del figlio non appariva troppo allarmante. Dopo averlo assistito per qualche giorno, ella che stimava D. Bosco un santo, disse a Bisio prendendolo a parte:

- D. Bosco che cosa ne dice di mio figlio? Morrà o vivrà?

- Perchè mi fa questa domanda? rispose Bisio.

- Per sapere se debbo fermarmi, oppure ritornare a casa mia.

- E quale sarebbe la disposizione dell´animo suo?

- Sono madre, e naturalmente desidero che mio figlio guarisca. Del resto faccia il Signore ciò che crede pel suo meglio.

- E le sembra di essere rassegnata alla volontà di Dio?

- Ciò che farà il Signore, sarà ben fatto.

- E se suo figlio morisse?

- Pazienza! che cosa farci?

Bisio, vedendo quella disposizione di animo generoso, esitò alquanto, poi le disse:

- Allora si fermi: D. Bosco assicura che suo figlio è un bravo giovane ed è ben preparato.

Quella madre cristiana intese, versò alcune lagrime senza uscire in smanie, e come ebbe dato quel primo sfogo al suo dolore:

- Se è così, soggiunse, mi fermo.

Bisio le aveva detto di fermarsi, perchè, facendo il calcolo dal giorno per cui era fissato l´esercizio della Buona Morte, secondo la profezia di D. Bosco non restavano al figlio più di cinque o sei giorni di vita. Ferraris Antonio moriva il giovedì 16 marzo nel mattino. Aveva ricevuti tutti i conforti della religione. Stava per entrare in agonia quand´ecco apparire in infermeria D. Bosco che avvicinatosi al suo letto gli suggerisce giaculatorie, gli dà l´ultima assoluzione e gli raccomanda l´anima.

Questa morte avvenne prima che fosse compiuto il secondo esercizio della Buona Morte.

Lanterna magica e distruzione (1865, MB VIII 115-116)

1° maggio.

Sognai e mi parea di essere in chiesa. La Chiesa era tutta ripiena di giovani, ma pochi si accostavano alla SS. Comunione. Lungo la balaustrata vi era un uomo lungo lungo, nero nero, sulla testa del quale spuntavano due corna. Esso aveva in mano una lanterna magica e facea vedere ai diversi giovani diverse cose. Ad uno facea vedere la ricreazione tutta animata dai giuochi ed interessavalo nel suo divertimento prediletto; all´altro presentava i giuochi passati, le perdite fatte e la speranza delle vittorie future; a questo il paese nativo con quelle passeggiate, quei campi, quella casa: a chi faceva vedere nella sua lanterna lo studio, i libri, i lavori dei posti; e a chi la frutta, i dolci e il vino che avea nel baule; e a chi i parenti, o gli amici o qualche cosa di peggio, i peccati, ed anche i denari non consegnati. Quindi pochi si accostavano ai sacramenti. Alcuni vedeano le passeggiate, le vacanze e, lasciando da parte tutto, si fermavano a contemplare i compagni antichi dei loro divertimenti.

Sapete che cosa vuol dire questo sogno? Vuol dire che il demonio fa di tutto per distrarre i giovani in Chiesa, per allontanarli dai SS. Sacramenti. Ed i giovani sono così minchioni da stare a vedere. Figliuoli miei, bisogna rompere questa lanterna del diavolo; e sapete come fare? Dare un´occhiata alla Croce e pensare che allontanarsi dalla Comunione è lo stesso che gettarsi in braccio al demonio.

Doni dei giovani a Maria (1865, MB VIII, 129-132)

30 maggio.

Vidi un grande altare dedicato a Maria ed ornato magnificamente. Vidi tutti i giovani dell´Oratorio i quali in processione si avanzavano verso di esso. Cantavano le lodi della Vergine Celeste, ma non tutti allo stesso modo benchè cantassero la stessa canzone. Molti cantavano veramente bene e con precisione di battuta e di questi quale più forte e quale più piano. Altri cantavano con voci pessime e roche, altri stonavano, altri venivano innanzi silenziosi e si staccavano dalla fila, altri sbadigliavano e pareano annoiati; altri si urtavano e se la ridevano fra di loro. Tutti poi portavano dei doni da offerire a Maria. Tutti avevano un mazzo di fiori, quale più grosso e quale più piccolo e diversi gli uni dagli altri. Chi aveva un mazzo di rose, chi di garofani, chi di violette, ecc. Altri poi portavano alla Vergine dei doni proprio strani. Chi portava una testa di porcello, chi un gatto, chi un piatto di rospi, chi un coniglio, chi un agnello od altre offerte.

Un bel giovane stava davanti all´altare, il quale a considerarlo attentamente si vedeva che dietro le spalle aveva le ali. Era forse l´Angelo Custode dell´Oratorio, il quale di mano in mano che i giovani offrivano i loro doni, li riceveva e li ponea sull´altare.

I primi offrirono magnifici mazzi di fiori e l´angelo senza dir nulla li posò sull´altare. Molti altri porsero i loro mazzi. Esso li guardò; sciolse il mazzo, ne fece togliere alcuni fiori guasti che cacciò via, e ricomposto il mazzo, lo posò sull´altare. Ad altri che avevano nel loro mazzo fiori belli ma senza odore, come sarebbero le dalie, le camelie, ecc. l´Angelo fe´ togliere via anche questi, perchè Maria vuol la realtà e non l´apparenza. E così rifatto il mazzo, l´Angelo l´offerse alla Vergine. Molti tra i fiori avevano delle spine, poche o molte, ed altri dei chiodi, e l´Angelo tolse questi e quelle.

Venne finalmente colui che portava il porcello e l´Angelo gli disse: - Hai tu coraggio di venir ad offrire questo dono a Maria? Sai che cosa significa il porco? Significa il brutto vizio dell´impurità, Maria che è tutta pura non può sopportare questo peccato. Ritirati adunque, chè non sei degno di stare davanti a lei.

Vennero gli altri che avevano un gatto e l´Angelo disse loro: - Anche voi osate portare a Maria questi doni? Sapete che cosa significa il gatto? Esso è figura del furto e voi l´offrite alla Vergine? Sono ladri coloro che prendono danari, roba, libri ai compagni, coloro che rubano commestibili all´Oratorio, che stracciano le vesti per dispetto, che sciupano i denari dei parenti non studiando. - E li fece ritirare anch´essi in disparte.

Vennero coloro che avevano i piatti di rospi e l´Angelo guardandoli sdegnato: - I rospi simboleggiano i vergognosi peccati di scandalo e voi venite ad offrirli alla Vergine? Andate indietro; ritiratevi cogli altri indegni. - E si ritirarono confusi.

Alcuni s´avanzavano con un coltello piantato nel cuore. Quel coltello significava i sacrilegi. E l´Angelo disse loro: - Non vedete che avete la morte nell´anima? che se siete in vita è una speciale misericordia di Dio? altrimenti sareste perduti. Per carità fatevelo cavare quel coltello! - Ed anche costoro furono respinti.

A poco a poco tutti gli altri giovani si avvicinarono. Chi offrì agnelli, chi conigli, chi pesci, chi noci, chi uva, ecc., ecc. ][,´Angelo accettò tutto e mise tutto sull´altare. E dopo aver così divisi i giovani, i buoni dai cattivi, fece schierare tutti coloro i cui doni erano stati accetti a Maria, davanti all´altare; e coloro che erano stati messi da parte furono con mio dolore molto più numerosi di quello che credeva.

Allora da una parte e dall´altra dell´altare comparvero due altri angioli, i quali sorreggevano due ricchissime ceste piene di magnifiche corone, composte di rose stupende. Queste rose non erano propriamente rose terrene, sibbene come artifiziali, simbolo dell´immortalità.

E l´Angelo Custode prese quelle corone una per una e ne incorono tutti i giovani che erano schierati innanzi all´altare. Fra queste corone ve ne erano delle più grandi e delle più piccole, ma tutte di una bellezza ammirabile. Notate anche che non v´erano i soli attuali giovani della casa, ma sibbene molti altri che io non aveva mai visti. Or bene accadde una cosa mirabile! Vi erano dei giovani così brutti di fisonomia che quasi mettevano schifo e ribrezzo; a costoro toccarono le più belle corone, segno che ad un esteriore così brutto suppliva il dono, la virtù della castità, in grado eminente. Molti altri avevano, pure la stessa virtù, ma in grado meno eminente. Molti si distinguevano per altre virtù, come l´obbedienza, l´umiltà, l´amor di Dio, e tutti in proporzione dell´eminenza di queste virtù avevano proporzionate corone. E l´Angelo disse loro:

- Maria oggi ha voluto che voi foste incoronati di così belle rose. Ricordatevi però di continuare in modo che non vi vengano tolte. Tre sono i mezzi per conservarle. Praticate: 1° L´umiltà; 2° l´ubbidienza; 3° la castità: tre virtù le quali vi renderanno sempre accetti a Maria e un giorno vi faranno degni di ricevere una corona infinitamente più bella di questa.

Allora i giovani incominciarono ad intonare davanti all´altare l´Ave, maris stella.

E cantata la prima strofa, in processione come erano venuti, si mossero per partire, mettendosi a cantare la canzone: Lodate, Maria! con voci così forti che io ne restai sbalordito e meravigliato. Li seguii ancora per qualche tratto e poi tornai indietro per vedere i giovani che l´Angelo aveva messi da parte: ma più non li vidi.

Miei cari! Io so quali furono quelli incoronati e quali quelli scacciati dall´Angelo. Lo dirò ai singoli, acciocchè procurino di portare alla Vergine doni che essa si degni di accettare.

.Intanto alcune osservazioni. -La prima: Tutti portavano fiori alla Vergine, e dei fiori ve ne erano di tutte le qualità, ma osservai che tutti chi più, chi meno, in mezzo ai fiori aveano delle spine. Pensai e ripensai che cosa significassero quelle spine e trovai che realmente significavano la disobbedienza. Tener danari senza licenza e senza volerli consegnare al Prefetto; domandar permesso di andare in un sito e poi andare in un altro; andare a scuola più tardi e quando è già qualche tempo che gli altri vi si trovano; fare insalate e altre merende clandestine; andare nelle camerate altrui quando assolutamente è proibito, qualunque motivo o pretesto possiate avere; alzarsi tardi alla levata; lasciare le pratiche di pietà prescritte; ciarlare quando è tempo di far silenzio; comprar libri senza farli vedere; mandar lettere senza licenza, per mezzo di terza persona, acciocchè non sieno viste e riceverne collo stesso mezzo; far contratti, compre e vendite, l´un l´altro; ecco che cosa significano le spine. Molti di voi dimanderanno: è dunque peccato trasgredire le regole della casa? Pensai già seriamente a questa questione e vi rispondo assolutamente di sì. Non vi dico sia grave o leggero: bisogna regolarsi dalle circostanze, ma peccato lo è. Qualcheduno mi dirà; ma nella legge di Dio non vi è che noi dobbiamo obbedire alle regole della casa! Ascoltate: vi è nei comandamenti: - Onora il padre e la madre! - Sapete che cosa voglion dire quelle parole padre e madre? Comprendono anche chi ne fa le veci. Non sta anche scritto nella S. Scrittura: Oboedite praepositis vestris? Se voi dovete obbedire, è naturale che essi abbiano a comandare. Ecco l´origine delle regole d´un Oratorio, ed ecco se siano obbligatorie sì o no.

Seconda osservazione. - Alcuni avevano in mezzo ai loro fiori dei chiodi, chiodi che avevano servito ad inchiodare il buon Gesù. E come? Si incomincia sempre dalle cose piccole e poi si viene alle grandi. Quel tale volea aver danari per secondare i suoi ghiribizzi; quindi, per spenderli a modo suo, non volle consegnarli; poi incominciò a vendere i suoi libri di scuola e finì col rubacchiare danari e roba ai compagni. Quell´altro volea solleticare la gola, quindi bottiglie, ecc. poi si permise licenze, insomma cadde in peccato mortale. Ecco come si trovarono in quei mazzi i chiodi, ecco come il buon Gesù venne crocifisso. Lo dice l´Apostolo che i peccati tornano a porre in croce il Salvatore: Rursus crucifigentes filium Dei.

Terza osservazione. - Molti giovani avevano tra i fiori freschi e odorosi dei loro mazzi anche dei fiori guasti e marci o dei fiori belli senza odore. Quelli significavano le opere buone ma fatte in peccato mortale, opere che a nulla giovano per accrescere i meriti loro: i fiori poi senza odore sono le opere buone ma fatte per fini umani, per ambizione, solamente per piacere ai maestri e ai superiori. Quindi l´Angelo li rimproverava che osassero portare a Maria simili offerte e li rimandava indietro ad accomodare il loro mazzo. Essi si ritiravano, lo disfacevano, toglievano i fiori guasti e poi, ordinati di nuovo i fiori, li legavano come prima e li riportavano all´Angelo il quale allora li accettava e li poneva sulla mensa. Questi poi nel ritornare non seguivano più alcun ordine, ma appena erano pronti, chi prima chi dopo, ciascuno riportava il suo mazzo e si andava a collocare con quelli che doveano ricevere la corona.

Io vidi in questo sogno tutto ciò che fu e che sarà dei miei giovani. A molti l´ho già detto, agli altri lo dirò. Voi intanto procurate che questa Vergine Celeste da voi riceva sempre doni che non abbiano mai ad essere rifiutati.

L’inondazione e la zattera salvatrice (1886, MB VIII, 275-282)

D. Bosco adunque, innanzi alla moltitudine de´ suoi giovani, così parlò il lunedì a sera, primo giorno del 1866.

Parvemi di trovarmi poco distante da un paese che all´aspetto pareami Castelnuovo d´Asti, ma non lo era. I giovani tutti dell´Oratorio allegramente si ricreavano in un´immensa prateria; quand´ecco all´improvviso si vedono le acque comparire sui margini di quella pianura, e ci vedemmo da ogni parte circondati da una inondazione, la quale cresceva a misura che si avanzava verso noi. Il Po era straripato e immensi e desolanti torrenti traboccano dalle sue sponde.

” Noi, soprafatti da terrore, la demmo a gambe alla volta di un grande molino isolato, distante da altre abitazioni colle mura grosse come quelle di una fortezza; ed io feci sosta nel suo cortile in mezzo ai miei cari giovani costernati. Ma le acque incominciando a penetrare anche in quell´area, fummo costretti a ritirarci tutti in casa e poi a salire nelle stanze superiori. Dalle finestre si vedeva l´estensione del disastro. Dai colli di Superga alle Alpi, invece di prati, campi coltivati, orti, boschi, cascine, villaggi, città, non scorgeasi più altro che la superficie di un lago immenso. A misura che l´acqua cresceva, noi montavamo da un piano all´altro. Perduta ogni umana speranza di salvarci, presi ad incoraggiare i miei cari, dicendo che si mettessero tutti con piena fiducia nelle mani di Dio e nelle braccia della nostra cara madre Maria.

Ma l´acqua già era quasi al livello dell´ultimo piano. Allora lo spavento fu universale ed altro scampo non vedemmo che ritirarci in una grandissima zattera, in forma di nave, apparsa in quell´istante, che galleggiava vicino a noi. Ognuno respirando affannosamente voleva essere il primo a rifugiarvisi, ma nessuno osava, perchè non poteasi avvicinare il barcone alla casa a cagione di un muro che emergeva un po´ più alto dei livello delle acque. Poteva però prestare un sol mezzo al tragitto un lungo e stretto tronco di albero: ma era tanto più difficile il passaggio in quanto che quel tronco poggiando per l´una estremità sulla barca, moveasi seguendo il beccheggio della barca stessa, agitata dalle onde.

Fattomi coraggio vi passai per il primo e, per facilitare il trasbordo ai giovani e tranquillarli, stabilii chierici e preti che dal molino sorreggessero alquanto chi partiva, e dal barcone dessero mano a chi arrivava. Ma caso singolare! Dopo un po´ di quel lavoro, i chierici e i preti si trovavano così stanchi che chi qua, chi là cadevano di sfinimento; e quelli che li surrogavano correvano la medesima sorte. Meravigliato anche io volli pormi alla prova ed io pure mi sentii così spossato da non potermi più reggere.

Intanto molti giovani impazienti, sia per timore della morte, sia per mostrarsi coraggiosi, trovato un pezzo di asse lungo abbastanza e un po´ più largo del tronco d´albero, ne fecero un secondo ponte e, senza aspettare l´aiuto dei chierici e dei preti, precipitosi stavano per slanciarvisi non dando ascolto alle mie grida.

 - Cessate, cessate, se no cadrete! - io gridava; ed avvenne che molti, o urtati, o perdendo l´equilibrio, prima di arrivare alla barca, caddero e ingoiati da quelle torbide e putride acque più non si videro. Anche il fragile ponte si era sprofondato con quanti gli stavano sopra. E sì grande fu il numero di que´ disgraziati che un quarto de´ nostri giovani restò vittima del loro capriccio.

Io che fino allora aveva tenuto ferma l´estremità del tronco d´albero mentre i giovani vi montavano sopra, accortomi che l´inondazione aveva superato l´ostacolo di quella muraglia, trovai modo di spingere la zattera presso il molino. Qui stava D. Cagliero il quale, con un piede sulla finestra e coll´altro sull´orlo della barca, vi fece saltare i giovani rimasti in quelle camere, dando loro la mano e mettendoli in sicuro sulla zattera.

Ma non tutti i giovani erano ancora salvati. Un certo numero erano ascesi nelle soffitte e di qui sul tetto, ove si erano aggruppati sul colmo stretti gli uni agli altri, mentre l´inondazione, crescendo sempre senza fermarsi un istante, copriva già le grondaie ed una parte delle sponde del tetto. Ma coll´acqua era pur salita la barca ed io vedendo quei poveretti in così orribile frangente, gridai loro che pregassero di cuore, che stessero zitti, che scendessero uniti, legati insieme colle braccia per non scivolare. Obbedirono, e siccome il fianco della nave era aderente alla grondaia, aiutati dai compagni vennero essi pure a bordo. Qui vedevasi una grande quantità di pani, custoditi in molti canestri.

Quando furono tutti sulla barca, incerti ancora di uscire da quel pericolo, presi il comando di capitano e dissi ai giovani:

- Maria è la Stella del mare. Essa non abbandona chi in Lei confida: mettiamoci tutti sotto il suo manto; Ella ci scamperà dai perigli e ci guiderà a porto tranquillo.

Quindi abbandonammo ai flutti la nave, che galleggiava ottimamente e si muoveva, allontanandosi da quel luogo. (Facta est quasi navis institoris, de longe portans panem suum). L´impeto delle onde agitate dal vento la spingeva con tale velocità, che noi abbracciati l´un l´altro facemmo un sol corpo per non cadere.

Percorso molto spazio in brevissimo tempo, tutt´a un tratto la barca si fermò e si mise a girare attorno a se stessa con straordinaria rapidità, sicchè pareva dovesse affondarsi. Ma un soffio violentissimo la spinse fuori del vortice. Prese quindi un corso più regolare e ripetendosi ogni tanto qualche mulinello e il soffio dei vento salvatore, andò a fermarsi vicino ad una ripa asciutta, bella e vasta che sembrava ergersi come una collina in mezzo a quel mare.

Molti giovani se ne invaghirono e dicendo che il Signore aveva posto l´uomo sulla terra e non sulle acque, senza domandarne il permesso, uscirono dalla barca giubilando, e, invitando ancor altri a seguirli, ascesero su quella ripa. Breve fu il loro contento, perchè gonfiandosi di nuovo le acque, per un subito infuriare della tempesta invasero le falde di quella bella ripa, e in breve gettando grida disperate quegli infelici si trovarono nell´acqua fino ai fianchi; e poi capovolti dalle onde scomparvero. Io esclamai:

- È proprio vero che chi fa di sua testa, paga di borsa.

La nave intanto in balia di quel turbine minacciava di nuovo di andare a fondo. Vidi allora i miei giovani pallidi in volto e ansanti e: - Fatevi coraggio, gridai loro; Maria non ci abbandonerà. - E unanimi e di cuore recitammo gli atti di fede, di speranza, di carità e di contrizione, alcuni Pater ed Ave e la Salve Regina; quindi, ginocchioni, tenendoci per mano gli uni cogli altri recitavamo ciascuno particolari preghiere. Però parecchi insensati, indifferenti a quel pericolo, quasi nulla fosse avvenuto, alzatisi in piedi e dimenandosi, si aggiravano or qua or là, sghignazzando fra di loro e burlandosi quasi degli atteggiamenti supplichevoli dei loro compagni. Ed ecco che si arresta all´improvviso la nave, e gira con rapidità su se stessa, e un vento furioso sbatte nelle onde quei sciagurati. Erano trenta, ed essendo l´acqua profonda e melmosa appena vi furono dentro, più nulla si vide di loro. Noi intonammo la Salve Regina e più che mai invocammo di cuore la protezione della Stella del mare.

Sopravvenne la calma. Ma la nave, a guisa di un pesce, continuava ad avanzare senza che sapessimo ove ci avrebbe condotti. A bordo ferveva continuamente e in varie guise un´opera di salvazione. Si faceva di tutto per impedire ai giovani di cadere nelle acque e per salvarne i caduti. Poichè vi erano di quelli che sporgendosi incautamente dalle basse sponde della zattera cadevano nel lago; e ve ne erano altri sfacciati e crudeli che, chiamando alcuni compagni vicino alle sponde, con un urtone li gettavano giù. Perciò varii preti preparavano canne robuste, grosse lenze, ed ami di varie specie. Altri attaccavano gli ami alle canne e li distribuivano a questi e a quelli: altri già si trovavano al loro posto colle canne alzate, collo sguardo fisso sulle onde, e attenti al grido di soccorso. Appena cadeva un giovane le canne si abbassavano e il naufrago si afferrava alla lenza, oppure coll´amo restava uncinato nella cintura o nelle vesti e così veniva tratto in salvo. Ma anche fra i deputati alla pesca alcuni disturbavano e impedivano i pescatori e coloro che preparavano e distribuivano gli ami. I chierici poi vigilavano tutt´intorno per tenere indietro i giovanetti che erano ancora una moltitudine.

Io stava ai piedi di un alto pennone piantato nel centro, circondato da moltissimi giovani e da preti e chierici che eseguivano gli ordini miei. Fintantochè furono docili ed obbedienti alle mie parole, tutto andava bene: eravamo tranquilli, contenti, sicuri. Ma non pochi incominciarono a trovar incommoda quella zattera, a temere il viaggio troppo lungo, a lamentarsi de´ disagi e pericoli di quella traversata, a disputare sul luogo ove avremmo approdato, a pensare al modo di trovare altro rifugio, ad illudersi colla speranza che poco lungi vi fosse terra nella quale troverebbero sicuro ricovero, a dubitare che presto sarebbero mancate le vettovaglie, a questionare fra di loro, a rifiutarmi obbedienza. Invano io cercava di persuaderli colle ragioni.

Ed ecco in vista altre zattere le quali avvicinandosi sembrava tenessero un corso diverso dal nostro, e quegli imprudenti deliberarono di secondare i loro capricci, di allontanarsi da me e di fare a loro modo. Gettarono nelle acque alcune tavole che erano nella nostra zattera e scopertene altre abbastanza larghe che galleggiavano non molto discosto, vi saltarono sopra e si allontanarono alla volta delle zattere apparse. Fu una scena indescrivibile e dolorosa per me: vedeva quegli infelici che andavano incontro alla rovina. Soffiava il vento, i flutti erano agitati: ed ecco alcuni si sprofondarono sotto di questi che si sollevavano e abbassavano furiosamente: altri furono involti tra le spire dei vortici e trascinati negli abissi: altri urtarono in ostacoli a fior d´acqua e capovolti sparirono: parecchi riuscirono a salir sulle zattere le quali però non tardarono a sommergersi. La notte si fece oscura e buia: e in lontananza udivansi le grida strazianti di coloro che perivano. Naufragarono tutti. In mare mundi submergentur omnes illi quos non suscipit navis ista, cioè la nave di Maria SS.ma.

Il numero dei miei cari figliuoli era diminuito di molto; ciò non ostante continuando a confidare nella Madonna, dopo un intiera notte tenebrosa la nave entrò finalmente come in una specie di stretto angustissimo, tra due sponde limacciose, coperte da cespugli, e grosse scheggie, ciottoli, pali, fascine, assi spezzate, antenne, remi. Tutto intorno alla barca si vedevano tarantole rospi, serpenti, dragoni, coccodrilli, squali, vipere e mille altri animali schifosi. Sopra salici piangenti, i cui rami pendevano sopra la nostra barca, stavano gattoni di forma singolare che sbranavano pezzi di membra umane; e molti scimmioni che penzolando dai rami si sforzavano di toccare e arroncigliare i giovani; ma questi curvandosi impauriti schivavano quelle insidie.

Fu colà, in quel greto, che rivedemmo con grande sorpresa ed orrore i poveri compagni perduti, o che avevano disertato da noi. Dopo il naufragio, erano stati gettati dalle onde su quella spiaggia. Le membra di alcuni erano state fatte a pezzi per l´urto violentissimo contro gli scogli. Altri era sotterrato nel palude e non se ne vedevano che i capelli e la metà di un braccio. Qui sporgeva dal fango un dorso, più in là una testa: altrove galleggiava interamente visibile qualche cadavere.

A un tratto si ode la voce di un giovane della barca, il quale grida:

- Qui è un mostro che divora le carni del tale dei tali!

E chiama ripetutamente per nome quel disgraziato, additandolo ai compagni esterefatti.

Ma ben altro spettacolo presentavasi ai nostri occhi. A poca distanza innalzavasi una gigantesca fornace nella quale divampava un fuoco grande e ardentissimo. In questo apparivano forme umane e si vedevano piedi, gambe, braccia, mani, teste, ora salire ora discendere tra quelle fiamme, confusamente, nella stessa maniera delle civaie nella pentola quando questa bolle. Osservando attentamente, vi scorgemmo tanti nostri allievi e rimanemmo spaventati. Sopra quel fuoco eravi come un gran coperchio, sul quale stavano scritte a grossi caratteri queste parole - -IL SESTO E IL SETTIMO CONDUCONO QUI.

Là vicino v´era pure una vasta e alta prominenza di terra con numerosi alberi silvestri disordinatamente disposti ove si muoveva ancora una moltitudine dei nostri giovani, o caduti nelle onde o allontanatisi nel corso del viaggio. Io scesi a terra, non badando al pericolo, mi avvicinai e vidi che avevano gli occhi, le orecchie, i capelli o persino il cuore pieno d´insetti e vermi schifosi che li rosicchiavano, e cagionavano loro grandissimo dolore. Uno di questi soffriva più degli altri; voleva accostarmi a lui, ma egli mi fuggiva nascondendosi dietro gli alberi. Altri ne vidi che aprendo pel dolore gli abiti, mostravano la persona cinta di serpenti: altri avevano in seno delle vipere.

Additai a tutti una fonte che gettava in gran copia acqua fresca e ferruginosa; chiunque andava a lavarsi in quella guariva all´istante e poteva ritornare alla barca. La maggior parte di quegli infelici ubbidì al mio invito; ma alcuni si rifiutarono. Allora io troncando gli indugi, mi rivolsi a quelli che erano risanati, i quali alle mie istanze mi seguirono con sicurezza, essendosi ritirati i mostri. Appena fummo sulla zattera, questa, spinta dal vento, uscì da quello stretto dalla parte opposta a quella per la quale era entrata e si slanciò di nuovo in un oceano senza confini.

Noi, compiangendo la triste sorte e il fine lagrimevole dei nostri compagni abbandonati in quel luogo, ci mettemmo a cantare: Lodate Maria, o lingue fedeli, in ringraziamento alla gran Madre celeste, di averci sino allora protetti; e sull´istante, quasi al comando di Maria, cessò l´infuriare del vento e la nave prese a scorrere rapida sulle placide onde con una facilità che non si può descrivere. Sembrava che si avanzasse al solo impulso che le davano scherzando i giovani spingendo indietro l´acqua colla palma della mano.

Ed ecco comparire in cielo un´iride, più meravigliosa e varia di un´aurora boreale, ove passando leggemmo scritta a grossi caratteri di luce la parola MEDOUM, senza intenderne il significato. A me parve però che ogni lettera fosse l´iniziale di queste parole: Mater Et Domina Omnis Universi Maria.

Dopo un lungo tratto di viaggio, ecco spuntar terra in fondo all´orizzonte, alla quale a poco a poco avvicinandoci sentivamo destarcisi in cuore una gioia inesprimibile. Quella terra, amenissima per boschetti con ogni specie di alberi presentava il panorama più incantevole, perchè illuminata come dalla luce del sole nascente alle spalle delle sue colline. Era una luce che brillava ineffabilmente quieta, simile a quella di una splendida sera d´estate, che infondeva un senso di riposo e di pace.

E finalmente urtando contro le sabbie del lido e strisciando su di esse la zattera si fermò all´asciutto ai piedi di una bellissima vigna. Si può ben dire di questa zattera: Eam tu Deus pontem fecisti, quo a mundi fluctibus trajicientes ad tranquillum portum tuum deveniamus.

I giovani erano desiderosi di entrare in quella vigna ed alcuni curiosi più degli altri con un salto furono sul lido. Ma fatti appena alcuni passi ricordandosi della sorte disgraziata toccata a quei primi che s´invaghirono della ripa posta in mezzo al mare burrascoso, frettolosi ritornarono alla barca.

Gli occhi di tutti erano a me rivolti e sulla fronte di ognuno leggevasi la domanda:

- D. Bosco, è tempo di discendere e fermarci?

lo prima riflettei alquanto e poi dissi loro: - Discendiamo: è giunto il tempo: ora siamo in sicuro!

Fu un grido generale di gioia! ed ognuno stropicciandosi le mani per la contentezza, entrò in quella vigna disposta col massimo ordine. Dalle viti pendevano grappoli di uva simili a quelli della terra promessa e sugli alberi era ogni sorta di frutti che possono desiderarsi nella bella stagione, di un gusto mai più sentito. In mezzo a quella vastissima vigna sorgeva un gran castello attorniato da un delizioso e regale giardino e da forti mura.

Volgemmo il passo a quella volta per visitarlo, e ci fu concessa libera entrata. Eravamo stanchi ed affamati ed in un´ampia sala tutta guernita d´oro stava apparecchiata per noi una gran tavola con ogni sorta di cibi i più squisiti, di cui ognuno potè servirsi a piacimento. Mentre finivamo di rifocillarci entrò nella sala un nobile garzone, riccamente vestito, di un´avvenenza indescrivibile, il quale con affettuosa e familiare cortesia ci salutò chiamandoci tutti per nome. Vedendoci stupiti e meravigliati per la sua bellezza e per quella di tante cose già osservate, ci disse: - Questo è niente; venite e vedrete.

Noi tutti gli tenemmo dietro e dai parapetti delle logge ci fece contemplare i giardini, dicendoci che di quelli eravamo padroni noi per le nostre ricreazioni. E ci condusse di sala in sala, una più magnifica dell´altra per architettura, colonnati e ornamenti di ogni specie. Aperta poscia una porta che metteva in una cappella, ci invitò ad entrare. Di fuori la cappella sembrava piccola, ma appena ne valicammo la soglia, la scorgemmo sì ampia che da un´estremità all´altra appena ci potevamo vedere. Il pavimento, le mura, le volte erano guernite e ricche con mirabile artificio di marmi, di argento, di oro, e di pietre preziose, che io estatico di meraviglia esclamai: -Ma questa è una bellezza di paradiso: faccio patto di rimaner qui per sempre!

In mezzo a questo gran tempio s´innalzava sovra ricca base una grande, magnifica statua rappresentante Maria Ausiliatrice. Chiamati molti giovani che si erano sparsi qua e là per esaminare la bellezza di quel sacro edificio, tutta la moltitudine si recò innanzi a quella statua per ringraziare la Vergine Celeste dei tanti favori prestatici. Qui mi accorsi dell´immensità di quella chiesa, poichè tutte quelle migliaia di giovani sembravano un piccolo gruppo che occupasse il centro di quella.

Mentre i giovani stavano mirando quella statua che aveva una vaghezza di fisonomia veramente celeste, ad un tratto essa parve animarsi e sorridere. Ed ecco un mormorio, una commozione tra la folla. - La Madonna muove gli occhi! -esclamarono alcuni. E infatti Maria SS. girava con ineffabile bontà i suoi occhi materni su quei giovanetti. Poco dopo un secondo grido generale: - La Madonna muove le mani. - E infatti lentamente aprendo le braccia essa sollevava il manto come per accoglierci tutti sotto di quello. Le lagrime scorreano per forza di commozione sulle nostre guance. - La Madonna muove le labbra! - dissero alcuni. Si fe´ un silenzio profondo; e la Madonna aperse la bocca e con una voce argentina, soavissima ci diceva:

- SE VOI SARETE PER ME FIGLIUOLI DEVOTI, IO SARÒ PER VOI MADRE PIETOSA!

A queste parole cademmo tutti in ginocchio ed intonammo il canto: Lodate Maria, o lingue fedeli.

Questa armonia era così forte, così soave, che sopraffatto da essa io mi svegliai e così terminò la visione.

Don Bosco conchiudeva:

Vedete, miei cari figliuoli? In questo sogno possiamo riconoscere il mare burrascoso di questo mondo. Se voi sarete docili ed obbedienti alle mie parole e non darete retta ai cattivi consiglieri, dopo esserci affaticati a fare il bene e fuggire il male, vinte tutte le nostre cattive tendenze, arriveremo finalmente sul termine di nostra vita, ad una spiaggia sicura. Allora ci verrà incontro, mandato dalla Madonna SS. chi, a nome del nostro buon Dio, c´introdurrà, per ristorarci delle nostre fatiche, nel suo reale giardino, cioè nel Paradiso, alla amabilissima sua divina presenza. Ma se facendo il contrario di ciò che io vi predico, vorrete scapricciarvi a vostro modo e non dar retta ai miei consigli, farete miserando naufragio.

La lucerna per la visita in camerata (1866, MB VIII, 314-315)

Era l´anno dei Signore 1866, circa 15 giorni avanti la festa di San Giuseppe e D. Bosco ci narrava:

“ Sognai che io mi trovai in letto e mi si presentò un individuo o fantasma con una lucerna accesa in mano, dicendomi: -D. Bosco! Alzati su e vieni con me!

” Io senza paura alcuna discendo dal letto, mi vesto e vo dietro a costui, il quale non lasciò mai che io potessi vederlo in volto. Mi fece traversare varie camerate, percorrendo la corsia di mezzo alle due file di letti tutti occupati dai giovani che dormivano. Osservai passando che sopra i letti stavano gatti attaccati colle zampe di dietro, e colle zampe davanti in atto di arraffare pel volto i giovani dormienti.

” Io andava sempre dietro a questo fantasma, il quale finalmente si ferma, poscia gira attorno al letto di un giovane che dormiva. Anch´io mi fermai e gli chiesi perchè facesse ciò! Colui mi rispose: - Per la festa di S. Giuseppe questo giovane deve venire con me! - Io intesi che sarebbe morto.

” Allora io ripresi di nuovo con tono assoluto: - Voglio sapere chi sei e a nome di chi parli.

” Egli nuovamente parlò: -Se vuoi sapere chi sono, eccoti! -In quel mentre sparì e con lui anche la lucerna, dimodochè io rimasi al buio. Io allora mi avviai per andarmene nuovamente a letto, ma strada facendo urtai non so se in un baule o in un letto o in altro inciampo e mi svegliai. ”

Fatta questa narrazione ci spiegò che quei gatti in atto di divorare i giovani che tranquillamente dormivano, significavano i nemici dell´anima nostra, che stanno sempre intorno a noi per farci cadere se siamo in grazia di Dio, o per strozzarci se ci troviamo in disgrazia del Signore, qualora stanco di noi Iddio lo permettesse loro.

“ Io conobbi, soggiunse, colui che quello sconosciuto mi disse dover morire per S. Giuseppe; ma chi sia non lo dico a nessuno per non cagionare troppo spavento. Staremo a vedere se questo sogno si avvera. Intanto stiamo tutti apparecchiati a ben morire. A quelli poi che verranno a confessarsi da me, loro suggerirò qualche cosa in particolare ”. Passato S. Giuseppe ci disse che proprio nel giorno della festa di questo Santo, alla sera un giovane dell´Oratorio era morto al suo paese nativo.

Capretti distraggono dai sacramenti (1866, MB VIII, 315)

Un altro giorno D. Bosco narrava:

“ Sognai che io era in sagrestia zeppa di giovani che sì confessavano da me. Ed eccoti entrare un capretto dalla porta della sagrestia, aggirarsi intorno ai miei giovani, e giuocare or con l´uno or con l´altro dimodochè fatta perdere ad essi la buona volontà di confessarsi, a poco a poco uno per volta se ne uscirono. Il capretto in ultimo si avvicinò a me ed ebbe l´ardire con i suoi vezzi lusinghieri di allontanare quello del quale io ascoltava la confessione, tenendolo stretto al mio sello. Io adirato diedi un pugno sulla testa a quella bestia, le ruppi un corno e la sforzai a fuggire. Voleva dare anche un forte rimprovero al sagrestano per averlo lasciato entrare.

” Intanto mi alzo e vestitomi dei paramenti sacri vado a celebrare la S. Messa. Giunto alla consumazione, ecco entrare per la porta maggiore della chiesa, non uno, ma una moltitudine di capretti, che introdottisi qua e là in mezzo ai banchi, con mille scene svogliavano quei giovani che erano desiderosi di accostarsi alla mensa degli angioli. Alcuni si erano già alzati per andare all´altare, ma allettati da quei perfidi vezzi si mettevano nuovamente al loro posto. Altri erano già vicini alla balaustra, altri ancora erano già inginocchiati all´altare, ma ritornarono indietro senza comunicarsi.

” Questi capretti erano i nemici delle anime che colle divagazioni e cogli affetti disordinati tengono i giovani lontani dai Sacramenti... ”.

La spada sul letto dei giovani (1866, MB VIII, 469)

Altra volta D. Bosco aveva narrato il sogno delle spade che pendevano sul letto di ciaschedun alunno e de´ numeri scritti sulla fronte di questi, indicanti gli anni che loro rimanevano di vita. Tutti i giovani erano andati a chiedere a D. Bosco il mistero del presente e dell´avvenire che li riguardava. Anche Tomatis domandò spiegazione della parte sua, vista nel sogno, e quanto tempo dovesse ancor vivere. D. Bosco gli rispose: - Ti potrei dire il tempo preciso, ma non conviene: non affannarti di questo; è ancor lungo il tempo che ti rimane di vita, e ciò ti basti; pensa a farti buono, perchè tu sarai un sacerdote di D. Bosco e dovrai aiutarlo a salvare molte anime. -Questa risposta fu il primo germe della sua vocazione religiosa e sacerdotale, perchè mai per l´addietro egli aveva pensato di abbracciare questo stato.

La regola dei salesiani (1866-7, MB VIII, 569)

Per questo recava a Roma le Regole tradotte in lingua latina, e da lui corrette e ricorrette per adattarle all´esigenza delle Animadversiones, senza recare nocumento alle sue previdenze per l´avvenire ed ai bisogni della Pia Società, e non discostarsi da un esemplare che gli era stato mostrato in sogno.

La pastora, le pecore e agnelli (1867, MB VIII 839-845)

La Domenica della SS. Trinità, 16 giugno, nella qual festa ventisei anni addietro Don Bosco aveva celebrata la sua prima messa, i giovani erano in aspettazione del sogno, il cui racconto era stato da lui annunziato il giorno 13. Il suo ardente desiderio era il bene del suo gregge spirituale, e sempre sua norma gli ammonimenti e le promesse del capo XXVII, v. 23-25 del libro de´ Proverbi: Diligenter agnosce vultum pecoris tui, tuosque greges considera: non enim habebis jugiter potestatem: sed corona tribuetur in generationem et generationem. Aperta sunt prata, et apparuerunt herbae virentes, et collecta sunt foena de montibus... Colle sue preghiere chiedeva di acquistare conoscenza esatta delle sue pecorelle, di aver la grazia di vigilarle attentamente, di assicurarne la custodia anche dopo la sua morte e di vederle provviste di facile e comodo nutrimento spirituale e materiale. Don Bosco adunque, dopo le orazioni della sera, così parlò:

In una delle ultime notti del mese di Maria, il 29 o 30 maggio, essendo in letto e non potendo dormire, pensava ai miei cari giovani e dicea fra me stesso.

- Oh se potessi sognare qualche cosa che fosse di loro profitto!

Stetti alquanto riflettendo e mi risolsi:

- Sì! adesso voglio fare un sogno per i giovani!

Ed ecco che restai addormentato. Non appena il sonno mi ebbe preso, mi trovai in una immensa pianura coperta da un numero sterminato di grosse pecore, le quali divise in gregge pascolavano in prati estesi a vista d´occhio. Volli avvicinarmi ad esse e mi diedi a cercare il pastore, meravigliandomi che vi potesse essere al mondo chi possedesse così gran numero di pecore. Cercai per breve tempo, quando mi vidi innanzi un pastore appoggiato al suo bastone. Subito mi feci ad interrogarlo e gli domandai:

- Di chi è questo gregge così numeroso?

Il pastore non mi diede risposta. Replicai la domanda ed allora mi disse:

- Che cosa hai da saper tu?

- E perchè, gli soggiunsi, mi rispondi in questo modo?

- Ebbene: questo gregge è del suo padrone!

- Del suo padrone? Lo sapevo già questo; dissi fra me. Ma, continuai ad alta voce: Chi è questo padrone?

- Non t´infastidire, mi rispose il pastore: lo saprai.

Allora percorrendo con lui quella valle mi diedi ad esaminare il gregge e tutta quella regione per la quale questo andava vagando. La valle era in alcuni luoghi coperta di ricca verdura con alberi che stendevano larghe frondi con ombre graziose ed erbe freschissime delle quali si pascevano belle e floride pecore. In altri luoghi la pianura era sterile, arenosa, piena di sassi con spineti senza foglie, e di gramigne giallastre, e non aveva un filo d´erba fresca; eppure anche qui vi erano moltissime altre pecore che pascolavano, ma d´aspetto miserabile.

Io domandava varie spiegazioni al mio condottiero intorno a questo gregge, ed egli, senza dar veruna risposta alle mie domande, mi disse:

- Tu non sei destinato per loro. A queste tu non devi pensare. Ti condurrà io a vedere il gregge del quale devi prenderti cura.

- Ma tu chi sei?

- Sono il padrone; vieni meco a guardar là, da quella parte.

E mi condusse in un altro punto della pianura dove erano migliaia e migliaia di soli agnellini. Questi erano tanto numerosi che non si potevano contare, ma così magri che a stento passeggiavano. Il prato era secco ed arido e sabbioso e non vi si scorgeva un fil d´erba fresca, un ruscello; ma solo qualche sterpo disseccato e cespugli inariditi. Ogni pascolo era stato pienamente distrutto dagli stessi agnelli.

Si vedeva a prima vista che quei poveri agnelli coperti di piaghe avevano molto sofferto e molto soffrivano ancora. Cosa strana! Ciascuno aveva due corna lunghe e grosse che gli spuntavano sulla fronte, come se fossero vecchi montoni e sulla punta delle corna avevano una appendice in forma di “ S ”. Meravigliato, me ne stava perplesso nel vedere quella strana appendice di genere così nuovo, e non sapeva darmi pace perchè quegli agnellini avessero già le corna così lunghe e grosse, ed avessero distrutto già così presto tutta la loro pastura.

- Come va questo? dissi al pastore. Son ancora così piccoli questi agnelli ed hanno già tali corna?

- Guarda, mi rispose; osserva.

Osservando più attentamente vidi che quegli agnelli in tutte le parti del corpo, sul dosso, sulla testa, sul muso, sulle orecchie, sul naso, sulle gambe, sulle unghie portavano stampati tanti numeri “ 3 “ in cifra.

- Ma che vuol dire ciò? esclamai. Io non capisco niente.

- Come, non capisci? disse il pastore: Ascolta adunque e saprai tutto. Questa vasta pianura è il gran mondo. I luoghi erbosi la parola di Dio e la grazia. I luoghi sterili ed aridi sono quei luoghi dove non si ascolta la parola di Dio e solo si cerca di piacere al mondo. Le pecore sono gli uomini fatti, gli agnelli sono i giovanetti e per questi Iddio ha mandato D. Bosco. Quest´angolo di pianura che tu vedi è l´Oratorio e gli agnelli ivi radunati i tuoi fanciulli. Questo luogo così arido figura lo stato di peccato. Le corna significano il disonore. La lettera “ S ” vuol dire scandalo. Essi col mal´esempio vanno alla rovina. Fra questi agnelli ve ne sono alcuni che hanno le corna rotte; furono scandalosi, ma ora hanno cessato di dare scandalo. Il numero “ 3 ” vuol dire che portano la pena della colpa, cioè che soffriranno tre grandi carestie; carestia spirituale, morale, materiale. 1° La carestia d´aiuti spirituali: domanderanno questo aiuto e non l´avranno. 2 ° Carestia di parola di Dio. 3° Carestia di pane materiale. L´aver gli agnelli mangiato tutto, significa non rimaner più loro altro che il disonore e il numero “ 3 ”, ossia le carestie. Questo spettacolo mostra eziandio le sofferenze attuali di tanti giovani in mezzo al mondo. Nell´Oratorio anche quelli che pur ne sarebbero indegni non mancano di pane materiale.

Mentre io ascoltava ed osservava ogni cosa come smemorato, ecco nuova meraviglia. Tutti quelli agnelli cambiarono aspetto!

Alzatisi sulle gambe posteriori divennero alti e tutti presero la forma di altrettanti giovanetti. Io mi avvicinai per vedere se ne conoscessi alcuno. Erano tutti giovani dell´Oratorio. Moltissimi io non li aveva mai veduti, ma tutti si dichiaravano essere figli del nostro Oratorio. E fra quelli che non conosceva ve n´erano anche alcuni pochi che attualmente si trovano nell´Oratorio. Sono coloro che non si presentano mai a D. Bosco, che non vanno mai a prendere consiglio da lui, coloro che lo fuggono: in una parola, coloro che Don Bosco non conosce ancora! L´immensa maggioranza però degli sconosciuti era di coloro che non furono nè sono ancora nell´Oratorio.

Mentre con pena osservava quella moltitudine, colui che mi accompagnava mi prese per mano e mi disse: - Vieni con me e vedrai altre cose! - E mi condusse in un angolo rimoto della valle, circondato da collinette, cinto da una siepe di piante rigogliose, ove era un gran prato verdeggiante, il più ridente che immaginar si possa, ripieno di ogni sorta di erbe odorifere, sparso di fiori campestri, con freschi boschetti e correnti di limpide acque. Qui trovai un altro grandissimo numero di figliuoli, tutti allegri, i quali coi fiori del prato si erano formati o andavano formandosi una vaghissima veste.

- Almeno hai costoro che ti dànno grande consolazione.

- E chi sono? interrogai.

- Sono quelli che si trovano in grazia di Dio.

Ah! io posso dire di non avere mai vedute cose e persone così belle e risplendenti, nè mai avrei potuto immaginare tali splendori. È inutile che mi ponga a descriverli, perchè sarebbe un guastare quello che è impossibile a dirsi senza che si veda. Erami però riserbato un spettacolo assai più sorprendente. Mentre me ne stava guardando con immenso piacere quei giovanetti e fra questi ne contemplava molti che non conosceva ancora, la mia guida mi soggiunse: - Vieni, vieni con me e ti farò vedere una cosa che ti darà un gaudio ed una consolazione maggiore. - E mi condusse in un altro prato tutto smaltato di fiori più vaghi e più odorosi dei già veduti. Aveva l´aspetto di un giardino principesco. Qui si scorgeva un numero di giovani non tanto grande, ma che erano di così straordinaria bellezza e splendore da far scomparire quelli da me ammirati poc´anzi. Alcuni di costoro sono già nell´Oratorio, altri qui verranno più tardi.

Mi disse il pastore:

- Costoro sono quelli che conservano il bel giglio della purità. Questi sono ancora vestiti della stola dell´innocenza.

Guardava estatico. Quasi tutti portavano in capo una corona di fiori di indescrivibile bellezza. Questi fiori erano composti di altri piccolissimi fiorellini di una gentilezza sorprendente, e i loro colori erano di una vivezza e varietà che incantava. Più di mille colori in un sol fiore, e in un sol fiore si vedevano più di mille fiori. Scendeva ai loro piedi una veste di bianchezza smagliante, anch´essa tutta intrecciata di ghirlande di fiori, simili a quelli della corona. La luce incantevole che partiva da questi fiori rivestiva tutta la persona e specchiava in essa la propria gaiezza. I fiori si riflettevano l´uno negli altri e quelli delle corone in quelli delle ghirlande, riverberando ciascuno i raggi che erano emessi dagli altri. Un raggio di un colore infrangendosi con un raggio di un altro colore formava raggi nuovi, diversi, scintillanti e quindi ad ogni raggio si riproducevano sempre nuovi raggi, sicchè io non avrei mai potuto credere esservi in paradiso un incanto così molteplice. Ciò non è tutto. I raggi e i fiori della corona degli uni si specchiavano nei fiori e nei raggi della corona di tutti gli altri: così pure le ghirlande, e la ricchezza della veste degli uni si riflettevano nelle ghirlande, nelle vesti degli altri. Gli splendori poi del viso di un giovane, rimbalzando, si fondevano con quelli del volto dei compagni e riverberando centuplicati su tutte quelle innocenti e rotonde faccine producevano tanta luce da abbarbagliare la vista ed impedire di fissarvi lo sguardo.

Così in un solo si accumulavano le bellezze di tutti i compagni con un´armonia di luce ineffabile! Era la gloria accidentale dei santi. Non vi è nessuna immagine umana per descrivere anche languidamente quanto divenisse bello ciascuno di quei giovani in mezzo a quell´oceano di splendori. Fra questi ne osservai alcuni in particolare, che adesso sono qui all´Oratorio e son certo che, se potessero vedere almeno la decima parte della loro attuale speciosità, sarebbero pronti a soffrire il fuoco, a lasciarsi tagliare a pezzi, ad andare insomma incontro a qualunque più atroce martirio, piuttosto che perderla.

Appena potei alquanto riavermi da questo celestiale spettacolo, mi volsi al duce e gli dissi:

- Ma dunque fra tanti miei giovani sono così pochi gli innocenti? Sono così pochi coloro che non han mai perduta la grazia di Dio?

Mi rispose il pastore:

- Come? Non ti pare abbastanza grande questo numero? Del resto quelli che hanno avuto la disgrazia di perdere il bel giglio della purità, e con questo l´innocenza, possono ancor seguire i loro compagni nella penitenza. Vedi là? In quel prato si ritrovano ancor molti fiori; ebbene essi possono tessersi una corona e una veste bellissima e seguire ancora gli innocenti nella gloria.

- Suggeriscimi ancora qualche cosa da dire ai miei giovani! io soggiunsi allora.

- Ripeti ai tuoi giovani, che se essi conoscessero quanto è preziosa e bella agli occhi di Dio l´innocenza e la purità, sarebbero disposti a fare qualunque sacrifizio per conservarla. Di´ loro che si facciano coraggio a praticare questa candida virtù, che supera le altre in bellezza e splendore. Imperocchè i casti sono quelli che crescunt tanquam lilia in conspectu Domini.

Io allora volli andare in mezzo a quei miei carissimi, così vagamente incoronati, ma inciampai nel terreno e svegliatomi mi trovai in letto.

Figliuoli miei, siete voi tutti innocenti? Forse ve ne saranno fra voi alcuni e a questi io rivolgo le mie parole. Per carità, non perdete un pregio di valore inestimabile! È una ricchezza che vale quanto vale il Paradiso quanto vale Iddio! Se aveste potuto vedere come erano belli questi giovanetti coi loro fiori. L´insieme di questo spettacolo era tale che io avrei dato qualunque cosa del mondo per godere ancora di quella vista, anzi, se fossi pittore, l´avrei per una grazia grande poter dipingere in qualche modo ciò che vidi. Se voi conosceste la bellezza di un innocente, vi assoggettereste a qualunque più penoso stento, perfino anco alla morte, per conservare il tesoro dell´innocenza.

Il numero di coloro che erano ritornati in grazia, quantunque mi abbia recato grande consolazione, tuttavia io sperava che dovesse essere assai maggiore. E restai assai meravigliato nel vedere alcuno che or qui in apparenza sembra un buon giovane e là aveva le corna lunghe e grosse .....

D. Bosco finì con una calda esortazione a coloro che hanno perduta l´innocenza, perchè si adoperino volenterosamente a riacquistare la grazia per mezzo della penitenza.

Due giorni dopo, il 18 giugno, D. Bosco risaliva alla sera sulla cattedra e dava alcune spiegazioni del sogno.

Non farebbe più d´uopo nessuna spiegazione riguardo al sogno, ma ripeterò quello che già dissi. La gran pianura è il mondo, e anche i luoghi e lo stato donde furono chiamati qui tutti i nostri giovani. Quell´angolo dove erano gli agnelli è l´Oratorio. Gli agnelli sono tutti i giovani, che furono, sono presentemente, e saranno nell´Oratorio. I tre prati in questo angolo, l´arido, il verde, il fiorito, indicano lo stato di peccato, lo stato di grazia e lo stato d´innocenza. Le corna degli agnelli sono gli scandali che si sono dati nel passato. Ve ne erano poi di quelli che avevano le corna rotte e costoro furono scandalosi, ma ora cessarono dal dare scandalo. Tutte quelle cifre “ 3 “, che si vedevano stampate su ciascuno agnello, sono, come seppi dal pastore, tre castighi che Dio manderà sui giovani: 1° Carestia d´aiuti spirituali. 2° Carestia morale, ossia mancanza d´istruzione religiosa e della parola di Dio. 3° Carestia materiale, ossia mancanza anche di vitto. I giovani risplendenti sono coloro che si trovano in grazia di Dio, e sopratutto quelli che conservano ancora l´innocenza battesimale e la bella virtù della purità. E quanta gloria li aspetta!

Mettiamoci dunque, cari giovani, coraggiosamente a praticare la virtù. Chi non è in grazia di Dio, si metta di buona voglia e quindi con tutte le sue forze e coll´aiuto di Dio perseveri sino alla morte. Che se tutti non possiamo essere in compagnia degli innocenti a far corona all´immacolato Agnello, Gesù, almeno possiamo seguirlo dopo di loro.

Uno mi domandò se era fra gli innocenti ed io gli dissi di no e che aveva le corna, ma rotte. Mi domandò ancora se aveva delle piaghe ed io gli dissi di sì.

- E che cosa significano queste piaghe? egli soggiunse.

Risposi: - Non temere. Sono rimarginate, spariranno; queste piaghe ora non sono più disonorevoli, come non sono disonorevoli le cicatrici di un combattente, il quale malgrado le tante ferite e l´incalzamento e gli sforzi del nemico, seppe vincere e riportare vittoria. Sono dunque cicatrici onorevoli!... Ma è più onorevole chi combattendo valorosamente in mezzo ai nemici non riporta nessuna ferita. La sua incolumità eccita la meraviglia di tutti.

Spiegando questo sogno, D. Bosco disse eziandio che non andrà più molto tempo che si faranno sentire questi tre mali: - Peste, fame e quindi mancanza di mezzi per farci del bene.

Soggiunse che non passeranno tre mesi che accadrà qualche cosa di particolare.

“ Lasciatemi solo; soffro troppo” (1867, MB VIII, 853-858)

D. Bosco parlò ancora a tutta la comunità dopo le orazioni della sera.

 

Ieri sera, miei cari figliuoli, io mi era coricato e non potendo subito prender sonno, andava pensando alla natura ed al modo di esistere dell´anima; come fosse fatta; in che modo potesse trovarsi e parlare nell´altra vita, divisa dal corpo; come faccia a trasportarsi da un luogo ad un altro; come mai allora ci potremo conoscere gli uni e gli altri, non essendo noi dopo morte che puri spiriti. E più su di ciò pensavo, e più sembravami oscuro il mistero.

Mentre io vagava in queste e simili fantasie mi addormentai e mi sembrava di essere sulla via che conduce a * ... (e nominò la città) e che a quella volta fossi incamminato. Andai per un po´ di tempo, traversai paesi a me sconosciuti, quando ad un certo tratto mi sentii chiamare per nome. Era la voce di una persona ferma sulla via. - Vieni con me, mi disse; tu potrai adesso vedere ciò che desideri. Tosto obbedii. Quel tale andava colla rapidità dei pensiero ed io al pari della mia guida. Andavamo senza che i piedi nostri toccassero il suolo. Giunti in una certa regione che io non so quale fosse, la mia guida si fermò. Sovra un luogo alto ergevasi con magnificenza un palazzo di mirabile struttura. Non so dove fosse, nè su quale eminenza; non mi ricordo più se si trovasse sovra una montagna o per l´aria sulle nuvole. Era inaccessibile e non vedeasi alcuna strada per salirvi. Le sue porte erano ad un´altezza considerevole.

 - Guarda! monta su in quel palazzo, mi disse la guida.

 - Come ho da fare? osservava io; come fare ad arrivarvi? Qui al basso non c´è entrata, le ali non le ho.

 - Entra! replicò l´altro imperiosamente. E vedendo che io non mi muoveva, disse: - Fa´ come faccio io: alza le braccia con buona volontà e salirai. Vieni meco. - E, ciò dicendo levò in alto le mani allargate verso il cielo. Io pure apersi allora le braccia e mi sentii subito in un attimo sollevare per l´aria a guisa di leggiera nube. Ed eccomi sulla soglia del gran palazzo. La guida mi aveva accompagnato.

 - Che cosa c´è qui dentro? le chiesi.

- Entra, visitalo e vedrai. In fondo, in una sala, troverai chi ti ammaestrerà.

La guida scomparve ed io rimasto solo e guida a me stesso, entrai nel portico, salii le scale, e fui in un appartamento veramente regale. Percorsi sale spaziose, camere ricchissime di ornamenti e lunghi corridoi. Io andava con preternaturale velocità. Ogni sala brillava con sfarzo di tesori sorprendenti, e con quella velocità percorsi tante camere che non mi fu possibile numerarle. Ma la cosa più mirabile era questa. Per correre colla rapidità del vento non muoveva i piedi, ma sospeso in aria colle gambe unite, strisciava senza fatica come sopra un cristallo, ma senza toccare il pavimento. Così passando di uno in altro appartamento, vidi finalmente in fondo ad un corridoio una porta. Entrai e mi trovai in una gran sala, sovra ogni altra magnifica. Alla sua estremità, sopra un seggiolone, scorsi maestosamente seduto un Vescovo, in atto di chi aspetta per dare udienza. Mi avvicinai con rispetto e restai preso da somma meraviglia nel riconoscere in quel prelato un mio intimo amico. Era Monsignor * ... (e ne fece il nome), Vescovo. di *.... morto due anni fa. Pareva che nulla soffrisse. Il suo aspetto era florido, affettuoso e di tale bellezza che non si può esprimere.

 - Oh Monsignore! È qui lei? gli dissi con grande gioia.

 - Non mi vedete? rispose il Vescovo.

 - Ma come va? È ancor vivo? Non è morto?

 - Sì, che sono morto.

 - E se è morto, come è seduto qui, così florido e benestante? chè, per carità, se fosse ancor vivo, lo dica, altrimenti saremo nei

pasticci. A *... vi è già un altro Vescovo, Monsignor e come sbrigheremo quest´affare?

 - State tranquillo, non datevi fastidio, chè io son morto...

 - Alla buon´ora, perchè altrimenti vi era un altro al suo posto.

 - Lo so. E voi D. Bosco siete morto o vivo?

 - Io sono vivo: non vede che son qui in corpo ed anima?

 - Qui non si può venire col corpo.

 - Eppure ci sono.

 - Sembra a voi di esservi, ma non è così...

E qui io mi affrettava a parlare facendo domande su domande senza che ottenessi nessuna risposta: - Come, diceva io, può essere che io vivo sia qui con Lei che è già morto? - E aveva paura che il Vescovo sparisse; perciò presi a supplicarlo: - Monsignore, per carità non mi sfugga. Ho tante cose da sapere.

Il Vescovo vedendomi così ansioso:- Non vi affannate tanto, disse: state calmo, non dubitate, non fuggirò; parlate!

 - Mi dica, Monsignore! È salvo?

 - Guardatemi; osservate come son vegeto, fresco, risplendente.

Il suo aspetto mi dava veramente certa speranza che egli fosse salvo; ma di ciò non contentandomi, replicai:

 - Mi dica Lei, se è salvo, sì o no?

 - Sì, sono in luogo di salvamento.

 - Ma è in Paradiso a godere il Signore, oppure in Purgatorio?

 - Sono in luogo di salvezza, ma Dio non l´ho ancora visto ed ho bisogno che ancora preghiate per me.

 - E quanto tempo avrà ancora da stare in Purgatorio?

 - Guardate qui! - E mi porse una carta, soggiungendo: - Leggete!

 Io presi in mano quella carta, l´osservai attentamente, ma nulla vidi di scritto e dissi: - Io non ci vedo niente.

 - Guardate quello che v´è scritto: leggete!

 - Ho guardato e guardo, ma non posso leggere, perchè qui sopra non è scritto niente!

 - Guardate meglio.

 - Vedo una carta a fiorami rossi, cerulei, verdi, violetti, ma di caratteri non ne veggo alcuno.

 - Sono cifre!

 - Non vedo nè cifre nè numeri.

Il Vescovo guardò quella carta che io teneva nelle mani e poi disse: - Lo so ancor io perchè non capite; mettete la carta al rovescio. - Io esaminai il foglio con maggiore attenzione, lo rivolsi per ogni verso, ma nè al rovescio, nè al diritto potei leggere. Solamente mi parve di vedere che fra i giri e rigiri di que´ disegni fiorati vi fosse il numero “ 2 ”.

Il Vescovo continuò: - Sapete perchè bisogna leggere al rovescio?

Perchè i giudizi del Signore sono diversi a quelli del mondo. Ciò che dagli uomini si crede sapienza è stoltezza appo Dio.

Non osai insistere per una spiegazione più chiara e dissi: - Monsignore, procuri di non scapparmi: voglio domandare altre cose.

 - Domandate pure: ascolto.

 - lo mi salverò?

 - Sperate.

 - Ma non mi tenga in pena; mi dica subito se mi salverò.

 - Non lo so!

 - Almeno mi dica se io sono o non sono in grazia di Dio.

 - Non lo so.

 - Ed i miei giovani si salveranno?

 - Non lo so.

 - Ma, di grazia, la supplico, me lo dica.

 - Avete studiato Teologia e quindi potete sapere e farvi la risposta da voi stesso.

 - Come? è in luogo di salvezza, e non sa queste cose?

 - Ecco: il Signore le fa conoscere a chi vuole: e quando vuole che sia comunicata questa scienza, ne dà l´ordine e il permesso. Altrimenti nessuno può comunicarla a coloro che vivono ancora.

Io era agitato da viva smania di sempre chiedere e chiedeva in fretta per timore che Monsignore si ritirasse:

 - Ora mi dica qualche cosa da riportare ai giovani da parte sua.

 - Voi lo sapete, quanto lo so io, che cosa hanno da fare. Avete la Chiesa, il Vangelo e le altre Scritture che vi dicono tutto. Dite loro che salvino l´anima, perchè il resto a nulla giova.

 - Ma lo sappiamo già che dobbiamo salvar l´anima. Ma come dobbiamo fare a salvarla? Mi dia un avviso speciale per poterla salvare, che ci faccia ricordare di lei. Io lo ripeterò ai giovani a nome suo.

 - Dite loro che si facciano buoni e siano obbedienti.

 - E chi non le sa queste cose?

 - Dite loro che siano modesti e che preghino.

 - Ma si spieghi più praticamente.

 - Dite loro che si confessino sovente e facciano buone comunioni.

 -Qualche cosa di più speciale ancora.

 - Ve la dirò, giacchè la volete. Dite loro che hanno davanti agli occhi una nebbia e quando uno fosse giunto a veder questa nebbia è già a buon punto. Che tolgano questa nebbia, come si legge nei salmi: Nubem dissipa.

 - Che cosa è questa nebbia?

 - Sono tutte le cose del mondo, che impediscono di vedere le cose celesti come sono.

 - E come debbono fare a togliere questa nebbia?

 - Considerino il mondo come è: mundus totus in maligno positus est; e allora salveranno l´anima; non si lascino ingannare dalle apparenze del mondo. I giovani credono che i piaceri, le gioie, le amicizie del mondo possano renderli felici e quindi non aspettano che il momento di goder di questi piaceri; ma si ricordino che tutto è vanità ed afflizione di spirito. Si assuefacciano a vedere le cose del mondo non come sembrano, ma come sono.

 - E questa nebbia da che cosa principalmente è prodotta?

 - Siccome la virtù che splende di più in paradiso è la purità, così l´oscurità e la nebbia è prodotta principalmente dal peccato dell´immodestia e dell´impurità. È come un nero nuvolone densissimo che toglie la vista e impedisce ai giovani di vedere il precipizio al quale vanno incontro. Dite loro adunque che conservino gelosamente la virtù della purità, perchè quelli che la possederanno, florebunt sicut lilium in civitate Dei.

 - E che cosa ci vuole per conservare la purità? Lo dica, che io lo annunzierò ai miei cari giovani da parte sua.

 - È necessario: Ritiratezza, obbedienza, fuga dell´ozio e preghiera.

 - E poi?

 - Preghiera, fuga dell´ozio, obbedienza, ritiratezza.

 - E niente altro?

 - Obbedienza, ritiratezza, preghiera e fuga dell´ozio. Raccomandate loro queste cose che bastano.

Io voleva ancora domandare tante cose, ma più nessuna venivami alla memoria. Quindi appena il Vescovo ebbe finito di parlare, tutto smanioso di raccontarvi quegli avvisi, lasciai in fretta quella sala e corsi all´Oratorio. Volava colla rapidità del vento ed in un istante mi trovai alla porta dell´Oratorio. Quando fui lì mi sono arrestato e pensava: - Perchè non mi sono fermato di più col Vescovo di * ...? Avrei avuti ancora migliori schiarimenti! Ho fatto male a lasciarmi sfuggire una così bella occasione! Avrei imparato tante altre belle cose!

E subito ritornai indietro colla stessa rapidità, colla quale ero venuto e coll´ansietà di non più ritrovar Monsignore. Entrai di nuovo in quel palazzo ed in quella sala.

Ma quale cambiamento era avvenuto in quei brevi istanti! Il Vescovo, pallidissimo come cera, era steso sul letto, sembrava un cadavere; gli spuntavano sugli occhi le ultime lacrime: era in agonia. Solo ad un leggero movimento del petto scosso dagli estremi aneliti, si accorgeva che era ancor vivo. Io mi accostai a lui affannoso: - Monsignore, che cosa è avvenuto?

 - Lasciatemi! mi rispose con un gemito.

 - Monsignore, avrei ancora molto cose da domandare.

 - Lasciatemi solo; soffro troppo.

 - Ma che cosa posso fare per lei?

 - Pregate e lasciatemi andare.

 - Dove?

 - Dove la mano onnipotente di Dio mi conduce.

 - Ma, Monsignore, la supplico, mi dica dove?

 - Soffro troppo, lasciatemi.

 - Ma almeno mi dica; che cosa posso fare per lei? io ripeteva.

 - Pregate.

 - Ancora una sola parola: Ha nessuna commissione che io possa eseguire nel mondo? Mi lascia nulla da dire al suo successore?

 - Andate dall´attuale Vescovo di *… e ditegli da parte mia questo e questo.

Le cose che mi disse non fanno per voi, o miei cari giovani, e quindi le tralasciamo.

Il Vescovo proseguì ancora: - E poi dite alle tali e tali persone queste e queste altre cose segrete!

(Anche di queste commissioni D. Bosco tacque; ma così le prime come le seconde sembra che riguardassero ammonimenti e rimedii da apprestarsi per certi bisogni di quella diocesi).

 - E niente altro? io continuai.

 - Dite ai vostri giovani che loro io ho voluto sempre molto bene, che finchè ero in vita ho sempre pregato per loro e che anche adesso mi ricordo di loro. Ora essi preghino per me.

 - Stia sicuro lo dirò e comincieremo subito a fare suffragi per lei. Ma lei appena sarà in paradiso si ricordi di noi.

Il Vescovo aveva preso intanto un aspetto ancor più sofferente. Era uno strazio il vederlo. Pativa assai! Era un´agonia delle più angosciose.

 - Lasciatemi, mi disse ancora, lasciatemi che io vada dove il Signore mi chiama.

 - Monsignore!           Monsignore! - io andava ripetendo stretto da indicibile compassione.

 - Lasciatemi! lasciatemi! - Sembrava spirasse; e una forza invisibile trasselo di là nelle stanze più interne, sicchè disparve.

Io, a tanto soffrire, spaventato e commosso mi volsi per tornare indietro, ma avendo urtato per quelle sale con un ginocchio in qualche oggetto, mi svegliai e mi trovai in mia camera e a letto.

Come vedete, o giovani, questo è un sogno come tutti gli altri sogni e per ciò che riguarda voi non ha bisogno di spiegazioni, perchè sia inteso da tutti.

 

D. Bosco concludeva il racconto col dire:

In questo sogno ho imparato tante cose intorno all´anima e al Purgatorio, quante e come prima non era mai arrivato a capire; e le vidi così chiare che non le dimenticherà mai più.

Così finisce la narrazione delle nostre Memorie.

Predizione morte avverte, stato di coscienza, strenna (1867, MB IX 11-17)

La sera del 31 dicembre del 1867 Don Bosco radunò i giovani in chiesa e salito sul pulpito dopo le orazioni così parlò:

Sogliono in questi giorni i parenti dare la strenna ai loro figliuoli, gli amici darsela fra di loro. Così anch´io sono solito di fare ogni anno, dando in questa sera un ricordo ai miei cari giovani che serva di norma per l´anno venturo.

Io adunque stava pensando da alcuni giorni quale strenna darvi, o miei cari figliuoli, e malgrado ogni mio sforzo non trovava nella mia testa un pensiero che facesse all´uopo. Anche la notte scorsa, essendo già coricato, andava pensando e ripensando tra me che cosa dirvi di salutare in questa sera per l´anno 1868, ma non poteva concentrarmi in un punto solo. Quando dopo molto tempo, agitato sempre dalla più viva preoccupazione, mi trovai come uno che sia fra il sonno e la veglia, in quel tempo nel quale sente ed è quasi conscio di se stesso. Era un sonno nel quale uno può conoscere quello che fa, udire quello che si dice e rispondere se interrogato. In tale stato incominciai ad essere in balìa di un sogno che non era sogno. Mi pareva sempre di essere in mia camera. Faccio per uscirne e al posto del poggiuolo mi trovai innanzi ad un bel giardino nel quale si vedevano piante senza numero di stupende rose, cinto intorno da un muro, sopra il cui ingresso era scritto a caratteri cubitali: 68.

Un portinaio mi introdusse nel giardino e là vidi i nostri giovani divertirsi, gridare e saltellare allegramente. Molti si affollarono a me d´intorno e parlavamo insieme di tante cose. C´incamminammo tutti per quel giardino e dopo un tratto di via, lungo il muro del medesimo vidi in un canto molti giovani affollati che cantavano e pregavano con alcuni preti e chierici. Mi avvicinai di più a quei giovani, li guardai e non li conosceva ancora tutti bene, anzi in gran parte mi erano nuovi: e udii che cantavano il Miserere e le altre preghiere dei defunti. Fattomi loro dappresso dissi:

 - Che cosa fate qui? Perchè recitate il Miserere? Quale è la causa del vostro lutto? È morto forse qualcheduno?

 - Oh! risposero: ella non lo sa?

 - Io non so niente.

 - Preghiamo per l´anima di un giovane che è morto il tal giorno, alla tal ora.

 - Ma chi é?

 - Come? replicarono: non sa chi é?

 - Eh! no!

 - Che non l´abbiano avvisato? - si dissero a vicenda. Poi rivolti a me: - Ebbene sappia che è morto il tale! - e mi dissero il nome.

 - Come? È morto il tale?

 - Sì, è morto, ma ha fatto una buona morte, una morte invidiabile. Ha ricevuto con grande soddisfazione ed edificazione nostra tutti i Sacramenti. Rassegnato alla volontà di Dio, dimostrò i più vivi sentimenti di pietà. Ora preghiamo per l´anima sua accompagnandolo alla sepoltura, ma speriamo che sia già in possesso del cielo e che preghi per noi. Anzi siamo certi che è già in paradiso.

 - La sua fu dunque una buona morte? Sia fatta la volontà di Dio. Imitiamo le sue virtù e preghiamo il Signore che conceda anche a noi la grazia di fare una buona morte.

Ciò detto, mi allontanai da costoro, circondato sempre da una folla di giovani. Ci siamo di nuovo incamminati per quel giardino e, fatto un lungo tratto di strada, siamo giunti vicini ad un bellissimo prato verdeggiante. Io intanto diceva fra me: - Come va questo? Ieri sera mi coricai nel mio letto e adesso mi trovo con tutti i giovani sparsi qua e là in questo giardino?

Quand´ecco un´altra turba numerosa di giovani disposta in circolo, in mezzo a cui vi era qualche cosa che io non sapeva distinguere quello che fosse. Vidi però che erano inginocchiati; gli uni pregavano, gli altri cantavano. Mi avvicinai e vidi che attorniavano una bara, udii che recitavano le preghiere dei defunti e cantavano il Miserere. Domandai: - Per chi pregate?

Essi tutti melanconici mi risposero:

 - È morto un altro giovane ed ha fatto una buona morte. Ha ricevuto con edificazione nostra i Santi Sacramenti e ha dimostrato sensi di grande pietà. Adesso lo portano già alla sepoltura. Stette infermo otto giorni e vennero a vederlo anche i suoi parenti.

Domandai allora il nome del morto e mi fu detto. Rimasi molto addolorato nell´udirlo, ed esclamai:

 - Oh che mi rincresce! era uno che mi voleva tanto belle e non ho potuto dargli l´ultimo addio... e neanco l´altro ho veduto prima che morisse... Muoiono tutti adesso? ... Un morto qui e l´altro là! ... Ma possibile? Solamente ieri ne morì uno... e quest´oggi un altro ...

 - Che cosa dice? mi fu risposto: uno morto poco fa e l´altro adesso? Le pare poco tempo, eppure sono più di tre mesi dacchè è morto il primo, il tal giorno, nella tal ora.

Al sentir queste cose pensai tra me: Sogno o non sogno? Mi pareva di non sognare e non sapeva che cosa dire di ciò che udiva.

E continuammo ad inoltrarci tutti in mezzo a quei boschetti e dopo non breve cammino ecco che odo cantare di bel nuovo il Miserere. Arresto il passo e con me si fermano quelli che mi accompagnavano e vedo un´altra schiera numerosa di giovani che si avvicinava. Chiesi a coloro che mi erano al fianco:

 - Che cosa fanno quei giovani? Dove vanno?

Venivano da un luogo poco lontano ed erano tutti sconsolati e cogli occhi lagrimosi:

 - Che cosa avete? - dissi loro, essendomi affrettato ad incontrarli.

 - Ah se sapesse! ...

 - Che cosa ci fu dunque?

 - È morto un giovane.

 - Come? dappertutto veggo morti? E chi è quel vostro compagno che si portò alla sepoltura?

E i giovani con atti di grande meraviglia:

 - Come! Non sa ancor nulla? Non sa che è morto il tale?

 - È morto anche lui?

 - Sì, poveretto. I suoi parenti non sono andati a visitarlo ..... ma .....

 - E che ma? Non ha forse fatto una buona morte?

 - Ah no! Ha fatto una morte per nulla desiderabile.

 - Non ricevette i Sacramenti?

 - Dapprima non voleva riceverli e poi li ricevette, ma con poca voglia e non dando segni di vero pentimento, cosicchè rimanemmo poco edificati di lui, anzi dubitiamo molto della sua eterna salute e ci rincresce assai che un giovane dell´Oratorio abbia fatto una così brutta morte.

Allora io cercai di consolarli, dicendo:

 - Se ha ricevuti i Sacramenti speriamo che si sia salvato. Non bisogna disperare della misericordia di Dio. È così grande! - Ma non riuscii a infonder loro questa speranza ed a consolarli.

Mentre, addolorato e colla mente turbata, pensava in qual tempo que´ giovani fossero morti, apparve all´improvviso un personaggio che non conosceva e che, avvicinatosi, mi disse

 - Guarda: dunque sono tre!

Lo interruppi:

 - E tu chi sei che mi parli con tanta famigliarità dandomi del tu, senza avermi veduto mai? 

 - Ascoltami, rispose, e poi ti dirò chi sono. Tu vuoi una spiegazione di ciò che hai visto?

 - Sì, che cosa significano questi numeri?

 - Hai visto, lui rispose, il numero 68 scritto sulla porta del giardino?

Significa l´anno 1868. In quest´anno i tre giovani che ti furono indicati dovranno morire. Come hai visto, i due primi son ben preparati; il terzo tocca a te prepararlo.

Io, pensando se proprio dovesse essere vero che nel 1868 dovranno morire que´ tre cari figliuoli, soggiunsi:

 - Ma come tu puoi dirmi questo?

 - Sta´ attento all´esito e vedrai - mi rispose.

Alla sicurezza e all´amabilità del dire conobbi allora in quel personaggio un amico e proseguii con lui la strada assorto nelle parole che aveva udite:

 - Ma sogno io forse? gli andava dicendo: pure qui non c´è sogno: sono desto! Io vedo, io sento, io conosco.

E quegli mi disse:

 - Sta bene: questa è realtà.

Ed io:

 - Realtà? Ti prego adunque di essermi cortese. Mi hai detto dell´avvenire, ed ora parlami del presente. Quello che io desidero si è che tu mi dica qualche cosa da riferire ai miei giovani domani sera come strenna.

Ed egli:

 - Di´ ai tuoi giovani che siccome que´ due primi erano preparati perchè frequentavano colle debite disposizioni la santa Comunione in vita, così anche in punto di morte la ricevettero con edificazione di tutti. Ma quell´ultimo non la frequentava in vita, mentre era sano, e perciò in punto di morte la ricevette con poca soddisfazione. Di´ loro che se vogliono fare una buona morte frequentino la salita Comunione con le dovute disposizioni, e che la prima disposizione è una confessione ben fatta. La strenna adunque sia questa: “ La Comunione devota e frequente è il mezzo più efficace per fare una buona morte e così salvarsi l´anima ”. Ora seguimi e sta´ attento.

E s´inoltrò alquanto per un sentiero del giardino. Io lo seguiva quando a un tratto vedo raccolti in un largo spazio aperto i miei giovani radunati. Mi fermai ad osservarli. Io li conosceva tutti e mi sembrava fossero tutti, come tante volte li aveva visti, senza alcuna diversità. Però, esaminatili alquanto più (la vicino, vidi cosa che mi riempì di maraviglia ed orrore. Di sotto al berretto di molti spuntavano dalla fronte due cornette Gli uni le avevano più lunghe, gli altri più corte; quali le avevano intere, e quali rotte; parecchi non avevano più che il segno di averle avute, perchè erano perfettamente rotte alla radice e più non si vedevano spuntare o crescere, ad altri invece non potevasi impedire che le corna crescessero, ma rotte che erano, tornavano fuori ancor più grosse, riproducendosi sempre. Taluni poi non solo avevano le corna, ma quasi non fossero paghi di averle, davano delle grandi cornate ai compagni. Ve ne erano pure di quelli che avevano un sol corno in mezzo al capo, ma di una straordinaria grossezza, e questi erano i più terribili. In fine ve n´erano altri, la cui fronte candida e serena non era stata mai deturpata da simile deformità .....

E qui noterò che io potrei dire a ciascheduno di voi in particolare quello che faceva nel giardino.

Dilungatomi alquanto dai giovani, accompagnato solamente dalla mia guida, giunto ad un certo luogo elevato, vidi in vaste regioni moltissima gente che si azzuffava: erano militari. Per un lungo tratto di tempo combattevano accanitamente senza compassione al mondo. - Molto era il sangue sparso. Io vedeva chiaramente gli infelici che cadevano al suolo sgozzati. Chiesi al mio compagno :

 - Come va che questi uomini si uccidono, furiosamente in questa maniera?

 - Grande guerra, esclamò la mia guida, nel 1868; e questa guerra non terminerà se non dopo un grande spargimento di sangue.

 - La guerra sarà forse nei nostri paesi? Che gente è questa? Sono italiani, o forestieri?

 - Guarda quei militari e dalle vestimenta conoscerai a quale nazione appartengano

Li guardai attentamente e vidi che erano di varie nazioni. La maggior parte non aveva la divisa dei nostri soldati, ma ve n´erano anche degli italiani:

 - Ciò significa, soggiunse la guida, che a questa guerra parteciperanno anche gli italiani.

Siamo partiti allora da quel campo di morte e camminando per breve tratto passammo in altra parte del giardino; quand´ecco sento gridare a grandi voci:

 - Fuggiamo di qui, fuggiamo: fuggiamo di qui, se no moriremo tutti.

E vidi molta gente che fuggiva gridando e, in mezzo a questa, gran numero di persone sane e robuste cadere a terra in un istante e morire.

 - E che cosa hanno costoro che vogliono fuggire? - chiesi a qualcuno di quelle turbe.

 - Il colera ne fa morire tanti e se non fuggiamo moriremo anche noi - mi fu risposto.

 - Ma che cosa è ciò che io vedo, dissi al mio condottiero. Per ogni dove regna adunque la morte?

 - Grande colera, esclamò, nel 1868!

 - Come è possibile? Il colera d´inverno? E muoiono già benchè faccia così freddo?

 - A Reggio di Calabria ne muoiono già adesso 50 al giorno!

Andammo avanti ancora e vedemmo una moltitudine sterminata di gente, pallida, abbattuta, smunta, sfinita, coi panni laceri.

Io non poteva intendere la cagione dello sfinimento e della macilenza di quella moltitudine e chiesi al mio amico:

 - Che cosa hanno costoro? Che cosa vuol dire questo?

 - Grande carestia, mi rispose, nel 1868. Non sai che costoro non hanno di che togliersi la fame?

 - Come? io dissi; in questo stato per la farne?

 - È così veramente!

Io intanto osservava quelle turbe che gridando - fame! fame! cercavano pane da mangiare e non ne trovavano, cercavano di che togliersi la sete che loro ardeva le fauci e non trovavano acqua.

Allora, pieno di sgomento, dissi al mio compagno:

 - Ma dunque in quest´anno tutti i mali piombano sulla nostra misera terra? E non vi sarebbe mezzo per allontanare dagli uomini tutte queste sventure?

 - E sì che vi sarebbe questo mezzo, purchè tutti gli uomini insieme si ponessero d´accordo nell´astenersi dal commetter peccati, nel far cessare la bestemmia, nell´onorare Gesù Sacramentato, nel pregare la Beata Vergine da loro adesso abbandonata indegnamente.

 - E questa fame e siccità sarà di cibo corporale o spirituale?

Mi rispose: - E dell´uno e dell´altro. Gli uni ne mancheranno perchè non vogliono, gli altri perchè non possono averlo.

 - E l´Oratorio avrà anche da soffrire di questi mali? Anche i miei giovani morranno dal colera?

La mia guida mi guardò da capo a piedi; dopo mi disse: - Condizionatamente: cioè se i tuoi giovani saranno tutti d´accordo nel tenere lontana da loro l´offesa di Dio coll´onorare Gesù Sacramentato e la Beata Vergine, saranno salvi; perchè con queste due salvaguardie si ottiene tutto e senza di queste si ottiene niente. Se facessero altrimenti moriranno anch´essi. Bada però che un solo che faccia peccati mortali può bastare per attirare lo sdegno di Dio ed il colera sopra l´Oratorio.

Chiesi ancora: - E i miei giovani hanno forse anch´essi da soffrire la mancanza di cibo?

 - Pur troppo! anche i tuoi giovani soffriranno gli effetti della carestia.

 - A me sembra che almeno la carestia sarebbe caduta solamente sopra Don Bosco, perchè tocca a me di pensare e provvedere al loro cibo. Se mancherà pane nella nostra casa, i giovani non ci penseranno certamente.

 - La sentirai tu la fame e la dovranno anche sentire i tuoi giovani. I loro parenti o benefattori dovranno stentare per pagare la loro pensione e somministrar loro le tante altre cose necessarie. Molti più nulla potranno pagare e la casa, mancando di mezzi, non potrà più soccorrerli nei loro bisogni. E così anch´essi patiranno.

 - Ma soffriranno anche mancanza di cibo spirituale?

 - Sì; alcuni perchè non vorranno averlo, altri perchè non potranno.

Così dicendo andavamo sempre avanzandoci in quel giardino. Ma tutto ad un tratto vidi il cielo ricoprirsi di neri nuvoloni che minacciavano una vicina tempesta. Si era levato un vento orribile. Io guardava attorno e in lontananza vidi i giovani che s´erano messi a fuggire Lasciata la guida, correva per raggiungerli e pormi in salvo con essi; ma ben presto li perdetti di vista: lampi e tuoni si succedevano. Pareva che da un momento all´altro dovessimo essere tutti inceneriti dal fulmine. Cadde quindi una turbinosa e dirottissima pioggia. Non aveva mai visto un temporale così violento: io mi aggirava per quel giardino cercando i miei giovani e un qualche ricovero ove riparare, ma non trovava né quelli, né questo. Tutta la regione era disertata. Cercavo la porta per uscire e malgrado la mia fretta non lui riuscì di giungervi, che anzi sempre più dalla medesima lui allontanava in ultimo cadeva una grandine così spaventosa che non ne vidi mai di simile per grossezza. Alcuni granelli, caduti sul mio capo, lui percossero con tanta violenza che mi svegliarono e mi trovai sul letto. Vi assicuro che io era molto più stanco allora, che quando andai a riposo.

Queste cose io vidi, come vi dissi, sognando, e non voglio dirvele affinchè le crediate come cose vere, ma siccome da questo si può imparare qualche cosa, approfittiamone. Teniamo come sogno quello che non fa per noi, ma teniamo per cose vere quelle che possono servire per nostra utilità, tanto più che siccome sono già accadute cose che si erano dette altra volta, potrebbero accadere anche questa volta. Approfittiamone teniamoci preparati alla morte, preghiamo, Maria SS. e teniamo da noi lontano il peccato.

Vi lascio in ultimo per strenna questa massima: - La frequente devota confessione e Comunione è un gran mezzo per salvarci l´anima.

Buona notte!

Don Bosco narrò questo sogno in due sere. La suesposta narrazione è del chierico studente di Teologia, Stefano Bourlot, che ne lasciò apposita memoria colla sua firma, in data 29 gennaio 1868.

Tragica passeggiata alla Stura (1868, MB IX, 133-135)

Miei cari figliuoli del Collegio di Lanzo,

Nella fretta di partire non potei salutarvi come avrei desiderato, ma ora giunto in Torino vi scrivo ciò che avrei voluto dirvi. Ascoltatemi adunque e state attenti perchè è il Signore che vi parla per bocca di Don Bosco.

L´ultima notte che Don Bosco fu a Lanzo dormì un sonno molto agitato. Voi sapete che la mia camera è vicina alla sua; ora due volte io mi svegliai di soprassalto senza saperne il motivo: mi sembrava di aver udito un urlo prolungato che faceva spavento. Mi alzai seduto sul letto, tesi l´orecchio e quel rumore veniva precisamente dalla camera di Don Bosco. Al mattino pensai su ciò che avea udito e mi determinai a farne parola a Don Bosco: - È vero, mi rispose, perchè stanotte ho fatto sogni che veramente mi attristarono. Mi sembrava di essere alle sponde di un torrente non largo, ma dalle acque spumanti e torbide. Tutti i giovani del Collegio di Lanzo mi circondavano e tentavano passare sul lido opposto. Molti prendevano la rincorsa, saltavano e riuscivano a pie´ pari all´asciutto dall´altra parte. Che bravi ginnastici neh! Ma altri la sbagliavano; chi batteva dei piedi proprio sull´orlo della ripa e ricadendo indietro era strascinato via dall´acqua; chi facea un tonfo in mezzo alla corrente e spariva; chi percuotendo dello stomaco o della testa sui sassi sporgenti in mezzo alle onde, si spaccava la testa, ovvero il sangue gli usciva di bocca. Don Bosco osservava per lungo tempo questa scena dolorosa, gridava, avvisava che prendessero lo slancio con prudenza, ma inutilmente. Il torrente era sparso di corpi che precipitando di cateratta in cateratta andavano a sfracellarsi contro una rupe che si alzava allo svolto del fiume, dove l´acqua era più profonda e là sparivano in un vortice.

Abyssus abyssum invocat.

Quanti poveri miei figliuoli, che adesso stanno ascoltando la lettura di questa mia lettera, sono nell´acqua in pericolo di perdersi per sempre! Ma perchè giovanetti così vispi, così allegri, così valorosi in saltare, riuscivano così male in questa prova?

Perchè mentre saltavano avean dietro qualche sciagurato compagno, il quale faceva loro il gambetto, o li tirava indietro pel cappotto, o con un urtone li cacciava capovolti avanti, così che rotto lo slancio fallivano il salto.

E questi poveri infelici (che sono pochi però) che fanno le parti del diavolo, che cercano rovinare i loro compagni, ascoltano anche essi in questo momento la lettura della mia lettera. A costoro io dirò colle parole stesse di Don Bosco: Perchè coi vostri discorsi cattivi volete accendere nel cuore dei compagni la fiamma di quelle passioni che poi dovranno consumarli in eterno? Perchè insegnate il male a certuni che forse sono ancora innocenti? Perchè colle vostre burle e con certi vostri patti vi ritirate dai Sacramenti e non volete ascoltare le parole di chi vi può mettere sulla strada del Paradiso? L´unica cosa che guadagnerete sarà la maledizione di Dio. Ricordatevi le minacce fulminate da Gesù Cristo e che io tante volte vi ho ripetute! Miei cari figliuoli! Sentite. Anche voi, causa del male agli altri, siete i miei cari! Anzi avete nel mio cuore un posto distinto, perchè più di tutti ne avete di bisogno. Lasciate il peccato, salvate l´anima vostra. Se io dovessi immaginarmi che un solo di voi andrà perduto, non avrei più un momento di pace in tutto il tempo di mia vita! Perchè la salute vostra è il solo pensiero della mia mente, è il solo affetto del mio cuore, è il solo affanno dei miei giorni! Farvi buoni Cristiani! Aiutarvi a guadagnare il paradiso! Mi ascolterete, non è vero?

Non fa bisogno che io vi spieghi il sogno: l´avete già capito. La riva sulla quale si trova Don Bosco è la vita presente. La riva opposta l´eternità, il paradiso. L´acqua del torrente che stravolge e strascina i giovani è il peccato che conduce all´inferno.

Don Bosco adunque a tale spettacolo, vinto dall´angoscia, fece degli sforzi, gridò, si svegliò e pensò tra sé: - Oh se potessi avvisare certuni, che riconobbi, come lo farei volentieri, ma domani mi tocca partire!

Così dicendo si riaddormentò e gli parve trovarsi in un gran prato ove eravate tutti voi: giuocavate, saltavate; ma, cosa spaventevole a vedersi! Nello stesso prato passeggiavano e correvano bestie feroci di tutte le specie. Leoni cogli occhi di fuoco, tigri che tiravano fuori gli unghioni e raspavano la terra, lupi che quatti quatti si aggiravano fra i diversi crocchi di giovani, orsi che con ghigno ributtante seduti sulle zampe di dietro aprivano le zampe anteriori per abbracciarvi.

In qual brutta compagnia voi eravate! Ma di più! Qual brutto governo queste belve faceano di voi!

Queste belve si slanciavano sopra di voi furiosamente. Alcuni di voi eravate stesi per terra e vi stavan sopra que´ mostri, e colle unghie e coi morsi vi dilaniavano, stracciavano ed uccidevano. Altri fuggivano disperatamente inseguiti da esse e si ritiravano intorno a Don Bosco domandando aiuto! Alla presenza di Don Bosco le belve indietreggiavano. Altri però procuravano di difendersi da queste da soli, ma non vi riuscivano, perchè era troppa la forza di quelli animali; e così restavano sbranati. Ed altri, guardate che insensati! invece di fuggire si fermavano ad aspettare quei mostri e loro sorridevano, facevano moine e sembrava avessero gusto di essere strangolati dagli orsi. Il povero Don Bosco correva qua e là, si sforzava di chiamare intorno a sé gli uni e gli altri, gridava. Ma aveva un bel gridare, perchè mentre molti lo obbedivano, alcuni non lo ascoltavano. Il prato era sparso di cadaveri dei poveri giovanetti uccisi e dei corpi dei feriti. I loro gemiti, i ruggiti, gli urli degli animali feroci, le grida di Don Bosco si mescolavano stranamente. Ed in mezzo a queste violente commozioni Don Bosco si svegliò per la seconda volta.

Ecco il sogno e voi sapete che razza di sogni sono quei di Don Bosco. Voi potete immaginarvi il mio crepacuore nell´udir questo racconto. Se prima mi pesava immensamente dividermi da voi, dopo udito questo sogno, sarei tornato indietro sull´istante, se il dovere dell´obbedienza non mi avesse trattenuto. Bisognerebbe che vi volessi meno bene ed allora sarei più tranquillo!

Chi sono questi leoni, tigri, orsi? Sono il demonio colle sue tentazioni. Alcuni le vincono perchè ricorrono alla guida, altri ne sono le povere vittime, acconsentono alle suggestioni; altri amano il peccato, il demonio e si mettono da per se stessi nelle sue unghie! Figliuoli! Vi farete coraggio? Vi ricorderete sempre che avete un´anima da salvare?

Don Bosco di più mi soggiunge: - Io li ho veduti tutti questi giovani: ho conosciuti certi volponi! Ma il mio segreto lo tengo per me e non lo dirò ad alcuno. La prima volta che potrò ritornare a Lanzo dirò a ciascuno la parte sua. Questa volta il mal di denti mi ha impedito di parlare con tutti; un´altra volta che io venga avviserò chi deve essere avvisato.

Quindi, o miei cari figliuoli, io so nulla, perchè Don Bosco nulla mi ha detto. Ma se ora so nulla, verrà un giorno nel quale saprò tutto. Sarà il giorno del giudizio. Sarà doloroso per me dopo aver lavorato tanto, dopo aver consumato la mia gioventù per voi, dopo avervi amati con tutto il mio cuore, dover forse essere divisi da qualcuno di voi per tutta l´eternità! Se non incominciate adesso ad amare il Signore, da vecchi non lo amerete: Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea.

Figliuoli, figliuoletti miei, non disprezzate le mie parole, che sono del caro Don Bosco. I pochi giorni della vostra vita spendeteli nel

guadagnarvi il Paradiso. Pregate perchè i miei esercizii vadano bene, perchè le prediche possano far frutto.

Vostro aff.mo in G. G.

Sac. LEMOYNE G. B.

“Perché non parli?” (1868, MB IX, 155-156)

- Miei cari giovani! Ieri sera vi ho detto che io aveva qualche così di brutto da raccontarvi. Ho fatto un sogno, ed ero deciso di non farne parola a voi, sia perchè dubitavo che fosse un sogno come tutti gli altri che si presentano alla fantasia nel sonno: sia perchè tutte le volte che ne ho raccontato qualcheduno, ci fu sempre qualche osservazione e qualche reclamo. Ma un altro sogno mi obbliga a parlarvi del primo, tanto più che da alcuni giorni incominciai di nuovo ad essere molestato da fantasmi, sopratutto tre sere fa. Voi sapete che : sono stato a Lanzo per avere un po´ di quiete. Or bene, l´ultima notte che dormii in quel collegio, coricatomi a letto, mentre incominciava a prendere sonno, mi si presentò alla fantasia quanto sono per dire:

Mi parve di vedere entrare nella mia camera un gran mostro, che si avanzava e andò a porsi proprio ai piedi del letto. Aveva una forma schifosissima di rospo e la sua grossezza era quella di un bue.

Io lo guardava fisso senza trar fiato. Il mostro a poco a poco ingrossava; cresceva nelle gambe, cresceva nel corpo, cresceva nel capo, e quanto più aumentava il suo volume, tanto più diventava orribile. Era di color verde con una linea rossa intorno alla bocca ed alla gola che rendevalo ancor più terribilmente spaventoso. I suoi occhi erano di fuoco e le sue orecchie ossee molto piccole. Io diceva fra me osservandolo: - Ma il rospo non ha le orecchie! - E sul naso gli si elevavano due corna, dai fianchi gli spuntavano due alaccie verdastre. Le sue gambe erano fatte a guisa di quelle del leone e dietro svolgeva una lunga coda che finiva in due punte.

In quei momenti mi pareva di non avere affatto paura, ma quel mostro incominciò ad accostarsi ognor più verso di me e allargava la bocca ampia e fornita di grossi denti. Io allora fui preso da grande terrore. Lo credetti un demonio dell´inferno, chè di demonio aveva tutti i segni. Mi feci il segno della croce, ma a nulla valse; suonai il campanello, ma a quell´ora nessuno venne, nessuno udì; gridai, ma invano; il mostro non fuggiva: - Che vuoi qui da me, dissi allora, o brutto demonio? - Ma egli più si accostava, e drizzava ed allargava le orecchie. Quindi posò le sue zampe anteriori sulla sponda in fondo del letto, e lentamente si tirò su, afferrandosi eziandio alla lettiera colle zampe posteriori, e si stette immobile un momento, fissandomi. Poi slungatosi in avanti prostese il suo muso faccia a faccia con me. Io fui preso da tale ribrezzo che balzai seduto sul letto ed ero per gettarmi giù in terra: ma il mostro spalancò la bocca. Avrei voluto difendermi, respingerlo, ma era così schifoso che anche in quel frangente non osai toccarlo. Mi misi ad urlare, gettai la mano indietro cercando l´acquasantino e batteva le mani nel muro, non trovandolo; e il rospo abboccò per un istante la mia testa in modo che metà della mia persona era dentro a quelle orride fauci. Allora io gridai: - In nome di Dio! Perchè mi fai questo? - Il rospo alla mia voce si ritirò un tantino, lasciando libera la mia testa. Mi feci allora di nuovo il segno della santa croce ed essendo riuscito a mettere le dita nell´acquasantino gettai un poco d´acqua benedetta sul mostro. Allora quel demonio, mandando un urlo terribile, precipitò indietro e scomparve, ma nello scomparire io potei intendere una voce che dall´alto pronunciò distinte queste parole:

 - Perchè non parli?

Il direttore di Lanzo D. Lemoyne si svegliò in quella notte ai miei urli prolungati, udì che battevo le mani nel muro e al mattino mi domandò: - Don Bosco stanotte ha sognato?

 - Perchè mi fai questa domanda?

 - Perchè ho udito le sue grida.

Aveva conosciuto adunque essere volontà di Dio che io dicessi a voi ciò che ho veduto: quindi ho determinato di raccontarvi tutto il sogno, e perchè sono obbligato in coscienza a dirvelo ed eziandio per liberarmi da questi spettri. Ringraziamo il Signore delle sue misericordie e frattanto, in qualunque modo voglia Iddio farci conoscere la sua volontà, procuriamo di mettere in pratica gli avvisi che ci vennero dati e giovarci di questi mezzi che ci vennero offerti per la salvezza delle anime nostre. Io ho potuto conoscere in queste circostanze le stato della coscienza di ciascheduno di voi.

Desidero però che quanto sto per dire si conservi fra di noi. Vi prego a non volerne scrivere, né parlarne fuori di casa, perchè non sono cose da prendersi in ridicolo, come taluni potrebbero fare, e perchè non ne possano accadere inconvenienti che riescano disgustosi per Don Bosco. A voi le dico in confidenza come ai miei amati figli e voi ascoltatele come dal vostro padre. Ecco adunque i sogni, che io voleva lasciar passare inosservati e che sono costretto a narrarvi.

Già fin dai primi giorni della settimana santa (5 aprile) incominciai ad aver sogni che dopo mi occuparono e mi molestarono per parecchie notti. Questi sogni mi stancavano così, che la mattina seguente io era molto più stanco di quello che se avessi lavorato tutta la notte, poichè la mia niente era molto turbata ed agitata. La prima notte sognai di essere morto. La seconda di esser al giudizio di Dio dove mi toccava aggiustare i miei conti col Signore, ma mi svegliai e vidi che ero vivo nel letto e che aveva ancor tempo a prepararmi un po´ meglio ad una santa morte. La terza notte sognai di essere in paradiso e là pareami di star molto bene e godere assai. Passata la notte e svegliatomi al mattino vidi sparire quella cara illusione, ma sentivami risoluto di guadagnarmi a qualunque costo quel regno eterno che aveva intravisto. Fin qui erano solo cose che non hanno alcuna importanza per voi e non hanno alcun significato. Si va a dormire con quel pensiero nella fantasia e nel sonno si riproducono le cose pensate.

Sua morte, giudizio e paradiso (1868, MB IX, 156-157)

Sognai adunque una quarta volta ed è questo il sogno che debbo esporvi. La notte del giovedì santo (9 aprile), appena un lieve sopore mi occupò, parvemi nella mia immaginazione di essere qui sotto questi portici circondato dai nostri preti, chierici, assistenti e giovani. […]

Mentre seduti stavamo conversando degli affari della casa e dell´andamento dei giovani, ecco che qui avanti a questo pilastro (ove era appoggiata la cattedra dalla quale egli parlava) che sostiene la pompa, presso la quale era la porta di casa Pinardi, vedemmo spuntare dalla terra una vite bellissima, quella stessa che un tempo era già in quel medesimo luogo. Noi abbiamo fatte le meraviglie che la vite ricomparisse dopo tanti anni; e l´uno domandava all´altro che cosa mai fosse ciò. La vite cresceva a vista d´occhio e si era innalzata da terra all´altezza circa di un uomo. Quand´ecco incomincia a stendere i suoi tralci in numero stragrande, di qua, di là, da tutte parti e a mettere fuori i suoi pampini. In breve tempo si estese tanto da occupare tutto il nostro cortile e a protendersi oltre. Quel che era singolare si è che i suoi tralci non si spingevano in alto, ma si distesero parallelamente al suolo come un immenso pergolato, stando così sospeso senza un visibile sostegno. Belle e verdi erano le sue foglie, spuntate allora: e i lunghi tralci di una prosperità e vigoria sorprendente; e tosto uscirono fuori i bei grappoli, ingrossarono gli acini e l´uva prese il suo colore.

Viaggio alla città del fuoco (1868, MB IX, 166-181)

La domenica sera 3 maggio, festa del patrocinio di S. Giuseppe, Don Bosco ripigliò il racconto di quanto aveva visto nei sogni:

 - Debbo, incominciò, raccontarvene un altro, che si può dire conseguenza di quelli che vi narrai venerdì e giovedì sera, i quali mi lasciarono affranto in modo da non poter più reggere. Voi chiamateli sogni o date loro altro nome... insomma chiamateli come volete.

” Vi ho detto di un rospo spaventevole che nella notte del 17 aprile minacciava d´ingoiarmi e come al suo scomparire una voce mi disse: - Perchè non parli? - Io mi volsi dalla parte dalla quale era partita questa voce e vidi a fianco del mio letto un personaggio distinto. Avendo inteso il motivo di quel rimprovero, gli chiesi:

 - E che cosa dovrò dire ai nostri giovani?

 - Ciò che hai visto e ti fu detto negli ultimi sogni e quel di più che desideravi conoscere e che ti sarà svelato la notte ventura!

” E si dileguò.

” Io quindi tutto l´indomani andai pensando alla brutta notte che avrei dovuto passare e, giunta la sera, non potei determinarmi di andare a dormire. Stetti al tavolino leggicchiando fino alla mezzanotte. Mi riempiva di terrore l´idea di aver da vedere ancora altri spettacoli paurosi. Al fine mi feci violenza e mi coricai ”.

E così continuò il racconto:

Per non addormentarmi così presto, per timore che l´immaginazione mi portasse ai soliti sogni, appoggiai il capezzale ad muro ed alla lettiera, cosicchè stava quasi seduto sul letto. Ma tosto, stanco quale era, fui preso dal sonno senza accorgermene. Ed ecco all´improvviso vidi nella camera, vicino al letto, l´uomo della notte antecedente (da lui chiamato più volte l´uomo del bonetto, o del berretto), il quale mi disse:

 - Alzati e vieni con me!

Risposi: - Ve lo domando per carità! Lasciatemi stare, chè sono troppo stanco! Guardate! Sono qui da parecchi giorni tormentato dal male dei denti. Lasciatemi riposare. Ho fatto sogni spaventosi: sono spossato di forze. - Diceva anche ciò, perchè l´apparizione di questo uomo è sempre segnale di grandi agitazioni, di stanchezza e di spavento.

Quegli mi rispose:

 - Alzati che non v´è tempo da  perdere.

Allora mi alzai e lo segui. Cammin facendo lo interrogava: Dove vuoi condurmi adesso?

 - Vieni e vedrai.

E mi condusse in un luogo, ove stendevasi una vasta pianura. Volsi lo sguardo attorno, ma di quella regione da nessuna parte vedeva i confini, tanto era sterminata. Era un vero deserto. Non compariva anima vivente. Non vi si vedeva una sola pianta, non alcun fiume, l´erba gialla e secca presentava un triste spettacolo. Non sapeva né dove mi trovassi, né cosa fossi per fare. Per un istante più non vidi la mia guida. Temetti di essermi smarrito. Non vi era più né D. Rua, né D. Francesia, né altri. Quand´ecco scopro l´amico che mi veniva incontro. Respirai e:

 - Dove sono io? gli chiesi.

 - Vieni con me e vedrai!

 - Bene: verrò teco!

Egli s´incamminò pel primo ed io lo seguiva senza parlare. Dopo un lungo e mesto viaggio, Don Bosco, pensando che doveva attraversare tanta vastità di pianura, diceva fra sé:

 - Poveri i miei denti! povero me con le gambe gonfie, .....

Ma tutto ad un tratto si aperse innanzi a me una strada. Allora ruppi il silenzio, domandando alla guida: - Dove dobbiamo andare adesso?

 - Per di qua; rispose.

E c´inoltrammo per quella via. Era bella, larga, spaziosa e ben selciata (Via peccantium complanata lapidibus, et in fine illorum inferi, et tenebrae, et poenae - Ecclesiastico XXI, II). Di qua e di là sulle sponde del fosso la fiancheggiavano due magnifiche siepi verdi e coperte di vaghi fiori. Le rose specialmente spuntavano da tutte parti tra le foglie. Questa via a colpo d´occhio sembrava piana e comoda ed io mi sono messo per essa, nulla sospettando. Ma proseguendo nel cammino m´accorsi che questo insensibilmente piegava ingiù e benchè la via non sembrasse precipitosa, pure io correva con tanta facilità che mi pareva di essere portato per aria. Anzi mi avvidi di avanzarmi senza quasi muovere i piedi. Rapida era la nostra corsa. Riflettendo allora che il ritornare indietro per una via così lunga sarebbe costato molta fatica e stento, dissi all´amico:

 - E come faremo a ritornare nell´Oratorio?

 - Non ti affannare, mi rispose; il Signore è onnipotente e vuole che tu vada. Colui che ti conduce e ti insegna ad andare innanzi, saprà pur anco ricondurti indietro.

La strada scendeva sempre. Seguitavamo il cammino tra i fiori e le rose, quando sul nostro stesso sentiero vidi inoltrarsi dietro di me tutti i giovani dell´Oratorio con moltissimi compagni da me mai veduti; ed io mi trovai in mezzo a loro. Mentre io li osservava a un tratto io vedo che or l´uno or l´altro cadeva ed erano in un momento strascinati da forza invisibile verso un´orribile discesa, intravveduta alquanto lontana, che poi vidi metter capo in una fornace. Domandai al mio compagno. - Che cosa è che fa cadere questi giovani? (Funes extenderunt in laqueum; iuxta iter scandalum posuerunt, Ps. 139).

 - Avvicinati un po´ più, mi rispose.

Mi avvicinai e vidi che i giovani passavano fra molti lacci, alcuni erano rasente a terra, altri all´altezza del capo; questi non si vedevano. Quindi molti giovani camminando restavano presi da questi lacci, senza accorgersi di quel pericolo; e nell´atto di restar avvinti facevano un salto, poi rimanevano a terra colle gambe in aria, quindi alzatisi si mettevano a correre precipitosamente verso il baratro. Chi restava allacciato per la testa, chi pel collo, chi per le mani, chi per un braccio, chi per una gamba, chi pei fianchi, ed erano all´istante tirati giù. I lacci posti per terra parevano di stoppa, appena visibili, somiglianti a fili di ragno e però non sembravano atti a far gran male. Eppure vidi che anche i giovani presi da questi lacci quasi tutti cadevano per terra.

Io era meravigliato e la guida mi disse: - Sai che cosa è questo?

 - È solamente un poco di stoppa, risposi.

 - Anzi è niente, mi soggiunse; non è altro che il rispetto umano.

Intanto vedendo che molti continuavano ad incappare nei lacci, chiesi: - Come va che tanti per mezzo di questi fili restano legati? Chi è che li strascina così?

Ed egli: - Avvicinati ancora, guarda e vedrai!

Guardai un poco e poi dissi: - Ma io non vedo nulla.

 - Guarda un po´ bene, mi ripeté.

Presi infatti uno di questi lacci, lo tirai a me e trovai che l´estremità non veniva; tirai ancora su un poco, ma non potei vedere dove andasse a finire quel filo, anzi sentiva che io stesso ero tirato. Allora seguitai quel filo e giunsi alla bocca di una spaventevole caverna. Mi fermai, perchè non volevo entrare in quella voragine, e tirai a me quel filo e mi accorsi che veniva alquanto: ma bisognava fare un grande sforzo. Ed ecco, dopo aver molto tirato, a poco a poco uscir fuori un brutto e grande mostro che faceva ribrezzo, il quale teneva fortemente cogli unghioni l´estremità di una fune alla quale erano legati insieme tutti quei lacci. Era costui che appena cadeva qualcheduno in quelle maglie lo strascinava immediatamente a sé. Dissi fra me: - È inutile giuocare di forza con questo brutto ceffo, perchè non lo vinco; è meglio combatterlo col segno della santa croce e con giaculatorie.

Ritornai pertanto vicino alla mia guida, la quale mi disse: - Adesso sai chi é?

 - Oh sì che lo so! È il demonio che tende questi lacci per far cadere i miei giovani nell´inferno.

Osservai con attenzione i molti lacci e vidi che ciascuno portava scritto il proprio titolo; il laccio della superbia, della disubbidienza, dell´invidia, del sesto comandamento, del furto, della gola, dell´accidia, dell´ira, ecc. Ciò fatto mi posi alquanto indietro per osservare quali di questi lacci prendessero maggior numero di giovani e vidi che erano quelli della disonestà, della disubbidienza e della superbia. A quest´ultimo erano legati insieme gli altri due. Dopo questi vidi molti altri lacci che facevano grande strage ma non tanto quanto i primi due. Non cessando di osservare vidi molti giovani i quali correvano con maggior precipizio degli altri e chiesi: - Perchè quella velocità?

 - Perché, mi fu detto, sono tirati dai lacci del rispetto umano.

Guardando ancora più attentamente vidi che fra questi lacci vi erano molti coltelli sparsi qua e là da una mano provvidenziale che servivano a tagliarli o romperli. Il coltello più grosso era contro il laccio della superbia e simboleggiava la meditazione. Un altro coltello assai grosso, ma più piccolo del primo, significava la lettura spirituale ben fatta. Eranvi di più due spade. Una di esse indicava la divozione al SS. Sacramento, specialmente colla frequente comunione; l´altra la divozione alla Madonna. Vi era pure un martello: la confessione. E v´erano altri coltelli, simboli delle varie divozioni a S. Giuseppe, a S. Luigi, ecc., ecc. Con queste armi non pochi rompevano il loro laccio quando erano presi o si difendevano per non essere legati.

Infatti vidi dei giovani che passavano fra questi lacci in maniera che non restavano mai presi; ora passavano prima che il laccio cadesse, e se passavano quando il laccio cadeva, sapevano schermirsene, e questo o batteva loro sulle spalle, o sopra la schiena, o di qua e di là, senza coglierli.

Quando la guida conobbe che avevo osservata ogni cosa, mi fece continuare la via fiancheggiata dalle rose, ove di mano in mano che mi inoltrava, le rose della siepe divenivan più rare e incominciavano a vedersi lunghe spine. Indi, per quanto guardassi, più non scoprivasi una rosa; e in ultimo la siepe era divenuta tutta spinosa, arsa dal sole e senza foglie: poi dai cespugli, sparsi, secchi, partivano rami i quali serpeggiando pel suolo lo ingombravano, seminandolo talmente di spine che a mala pena si poteva camminare. Eravamo giunti in un avvallamento, le cui ripe celavano tutte le regioni circostanti; e la strada, che andava sempre declinando, diventava orrida, disselciata, sparsa di fossi, di scaglioni, di ciottoli e macigni arrotondati. Aveva perduto di vista tutti i miei giovani, moltissimi dei quali erano usciti da quella via insidiosa prendendo altri sentieri.

Continuai il cammino. Più mi avanzava, più quella discesa era aspra, rapida, sicchè alcune volte io sdrucciolava, dando degli stramazzoni per terra, ove restava seduto per riprendere un po´ di fiato. Di tempo in tempo la guida mi sorreggeva e mi rialzava. Ad ogni passo le giunture mi si piegavano e sembrava che gli stinchi mi si staccassero. Io diceva ansando alla mia guida:

 - Ma, mio caro! Le gambe mie non possono più reggermi. Così affranto come sono, non è possibile che possa continuare il viaggio.

La guida non mi rispose, ma facendomi animo continuò il suo cammino; finché, vedendomi tutto sudato e stanco a morte, mi condusse sopra un piccolo pianerottolo, formato dalla stessa strada. Sedetti, tirai un lungo respiro, e lui sembrò di riposare alquanto. In quel mentre guardava, in su, la strada che aveva già fatta: sembrava a picco, sparsa di punte e ciottoli staccati. Guardava in giù la strada che doveva ancor fare e chiudeva gli occhi per raccapriccio, finchè esclamai:

 - Torniamo indietro per carità. Se ci avanziamo ancora, come faremo a ritornare nell´Oratorio? È impossibile che possa ascendere poi questa salita!

E la guida risolutamente mi rispose:

 - Ora che siam giunti a questo punto, vuoi rimaner solo?

A questa minaccia esclamai con voce lamentevole:

 - Senza di te come potrei ritornare indietro o continuare il viaggio? !

 - Ebbene, seguimi; soggiunge la guida.

Mi alzai e continuammo a discendere. La strada diventava sempre spaventosamente scoscesa di modo che quasi non poteva star ritto in piedi.

Ed ecco in fondo a questo precipizio, che riusciva in una valle oscura, comparire un edifizio immenso che in faccia alla nostra via aveva una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio. Un caldo soffocante mi opprimeva e un fumo grasso, quasi verde, si innalzava su quei muraglioni solcato da guizzi di fiamme sanguigne. Levo gli occhi a quelle mura; erano più alte d´una montagna. D. Bosco domandò alla guida: - Dove ci troviamo? Che cosa è questo?

 - Leggi, mi rispose, su quella porta; e dall´iscrizione conoscerai dove siamo! - Guardai e sovra la porta stava scritto: Ubi non est redemptio. Mi avvidi che eravamo alle porte dell´inferno. La guida mi condusse a girare intorno alle mura di quella orribile città. Di quando in quando, a regolare distanza, si vedeva una porta di bronzo come la prima, ai piedi di una discesa rovinosa, e tutte avevano sopra un´iscrizione diversa dalle altre. Discedite, maledicti, in ignem aeternum qui paratus est diabolo et angelis eius ... Omnis arbor quae non facil fructum bonum excidetur et in ignem mittetur. Io presi il taccuino per copiare quelle iscrizioni; e la guida mi disse: - Fermati! Cosa fai?

 - Prendo nota di queste iscrizioni.

 - Non fa bisogno: le hai tutte nella Scrittura: anzi alcune tu le hai già stampate sotto i portici.

A siffatto spettacolo io avrei desiderato ritornare indietro e portarmi all´Oratorio; e avevo fatto qualche passo, ma la guida non si voltò. Percorremmo un immenso profondissimo burrone e ci trovammo nuovamente ai piedi di quella precipitosa via che avevamo discesa, in faccia a quella prima porta. A un tratto la guida si voltò indietro e, tutta oscura e contratta in volto, mi fe´ cenno colla mano di ritirarmi, dicendo:

 - Osserva!

Tremante, volsi gli occhi in su e vidi ad una gran distanza, su quella rapida via, uno che veniva giù precipitosamente. Di mano in mano che si avvicinava cercavo di fissarlo in volto e in ultimo riconobbi in lui uno dei miei giovani. I suoi capelli scarmigliati eran parte ritti sul capo, parte svolazzanti indietro per effetto dell´aria; e le braccia tese in avanti, come in atto di uno che nuota per scampare dal naufragio. Voleva fermarsi e non poteva. Batteva coi piedi sulle pietre sporgenti, e quelle pietre servivano per dargli maggiormente la spinta. Io gridava: - Corriamo, fermiamolo, aiutiamolo e sporgeva le mani verso di lui.

E la guida:

 - No, lascia.

 - E perchè non posso fermarlo?

 - E non sai tu quanto sia tremenda la vendetta di Dio? Credi tu di poter fermare uno che fugge dall´ira accesa del Signore?

Intanto quel giovane, volgendo indietro il capo e guardando cogli occhi affocati per vedere se l´ira di Dio l´inseguisse sempre, precipitava al fondo, e andava a sbattere nella porta di bronzo come se nella sua fuga non avesse trovato scampo migliore.

 - E perché, io domandava, quel giovane guarda indietro così spaventato?

 - Perchè l´ira di Dio passa tutte le porte dell´inferno e va a tormentarlo anche in mezzo al fuoco.

Infatti a quell´urto, rimbombando per l´aprirsi dei suoi catenacci, la porta si spalancò. E dietro di essa se ne aprirono contemporaneamente, con un lungo boato assordante, due, dieci, cento, mille altre, spinte dall´urto del giovane, trasportato come da un turbine invisibile, irresistibile, velocissimo. Tutte queste porte di bronzo, una in faccia all´altra, benchè a grande distanza, essendo rimaste aperte per un istante, vidi in fondo in fondo lontanissima come una bocca di fornace, e da quella voragine, mentre il giovane vi si sprofondava, sollevarsi globi di fuoco. E le porte tornarono a chiudersi colla stessa rapidità colla quale si erano aperte. Allora io presi il portafoglio per scrivere nome e cognome di quell´infelice, ma la guida m´afferrò il braccio e: - Férmati, e osserva di nuovo - m´intimò.

Osservava ed ecco nuovo spettacolo. Vidi precipitare da quella discesa tre altri giovani delle nostre case, che in forma di tre macigni rotolavano rapidissimi uno dietro all´altro. Avevano le braccia aperte e urlavano per lo spavento. Giunsero in fondo e andarono a sbattere alla prima porta. Don Bosco in quell´istante li conobbe tutti tre. E la porta si aperse, e dietro ad essa le altre mille; i giovani furono spinti in quel lunghissimo andito, si udì un prolungato rumore infernale che sempre più si allontanava e quelli scomparvero e le porte si chiusero. Molti altri a quando a quando caddero dietro a questi. Vidi precipitarvi un poverino spinto con urtoni da un perfido compagno. Altri cadevano soli, altri in compagnia; altri stretti per braccio, altri distaccati, ma vicini al fianco. Tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Io li chiamava affannoso mentre cadevano giù. Ma i giovani non mi udivano, rimbombavano le porte infernali, aprendosi, poi si chiudevano e succedeva un silenzio mortale.

 - Ecco una causa precipua di tante dannazioni! - esclamò la mia guida: i compagni e i libri cattivi e le perverse abitudini,

I lacci visti prima erano quelli che traevano i giovani al precipizio. Vedendone cader tanti, dissi con accento disperato:

 - Ma dunque è inutile che noi lavoriamo nei nostri collegi, se tanti giovani fanno questa fine! Non vi sarà rimedio per impedire tutte queste rovine di anime?

E la guida rispose: - Questo è il loro stato attuale e se morissero verrebbero senz´altro qui.

 - O dunque lasciamene notare i nomi perchè io possa avvertirli e metterli sulla via del paradiso.

 - È credi tu che certuni avvisati si emenderebbero? Per quel momento l´avviso li colpirà: poi vi passeran sopra dicendo: è un sogno! e torneranno peggiori di prima. Altri poi, vedendosi scoperti, frequenteranno i sacramenti, ma la cosa non sarà più spontanea e meritoria, perchè non ben fatta. Altri si confesseranno pel solo momentaneo timore dell´inferno, ma non distaccando dal cuore l´attacco al peccato.

 - Dunque per questi disgraziati non ci sarà più remissione? Dammi un avviso speciale per salvarli.

 - Ecco: hanno i superiori, li obbediscano; hanno le regole, le osservino; hanno i Sacramenti, li frequentino.

In quel mentre precipitando un nuovo stuolo di giovani, quelle porte stettero aperte per un istante, e  - Vieni dentro anche tu! - mi disse la guida.

Indietreggiai inorridito. Io era smanioso di ritornare all´Oratorio per avvisare i giovani e per fermarli, acciocchè altri ancora non si perdessero. Ma la guida insistette.

 - Vieni, chè imparerai più di una cosa. Ma prima dimmi: vuoi andar solo o accompagnato? - Così disse perchè riconoscessi l´insufficienza delle mie forze e nello stesso tempo la necessità della sua benevola assistenza; ond´io risposi:

 - Là, solo, in quel luogo d´orrore? senza il conforto della tua bontà? Chi potrà insegnarmi la via del ritorno?

E a un tratto mi sentii pieno di coraggio, pensando tra me: prima di andare all´inferno bisogna presentarsi al giudizio, ed io al giudizio non sono ancora andato! - Quindi esclamai risolutamente: - Entriamo pure!

Entrammo in quello stretto e orribile corridoio! Si correva colla rapidità del baleno Sovra ognuna delle porte interne splendeva con fosca luce un´iscrizione minacciosa. Come si finì di percorrerlo, sboccammo in un vasto e tetro cortile, in fondo al quale trovavasi un portello brutto, grosso, di cui non vidi mai il peggiore, sul quale stavano scritte queste parole: Ibunt impii in ignem aeternum. Tutto intorno, le mura erano coperte d´iscrizioni. Io chiesi alla mia guida il permesso di leggerle e quella mi rispose:

 - A tuo bell´agio.

Allora osservai da per tutto. In un luogo vidi scritto: - Dabo ignem in carnes eorum ut comburantur in sempiternum. - Cruciabantur die ac nocte in saecula saeculorum. - Ed altrove: Hic universitas mal rum per omnia saecula saeculorum. - In altri luoghi: Nullus est hic ordo, sed orror sempiternus inhabitat - Fumus tormentorum suorum in aeternum ascendit - Non est pax impiis - Clamor et stridor dentium.

Mentre io andava attorno leggendo quelle iscrizioni, la guida rimasta in mezzo al cortile, si avvicinò e mi disse:

 - Da questo punto in avanti nessuno potrà più avere un compagno che lo sostenga, un amico che lo conforti, un cuore che lo ami, uno sguardo compassionevole, una parola benevola; abbiamo passata la linea. E tu vuoi vedere o provare?

 - Voglio solamente vedere! risposi.

 - Vieni dunque con me, soggiunse l´amico; e mi prese per mano, mi condusse innanzi a quel portello e l´aperse. Questo metteva in un andito in fondo al quale era una grande specola chiusa da una larga finestra di un solo cristallo alto dal pavimento fino alla volta a traverso della quale si poteva scorgere dentro. Feci un passo al di là della soglia e mi fermai subito in preda ad un terrore indescrivibile. Mi si presentò allo sguardo una specie d´immensa caverna che andava perdendosi in anfrattuosità incavate quasi nelle viscere dei monti, tutte piene di fuoco, non già come noi lo vediamo sulla terra colle fiamme guizzanti, ma tale che tutto là entro era arroventato e bianco pel gran calore. Mura, volte, pavimento, ferro, pietre, legna, carbone, tutto era bianco e smagliante. Certo quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore; e nulla inceneriva, nulla consumava. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. ( Praeparata est enim ab heri Thopheth, a rege praeparata, pro  funda, et dilatata. Nutrimenta eius, ignis et ligna multa: flatus Domini sicuttorrens sulphuris succendens eam - Isaia XXX, 33).

Mentre stavo tutto attonito guardando, ecco da un varco venire a tutta furia un giovane che quasi di nulla si accorgesse, mandando un acutissimo urlo, come uno che stesse per cadere in un lago di bronzo liquefatto, precipita nel mezzo, si fa bianco come tutta la caverna, e resta immobile, risuonando ancora per un istante l´eco della sua voce morente.

Pieno di orrore guardai alcun poco quel giovane e mi parve uno dell´Oratorio, uno dei miei figliuoli.

 - Ma costui non è uno dei miei giovani? chiesi alla guida: non è il tale?

 - Eh sì, mi rispose.

 - Ma perché, soggiunsi, non muta la presa posizione? Perchè è così incandescente e non consuma?

Ed egli: - Tu hai scelto di vedere e perciò ora non parlare: guarda e vedrai. Del resto omnis enim igne, salietur et omnis victima sale salietur. Avevo appena di nuovo rivolto lo sguardo ed ecco un altro giovane con furore disperato e grandissima velocità corre e precipita nella medesima caverna. Era pur esso dell´Oratorio. Appena caduto, più non si mosse. Egli pure aveva mandato un sol grido straziante e la sua voce si era confusa con l´ultimo, mormorio del grido di colui che era caduto prima. Dopo questo arrivarono col medesimo capitombolo altri e il numero loro vieppiù si aumentava e tutti mandavano lo stesso grido e diventavano immobili, arroventati, come coloro che li avevano preceduti. Io osservava che il primo era rimasto con una mano in aria e con un piede similmente sospeso in alto. Il secondo era rimasto come curvato a terra. Chi aveva i piedi in aria, chi la faccia al suolo. Questi quasi sospesi sostenendosi con un sol piede ed una sola mano: quelli o seduti o sdraiati: gli uni appoggiati sopra un fianco, gli altri in piedi o in ginocchio, colle mani fra i capelli. Era insomma una larga schiera di giovani, come statue, in posizioni una più dolorosa dell´altra. Ce ne vennero altri ancora in quella fornace, ed erano giovani che in parte io conosceva, in parte mi erano sconosciuti. Mi ricordai allora di quello che sta scritto nella Bibbia, che come si cade la prima volta nell´inferno, così si starà in eterno: Lignum, in quocumque loco ceciderit, ibi erit.

Cresceva in me lo spavento e chiesi alla guida:

 - Ma costoro, correndo con tanta velocità, non lo sanno che vengono qui?

 - Oh sì che lo sanno di andare al fuoco: furono avvisati le mille volte: ma corrono, e volontariamente, per il peccato che non detestano e non vollero abbandonare, perchè disprezzarono e respinsero la misericordia di Dio che incessantemente chiamavali a penitenza: e quindi la divina giustizia, provocata, li spinge, li incalza, li perseguita e non possono fermarsi se non giunti in questo luogo.

 - Oh quale deve essere la disperazione di questi disgraziati che non hanno più speranza di uscirne! - esclamai.

 - Tu vuoi conoscere le intime smanie e i furori delle loro anime? Avvicinati un po´ di più, mi rispose la guida.

Feci alcuni passi avanti verso la finestra e vidi che molti di quei miserabili s´infliggevano a vicenda colpi e fiere ferite, e si mordevano come cani rabbiosi; altri si graffiavano la faccia, si laceravano le mani, si stracciavano le carni e queste con dispetto gettavano in aria. In quel momento tutto il coperchio di quella spelonca era divenuto come di cristallo attraverso del quale s´intravvedeva un lembo di cielo e le figure luminose dei compagni salvi in eterno.

E que´ dannati fremevano d´invidia feroce, respirando affannosamente, poichè i giusti erano una volta riguardati da loro come oggetto di derisione (Peccator videbit et irascetur; dentibus suis fremet et tabescet).

Interrogai la guida:

 - Dimmi ancora: perchè non odo alcuna voce?

 - Avvicìnati ancor più! mi gridò.

Mi recai presso il cristallo della finestra e udii che gli uni urlavano e piangevano storcendosi; altri bestemmiavano, ed imprecavano ai santi. Era un tumulto di voci e grida, alte e confuse, per cui richiesi al mio amico:

 - Che cosa dicono? che cosa gridano?

Ed egli:

 - Ricordando la sorte dei loro buoni compagni, essi sono costretti a confessare: Nos insensati! vitam illorum aestimabamus insaniam et finem illorum sine honore. Ecce quomodo computati sunt inter filios Dei et inter sanctos sors illorum est. Ergo erravimus a via veritatis. Perciò gridano: Lassati sumus in via iniquitatis et perditionis. Erravimus per vias difficiles, viam autem Domini ignoravimus. - Quid nobis profuit superbia? - Transierunt omnia illa tamquam umbra. Son questi i canti lugubri che qui risuoneranno per tutta l´eternità. Ma inutili grida, inutili sforzi, inutili pianti. Omnis dolor irruet super eos! Qui non c´è più tempo; qui havvi solo l´eternità.

Mentre pieno d´orrore contemplava lo stato di molti miei giovani, all´improvviso un pensiero si fe´ strada nella mia mente.

 - Ma come è possibile che coloro i quali si trovano qui, siano tutti dannati? Quei giovani ancor ieri sera erano in vita nell´Oratorio!

E l´amico a me:

 - Quelli che vedi qui sono tutti morti alla grazia di Dio e se morissero adesso e continuassero a fare come fanno al presente sarebbero dannati. Ma non perdiamo tempo: andiamo avanti.

E mi allontanò da quel luogo e per un corridoio che scendeva come in un profondo sotterraneo inferiore mi condusse in un altro, sull´entrata del quale era scritto: - Vermis eorum non moritur, et ignis non extinguitur... Dabit Dominus omnipotens ignem et vermes in carnes eorum, ut urantur et sentiant usque in sempiternum (Judith. XVI, 21). Qui era lo spettacolo dei rimorsi, e quanto atroci, di coloro che furono educati nelle nostre case!

Il ricordo di tutti i singoli peccati non rimessi e della giusta condanna; di avere avuto mille mezzi anche straordinari per convertirsi al Signore, per essere perseveranti nel bene, per guadagnare il paradiso! Il ricordo di tante grazie promesse, offerte e date da Maria Santissima e non corrisposte! Potersi salvare con poco ed essere irremissibilmente perduti! Ricordarsi di tanti buoni proponimenti fatti e non mantenuti! Ah! di buone intenzioni inefficaci è pur troppo pavimentato l´inferno, dice il proverbio.

E là rividi tutti i giovani dell´Oratorio visti poco prima in quella fornace, dei quali alcuni in questo istante mi ascoltano, altri sono già stati qui con noi, e molti che io non conosceva. Mi avanzai ed osservai che tutti erano carichi di vermi e di schifosi animali che li rodevano e consumavano nel cuore, negli occhi, nelle mani, nelle gambe, nelle braccia, da per tutto e così miserabilmente che a parole non so spiegare. Stavano immobili, esposti ad ogni sorta di molestie

e non potevano in modo alcuno difendersi. Io mi feci ancor più avanti e più vicino perchè mi vedessero, sperando di poter parlare ad essi e che mi avrebbero detto qualche cosa, ma nessuno né parlava, né mi guardava. Domandai allora alla guida la cagione di ciò e mi fu risposto che nell´altro mondo pei dannati non vi è più libertà: ognuno là soffre tutto il castigo che Dio gli impone e non poter essere altrimenti e senza mutazione di sorta: e soggiunse:

 - Ora bisogna che vada anche tu in mezzo a quella regione di fuoco che hai visto

 - No, no, risposi esterrefatto. Per andare all´inferno, bisogna prima andare al giudizio: ed io non vi fui ancora. Dunque non voglio andare all´inferno!

 - Dimmi, osservò l´amico: ti par meglio andare nell´inferno e liberare i tuoi giovani, ovvero startene fuori e lasciar essi fra tanti strazi?

Sbalordito a questa proposta, risposi:

 - Oh! i miei giovani io li amo molto e li voglio tutti salvi! Ma non potremmo fare in modo da non andar là entro né io né gli altri?

 - Eh! mi rispose l´amico, sei ancora in tempo, e lo sono essi pure, purchè tu faccia tutto quello che puoi il mio cuore si allargò e dissi subito fra me: - Poco m´importa il lavorare, purchè io possa liberare da tanti tormenti questi miei cari figliuoli.

 - Dunque vieni dentro, proseguì l´amico: e vedi la bontà e l´onnipotenza di Dio, che amorosamente adopera mille mezzi per condurre a penitenza i tuoi giovani e salvarli dalla morte eterna.

E mi prese per mano per introdurmi nella caverna. Al primo mettervi piede mi trovai all´improvviso trasportato in una magnifica sala con porte di cristallo. Su queste, a distanze regolari, pendevano larghi veli i quali coprivano altrettanti vani comunicanti colla caverna.

La guida mi indicò uno di que´ veli sul quale era scritto: Sesto Comandamento; ed esclamò: - La trasgressione di questo, ecco la causa della rovina eterna di tanti giovani.

 - Ma non si sono confessati?

 - Si sono confessati, ma le colpe contro la bella virtù le hanno confessate male o taciute affatto. Ad es. uno che di questi peccati ne aveva commessi quattro o cinque, disse solo di due o tre. Vi sono di quelli che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l´hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento. Anzi taluni, invece di far l´esame, studiavano il modo d´ingannare il confessore. E colui che muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi, e così sarà per tutta l´eternità. Solo quelli che pentiti di vero cuore, muoiono colla speranza dell´eterna salute, saranno eternamente felici. Ed ora vuoi vedere perchè la misericordia di Dio qui ti ha condotto? - Alzò il velo e vidi un gruppo di giovani dell´Oratorio, che io tutti conosceva, condannati per questa colpa. Fra essi v´erano di quelli che ora in apparenza tengono buona condotta.

 - Almeno adesso, domandai, mi lascierai scrivere i nomi di questi giovani per poterli avvertire in particolare?

 - Non fa bisogno, mi rispose.

 - Che cosa dunque ho da dir loro?

 - Predica dappertutto contro l´immodestia. Basta avvisarli in generale, e non dimenticare che se anche tu li avvertissi, promette ranno, ma non sempre fermamente. Per ottenere questo ci vuole la grazia di Dio, la quale, chiesta, non mancherà mai ai tuoi giovani. Dio buono manifesta specialmente la sua potenza nel compatire e nel perdonare. Preghiera adunque e sacrifizio da parte tua. E i giovani ascoltino i tuoi ammaestramenti, interroghino la loro coscienza ed essa suggerirà loro quanto debbono fare.

E qui parlammo per circa mezz´ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione. La guida quindi ripeté varie volte con forte voce:

 - Avertere! ... Avertere! ...

 - E che cosa significa questa tua esclamazione?

 - Mutar vita, mutar vita!

Io tutto confuso per quella rivelazione chinai il capo e stava per ritirarmi, ma quegli mi richiamò e disse: - Non hai ancora veduto tutto, - E si voltò da un´altra parte e alzò un altro gran velo sul quale stava scritto: - Qui volunt divites fieri, incidunt in tentationem et laqueum diaboli. Lessi e dissi: - Questo non fa per i miei giovani, perchè sono poveri, come son povero io; non siamo ricchi, né cerchiamo di divenirlo. Non ci pensano nemanco!

Rimosso il velo, nello sfondo era apparso un certo numero di giovani, tutti da me conosciuti, sofferenti come quelli già visti prima, e colui, additandomeli: - Oh! sì che fa per i tuoi giovani quell´iscrizione: - mi rispose.

 - Dammi dunque la spiegazione di questo divites.

Ed egli: - Per esempio alcuni de´ tuoi giovani hanno il cuore attaccato ad un oggetto materiale sicchè l´affetto ad esso li distoglie dall´amore di Dio e mancano perciò alla carità, alla pietà ed alla mansuetudine. Non solo si può pervertire il cuore coll´uso delle ricchezze, ma anche col desiderarle, tanto più se il desiderio offende la giustizia. I tuoi giovani sono poveri: ma sappi che la gola e l´ozio sono pessimi consiglieri. Vi ha taluno che al paese si rese colpevole di furti anche rimarchevoli, e, potendolo, non pensa alla restituzione.

Vi ha chi studia di aprire coi grimaldelli le dispense: e chi tenta di penetrare nelle stanze del Prefetto o dell´Economo: chi va a frugare nei bauli dei compagni per rubare commestibili o danari o altri oggetti: chi fa raccolta per suo uso di quaderni e di libri...

Di costoro e di altri egli mi disse i nomi, e continuò: - Alcuni trovansi qui per essersi appropriati oggetti di vestiario, biancheria, coperte e mantelli che appartenevano alla guardaroba dell´Oratorio, per mandarli alle case loro. Alcuni per qualche altro grave danno recato volontariamente e non riparato. Altri per non aver restituito oggetti e cose che si erano fatti imprestare: e qualcuno per aver ritenuto somme di danaro che gli erano state affidate perchè le consegnasse al Superiore.

E conchiuse: - E poichè questi tali ti furono indicati, avvisali, di´ loro che respingano gli inutili e nocivi desiderii, che siano obbedienti alla legge di Dio e gelosi del loro onore, altrimenti la cupidigia li spingerà a peggiori eccessi, che li sommergeranno nei dolori, nella morte e nella perdizione.

Io non sapeva darmi ragione come per certe cose così poco considerate dai nostri giovani fossero preparate pene tanto terribili. Ma l´amico troncò le mie riflessioni, dicendomi: - Rammenta quello che ti fu detto allo spettacolo dei grappoli guasti sulla vite - e alzò un altro velo che nascondeva molti altri nostri giovani che tutti io subito conobbi e che sono nell´Oratorio. Sul velo era scritto: - Radix omnium malorum. - E subito mi interrogò: - Sai che cosa ciò significa? quale sia il peccato che indica questa epigrafe?

 - Mi pare che non sia altro che la superbia?

 - No! egli rispose.

 - Eppure io ho sempre sentito a dire che radice di ogni peccato è la superbia.

 - Sì! in generale si dice che è la superbia; ma in particolare sai che cosa è che fece cadere Adamo ed Eva nel primo peccato, pel quale essi furono scacciati dal paradiso terrestre?

 - La disubbidienza.

 - Appunto; la disubbidienza è la radice di ogni male.

 - E che cosa devo dire ai miei giovani su questo punto?

 - Sta´ attento: quei giovani che tu vedi qui sono i disubbidienti che si vanno preparando un così lagrimevole fine. I tali e i tali altri che tu credi siano andati a riposo, di notte tempo scendono a passeggiare in cortile e, non curando le proibizioni, vanno in luoghi pericolosi e sui ponti di fabbrica delle nuove costruzioni mettendo a rischio anche la loro vita. Alcuni, non ostante le prescrizioni delle regole, vanno in chiesa e non vi stanno a dovere: invece di pregare pensano a tutt´altro e fabbricano nella loro mente castelli in aria: altri disturbano. Vi sono di quelli che cercano di appoggiarsi o di trovare un bel posto per adagiarsi e dormire nel tempo delle

sacre funzioni; ed altri tu credi che vadano in chiesa e non ci vanno. Guai a chi trascura la preghiera! Chi non prega si danna! Vi sono qui alcuni, perchè invece di cantare le laudi sacre o l´ufficio della Beata Vergine, leggono libri tutt´altro che di chiesa e certuni, il che è di gran vergogna, leggono persino libri proibiti. - E continuò ad enumerare varie altre trasgressioni che son causa di gravi disordini.

Come ebbe finito, commosso lo fissai in volto; egli guardò me ed io gli dissi ancora:

 - E tutte queste cose potrò riferirle ai miei giovani?

 - Sì, puoi dire a tutti quello che ti ricorderai.

 - E quale consiglio potrò dar loro perchè non avvengano così gravi disgrazie?

 - Insisterai, dimostrando come l´obbedienza, anche nelle piccole cose, a Dio, alla Chiesa, ai parenti, ai superiori, li salverà.

 - Ed altro?

 - Dirai a´ tuoi giovani che si guardino molto dall´ozio, poichè questo fu già la causa del peccato di Davide: di´ loro che stiano sempre occupati, perchè così il demonio non avrà tempo di assalirli.

Io chinai il capo e promisi. Non ne poteva più dallo sgomento e dissi all´amico: - Ti ringrazio della carità che mi hai usato e ti prego di farmi uscire.

Egli allora: - Vieni meco! - disse; e facendomi coraggio mi prese per mano, sorreggendomi, poichè era estenuato di forze. Usciti da quella sala, attraversato in un attimo l´orrido cortile e quel lungo corridoio d´entrata, prima di lasciare la soglia dell´ultima porta di bronzo si volse di nuovo a me ed esclamò:

 - Adesso che hai veduti i tormenti degli altri, bisogna che tu pure provi un poco l´inferno.

 - No! no! gridai inorridito.

Egli insisteva, e io rifiutava sempre!

 - Non temere, mi diceva; vieni solo a provare; tocca questa muraglia.

Io non ne aveva il coraggio e voleva allontanarmi, ma quegli mi trattenne dicendomi: - Eppure fa bisogno che tu lo provi! e mi afferrò risolutamente per un braccio e mi trasse vicino al muro, continuando a dire:

 - Una volta sola toccala, almeno per poter dire che sei stato a visitare le muraglie degli eterni supplizi e che le hai toccate; e per capire che cosa sarà dell´ultima muraglia se così terribile è la prima. Vedi tu questo muro?

Osservai con maggior attenzione quel muro che era di una grossezza colossale. La guida proseguì: - È il millesimo prima di giungere dove è il vero fuoco dell´inferno. Son mille i muri che lo circondano. Ogni muro è di mille misure di spessore e di distanza l´uno dall´altro; e ciascuna misura è lunga mille miglia: questo è distante un milione di miglia dal vero fuoco dell´inferno e perciò è un minimo principio dell´inferno stesso.

Ciò detto, ritraendomi io per non toccare, afferrò la mia mano, l´aperse per forza e me la fece battere sulla pietra di quell´ultimo millesimo muro. In quell´istante sentii un bruciore così intenso e doloroso che sbalzando indietro e mandando un fortissimo grido, mi svegliai. Mi trovai seduto sul letto, e sembrandomi che la mia mano bruciasse, la stropicciava con l´altra per far passare quella sensazione. Fattosi giorno, osservai che la mano era gonfia realmente; e l´impressione immaginaria di quel fuoco ebbe tanta forza che in seguito la pelle della parte interna della mano si staccò e cambiossi.

Notate che io non vi ho detto queste cose in tutto il loro orrore, nel modo come le vidi e come mi fecero impressione, per non spaventarvi troppo. Noi sappiamo che il Signore non nominò mai l´inferno se non con figure, perchè ancorchè ce lo avesse descritto come é, non avremmo inteso. Nessun mortale può comprendere queste cose. Il Signore le sa e può dirle a chi vuole.

Per più notti in appresso, sempre turbato, io non ho più potuto addormentarmi a causa di questo spavento. Vi ho raccontato, soltanto in breve, ciò che ho visto in lunghissimi sogni: non ve ne ho fatto che un breve riepilogo. Io poi farò delle istruzioni e sul rispetto umano, e su ciò che riguarda il sesto, il settimo comandamento e sulla superbia. Non farò altro che spiegare questi sogni; perchè sono in tutto consentanei alla Santa Scrittura, anzi non sono altro che un commento di ciò che si legge a questo riguardo nella medesima. In queste sere vi ho già raccontato qualche cosa, ma ogni qualvolta potrò venire a parlarvi, vi racconterò il resto, dandovene la spiegazione.

Vocazione (1868, MB IX, 331)

Noi ricorderemo qui, come Don Bosco continuasse anche a manifestare cose umanamente occulte. Attesta D. Gioachino Berto.

“ Era l´anno 1868 quando un mattino mi si presentarono due signore sconosciute per parlare a Don Bosco. Entrate in sua camera, egli appena le vide, senza lasciarle parlare disse sorridendo ad una di quelle: Si faccia Pur monaca e stia tranquilla chè questa è la volontà del Signore.

” Poco dopo, vedendole io uscire colle lagrime agli occhi, ne chiesi la ragione a Don Bosco il quale confidenzialmente mi rispose: - Vedi, quelle signore sono due sorelle, di cui una si voleva fare religiosa e l´altra si opponeva. S´accordarono pertanto di venire a prender consiglio da Don Bosco. - Ma io soggiunsi: Perchè piangevano?

 - Perchè senza lasciarle parlare dissi il motivo della loro venuta e perciò restarono commosse. - Ma lei come ha fatto a sapere questo?

 - Quanto sei curioso! Vedi, questa notte ho sognato che vennero queste stesse due persone a richiedermi del suddetto parere; ed ora, appena vedutele, le riconobbi e perciò non feci altro che ripetere il consiglio che loro diedi in sogno ”.

Un giovane condannato a morte (1868, MB IX, 331-332)

Una sera dopo le confessioni, mentre era a cena raccontò questo sogno ad alcuni che gli stavano attorno, tra i quali il citato Don Berto.

“ Ho veduto un giovane dell´Oratorio disteso per terra in mezzo ad una camerata, attorno al quale erano dei coltelli spuntati, delle pistole, delle carabine e delle membra umane fatte a pezzi. Sembrava agonizzante. Gli domandai: - Come va che ti trovi in uno stato così miserabile? - Non lo conosce, mi rispose, dagli strumenti che mi stanno attorno? Sono diventato un assassino e fra poche ore sarò condannato alla morte ”. E quindi aggiunse: “ Io conosco quel giovane: starò attento a correggerlo de´ suoi difetti e ad infondergli sentimenti di pietà e di mitezza: ma ha un´indole così cattiva che temo fortemente che faccia davvero una cattiva fine ”

Era questo un giovane, che militando poi tra le file dell´esercito venne fucilato per aver ucciso il proprio ufficiale. Per buona sorte, prima di morire, fece con edificazione tutti i doveri di un buon cristiano.

Previsione di morte di un giovane (1868, MB IX, 332)

Il Venerabile predisse eziandio, più anni prima, che un altro giovane si sarebbe suicidato. Un tale infatti, allora buono e pio, dopo qualche tempo che era uscito dall´Oratorio, vedendosi tradito, rovinato nelle sostanze e nella famiglia e nell´onore da uno scelleratissimo compagno, si troncava la vita con un colpo di pistola. I due nomi si conservano nelle Cronache. Molti furono i testimoni di questi predizioni e del loro avveramento: tra essi Don Rua.

Giovani che fanno bene la novena alla Natività di Maria (1868, MB IX, 337)

2 settembre 1868.

Don Bosco così parlò alla sera dopo le orazioni:

“ Pare proprio impossibile! Quando entriamo in qualche novena vi son sempre dei giovani che vogliono andare via dalla casa, oppure che vogliono essere congedati. Ce n´era uno, il più colpevole di certi disordini, che per varii motivi non si voleva mandar via, eppure quasi spinto da forza misteriosa se ne partì.

” Passiamo ad altro. Supponete che Don Bosco entri in casa per la porteria e che venga avanti fin qui sotto i portici, e veda qui una grande signora, la quale senza che Don Bosco le dica niente tenga un quaderno in mano. Me lo porge, dicendomi: - Prendi e leggi! - Io l´ho preso e lessi sopra la copertina: Novena della Natività di Mario. Apro il primo foglio e vedo scritti i nomi di un numero limitatissimo di giovani in carattere d´oro. Volto il foglio e ne vedo scritto un numero un po´ più grande con inchiostro ordinario. Volto ancora e tutto il resto del quaderno è bianco sino al fine. Adesso domando a qualcheduno di voi che cosa voglia dir questo.

” E domandò la spiegazione ad un giovane, aiutandolo a rispondere col dire:

” - In quel libro sono scritti i giovani che fanno la novena. I pochissimi che son scritti in oro sono quelli che la fanno bene e con fervore. L´altra parte è di coloro che la fanno, ma con minor fervore. E tutti gli altri perchè non sono scritti? Chi sa da che cosa provenga questo? Io credo che siano le passeggiate lunghe che hanno distratto tanto i giovani, sicchè adesso non sono più buoni a raccogliersi. Se venisse un po´ Savio Domenico, o Besucco, o Magone, o Saccardi che cosa ci direbbero? Esclamerebbero: Oh quanto è cangiato l´Oratorio!

” Dunque per contentar la Madonna facciamo tutto quello che possiamo colla frequenza dei SS. Sacramenti e colla pratica dei fioretti che io o D. Francesia daremo. Per domani ci sia questo fioretto: - Far ogni cosa con diligenza ”.

“ Tocca a te!” disse il becchino (1868, MB IX, 398-399)

La sera del 30 ottobre raccontava un sogno:

Il motivo per cui vi ho radunati tutti qui, anche gli artigiani, si è che voglio raccontarvi qualche cosetta. Immaginate di vedere tutti i giovani nel cortile a divertirsi. Incomincia ad imbrunire, cessano i giuochi e le grida; si formano crocchi numerosi in aspettazione che la campanella dia il segnale di andare allo studio; havvi ancora qualcheduno che passeggia; intanto la sera si avanza e appena appena si può conoscere un giovane e distinguerlo da un altro, andandogli vicino. Ed ecco si vedono entrare dalla porteria due becchini che camminando a passo concitato portano sulle spalle urla cassa da morto. I giovani al loro passaggio fanno largo. Que´ due uomini vengono avanti, depongono la bara per terra in mezzo al cortile che sta davanti all´ufficio della Prefettura interna dell´Oratorio. I giovani si dispongono intorno formando un vasto circolo, ma nessuno parla per la paura.

I becchini tolgono il coperchio alla cassa.

In quell´istante compare la luna colla sua luce chiara, viva, e lentamente fa un primo giro intorno alla cupola della Chiesa di Maria Ausiliatrice: ne fa un secondo, e poi ne incomincia un terzo ma non lo finisce e si ferma sopra la Chiesa, quasi fosse per cadere.

Intanto, appena la luna ebbe incominciato a illuminare il cortile, uno dei becchini fece un giro, poi un altro innanzi alle file degli alunni, fissando ben da vicino il volto di ciascuno; finchè vedutone uno sulla cui fronte stava scritto: Morieris, lo prese per metterlo nella cassa.

 - Tocca a te, gli disse.

Quegli gridava: - Sono ancor giovane, vorrei ancora prepararmi, far delle buone opere che non ho fatte finora!

 - Io non debbo risponderti a questo.

 - Ma almeno possa ancora andare a rivedere i miei parenti.

 - Io non posso risponderti a questo. Vedi là la luna? Ha fatto un giro, poi un altro, poi un poco più di un mezzo giro; appena scomparirà, tu verrai meco.

Poco dopo la luna scomparve dall´orizzonte e il becchino prese il giovane per la vita, lo distese nella cassa, gli invitò sopra il coperchio e senz´altro lo portò via aiutato dal compagno.

Avete udito il mio racconto. Adesso prendetelo come un apologo, e come una similitudine, o come un sogno; come volete. Ma queste cose accaddero già altre volte e si avverarono. Una volta ho anche raccontato un sogno in cui aveva veduto la cassa di un giovane deposta laggiù in fondo a questi portici. Quel giovane morì e si osservò che, malgrado che si fossero avvertiti i becchini di passare per l´altra parte, scesi essi qui nel cortile, dissero che mancava loro qualche cosa e, per non lasciare la bara in mezzo al cortile, vennero a deporre la cassa sotto i portici, nel luogo stesso dove io l´avevo veduta prima nel sogno.

Ciascuno dica pure nel suo cuore: - Non sarò io! - e vivete pure allegri. Ma ciascuno stia preparato, affinchè dopo due giri e mezzo della luna, cioè due mesi e un po´ più di mezzo mese, quel tale cui tocca sia preparato. Ricordatevi che la morte viene come un ladro notturno. E per questo approfittiamoci dell´avviso col far bene la festa di tutti i Santi. Havvi l´indulgenza plenaria e ciascuno per acquistarla non ha bisogno di confessarsi domenica: purchè si sia confessato dentro agli otto giorni, basta. E coll´indulgenza plenaria uno diventa, avanti al Signore, candido com´era quando ricevette il battesimo.

Domani poi è digiuno; si faccia qualche mortificazione.

Durata della vita dei giovani (1869, MB IX, 581)

A metà del mese egli mantenne la sua parola di recarsi a Mirabello. Il giovane Evasio Rabagliati, che era entrato in collegio l´8 gennaio, s´incontrò per la prima volta col Servo di Dio, e alla sera lo udì raccontare questo sogno.

Aveva sognato, nella prima notte del suo arrivo, di trovarsi nella stanza degli esami e si vide venire innanzi due persone. Una, con una canna, teneva una lanterna e l´altra aveva un fascio di carte sotto il braccio. Lo invitarono a salire nelle camerate e ve lo accompagnarono. Si fermavano ai piedi d´ogni letto. L´una abbassava la lanterna perchè Don Bosco conoscesse la fisionomia del giovane dormiente e l´altra toglieva dal fascio un foglio e lo metteva sulla coperta del letto. Su questo foglio era scritto il numero degli anni che a ciascuno rimaneva di vita.

Il racconto di questo sogno fece un´impressione immensa.

Tre lacci per condurre alla perdizione (1869, MB IX 593-596)

“Don Bosco, il 4 aprile, a tutti i giovani radunati nello studio dopo le orazioni della sera raccontò il seguente sogno:

“Mi trovavo vicino alla porta della mia camera e mentre uscivo, tutto ad un tratto guardo attorno e mi trovo in Chiesa, in mezzo ad una moltitudine tale di giovani che la Chiesa ne era piena zeppa. Erano i giovani dell´Oratorio di Torino, quelli di Lanzo e di Mirabello ed altri molti che io non conosceva. Non pregavano, ma sembravano prepararsi per potersi confessare. Una quantità immensa stava assiepando il mio confessionale sotto il pulpito, aspettandomi. Io, dopo aver guardato un poco, mi sono messo a pensare come mai potessi fare a confessarli tutti. Ma poi temeva di essere addormentato e di sognare, e per assicurarmi che non dormiva, mi sono messo a battere le mani e ne sentiva il rumore; e per accertarmi di più allungai il braccio e toccai il muro, che è di dietro al mio piccolo confessionale. Certo così di essere svegliato, dissi: - Già che son qui, confessiamo: - e cominciai a confessare. Ma presto, vedendo tanti giovani, mi alzai per guardare se vi fossero altri confessori che mi aiutassero; e non vedendo nessuno, mi incamminai per andare in sagrestia a chiedere di qualche prete, il quale venisse ad ascoltare le confessioni. Ed ecco che vidi qua e là giovani che avevano una corda al collo che loro stringeva la gola.

 - Perchè quella corda? domandai; levatevela. - E non mi rispondevano e mi guardavano fisso.

 - Orsù, dissi ad alcuno: va´ e leva quella corda.

Il giovane comandato andò, ma mi rispose:

 - Non posso levarla; vi è uno dietro che la tiene. Venga a vedere.

Volsi allora gli occhi con maggiore attenzione su quella moltitudine di giovani e mi parve di vedere dietro alle spalle di molti spuntare due lunghissime corna. Mi avvicinai un po´ più per veder meglio, e girando alle spalle di colui che mi era più vicino, vidi una brutta bestia, con un ceffo orribile, in forma di gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio. Ma costui abbassava il muso, lo nascondeva giù tra le zampe, rannicchiandosi quasi per non lasciarsi vedere. Io interrogava questo giovane e altri, chiedendo il loro nome, ed essi non mi rispondevano: interrogo quel brutto animale ed esso si nasconde ancor più. Allora dissi ad un giovane:

 - Olà! va´ in sagrestia e di´ a D. Merlone, direttore della sagrestia, che ti dia il secchiello dell´acqua benedetta!

Il giovane ritornò ben presto col secchiello, ma in quel mentre io scopriva che ciaschedun giovane aveva dietro alle spalle un servitore così poco grazioso come il primo, e ch´egli pure sempre più si raggomitolava. Io temeva ancora di dormire. Presi allora l´aspersorio e domandai ad uno di quei gattoni:

 - Dimmi: chi sei tu?

L´animale, che mi guardava, allarga la bocca, allunga la lingua e poi si mette a digrignare i denti in atto di avventarsi contro di me.

 - Dimmi presto: che cosa fai qui, brutta bestia? Infuria come ti pare, io non ti temo. Vedi? con quest´acqua ti lavo per bene.

Il mostro mi guardava raccapricciato; poi si metteva a contorcersi in modo tale, che le gambe di dietro venivano su a toccare le spalle davanti. E di bel nuovo voleva avventarsi contro di me. Io lo considerava attentamente e vidi che aveva in mano varii lacci.

 - Orsù, dimmi: che cosa fai qui?

E alzai l´aspersorio. Egli allora si divincolò e voleva fuggire.

 - Non fuggirai, io continuava: rimani, te lo comando!

Ringhiò, e: - Guarda! - mi disse: e mi presentava i lacci.

 - Dimmi, io soggiunsi, che cosa sono questi tre lacci? Che cosa significano?

 - E non sai? Io stando qui, mi rispose, con questi 3 lacci stringo i giovani perchè si confessino male: con questi io conduco alla perdizione con me i nove decimi del genere umano.

 - E come? in che maniera?

 - Oh! non te lo voglio dire: tu lo palesi ai giovani.

 - Olà! voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla! altrimenti ti getto addosso l´acqua benedetta.

 - - Per pietà mandami all´inferno, ma non gettarmi addosso quell´acqua.

 - In nome di Gesù Cristo, parla adunque!

Il mostro, storcendosi spaventosamente, rispose: - Il primo modo col quale stringo questo laccio è col far tacere ai giovanetti i loro peccati in confessione.

 - E il secondo?

 - Il secondo è spingerli a confessarsi senza dolore.

 - Il terzo?

 - Il terzo non te lo voglio dire.

 - - Come? non me lo vuoi dire? Adesso ti getto sopra quest´acqua benedetta.

 - No, no: non parlerò; - e si mise a gridare forte: - E come? E non ti basta? Ho già detto troppo! - E ritornò a infuriarsi.

 - Ed io voglio che tu lo dica per riferirlo ai Direttori! - E ripetendo la minaccia alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi alcune goccie di sangue e disse: - Il terzo è non fare proponimento fermo e non seguire gli avvisi del confessore.

 - Brutta bestia! - gli gridai per la seconda volta, e mentre voleva domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse rimediare a quel gran male e render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni, che fino allora si erano studiati di star nascosti, incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti, e si misero a gridare e a prendersela tutti contro colui che aveva parlato e fecero una sollevazione generale.

Io, vedendo quello scompiglio, e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l´aspersorio, e gettando l´acqua benedetta su quel gattone che aveva parlato: - Ora va´! - gli dissi; e quello disparve. Quindi gettai l´acqua santa da tutte parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte, chi dall´altra. A quel rumore mi svegliai e mi trovai nel letto.

Oh, cari giovani, quanti, che io non mi sarei mai creduto, avevano il laccio al collo e il gattone dietro. Ecco adunque questi tre lacci che cosa sono. Il primo, che tiene allacciati i giovani, significa quello per cui uno tace in confessione. Il laccio gli chiude la bocca affinchè per vergogna non si confessi di tutto: oppure invece di confessare che certi peccati li commise quattro volte per esempio, dica tre o quattro, mentre sono quattro precise. E costui manca di sincerità allo stesso modo di chi tace. Il secondo laccio è la mancanza di dolore; e il terzo la mancanza di proponimento. Quindi se vogliamo rompere questi lacci e toglierli dalle mani del demonio, confessiamo tutti i peccati e procuriamoci un vero dolore ed un fermo proponimento di obbedire al confessore. Quel mostro, poco prima di andare così in furia, mi disse ancora:

 - Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni. Il frutto di queste deve essere l´emendazione, e se vuoi conoscere se io tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.

Devo ancora osservare che ho voluto farmi dire dal demonio perchè stesse dietro alle spalle dei giovani, ed ei mi rispose: - Perchè non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare giù nel mio regno. Vidi che erano molti quelli che  avevano alle spalle quei mostri, più di quelli che credeva.

Date a questo sogno quel peso che volete, ma il fatto sta ed è che ho voluto osservare e vedere un po´ se fosse vero ciò che ho sognato, ed ho trovato che la cosa era veramente così. Approfittiamoci pertanto di questa occasione, che abbiamo di acquistare l´indulgenza plenaria, facendo una buona confessione colla comunione. Facciamo il possibile per liberarci da questi lacci del demonio. Il S. Padre concede l´indulgenza plenaria a tutti quelli, i quali nel giorno che sì fa la festa del cinquantenario della sua prima messa, nella prossima domenica 11 aprile, confessati e comunicati, pregheranno secondo l´intenzione di Santa Chiesa. Sabato il nostro sig. Cavaliere avrà un´udienza particolare dal Santo Padre ed offrirà l´Album dove sono sottoscritti tutti i giovani dell´Oratorio e delle altre case..

Intanto voi osservate se per lo addietro avete messe in pratica tutte le condizioni necessarie per far bene la S. Confessione; io domenica vi raccomanderò tutti nella S. Messa.

Profezia del ’70: Parigi, Chiesa, Italia (1870, MB IX, 779-783)

E il 6 gennaio, festa dell´Epifania, o della manifestazione del Signore, vi fu la seconda Sessione del Concilio, nella quale i Padri, secondo il rito, fecero un dopo l´altro, e pel primo il Sommo Pontefice, la solenne professione di fede. La vigilia di quella memoranda solennità Don Bosco vide in sogno quanto noi qui riportiamo: è lo stesso Servo di Dio che scrisse quanto vide e udì.

“ Dio solo può tutto, conosce tutto, vede tutto. Dio non ha nè passato, nè futuro; ma a Lui ogni cosa è presente come in un punto solo. Davanti a Dio non v´è cosa nascosta, nè presso di lui àvvi distanza di luogo o di persona. Egli solo nella sua infinita misericordia e per la sua gloria può manifestare le cose future agli uomini.

” La vigilia dell´Epifania dell´anno corrente 1870 scomparvero tutti gli oggetti materiali della camera e mi trovai alla considerazione di cose sopranaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto. Sebbene di forma, di apparenze sensibili, tuttavia non si possono se non con grande difficoltà comunicare ad altri con segni esterni e sensibili. Se ne ha un´idea da quanto segue. Ivi è la parola di Dio accomodata alla parola dell´uomo.

” Dal Sud viene la guerra, dal Nord viene la pace.

” Le leggi di Francia non riconoscono più il Creatore, ed il Creatore si farà conoscere e la visiterà tre volte colla verga del suo furore.

” Nella prima abbatterà la sua superbia, colle sconfitte, col saccheggio e colla strage dei raccolti, degli animali e degli uomini.

” Nella seconda la grande prostituta di Babilonia, quella che i buoni sospirando chiamano il postribolo d´Europa, sarà privata del capo in preda al disordine.

” Parigi... Parigi! ! ... invece di armarti del nome del Signore, ti circondi di case d´immoralità Esse saranno da te stessa distrutte: l´idolo tuo, il Panteon, sarà incenerito, affinchè si avveri che mentita est iniquitas sibi. I tuoi nemici ti metteranno nelle angustie, nella fame, nello spavento, e nell´abbominio delle nazioni. Ma guai a te se non riconoscerai la mano che ti percuote! Voglio punire l´immoralità, l´abbandono, il disprezzo della mia legge, dice il Signore.

” Nella terza cadrai in mano straniera: i tuoi nemici di lontano vedranno i tuoi palagi in fiamme, le tue abitazioni divenute un mucchio di rovine, bagnate dal sangue dei tuoi prodi che non sono più.

” Ma ecco un gran guerriero dal Nord porta uno stendardo, sulla destra che lo regge sta scritto: Irresistibile mano del Signore. In quell´istante il Venerando Vecchio del Lazio gli andò incontro sventolando una fiaccola ardentissima. Allora lo stendardo si dilatò e di nero che era divenne bianco come la neve. Nel mezzo dello stendardo in caratteri d´oro stava scritto il nome di Chi tutto può.

” Il guerriero coi suoi fece un profondo inchino al Vecchio e si strinsero la mano.

” Ora la voce del Cielo è al Pastore dei pastori. Tu sei nella grande conferenza coi tuoi assessori; ma il nemico del bene non istà un istante in quiete; egli studia e pratica tutte le arti contro di te. Seminerà discordia tra i tuoi assessori; susciterà nemici tra i figli miei. Le potenze del secolo vomiteranno fuoco, e vorrebbero che le parole fossero soffocate nella gola ai custodi della mia legge. Ciò non sarà. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera; se non si sciolgono le difficoltà, siano troncate. Se sarai nelle angustie, non arrestarti, ma continua finchè non sia troncato il capo dell´idra dell´errore. Questo colpo farà tremare la terra e l´inferno, ma il mondo sarà assicurato e tutti i buoni esulteranno. Raccogli adunque intorno a te anche solo due assessori, ma ovunque tu vada, continua e termina l´opera che ti fu affidata. I giorni corrono veloci, gli anni tuoi si avanzano al numero stabilito; ma la gran Regina sarà sempre il tuo aiuto, e come nei tempi passati così per l´avvenire sarà sempre magnum et singulare in Ecclesia prasidium.

” Ma tu, Italia, terra di benedizioni, chi ti ha immersa nella desolazione? ... Non dire i nemici; ma gli amici tuoi. Non odi che i tuoi figli domandano il pane della fede e non trovano chi  loro lo spezzi? Che farò? Batterò i pastori, disperderò il gregge, affinchè i sedenti sulla cattedra di Mosè cerchino buoni pascoli e il gregge docilmente ascolti e si nutrisca.

” Ma sopra il gregge e sopra i pastori peserà la mano; la carestia, la pestilenza, la guerra faranno sì che le madri dovranno piangere il sangue dei figli e dei mariti morti in terra nemica.

” E di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effeminata, Roma superba! Tu sei giunta a tale che non cerchi altro, nè altro ammiri nel tuo Sovrano, se non il lusso, dimenticando che la tua e sua gloria sta sul Golgota. Ora egli è vecchio, cadente, inerme, spogliato; tuttavia colla schiava parola fa tremare tutto il mondo.

” Roma! ... io verrò quattro volte a te!

” Nella 1ª percuoterò le tue terre e gli abitanti di esse.

” Nella 2ª porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. Non apri ancor l´occhio?

” Verrò la terza, abbatterò le difese e i difensori ed al comando del Padre sottentrerà il regno del terrore, dello spavento e della desolazione.

” Ma i miei savii fuggono, la mia legge è tuttora calpestata, perciò farò la quarta visita. Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te! Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue ed il sangue dei figli tuoi laveranno le macchie che tu fai alla legge del tuo Dio.

” La guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui sarà percossa la superbia e la malizia degli uomini. Dove sono, o ricchi, le vostre magnificenze, le vostre ville, i vostri palagi? Sono divenute la spazzatura delle piazze e delle strade!

” Ma voi, o sacerdoti, perchè non correte a piangere tra il vestibolo e l´altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perchè non prendete lo scudo della fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola? Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che rompe le ire di Dio e degli uomini?

” Queste cose dovranno inesorabilmente venire l´una dopo l´altra.

” Le cose succedonsi troppo lentamente.

“ Ma l´Augusta Regina del cielo è presente.

” La potenza del Signore è nelle sue mani; disperde come nebbia i suoi nemici. Riveste il Venerando Vecchio di tutti i suoi antichi abiti.

” Succederà ancora un violento uragano.

” L´iniquità è consumata, il peccato avrà fine e, prima che trascorrano, due plenilunii del mese dei fiori, l´iride di pace comparirà sulla terra.

” Il gran Ministro vedrà la sposa del suo Re vestita a festa.

” In tutto il mondo apparirà un sole così luminoso quale non fu mai dalle fiamme del Cenacolo fino ad oggi, nè più si vedrà fino all´ultimo dei giorni ”.

Don Bosco fece trarre copia di questo scritto da Don Giulio Barberis e fu quella che portò con sè a Roma.

Appendice “B” (24 Maggio-24 giugno 1873, MB IX, 999-1000)

Era una notte oscura, gli uomini non potevano più discernere quale fosse la via a tenersi per far ritorno ai loro paesi, quando apparve in cielo una splendentissima luce che rischiarava i passi dei viaggiatori come nel mezzodì. In quel momento fu veduta una moltitudine di uomini, di donne, di vecchi, di fanciulli, di monaci, monache e sacerdoti, con alla testa il Pontefice, uscire dal Vaticano schierandosi in forma di processione.

Ma ecco un furioso temporale; oscurando alquanto quella luce sembrava ingaggiarsi battaglia tra la luce e le tenebre. Intanto si giunse ad una piccola piazza coperta di morti e di feriti, di cui parecchi dimandavano ad alta voce conforto.

Le fila della processione si diradarono assai. Dopo aver camminato per uno spazio che corrisponde a dugento levate del sole, ognuno si accorse che non erano più in Roma. Lo sgomento invase l´animo di tutti, ed ognuno si raccolse intorno al Pontefice per tutelarne la persona ed assisterlo nei suoi bisogni.

In quel momento furono veduti due angeli che portando uno stendardo l´andarono a presentare al Pontefice dicendo: - Ricevi il vessillo di Colei che combatte e disperde i più forti eserciti della terra. I tuoi nemici sono scomparsi, i tuoi figli colle lagrime e coi sospiri invocano il tuo ritorno.

Portando poi lo sguardo nello stendardo vedevasi scritto da una parte: Regina sine labe Concepta; e dall´altra: Auxilium Christianorum.

Il Pontefice prese con gioia lo stendardo, ma rimirando il piccolo numero di quelli che erano rimasti intorno a sè divenne afflittissimo.

I due angeli soggiunsero: - Va tosto a consolare i tuoi figli. Scrivi ai tuoi fratelli dispersi nelle varie parti del mondo, che è necessaria una riforma ne´ costumi degli uomini. Ciò non si può ottenere, se non spezzando ai popoli il pane della Divina Parola. Catechizzate i fanciulli, predicate il distacco dalle cose della terra. È venuto il tempo, conchiusero i due angeli, che i poveri saranno evangelizzatori dei popoli. I leviti saranno cercati tra la zappa, la vanga ed il martello, affinchè si compiano le parole di Davidde: Dio ha sollevato il povero dalla terra Per collocarlo sul trono dei principi del suo Popolo.

Ciò udito il Pontefice si mosse, e le fila della processione cominciarono ingrossarsi. Quando poi pose piede nella Santa Città si mise a piangere per la desolazione in cui erano i cittadini, di cui molti non erano più. Rientrato poi in S. Pietro intonò il Te Deum, cui rispose un coro di Angeli cantando: - Gloria in Excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis.

Terminato il canto, cessò affatto ogni oscurità, e si manifestò un fulgidissimo sole.

 

Le città, i paesi, le campagne erano assai diminuite di popolazione; la terra era pesta come da un uragano, da un acquazzone e dalla grandine, e le genti andavano una verso dell´altra con animo commosso dicendo: Est Deus in Israel.

Dal cominciamento dell´esiglio fino al canto del Te Deum, il sole si levò dugento volte. Tutto il tempo che passò nel compiersi quelle cose corrisponde a quattrocento levate del sole.

Profezia del ’70 (1870 MB X, 59-69)

Venne comunicata il 12 febbraio 1870 al Santo Padre.

Dio solo può tutto; conosce tutto; vede tutto. Dio non ha nè passato, nè futuro; ma ogni cosa è a lui presente come in un punto solo. Davanti a Dio non v´è cosa nascosta, nè presso di lui àvvi distanza di luogo o di persona.

Egli solo nella sua infinita misericordia e per la sua gloria può manifestare le cose future agli uomini.

La vigilia dell´Epifania dell´anno corrente 1870 scomparvero tutti gli oggetti materiali della camera e mi trovai alla considerazione di cose sopranaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto.

Sebbene di forma, di apparenze sensibili, tuttavia non si possono se non con grande difficoltà comunicare ad altri con segni esterni e sensibili. Se ne ha un´idea da quanto segue. Ivi è la parola di Dio accomodata alla parola dell´uomo.

Dal Sud viene la guerra, dal Nord viene la pace.

Le leggi di Francia non riconoscono più il Creatore, ed il Creatore si farà conoscere e la visiterà tre volte colla verga del suo furore.

Nella 1a abbatterà la sua superbia, colle sconfitte, col saccheggio e colla strage dei raccolti, degli animali e degli uomini.

Nella 2a la Grande prostituta di Babilonia, quella che i buoni sospirando chiamano il postribolo d´Europa, sarà privata del capo in preda al disordine.

Parigi... Parigi!!... invece di armarti del nome del Signore, ti circondi di case d´immoralità. Esse saranno da te distrutte: l´idolo tuo, il Panteon, sarà incenerito, affinchè si avveri che mentita est iniquitas sibi.

Il Guerriero coi suoi fece un profondo inchino e si strinsero la mano (Don Carlos e il´Pontefice). *Poi disse: La voce del Cielo è al Pastore dei pastori (A Pio IX). Tu sei nella grande conferenza (Concilio Vaticano).ed´ tuoi assessori; ma il nemico del bene non istà un istante in quiete; egli studia e pratica tutte le arti contro.

di te. Seminerà la discordia fra i tuoi assessori; susciterà nemici tra i figli miei (Gravi dispiaceri ceri del C. Vaticano). Le potenze del secolo vomiteranno fuoco, e vorrebbero che le parole fossero soffocote nella gola ai custodi della mia legge. (Si compiè e si va compiendo specialmente in Prussia). Ciò non sarà. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera; se non si sciolgono le                difficoltà, siano troncate. Se sarai nelle angustie, non arrestarti, ma continua finchè non sia troncato il capo dell´idra dell´errore a. Questo colpo (colla definizione dell´Infallibilità Pont.) farà tremare la terra e l´inferno; ma il mondo sarà assicurato e tutti i buoni esulteranno.

Raccogli adunque intorno a te anche solo due assessori, ma ovunque tu vada, continua e termina (I), l´opera che ti fu  affidata (il Concilio Vat.). I giorni corrono veloci, gli anni. tuoi si avanzano nel numero stabilito; ma la gran Regina sarà sempre il tuo aiuto, e come ne tempi passati così per l´avvenire sarà sempre gnum et singolare in Ecclesia praesidium.*


Ma tu, Italia, terra di benedizioni, chi ti ha immersa nella desolazione?

Non dire i nemici; ma gli amici tuoi. Don odi che i tuoi figli domandano il pane della fede e non trovano chi loro lo spezzi? (Pare alludere alla deficenza di istruzione pel popolo). Che farò? Batterò i pastori, disperderò il gregge, affinchè i sedenti sulla cattedra di Mosè cerchino buoni pascoli e il gregge docilmente ascolti e si nutrisca.

Ma sopra il gregge e sopra i pastori peserà la mia mano; la carestia, la pestilenza, la guerra faranno sì che le madri dovranno piangere il sangue dei figli e dei mariti morti in terra nemica (Pare alludere alla carestia di questo anno. La pestilenza e la guerra segui ranno). E di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effeminata, Roma superba! Tu sei giunta a tale che non cerchi altro, nè altro ammiri nel tuo Sovrano, se non il lusso, dimenticando che la tua e sua gloria sta sul Golgota.

Ora egli è vecchio, cadente, inerme, spogliato; tuttavia colla schiava parola fa tremare tutto il mondo (Lo stato attuale di Pio IX.).

Roma!... io verrò quattro volte a te! Nella I a percuoterò le tue terre e gli abitanti di esse.

Nella 2ª porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura.

Non apri ancor l´occhio?

Verrò la 3a: abbatterò le difese e i difensori ed al comando del Padre sottentrerà il regno del terrore, dello spavento e della desolazione (Attuale stato di Roma). Ma i miei savii fuggono a; la mia legge è tuttora calpestata, perciò farò la quarta visita (Molti vivono lontani da Roma; molti costretti a disperdersi).

Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te! Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti (Si verificò  e si va veri ficando).

Il tuo sangue ed il sangue dei figli tuoi laveranno le macchie che tu fai alla legge del tuo Dio (Pare alludere ad un futuro disastro).

La guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui sarà percossa la superbia e la malizia degli uomini (Sono riepilogate le cose de te altrove).

Dove sono, o ricchi, le vostre magnificenze, le vostre ville, i vostri. palagi? (Vedremo)

Sono divenuti la spazzatura delle piazze e delle strade!

Ma voi, o sacerdoti, perchè non correte a Piangere tra il vestibolo e l´altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perchè non prendete lo scudo della fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola?

Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che rompe le ire di Dio e degli uomini?

Queste cose dovranno inesorabilmente venire l´una dopo l´altra.

Le cose succedonsi troppo lentamente.

Ma l´Augusta Regina del cielo è presente.

La potenza del Signore è nelle sue mani; disperde come nebbia i suoi nemici. Riveste il Venerando Vecchio di tutti i suoi antichi abiti.

Succederà ancora un violento uragano.

L’iniquità è consumata, il peccato avrà fine e, prima che trascorrano due plenilunii del mese dei fiori, l´iride di pace comparirà sulla terra.

Il gran Ministro vedrà la sposa del suo Re vestita a festa.

In tutto il mondo apparirà un sole così luminoso quale non fu mai dalle fiamme del Cenacolo fino ad oggi, nè più si vedrà fino all´ultimo dei giorni.

Schiarimenti.

Dal Sud viene la guerra. - Dalla Francia che dichiarò guerra alla Prussia.

Dal Nord viene la pace. - Dal Nord della Spagna, ove cominciò la guerra attuale. Inoltre D. Carlos dimorava a Vienna che è al Nord dell´Italia.

Il Panteon sarà incenerito. - I giornali contemporanei dicevano che venne danneggiato da parecchie bombe. Ma gli avvenimenti di Francia non sono ancora interamente compiuti.

Ma ecco un Gran Guerriero. - D. Carlos.

Dal Nord porta uno stendardo. - Dal Nord della Spagna.

Una fiaccola ardentissima. - La fede in Dio che dirige e sostiene il gran Guerriero nelle sue imprese.

Allora lo stendardo di nero che era divenne bianco come la neve. - Cessò la strage: il color nero simbolo della morte, ovvero la persecuzione, cioè il Kulturkampf.

Nel mezzo dello stendardo in caratteri d´oro stava scritto il nome di chi tutto può. - Sullo stendardo di D. Carlos dicono i giornali vi sia dipinto il Cuore di Gesù da una parte e dall´altra l´Immacolata Concezione.

Ma ovunque tu vada. - Pare accennare all´esilio del Pontefice l´immortale Pio IX. Vedi profezia 2a. Le madri dovranno piangere il sangue dei figli morti in terra straniera nemica . - Questo deve avvenire.

Farà la 4a visita. - La quarta visita a Roma ha ancor da succedere.

Succederà ancor un violento uragano. - Vedi la seguente profezia, si accenna al temporale ivi descritto in disteso.

E prima che trascorrano due plenilunii del mese dei fiori. - In quest´anno 1874 il mese di maggio ha due plenilunii. Uno il 10, l´altro al 31 del mese medesimo.

L´iride di pace. - Una speranza la quale pare cominci a vedersi nella Spagna oggidì 10 marzo 1874.

In tutto il mondo apparirà un sole così luminoso. - Trionfo e dilatazione del cristianesimo.

Sulla destra che lo regge sta scritto Irresistibile mano del Signore. - I giornali dicono che D. Carlos abbia incominciato le sue imprese con 14 uomini, sprovvisto di armi, di denaro e di vettovaglie, eppure oggidì 10 aprile 1874 ha un esercito di 100000 e più soldati. E non leggesi che finora perdesse una battaglia.

II Parte - (24 maggio 1873 - 24 giugno 1873 MB X, 63-65)

Era una notte oscura, gli uomini non1 potevano più discernere quale fosse la via a tenersi per fare ritorno ai loro paesi, quando apparve in cielo una splendidissima luce che rischiarava i passi dei viagtenza.

giatori come nel mezzodì 2. In quel momento fu veduta una moltitudine di uomini, di donne, di fanciulli, di vecchi, di monaci, di monache e sacerdoti, con alla testa il Pontefice, uscire dal Vaticano schierandosi in forma di processione 3.

Ma ecco un furioso temporale; oscurando alquanto quella luce sembrava ingaggiarsi battaglia tra la luce e le tenebre. Intanto si giunse ad una piccola piazza coperta di morti e di feriti, di cui parecchi domandavano ad alta voce conforto. Le fila della processione si diradarono assai. Dopo aver camminato per uno spazio che corrisponde a dugento levate di sole, ognuno si accorse che non era più in Roma. Lo sgomento invase l´animo di tutti, ed ognuno si raccolse intorno al Pontefice per tutelarne la persona ed assisterlo nei suoi bisogni.

In quel momento furono veduti due angioli che portando uno stendardo l´andarono a presentare al Pontefice dicendo: - Ricevi il vessillo di Colei che combatte e disperde i più forti eserciti della terra. I tuoi nemici sono scomparsi, i tuoi figli colle lagrime e coi sospiri invocano il tuo ritorno.

Portando poi lo sguardo nello stendardo vedevasi scritto da una parte: Regina sine labe concepta, e dall´altra: Auxilium Christianorum.

Il Pontefice prese con gioia lo stendardo, ma rimirando il piccolo numero di quelli che erano rimasti intorno a sè divenne afflittissimo.

I due Angioli soggiunsero: - Va´ tosto a consolare i tuoi figli. Scrivi ai tuoi fratelli dispersi nelle vario parti del mondo, che è necessaria una riforma nei costumi degli uomini. Ciò non si può ottenere, se non spezzando ai Popoli il pane della divina parola. Catechizzate i fanciulli, predicate il distacco dalle cose della terra. A venuto il tempo, conchiusero i due angeli, che i popoli saranno evangelizzati dai popoli. I leviti saranno cercati tra la zappa, la vanga ed il martello, affinchè si compiano le parole di Davidde: “ Ho sollevato il povero dalla terra, per collocarlo sul trono dei principi del suo popolo ”.

Ciò udito il Pontefice si mosse e le file della processione cominciarono ad ingrossarsi. Quando poi pose piede nella Santa Città si mise a piangere per la desolazione in cui erano i cittadini, di cui molti non erano più. Rientrato poi in S. Pietro intuonò il Te Deum, cui rispose un coro di Angeli cantando: Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis.

Terminato il canto, cessò affatto ogni oscurità e si manifestò un fulgidissimo sole.

Le città, i paesi, le campagne erano assai diminuite di popolazione; la terra era pesta come da un uragano, da un acquazzone e dalla grandine, e le genti andavano una verso dell´altra, dicendo: Est Deus in Israel.

Dal cominciamento dell´esiglio fino al canto del Te Deum il sole si levò dugento volte. Tutto il tempo che passò nel compiersi quelle cose corrisponde a quattrocento.

La persona che ha comunicate queste notizie è quella stessa che predisse gli avvenimenti di Francia un anno prima e che si avverarono letteralmente. In molti luoghi si leggevano quelle predizioni che si avveravano giorno per giorno, come se fossero scritte in un giornate dopo i fatti.Secondo la medesima persona la Francia, la Spagna, l´Austria ed una Potenza della Germania sarebbero scelte dalla Divina Provvidenza ad impedire lo sfasciamento sociale e darebbero pace alla Chiesa da tanto tempo e in tanti modi combattuta. Gli avvenimenti incomincerebbero nella primavera del 1874 e si compirebbero nello spazio di un anno e qualche mese, purchè nuove iniquità con vengano ad opporsi ai divini voleri.

III Parte (MB X, 65-69)

Questo dice il Signore all´Imperatore d´Austria: - Fatti animo; provvedi ai miei servi fedeli ed a te stesso. Il mio furore si versa su tutte le nazioni della terra, perchè si vuole far dimenticare la mia legge; portare in trionfo quelli che la profanano; opprimere quelli che la osservano. Vuoi tu essere la verga della mia potenza? Vuoi tu compiere gli arcani miei voleri e divenire il benefattore del mondo? Appòggiati sulle potenze del Nord, ma non sulla Prussia. Stringi relazione colla Russia, ma niuna alleanza. Assòciati colla Francia Cattolica; dopo la Francia avrai la Spagna. Fate un solo spirito, una sola azione .

Somma segretezza ai nemici del mio santo Nome. Colla prudenza e coll´energia diverrete invincibili. Non credere alle menzogne di chi .ti dicesse il contrario. Abborrisci i nemici del Crocifisso. Spera e confida in me che sono il donatore delle vittorie agli eserciti, il salvatore dei popoli e dei Sovrani.

Amen. Amen.

Qui legit, intelligat! Le postille, gli Schiarimenti, e le dichiarazioni che si trovano nel testo e nelle note ci dispensano da ogni commento; e noi ci limitiamo ad un rilievo, che ci pare assai interessante.

Nella prima profezia si leggono, dirette al Papa, le parole: “ Ovunque tu vada... ”. Era infatti voce comune che il Papa sarebbe uscito da Roma, e se non uscì fu proprio per il consiglio comunicatogli da Don Bosco: " La sentinella, l´angelo d´Israele, si fermi al suo posto, e stia a guardia della rocca di Dio e dell´arca santa! “ Il tono solenne di queste parole ci dice nettamente da chi venivano!

E non caddero più dalla mente del Papa! E mentre anche i cattolici continuavano a credere imminente la sua partenza da Roma, Don Bosco senz´indugio prese a difendere i diritti della Chiesa e del Sommo Pontefice con tanto ardire, che destò lo stupore universale, e riuscì ad ottenere che il Papa potesse procedere senz´impacci alla nomina dei Vescovi per più di cento diocesi italiane vacanti, e contemporaneamente iniziò le pratiche per ottenere ad essi le temporalità con l´approvazione del S. Padre. Ciò fece nei due viaggi fatti a Roma nel 1871, e, appena convalescente da grave malattia, da Varazze, tornava a scrivere al Ministro Lanza in data 12 febbraio, e l´8 aprile, lieto delle devote e cordiali accoglienze che nelle varie diocesi ricevevano i nuovi Pastori, anche di questo dava comunicazione al S. Padre, che in data io maggio gli rispondeva con lettera autografa, manifestandogli tutta la fiducia nella bontà di Dio e nella perenne protezione da lui promessa alla Chiesa.

Noi riteniamo, che anche in quei giorni, le comunicazioni confidenziali tra il Santo e Pio IX incoraggiarono il Papa a non uscir da Roma. Si legga questa pagina assai interessante della Civiltà Cattolica.

Nei primi tempi che seguirono il bombardamento e la presa di Roma, si disputò molto se non convenisse al Papa Pio IX allontanarsene, e così sfuggire al potere nemico che nel Vaticano lo assediava. A dir il vero, l’opinione dell´allontanamento in generale, prevaleva. Ed intorno a ciò, ... ci piace riportare una pagina di storia contemporanea, ignota ai più e per avventura dimenticata dai pochi sopravviventi, che la lessero anni indietro, pubblicata da noi. Fu distaccata da nostre private memorie, le quali, per autentiche, autenticissime le guarentiamo.

“ In una frigidissima sera dell´inverno del 1872 (un diciotto mesi circa dopo l´invasione di Roma) ebbi in Firenze la inaspettata visita di Mons. Gasparre Mermillod, Vescovo allora di Ginevra e poi Cardinale. Egli era tutto ravvolto in una pelliccia. Lo rividi con piacere, poichè da che il Concilio Vaticano si era sciolto, non ci eravamo più incontrati. Mostratogli meraviglia di quella sua apparizione notturna in tale stagione: - Passo, egli disse, incamminato a Roma, e, fra l´arrivo di un treno e la partenza di un altro, son voluto venire a salutarvi. Ho un negozio di grandissima importanza da trattare col Santo Padre, e mi è parso bene conferirne all´amichevole anche con voi, e sentirne un poco il giudizio vostro.

” Qui mi narrò come nel corso delle vicende succedutesi fra il 1870 e il 1871, egli avesse viaggiato per l´Europa e si fosse abboccato con personaggi primarii di Chiesa e Stato: quindi si fosse tenuto ultimamente un segreto Congresso di eminenti cattolici di varii paesi in Ginevra, e si fosse risoluto di far conoscere al Papa Pio IX la convenienza, che egli lasciasse Roma ed accettasse l´ospitalità, la quale gli era graziosamente offerta dal Thiers, presidente della Repubblica francese, nel castello di Pau, vicino alla Spagna. Espose poi sommariamente le ragioni, che dovevano muovere il Santo Padre a rendersi alla proposta, ragioni che egli era mandato a rappresentargli.

” Siccome io ascoltavo, sempre tacendo, egli soggiunse: - Or bene che ne dite voi? Pensate che il Papa valuterà il peso di queste ragioni?

” - Che sia per valutarlo, gli risposi, non ne dubito punto. Pio IX è uomo avvedutissimo. Ma che sia per arrendersi e lasciare Roma non ardirei congetturarlo.

” - E perchè?

” - Oh, il perchè? Ve ne sono molti dei perchè. Un primo perchè di ragione umana, è che egli sta in casa sua, e chi vi è entrato, lo ha fatto col mero diritto brutale della violenza. Melior est conditio possidentis, come voi m´insegnate: e questo, Monsignore, è un gran perchè, il quale, se poco sembra valere per ora, assai varrà pel futuro. Vi è poi un altro perchè di ragione divina, che il Papa unicamente ha la grazia di stato per conoscere. Su questo, nessuno, fuori di lui, può nulla dire. Voi, Monsignore, operate da quel devotissimo servo e figliuolo che siete di Pio IX, manifestandogli tutti i perchè, che siete incaricato di manifestargli, acciocchè si sottragga all´oppressione nemica, e lo farete con eloquenza degna di voi. Il resto me lo saprete dire, se vi piacerà al ritorno.

” Poco più di una settimana dopo, Monsignor Mermillod tornò difatto, ed al suo passaggio per Firenze ci rivedemmo. - Torno contento, egli disse, di aver compiuto il mio dovere, fino allo scrupolo. Ah, che sant´uomo, che uomo di Dio è Pio IX! Subito egli mi ha concessa l´udienza, e mi ha accolto con bontà di padre. Tutto, con viva attenzione, ha ascoltato. Poi mi ha soggiunto essere le ragioni, che io gli esponeva, di gravità somma: bisognare dargli tempo di riflettere ed anche di consigliarsi: - Non vi movete da Roma, ha concluso. Fra qualche giorno vi chiamerò.

” E così è stato. Ad un suo cenno, ripresentatomi: - Caro Monsignore, mi ha detto, io di vero cuore vi ringrazio, che siate venuto apposta in Roma, per espormi, a nome di tanti cattolici e savii personaggi, le ragioni di politica e di sapiente prudenza, che debbono persuadere il Papa a lasciare la sua Sede. Le ho ponderate assai, ho pregato, le ho fatte considerare ad alcuni Cardinali di mia particolare fiducia. Il parer loro è stato che io mi risolvessi a partire. Ho pensato ancora sopra questo parere; nè, per verità, ho veduto nulla in contrario. Ammetto le ragioni: trovo giustissima la proposta. Però una sola ragione m´impedisce di aderirvi. Volete sapere qual è? Schiettamente ve la dico. Dinnanzi a Dio, non mi sento ispirato ad abbandonare Roma, come mi sentii ispirato nel novembre del 1848. Questa sola ragione mi trattiene.

Ecco, Monsignore, ripigliai, il perchè di ragione divina, che niuno poteva conoscere, dal Santo Padre in fuori. Contro ogni umana regola di prudenza e di politica, Dio vuole il Papa in Roma, come Daniele nella fossa dei leoni. Più tardi, se camperemo, vedremo che le vie del Signore non sono quelle degli uomini.

” - Così è´ - terminò esclamando Monsignor Mermillod. - Il Papa è guidato da Dio! ”.

Già essendo noi campati fino a quest´anno venticinquesimo del prodigioso Pontificato di Leone XIII, successore di Pio IX, cose straordinarie abbiamo vedute e stiamo vedendo, le quali comprovano il detto dell´illustre Cardinale Mermillod, ora defunto: - Il Papa è guidato da Dio!.

La sentinella d´Israele restò alla custodia della rocca di Dio; e Don Bosco, sino al termine della vita continuò a sospirare e a zelare la conciliazione dell´Italia colla Chiesa. “Siamo tutti e due del medesimo anno - scriveva ad un coetaneo, sacerdote - cioè noi nascevamo quando l´Europa si metteva in pace dopo tanti anni di guerra... Possiamo sperare che l´ultimo di nostra vita mortale marchi la pace del mondo e il trionfo della Chiesa? Ah! se così fosse, potremmo intonare il Nunc dimittis! Ma sia fatta la volontà del Signore in tutte le cose! Il trionfo della Chiesa è certo; se non potremo assistervi quaggiù, vi assisteremo, spero, dal paradiso ”.

E dal Paradiso vide il fatto compiuto cogli Accordi Lateranensi - che ridavano “Dio all´Italia e l´Italia a Dio ” - proprio il mese prima che Pio XI proclamasse i miracoli proposti per elevarlo all´onore degli altari!

E il Santo Padre nel rilevare la “ bella, delicata, significativa coincidenza ”, lo diceva un “ grande, fedele e veramente sensato servo della Chiesa Romana, della Santa Sede, ... perchè egli tale fu sempre veramente ”; e dichiarava d´aver appreso “ da lui, dalle stesse sue labbra ”, quanto “ questa composizione del deplorevole dissidio stava veramente in cima ai suoi pensieri e agli affetti del suo cuore... ”, e “ in modo tale che innanzi tutto si assicurasse l´onore di Dio, l´onore della Chiesa, il bene delle anime ”.[12]

Vede don Croserio, defunto (1870, MB IX, 841)

Croserio D. Augusto da Condove moriva il 1° aprile 1870 in età di 26 anni. I cenni della sua vita trovansi nel discorso funebre pronunziato dal professore D. Francesco Cerruti. La vigilia della morte di D. Croserio Don Bosco lo vide in sogno nell´atto che andava a dare la benedizione. Aveva un bellissimo aspetto e sulle spalle portava un magnifico piviale, ricco di oro e gemme, e tempestato di stelle lucenti: - Come va? diceva fra sè Don Bosco. Croserio qui? Non è desso ammalato? Ah! ho inteso. È questo il segnale che egli è sulle mosse per andare in paradiso! - Infatti moriva all´indomani.

Peccati scritti in fronte (1870, MB X, 69-70)

Una visita ai dormitori: - gli alunni hanno scritto in fronte i propri peccati, molti hanno la fronte e il volto candidi come la neve; -  il canto del “ Miserere ".

La sera dell´11 novembre 1873, dopo le preghiere, dando la buona notte raccontava questo sogno, da lui fatto l´8 e il 10 dello stesso mese. La narrazione è di Don Berto.

Mi pareva di andare a visitare i dormitori ed i giovani erano tutti seduti sul letto, quand´ecco vidi comparire un uomo sconosciuto, che mi prende la lucerna di mano, dicendomi: - Vieni e vedrai!

Ed io lo seguitai. Egli allora si avvicinò al letto di ciascheduno e alzando la lucerna verso la loro fronte m´invitava ad osservare. Io guardava attentamente sulla fronte di ciascheduno e vedeva scritti tutti i loro peccati. Io sconosciuto allora mi disse di scrivere; ma io, credendo di potermi ricordare, andai avanti un poco senza prendermi nota di quelle cose che stavano scritte sul loro volto. Ma osservando che m´era impossibile ricordarmi di tutto, ritornai indietro e scrissi ogni cosa sul mio taccuino.

Cammin facendo per un lungo dormitorio, la mia guida mi condusse in un angolo, dove si trovava una quantità di giovani colla faccia e fronte bianca e nitida come la neve. Allora esternai il mio contento; ed egli seguitando avanti, me ne additò uno che aveva la faccia tutta coperta di macchie nere, e poi seguendo il cammino ne vidi altri e poi altri, e, prendendo nota di tutto e di tutti, diceva tra me: - Così potrò avvisarli. - Finalmente giunto al fine del corridoio, sento là in un angolo un gran rumore, quindi intonare forte il Miserere. Mi voltai al mio compagno domandandogli chi era morto, ed egli:

 - È morto colui che hai osservato tutto coperto di macchie!

Lettera ai giovani di Lanzo (1871, MB X, 42-43)

Torino, 11 - 2 - 1871.

Carissimi ed amatissimi figliuoli,

Desidero, o cari figli in G. C., desidero di venire a fare carnevale con voi. Cosa insolita poichè in questi giorni non sono solito allontanarmi dalla casa Torinese. Ma l´affezione che tante volte mi avete manifestata, le lettere scrittemi concorsero a tale risoluzione. Tuttavia un motivo che di gran lunga più mi spinge, si é una visita fattavi pochi giorni sono. Ascoltate che terribile e doloroso racconto. All´insaputa vostra e de´ vostri superiori, vi feci una visita. Giunto sulla piazzetta davanti la Chiesa vidi un mostro veramente orribile. Gli occhi grossi e scintillanti, il naso grosso e curto, la bocca larga, mento acuto, orecchi come un cane, con due corna che a guisa di caprone gli sormontavano il capo. Esso rideva e scherzava con alcuni suoi compagni saltellando qua e là.

 - Che fai tu qui, ghigno infernale? gli dissi spaventato.

 - Mi trastullo, rispose; non so che fare.

 - Come! non sai che fare? Hai tu forse stabilito di lasciar in pace questi miei cari giovanetti?

 - Non occorre che io mi occupi, perciocchè ho dentro dei miei amici che fanno per eccellenza le mie veci. Una scelta di allievi che si arrolano e si mantengono fedeli al mio servizio.

Tu mentisci, o padre della menzogna! Tante pratiche di pietà, letture, meditazioni, confessioni...

M guardò con un riso beffardo e accennandomi di seguirlo mi condusse in sagrestia e mi fece vedere il direttore che confessava: - Vedi, soggiunse; alcuni sono miei nemici, molti però mi servono anche qui e sono coloro che promettono e non attendono; confessano sempre le stesse cose, ed io godo assai delle loro confessioni.

Poi mi condusse in un dormitorio e mi fece osservare alcuni che durante la Messa pensano male e non pensano di andare in chiesa. Di poi mi notò uno dicendo: - Costui fu già al punto di morte e allora fece mille promesse al Creatore; ma quanto divenne peggiore di prima!

Mi condusse poi in altri siti della casa e mi fece vedere cose che mi parevano incredibili e che non voglio scrivere, ma racconterà a bocca. Allora mi ricondusse dentro il cortile, di poi co´ suoi compagni davanti alla Chiesa e gli domandai: - Qual è la cosa che ti rende miglior servizio fra questi giovanetti?

 - I discorsi, i discorsi, i discorsi! Tutto vien di lì. Ogni parola è un seme che produce meravigliosi frutti.

 - Chi sono i tuoi più grandi nemici?

 - Quelli che frequentano la Comunione.

 - Che cosa che ti fa maggior pena?

 - Due cose: la divozione a Maria... e qui tacque come se non volesse più proseguire.

 - Qual è la seconda?

Allora si conturbò; prese l´aspetto di un cane, di un gatto, di un orso, di un lupo. Aveva ora tre corna, ora cinque, ora dieci; tre teste, cinque, sette. E questo quasi nel tempo stesso. Io tremava, l´altro voleva fuggire; io voleva farlo parlare, finchè gli dissi: - Io voglio che tu assolutamente mi dica quale cosa temi più di tutte quelle che ivi si fanno. E questo te lo comando in nome di Dio Creatore, tuo e mio padrone a cui tutti dobbiamo obbedire.

In quel momento egli con tutti i suoi si contorsero, presero forme che non vorrei mai più vedere in vita mia; di poi fecero un rumore con urli orribili che terminarono con queste parole: - Ciò che ci cagiona maggior male, ciò che più di tutto temiamo si è l´osservanza dei proponimenti che si fanno in confessione!

Queste parole furono pronunciate con urli così spaventevoli e gagliardi, che tutti quei mostri scomparvero come fulmini ed io mi trovai seduto in mia camera al tavolino. Il resto ve lo dirò a voce e vi spiegherò tutto.

Dio ci benedica e credetemi vostro

Aff.mo in G. C.

Sac. Giovanni Bosco

Stendardo della morte (1871, MB X, 44)

Ai primi di novembre 1871 avvisava che uno degli alunni dell´Oratorio sarebbe passato all´eternità prima della fin dell´anno. Interrogato, come avesse potuto fare quella dichiarazione, rispondeva:

“Mi parve, in sogno, di veder uno stendardo, portato da alcune persone, - mi pare da angioli, ma ben non ricordo, - che sventolava. Da una parte era dipinta la morte con la falce mietitrice, in atto di troncare lo stame della vita ad alcuno, dall´altra era scritto il nome d´un giovane. Nella parte inferiore dello stendardo stava scritto " 1871 - 72 ", con ciò volendosi significare che quel giovane doveva passare all´altro mondo, prima che finisse l´anno ”.

Madonna porta Don Bosco nelle camerate (1871, MB X, 44)

Nel 1871 la Vergine benedetta conduce Don Bosco a fare un giro per le camerate per indicargli che fra i giovani uno doveva presto morire, perchè lo preparasse al gran passaggio.

Sovente accadde questa visita alle camerate.

Talora alla testa di ciascuno stava un cartello nel quale era descritta lo stato di coscienza di ciascuno; talora sulla fronte stessa di ogni giovane stava il marchio che segnava la qualità della sua colpa; una volta vide una spada pendere sul capo di qualcheduno, legata per un filo sottilissimo al soffitto, e questo vicinissimo a spezzarsi. E il giovane sul letto si agitava angosciosamente, come chi è in preda di sogni paurosi. Talora vide anche i demoni in camerata in atto di circondare certi giovani; oppure un sol demonio che aspettava il permesso [dalla divina giustizia] di uccidere.

Demonio nel cortile dell’oratorio (1871, MB X, 45-48)

Sogno di Don Bosco fatto al tempo della sua malattia in Varazze. - Da lui stesso raccontato ai giovani, e studenti ed artigiani insieme a ciò radunati.

Avevo parlato con qualcheduno di un sogno che aveva fatto; ed ora già vi furono più altri che mi dimandarono ch’io dicessi ciò che poteva significare. Qualcheduno anche delle altre case già mi scrisse per questo solo motivo. Ora ascoltate, io ve lo racconterò, così per ridere; perchè, si sa, quando si sogna, si dorme; e perciò diamogli solo quel peso che merita. Io, anche nel tempo della mia malattia, sempre era qui in mezzo di voi col pensiero. Di là io parlava di voi, di giorno, di notte, in qualunque tempo, perchè il mio cuore tutto era qui in mezzo a voi. Quindi, anche quando sognava, sognava voi e le cose dell´Oratorio. Venni, perciò, molte volte a farvi delle visite; e saprei raccontare le cose che riguardano a tanti individui, forse meglio che nol sappiano essi stessi. È certo, che a far queste visite non veniva col corpo, perchè, se così fosse stato, m´avreste visto. Appena addormentato, una notte, ecco che subito mi pare di essere qui in mezzo a voi. Pàrvemi di uscire dalla chiesa vecchia e, appena fuori, di vedere uno, qui, in quest´angolo del cortile [vicino al porticato, che congiungevasi col parlatorio]. Costui aveva in mano un quaderno in cui erano scritti tutti i nomi dei giovani. Egli mi guardava e subito scriveva. Lasciato quest´angolo, si portò nell´angolo delle antiche scuole, poi nel fondo della scala ove sono presentemente, e, in men ch´io nol dico girava per tutto il cortile, osservando e scrivendo senza perder tempo. Desideroso sapere chi fosse e che scrivesse, gli teneva dietro; ma egli andava con tal celerità che dovea correr ben presto per tenergli dietro. Passò anche nel cortile degli artigiani, e con prestezza straordinaria osservava e scriveva. Mi venne voglia di saper che scrivesse. Me gli avvicinai ed ho visto che scriveva sulla riga in cui era scritto il nome di un giovane, poi su di un´altra. Mentre egli guardava qua e là, io mi avvicinai di più, voltai qua e là i fogli, e vidi che da una parte v´erano i nomi dei giovani e, dall´altra pagina del quaderno, di quando in quando v´erano delle figure di bestie. Ad alcuno v´era un maiale con scritto: Comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus est illis. Ad altri v´era dipinta una lingua a due punte, con scritto: Sussurrones, detractores, ... digni sunt morte; et non solum qui ea faciunt sed etiam qui consentiunt facientibus. Ad altri v´erano due orecchie di asino ben lunghe che significavano i cattivi discorsi con scritto: Corrumpunt bonos mores colloquia prava. Ad altri era dipinto un gufo, e ad alcun altro qualche altro animale. Io voltava con molta sveltezza i fogli; e potei osservare anche come alcuni nomi si conosceva che erano scritti dai caratteri fatti sulla carta; ma non erano scritti con inchiostro, ed i nomi appena si poteano capire.

In questo mentre lo guardai bene quel tale, e vidi che aveva due orecchie lunghe e molto rosse; e gli scintillavano nella fronte due occhi che schizzavano sangue e fuoco, ed aveva il volto come se tutto fosse stato di fuoco. - Ah! ti riconosco adesso! - dissi tra me e me. Egli fe´ due o tre altri giri pel cortile; e mentre, tutto intento al suo ufficio, guardava e scriveva, si suonò il campanello per andare in chiesa. Io mi avviai verso la medesima, e subito anche lui si portò vicino al cancello dove si dovea passare. Di là osservava i giovani che andavano in chiesa. Entrati tutti, entrò egli pure, e andò a mettersi in mezzo alla chiesa, vicino al cancello della balaustra, e di lì osservava i giovani che ascoltavano la S. Messa. Io voleva veder tutto e, veduto che la prima porta della sagrestia era socchiusa, mi portai là e continuai ad osservarlo. Era Don Cibrario che celebrava la Messa. Giunto alla Elevazione, i giovani intonarono quei versicoli: Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento; e in questo mentre si sentì un rumore sì forte nella chiesa, come se fosse rovinata; scomparve l´individuo, e scomparve, in un fumo con alcuni pezzi di carta inceneriti, anche il quaderno che teneva nelle mani.

Ringraziai il Signore, che avesse voluto così vincere e cacciar via dalla sua chiesa il demonio. Conobbi anche che l´ascoltar la Santa Messa dissipa tutto il guadagno del demonio, e che massimamente gli istanti della Elevazione sono terribili pel demonio.

Finita la Messa, uscii, credendomi di non più trovar quell´individuo; ma ecco, che appena fuori della porta, veggo uno, tutto accovacciato, colla schiena contro all’angolo della chiesa. Aveva, in testa una berrettaccia rossa; guardai bene e vidi che da quella berrettaccia uscivano due lunghe corna. - Ah! sei ancor qui brutta bestia! - io gridai; e gridai con tanta forza da spaventar il povero Enria che stava, lì vicino sonnacchioso, e in questo mentre io mi svegliai.

Ecco, questo è il sogno che io ho fatto, e quantunque non sia altro che un sogno, tuttavia ho potuto conoscere una cosa, che mai mi era venuta in mente. Ed è come il demonio non si accontenti di scrivere nel suo libro il male che vede fare, perchè il Signore al giudizio non gli crederebbe; ma mette egli le parole della condanna, tratte dalla Scrittura e dalla legge del Signore; così egli stesso dà la sentenza.

Adesso vi saran molti che desiderano di sapere se avevano qualche cosa di scritto, che cosa avevano, e se i loro nomi erano scritti coll´inchiostro o no. Ma qui non conviene che veniamo a questo; in particolare poi si potrà rispondere a chi lo desidera.

Molte altre cose ho ancor veduto in questo sogno; vi sono molti altri episodi delle parole di sdegno che disse contro di me e contro qualchedun altro; ma questo sarebbe troppo lungo a raccontarsi; lo diremo poco per volta.

II Parte

Particolarità del sogno di Don Bosco fatto a Varazze in tempo della sua malattia. - Le racconta egli stesso il 4 marzo, alla sera, ai giovani tutti, e studenti e artigiani.

Avrei questa, sera a dirvi molte cose, e passate e presenti; ma siccome ci son tanti che dimandano sempre qualche punto di quel benedetto sogno, io stassera vi accennerò qualche cosa di particolare, ma in breve; perchè, a contarle tutte, sarebbe una cosa lunghissima. Alcuno domandava se dopo che fu bruciato quel libro che avea quel tal galantuomo, non s´era veduto più niente. Ecco che cosa allora vidi. Appena fu incenerito quel libro e quel brutto ceffo scomparve, si alzò una specie di nuvola in mezzo alla quale si vide come una bandiera o stendardo, su cui era scritto: " Grazia ottenuta! " e vi erano anche altre cose che io non volea dirvi, perchè non aveste ad insuperbirvene un poco; ma diciamole, perchè siete tutti buoni, tutti virtuosi (così scherzando). Ho potuto vedere che le vostre coscienze nel tempo che io fui via, furono tutte in buono stato. Io posso assicurarvi che avete ottenuto molte grazie per le anime vostre, e poi anche la grazia che voi dimandavate, cioè la mia guarigione. Ma tutto non sta qui ciò che ho veduto nel sogno. Mentre io e qualchedun altro tenevam dietro a quel brutto ceffo, per veder che cosa facesse e che scrivesse, ho potuto vedere che vi era il nome di tutti i giovani; ma poi, a due o tre per pagina, seguitando la linea del nome su cui vi era ´72 - ´73 - ´74 - ´75 - ´76 giunto a tal cifra invece del nome c´era poi Requiem aeternam; andava in altra pagina e Requiem aeternam era la scritta, mancandovi il nome di un altro individuo che era nella prima.

Ho solo potuto vedere fino al ´76; ho contato i Requiem aeternam, ed erano 22, di cui 6 sotto il solo ´72; ma andando fino al ´76 eran 22. Io mi sono messo ad interpretare questo, perchè sapete che i sogni bisogna interpretarli; e ho conosciuto che prima del ´76 si sarebbero già dovuti cantare 22 Requiem aeternam. Esitai un poco a dar quest´interpretazione, parendomi cosa straordinaria che fra noi prima del ´76 avessimo tanti a morire, essendo tutti sani e robusti; ma non ne seppi dar altra. Speriamo, però, che si possano cantare anche le altre parole che vengono dopo, cioè et lux perpetua luceat eis, e noi possiam rispondere che tal luce risplende agli occhi nostri. Ora nè voglio, nè convien ch´io dica, nè quanti di voi, nè chi, avessero scritto il Requiem aeternam; lasciamo questo negli imperscrutabili segreti di Dio; noi pensiamo solo a tenerci in buono stato, affinchè, venendo il giorno nostro, possiamo tranquilli presentarci al´ Divin Giudice. Io poi, avendo ottenuto per il merito delle vostre preghiere la guarigione, comecchè non desiderassi tanto di guarire - pur tuttavia essendo la vita un dono di Dio, se egli ce la conserva, è sempre un dono che ci fa continuamente - procurerò di occuparla sempre nel suo servizio e pel vostro bene, essendo voi che mi avete ottenuto la guarigione, affinchè possiamo tutti un dì andar a goder nel cielo Iddio, che ci prodiga tanti benefizi in questa valle di pianto.

“ Siamo dieci! …Siamo dieci! …”(1872, MB X, 49-50)

Mi parve di essere in un cortile assai più spazioso di quello dell´Oratorio, circondato tutto all´intorno di case, di piante e dì cespugli. Qui, sui rami degli alberi e tra le spine de´ cespugli vi erano tratto tratto dei nidi, con entro i piccoli sul punto di prendere il volo per altre parti. Mentre mi dilettava di sentire il cinguettio ecco cadermi dinanzi un uccellino, che dal canto, conobbi che era un usignuolo. - Oh, dissi, ci sei caduto, le ali non ti bastano al volo ancora, ed io ti potrò prendere; - ed in così dire muovo il passo ed allungo il braccio per raggiungere l´animaletto. Ma che? già lo tengo per le ali, già già lo prendo, quand´ecco l´augelletto fa uno sforzo e, prende a volare fino nel mezzo del cortile. - Povera bestia, dissi tra me, è inutile ogni sforzo, è inutile che tu fugga, e io ti correrò dietro e ti prenderò. - E ciò detto, mi metto a corrergli dietro; e già colle mani l´afferro, quand´ecco farmi il giuoco di prima, e raccolte tutte le forze volarsene lungi un buon tratto. - Oh la bestiolina, dissi tra me, vuoi giuocar di testa, ebbene vedremo chi la vincerà! - Ed eccomegli addosso per la terza volta. Ma quasi si fosse ostinato di minchionarmi, quando già lo stringo, ecco innalzarsi ad un tiro di schioppo e più ancora. Io lo seguo collo sguardo, e mi meraviglio del suo ardire, quando tutto all´improvviso, miro piombare addosso a quell´usignolo un grosso sparviere, che afferratolo cogli adunchi suoi unghioni, via se lo porta per divorarlo. A quella vista mi sento gelare il sangue nelle vene, e deplorando la dappocaggine di quell’incauto, pur lo seguo collo sguardo. Diceva: - Io volevo salvarti, e tu non hai voluto lasciarti prendere, anzi mi hai burlato tre volte di seguito, e ora paghi il fio della tua caparbietà. - Allora l´usignuolo con flebile voce volgendomi la parola, mandò tre volte il grido: Siamo dieci.... siamo dieci... Tutto agitato mi sveglio e col pensiero naturalmente mi porto sul sogno, e sto meco stesso pensando a quelle misteriose parole, ma non mi fu possibile raccapezzarne un senso. La notte appresso, eccoti il medesimo sogno. Mi pare di essere nello stesso cortile, attorniato come la notte innanzi, di case, di alberi e cespugli, ed il medesimo sparviere che, truce lo sguardo, sanguinosi gli occhi, mi vola lì dappresso. Maldicendo alla crudeltà da lui usata a quella bestiuola, alzo la mano in segno di minaccia: egli allora fugge impaurito, e fuggendo lascia cadere ai miei piedi un biglietto con sopra scritti 10 nomi. Ansioso lo raccolgo, lo divoro collo sguardo, e vi leggo 10 nomi di giovani qui presenti. Svegliatomi, senza troppo fantasticare sul significato di quello scritto, capii tosto il segreto, - che cioè quelli erano i giovani che non avevano voluto sapere di esercizi, non avevano aggiustati i conti della loro coscienza, e anziché darsi al Signore per mezzo di Don Bosco avevano bramato meglio darsi al Demonio. M´inginocchiai, resi grazie a Maria Ausiliatrice che si fosse degnata di farmi noti, in un modo così singolare, quei figli che avevano disertato dalle file; e le promisi in pari tempo di non cessare mai, finché mi fosse possibile, di dare addietro alle smarrite pecorelle.

Due becchini con una bara (1872/73, MB X, 51-52)

Avvenne e fu narrato sul principio dell´anno scolastico 1872 - 73. La narrazione è di Don Evasio Rabagliati, allora chierico nell´Oratorio.

Mi parve di vedere ciò che ogni anno accade in questa stagione. Le vacanze erano al loro termine ed i giovani in gran folla correvano all´Oratorio. Ora avvenne per caso che mentre per certi miei affari usciva di casa m´incontrai con un cotale, che ritornava dalle vacanze. Io l´osservai un momento e visto che egli non mi salutava, lo chiamai per nome, e, avutolo a me, gli dissi:

 - Ebbene, caro mio, come passasti le vacanze?

 - Bene! rispose.

 - Ma dimmi; ed i proponimenti che a me in sul partire dicesti di voler osservare, li hai osservati?

 - Oh! mai più; era cosa troppo difficile; ecco i suoi ricordi e i miei proponimenti, li ho messi in questa cassetta.

E così dicendo mi mostrava una cassettina che aveva sotto il braccio.

 - E perchè, io ripresi, hai mentito così, ed ingannato Don Bosco ed il Signore? Fosti ben disgraziato! Ah! almeno guarda adesso di aggiustar subito le cose dell´anima tua.

 - Oh sì!... che anima! C´è tempo... e poi... poi... - Così dicendo s´incamminava altrove.

Ma io lo richiamai e gli dissi: - Ma perchè fai così? Dammi ascolto e ti troverai contento.

 - Huf! - esclamò, dando una crollata di spalle per tutta risposta, e se ne andò. Io seguendolo con uno sguardo pieno di mestizia, dissi: - Povero ragazzo; tu fosti rovinato e non vedi la buca che ti sei scavata; - e così dicendo sento un forte colpo come di cannone e, svegliatomi tutto spaventato, mi trovai seduto sul letto.

Allora per buon tratto di tempo fantasticai sull´avvenuto e non potei darmi pace per ciò che aveva visto di quel giovane. Finalmente, ripreso sonno, ecco continuarsi l´interrotto sogno. Mi parve di trovarmi solo nel mezzo dei cortile, ed essendo incamminato verso la portieria incontro due becchini che venivano innanzi. Fuor di me per la sorpresa mi avvicinai e loro domandai:

 - Chi cercate?

 - Il morto! risposero.

 - Ma che cosa dite? qui non c´è alcun morto: avete sbagliata la porta.

 - Oh questo poi no; non è questa la casa di Don Bosco?

 - Per l´appunto!, risposi.

 - Ebbene fummo avvisati che un giovane di Don Bosco era morto e che si doveva farne la sepoltura.

Ma come va? io fantasticava; ma io so niente. - E intanto girava gli occhi cercando qualcuno. Il cortile era deserto. Continuava a ragionare fra me: - Ma come va che io non vedo nessuno? E tutti i miei figliuoli dove sono? Eppure è giorno!

Camminammo verso i portici e lì presso trovammo una cassa, su cui da una parte era scritto il nome del giovane morto, colla cifra dell´anno 1872. Dall´altra parte poi erano scritte queste terribili parole: Vitia eius cum pulvere dormient.

Volendo i becchini portarlo via, io mi opposi e diceva: - Non lascierò giammai che un mio figlio mi venga tolto, senza che io gli parli ancora una volta. - E mi posi intorno alla cassa cercando di romperla; ma non mi fu possibile, malgrado tutti i miei sforzi. E menando io le cose per le lunghe, ed i becchini essendosi ormai impazientiti si misero ad attaccare briga con me, ed uno nella furia diede un gran colpo sulla cassa, che rompendola, mi svegliò, lasciandomi per tutto il tempo restante della notte tristo e melanconico. Giunto il mattino, la prima cosa che feci si fu di chiedere se quel tale era già nell´Oratorio e seppi che si trastullava in ricreazione. E allora fu alquanto mitigato il mio dolore.

Primo sogno missionario: la Patagonia (1872, MB X, 53-55)

Ecco il sogno che decise Don Bosco ad iniziare l´apostolato missionario nella Patagonia.

Lo narrò per la prima volta a Pio IX nel marzo 1876. In seguito ne ripetè il racconto anche ad alcuni salesiani in privato. Il primo, ammesso a questa confidenziale narrazione, fu Don Francesco Bodrato, il 30 luglio dello stesso anno. E Don Bodrato, di quella sera medesima, lo raccontava a Don Giulio Barberis, a Lanzo, dov´era andato a passare alcuni giorni di svago con un gruppo di chierici novizi. Tre giorni dopo Don Barberis si recava a Torino, e trovandosi nella biblioteca in colloquio col Santo, passeggiando un po´ con lui, ne udiva egli pure il racconto. Don Giulio si guardò dal dirgli che l´aveva già udito, lieto di sentirlo ripetere dal suo labbro, anche perchè Don Bosco, nel fare questi racconti, ogni volta aveva sempre qualche nuovo particolare interessante. Anche Don Lemoyne l´apprese dal labbro di Don Bosco; e l´uno e l´altro, Don Barberis e Don Lemoyne, lo misero per iscritto. Don Bosco - dichiarava Don Lemoyne - disse loro che erano i primi a cui svelava dettagliatamente questa specie di visione, che rechiamo qui quasi colle sue stesse parole. Mi parve di trovarmi in una regione selvaggia ed affatto sconosciuta. Era un´immensa pianura, tutta incolta, nella quale non scorgevansi nè colline nè monti. Nelle estremità lontanissime però tutta la profilavano scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un´altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, coi capelli ispidi e lunghi, di colore abbronzato e nerognolo, e solo vestiti di larghi mantelli di pelli di animali, che loro scendevano dalle spalle. Avevano per armi una specie di lunga lancia e la fionda (il lazo). Queste turbe di uomini, sparse qua e là, offrivano allo spettatore scene diverse: questi correvano dando la caccia alle fiere; quelli andavano, portavano conficcati sulle punte delle lance pezzi di carne sanguinolenta. Da una parte gli uni si combattevano fra di loro: altri venivano alle mani con soldati vestiti all´europea, ed il terreno era sparso di cadaveri. Io fremeva a questo spettacolo: ed ecco spuntare all´estremità della pianura molti personaggi, i quali, dal vestito e dal modo di agire, conobbi Missionari di varii Ordini. Costoro si avvicinavano per predicare a quei barbari la religione di Gesù Cristo. Io li fissai ben bene, ma non ne conobbi alcuno. Andarono in mezzo a quei selvaggi; ma i barbari, appena li vedevano, con un furore diabolico, con una gioia infernale, loro erano sopra e tutti li uccidevano, con feroce strazio li squartavano, li tagliavano a pezzi, e ficcavano i brani di quelle carni sulla punta delle loro lunghe picche. Quindi si rinnovavano di tanto in tanto l´e scene delle precedenti scaramucce fra di loro e con i popoli vicini. Dopo di essere stato ad osservare quegli orribili in macelli, dissi tra me: - Come fare a convertire questa gente così brutale? - Intanto vedo in lontananza un drappello d´altri missionari che si avvicinavano ai selvaggi con volto ilare, preceduti da una schiera di giovinetti. Io tremava pensando: - Vengono a farsi uccidere. - E mi avvicinai a loro: erano chierici e preti. Li fissai con attenzione e li riconobbi per nostri Salesiani. I primi mi erano noti e sebbene non abbia potuto conoscere personalmente molti altri che seguivano i primi, mi accorsi essere anch´essi Missionari Salesiani, proprio dei nostri.

 - Come mai va questo? - esclamava. Non avrei voluto lasciarli andare avanti ed era lì per fermarli. Mi aspettava da un momento all´altro che incorressero la stessa sorte degli antichi Missionari. Voleva farli tornare indietro, quando vidi che il loro comparire, mise in allegrezza tutte quelle turbe di barbari, le quali abbassarono le armi, deposero la loro ferocia ed accolsero i nostri Missionari con ogni segno di cortesia. Maravigliato di ciò diceva fra me: - Vediamo un po´ come ciò andrà a finire! - E vidi che i nostri Missionari si avanzavano verso quelle orde di selvaggi; li istruivano ed essi ascoltavano volentieri la loro voce; insegnavano ed essi imparavano con premura; ammonivano, ed essi accettavano e mettevano in pratica le loro ammonizioni. Stetti ad osservare, e mi accorsi che i Missionari recitavano il santo Rosario, mentre i selvaggi, correndo da tutte parti, facevano ala al loro passaggio e di buon accordo rispondevano a quella preghiera. Dopo un poco i Salesiani andarono a porsi nel centro di quella folla che li circondò, e s´inginocchiarono. I selvaggi, deposte le armi per terra ai piedi dei Missionari, piegarono essi pure le ginocchia. Ed ecco uno dei Salesiani intonare: Lodate Maria, o lingue fedeli, e quelle turbe, tutte ad una voce, continuare il canto di detta lode, così all´unisono e con tanta forza di voce, che io, quasi spaventato, mi svegliai. Questo sogno l´ebbi quattro o cinque anni fa e fece molta impressione sul mio animo, ritenendo che fosse un avviso celeste. Tuttavia non ne capii bene il significato particolare. Intesi però che trattavasi di Missioni straniere, le quali prima d´ora avevano formato il mio più vivo desiderio.

Il sogno, adunque, avvenne verso il 1872. Dapprima Don Bosco credette che fossero i popoli dell´Etiopia, poi pensò ai dintorni di Hong - Kong, quindi alle genti dell´Australia e delle Indie; e solo nel 1874, quando ricevette, come vedremo, i più pressanti inviti di mandare i Salesiani all´Argentina, conobbe chiaramente, che i selvaggi veduti in sogno erano gli indigeni di quell´immensa regione, allora quasi sconosciuta, che era la Patagonia.

Via all’inferno proponimenti inefficaci (1873, MB X, 56)

In tutto il tempo della novena di Maria Ausiliatrice, anzi in tutto il mese di maggio, nella Messa e nelle altre mie preghiere ho sempre domandato, al Signore ed alla Madonna, la grazia che mi facessero un po´ conoscere che cosa mai fosse che manda più gente all’Inferno. Adesso non dico se questo venga o no dal Signore; solamente posso dire che quasi tutte le notti sognava che questa era la mancanza di fermo proponimento nelle Confessioni. Quindi mi pareva veder dei giovani che uscivano di chiesa venendo da confessarsi, . ed avevano due corna.

Come va questo? diceva tra me stesso. - Eh! questo proviene dall´inefficacia dei proponimenti fatti nella Confessione! E questo è il motivo per cui tanti vanno a confessarsi anche sovente, ma non si emendano mai, confessano sempre le medesime cose. Ci sono di quelli (adesso faccio dei casi ipotetici, non mi servo di nulla di confessione, perchè c´è il segreto), ci sono di quelli che al principio dell´anno avevano un voto scadente e adesso hanno il medesimo voto. Altri mormoravano in principio dell´anno e continuano sempre nelle medesime mancanze. Io ho creduto bene di dirvi questo, perchè questo si è il risultato delle povere preghiere di Don Bosco; e viene dal Signore. Di questo sogno non tracciò in pubblico altri dettagli, ma senza dubbio se ne servi privatamente per incoraggiare ed ammonire; e per noi anche quel poco che disse, e la forma colla quale lo disse, resta un grave ammonimento da ricordar di frequente ai giovinetti.

Leviti fra zappa e martello (1873, MB X, 64)

I due Angioli soggiunsero: - Va´ tosto a consolare i tuoi figli. Scrivi ai tuoi fratelli dispersi nelle vario parti del mondo, che è necessaria una riforma nei costumi degli uomini. Ciò non si può ottenere, se non spezzando ai Popoli il pane della divina parola. Catechizzate i fanciulli, predicate il distacco dalle cose della terra. A venuto il tempo, conchiusero i due angeli, che i popoli saranno evangelizzati dai popoli. I leviti saranno cercati tra la zappa, la vanga ed il martello, affinchè si compiano le parole di Davidde: “ Ho sollevato il povero dalla terra, per collocarlo sul trono dei principi del suo popolo ”.

(1873, MB IX, 999-1000)

24 maggio - 24 giugno 1873.

Era una notte oscura, gli uomini non potevano più discernere quale fosse la via a tenersi per far ritorno ai loro paesi, quando apparve in cielo una splendentissima luce che rischiarava i passi dei viaggiatori come nel mezzodì. In quel momento fu veduta una moltitudine di uomini, di donne, di vecchi, di fanciulli, di monaci, monache e sacerdoti, con alla testa il Pontefice, uscire dal Vaticano schierandosi in forma di processione.

Ma ecco un furioso temporale; oscurando alquanto quella luce sembrava ingaggiarsi battaglia tra la luce e le tenebre. Intanto si giunse ad una piccola piazza coperta di morti e di feriti, di cui parecchi dimandavano ad alta voce conforto.

Le fila della processione si diradarono assai. Dopo aver camminato per uno spazio che corrisponde a dugento levate del sole, ognuno si accorse che non erano più in Roma. Lo sgomento invase l´animo di tutti, ed ognuno si raccolse intorno al Pontefice per tutelarne la persona ed assisterlo nei suoi bisogni.

In quel momento furono veduti due angeli che portando uno stendardo l´andarono a presentare al Pontefice dicendo: - Ricevi il vessillo di Colei che combatte e disperde i più forti eserciti della terra. I tuoi nemici sono scomparsi, i tuoi figli colle lagrime e coi sospiri invocano il tuo ritorno.

Portando poi lo sguardo nello stendardo vedevasi scritto da una parte: Regina sine labe Concepta; e dall´altra: Auxilium Christianorum.

Il Pontefice prese con gioia lo stendardo, ma rimirando il piccolo numero di quelli che erano rimasti intorno a sè divenne afflittissimo.

I due angeli soggiunsero: - Va tosto a consolare i tuoi figli. Scrivi ai tuoi fratelli dispersi nelle varie parti del mondo, che è necessaria una riforma ne´ costumi degli uomini. Ciò non si può ottenere, se non spezzando ai popoli il pane della Divina Parola. Catechizzate i fanciulli, predicate il distacco dalle cose della terra. È venuto il tempo, conchiusero i due angeli, che i poveri saranno evangelizzatori dei popoli. I leviti saranno cercati tra la zappa, la vanga ed il martello, affinchè si compiano le parole di Davidde: Dio ha sollevato il povero dalla terra Per collocarlo sul trono dei principi del suo Popolo.

Ciò udito il Pontefice si mosse, e le fila della processione cominciarono ingrossarsi. Quando poi pose piede nella Santa Città si mise a piangere per la desolazione in cui erano i cittadini, di cui molti non erano più. Rientrato poi in S. Pietro intonò il Te Deum, cui rispose un coro di Angeli cantando: - Gloria in Excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis.

Terminato il canto, cessò affatto ogni oscurità, e si manifestò un fulgidissimo sole.

Le città, i paesi, le campagne erano assai diminuite di popolazione; la terra era pesta come da un uragano, da un acquazzone e dalla grandine, e le genti andavano una verso dell´altra con animo commosso dicendo: Est Deus in Israel.

Dal cominciamento dell´esiglio fino al canto del Te Deum, il sole si levò dugento volte. Tutto il tempo che passò nel compiersi quelle cose corrisponde a quattrocento levate del sole.

Coscienza dei giovani e canto del miserere (1873, MB X, 69-70)

La sera dell´11 novembre 1873, dopo le preghiere, dando la buona notte raccontava questo sogno, da lui fatto l´8 e il 10 dello stesso mese. La narrazione è di Don Berto.

Mi pareva di andare a visitare i dormitori ed i giovani erano tutti seduti sul letto, quand´ecco vidi comparire un uomo sconosciuto, che mi prende la lucerna di mano, dicendomi: - Vieni e vedrai! Ed io lo seguitai. Egli allora si avvicinò al letto di ciascheduno e alzando la lucerna verso la loro fronte m´invitava ad osservare. Io guardava attentamente sulla fronte di ciascheduno e vedeva scritti tutti i loro peccati. Io sconosciuto allora mi disse di scrivere; ma io, credendo di potermi ricordare, andai avanti un poco senza prendermi nota di quelle cose che stavano scritte sul loro volto. Ma osservando che m´era impossibile ricordarmi di tutto, ritornai indietro e scrissi ogni cosa sul mio taccuino. Cammin facendo per un lungo dormitorio, la mia guida mi condusse in un angolo, dove si trovava una quantità di giovani colla faccia e fronte bianca e nitida come la neve. Allora esternai il mio contento; ed egli seguitando avanti, me ne additò uno che aveva la faccia tutta coperta di macchie nere, e poi seguendo il cammino ne vidi altri e poi altri, e, prendendo nota di tutto e di tutti, diceva tra me: - Così potrò avvisarli. - Finalmente giunto al fine del corridoio, sento là in un angolo un gran rumore, quindi intonare forte il Miserere. Mi voltai al mio compagno domandandogli chi era morto, ed egli:

 - È morto colui che hai osservato tutto coperto di macchie! Ma come? se ieri sera era ancor vivo; l´ho veduto passeggiare; e adesso è morto?!...

Egli prese un almanacco, lo aperse e poi disse: - Guarda qui la data. - Guardai e vidi scritto il di 5 dicembre 1873. - Insomma questo giovane deve morire prima dell´anno nuovo. - Dètto questo, egli si voltò da una parte, ed io mi voltai dall´altra, e rimasi svegliato nel mio letto.

È vero che questo è un sogno, ma già altre volte furono fatali questi sogni; quindi noi non badando nè a sogni, nè ad altro, badiamo alla sentenza del Divin Salvatore, il quale ci dice di star preparati.

Giovani in confessione da lui (1873, MB,  X 71)

“La sera del 7 dicembre 1873, accompagnando il Servo di Dio a riposo, giunto in sua camera lo pregai a dirmi confidenzialmente come facesse a conoscere l´interno dei giovani, specialmente i loro peccati. Ed egli, colla solita sua bontà, dicevami: - Vedi, quasi tutte le notti io sogno, che vengono dei giovani a confessarsi, chiedono di fare la confessione generale e mi scoprono ogni loro pasticcio; quindi venendo poi veramente, al mattino, a confessarsi da me, si può dire che io non ho più da far altro che palesare loro tutti gli imbrogli che hanno sulla coscienza...

” - Le scriva queste cose così utili, soggiungeva io.

” - Oh questo non mai! Tali cose possono e debbono servire soltanto ad uno che trovasi nell´esercizio dei sacro ministero ”...,  e quando quest´uno è favorito da Dio di cotesti doni singolari!...

Viaggio in camerata (1873, MB X, 72)

Parve a Don Bosco che un giovane misterioso lo conducesse in una camerata del collegio. Tutti i giovani dormivano nei loro letti. La guida con una candela in mano proiettando la luce sul viso dei dormienti ne faceva conoscere le fisionomie a Don Bosco. I primi avevano la fronte candida, ad altri una riga nera solcava la fronte, ad altri due righe nere (peccati veniali); altri avevano la faccia oscura come nebbia o tenebre, altri il viso nero (peccati mortali). Don Bosco trasse fuori una carta e colla matita ne segnava i nomi e lo stato in cui si trovavano. Era giunto in fondo alla camerata, quando, all´altra estremità, ove erano quelli della faccia candida, udì all´improvviso cantarsi il Miserere.

 - Che cosa è questo canto funebre? egli chiese al giovane misterioso che l´accompagnava. Ed ebbe per risposta: morto il tale dei tali, il giorno tale!

 - Ma come, se poco fa il tale era vivo?

 - Innanzi a Dio il futuro è come il presente.

Don Bosco concluse che ciò sarebbe avvenuto da lì a un mese, ma non pronunciò alcun nome. Nello stesso tempo ricordò a tutti di star preparati.

I giovani affermavano che Don Bosco aveva detto il nome al direttore.

Passarono quindici giorni e Cavazzoli cadeva ammalato e moriva...

Globo elettrico e misericordia (1873, MB X 73-77)

Il 29 novembre 1873, tornato dalla visita alle case di Sampierdarena, Varazze ed Alassio, dopo le preghiere della sera, Don Bosco narrava un altro sogno, di cui Don Berto scrisse brevi appunti e fece anche questa dettagliata esposizione:

 

Nei passati giorni, o miei cari giovani, in cui mi trovavo fuori di casa, ho fatto un sogno molto spaventoso. Una sera andai a letto, pensando alla natura di colui, che nel sogno narratovi alcune sere addietro, mi aveva accompagnato, colla lucerna in mano, a visitare i dormitorii, facendomi osservare sulla fronte dei giovani le nere macchie, di cui era imbrattata la loro coscienza, se cioè quell’individuo fosse un uomo come noi, ovvero uno spirito in forma umana. Con questo pensiero per la mente presi sonno.

Quand´ecco parmi d´essere trasportato all´Oratorio, ma, con mia sorpresa, vidi che non si trovava più in questo sito. Esso era posto all´apertura di una grande e lunga valle, fiancheggiata da due monticelli in forma di due vaghe colline.

Io mi trovava in mezzo ai giovani quivi raccolti, ma nessuno di loro parlava. Erano tutti sopra pensiero. Quando ad un tratto vedo spuntare in cielo un sole così luminoso e brillante, che colla sua vividissima luce offuscava talmente la vista d´ognuno, che, per non rimanere accecati, eravamo costretti di tener abbassato a terra lo sguardo e il capo. Rimanemmo così colla faccia rivolta al suolo per qualche tempo, finchè la luce di questo sole, cotanto risplendente, cominciò a diminuire a poco a poco, fino ad estinguersi quasi del tutto, lasciandoci avvolti in una profonda oscurità, cosicchè i giovani, anche più vicini, potevano a stento vedersi e riconoscersi l´un l´altro.

Questo repentino passaggio da vivissima luce alle folte tenebre ci riempì tutti di grande terrore. Ma mentre io stava pensando circa il modo di toglierei da quella tetra oscurità, vedo comparire verso un angolo della valle una luce verdognola, che estendendosi a guisa di lunga striscia veniva a posarsi sopra la stessa valle, e, descrivendo un bellissimo arco, toccava leggermente colle due estremità le cime dei due monticelli. Allora in mezzo a tanta oscurità apparve un po´ più di luce, anzi il detto arcobaleno, che era simile ai naturali, che compaiono dopo la pioggia, od un furioso temporale, ovvero come suole avvenire in tempo dell´aurora boreale, lasciava cader giù nella valle torrenti di luce d´ogni più leggiadro colore.

Mentre eravamo lì tutti intenti ad ammirare e godere di questo grazioso spettacolo, scorgo giù in fondo alla valle un nuovo portento, che fece scomparire il primo. Era un globo elettrico di straordinaria grandezza, sospeso in aria tra cielo e terra, il quale mandava da ogni parte sprazzi dì luce così vivi, che nessuno vi poteva tener fisso sopra lo sguardo, senza pericolo di cader tramortito al suolo. Questo globo veniva giù verso di noi, e rendeva la valletta assai più splendente di quello che non avrebbero fatto dieci dei nostri soli in pien meriggio. E, man mano che s´avvicinava, vedevansi qua e là i giovani cader bocconi a terra, abbarbagliati dal fulgore di quel globo non altrimenti che fossero stati colpiti dal fulmine.

A questa vista rimasi anch´io in sulle prime assai atterrito e incerto sul da farsi; ma di poi, ripreso animo, feci un grande sforzo, e mi posi a guardare fisso ed impavido quel globo, accompagnandolo collo sguardo in ogni sua mossa, fino a che, giunto sopra di noi, fermossi all´altezza di circa 300 metri da terra.

Allora dissi tra me: - Voglio un po´ vedere che cosa sia questo meraviglioso ed inaudito fenomeno!

L´esaminai pertanto attentamente in ogni sua parte, e potei scorgervi, sebbene fosse così alto, che nella sommità terminava in forma di grossa palla, su cui stavano incise a grandi caratteri queste parole: Colui che tutto può. Tutt´intorno era sormontato da vari ordini di balconi ripieni di un´immensa moltitudine di persone, d´ogni età e d´ogni sesso, ma tutte, gloriose e giubilanti, e adorne di vesti risplendenti per un´infinità di colori diversi e d´indescrivibile bellezza, che col loro sorriso ed atteggiamento amichevole parevano invitarci a prender parte al loro gaudio e trionfo.

Dal centro di quel celeste globo partiva una fitta pioggia di sprazzi e saette di luce così vivida, che venendo direttamente a colpire i giovani negli occhi, questi restavano sbalorditi, barcollavano per un momento, e quindi non potendo più reggersi in piedi, erano costretti a gettarsi colla faccia a terra. Io poi, non potendo più sostenere tanto splendore, mi posi ad esclamare: - Oh Signore, deh! vi prego, o fate cessare questo divino spettacolo, o fatemi morire, imperocchè io non posso resistere a così straordinaria bellezza! - Ciò - detto, sentendomi venir meno le forze, mi gettai anch´io per terra gridando:

 - Invochiamo la misericordia di Dio!

Dopo qualche istante riavutomi, mi rialzai da terra, e feci un giro attorno, per la valle, onde vedere che ne fosse de´ nostri giovani; e, con mia grande sorpresa e meraviglia, osservai che erano tutti prostrati e distesi al suolo, immobili, ed in atteggiamento di chi prega. Cominciai perciò, a fine d´assicurarmi se fossero vivi o morti, a toccar or l´uno or l´altro col piede, dicendogli: - Ehi! che cosa fai qui? sei vivo o morto? - Ed egli: - Invoco la misericordia di Dio! - e la stessa risposta mi davano tutti gli altri giacenti al suolo.

Ma, arrivato ad un certo punto della valle, ne vidi con dolore parecchi, che stavano ritti in piedi, in atto protervo, colla testa alta e volta al pallone, quasi volessero sfidare la maestà di Dio, e colla faccia divenuta nera come carbone. M´avvicinai loro, li chiamai per nome, ma essi non davano più alcun segno di vita. Erano rimasti freddi come ghiaccio, e fulminati dai raggi e dalle saette del pallone per la loro ostinazione in non volersi piegare ad invocare coi loro compagni la misericordia di Dio. Quello poi che mi recò anche maggior fastidio, fu, come dissi, il vedere che questi disgraziati non erano pochi.

Ma ecco, che in questo mentre vedo sbucar fuori dal fondo della valle un mostro, di straordinaria grossezza e d´indicibile deformità. Era più brutto e deforme di qualsiasi mostro terreno, che io abbia mai veduto. Esso veniva giù, a grandi passi, verso di noi. Allora feci alzare tutti i giovani in piedi, che, a quell´orrida vista, furono anch´essi sorpresi da grandissima paura. Io allora tutto affannato e ansante mi diedi attorno per vedere, se mai vi fosse colà qualche superiore, perchè m´aiutasse a far tosto salire i giovani sul monticello più vicino, per difenderci dalle zanne di quella feroce belva, qualora avesse tentato assalirci; ma non ne trovai alcuno.

Intanto il mostro s´appressava sempre più, e già era lì a poca distanza da noi, quando quel globo luminoso, che fin allora era rimasto immobile in alto sopra il nostro capo, si mosse celermente, e, andando incontro al detto mostro, venne a porsi precisamente tra noi e il medesimo, quindi abbassossi quasi fino a terra per impedirgli di nuocerci. In quell´istante udissi per la valle a rimbombare, come uno scroscio di tuono, questa voce: - Nulla est conventio Christi cum Belial! - Niun accordo è possibile tra Cristo e Belial! tra i figli della luce e i figli delle tenebre... cioè tra i buoni ed i malvagi, che nella S. Scrittura sono appunto chiamati figli di Belial.

A quelle parole mi svegliai tutto tremante per lo sgomento provato, e quasi intirizzito dal freddo; e, sebbene fosse soltanto la mezzanotte, tuttavia non potei più riprender sonno, nè scaldarmi pel rimanente della medesima. Ma se da una parte provai molta consolazione nell´aver osservato la quasi totalità dei nostri giovani ad invocare con umiltà di cuore la misericordia di Dio, e corrispondere fedelmente ai divini favori, dall´altra debbo pur dirvi che mi cagionò non poco dolore il vedere il numero non tanto esiguo di quegli ingrati, che, per la loro caparbietà e durezza di cuore, resistendo a tutti gli inviti della grazia, erano stati colpiti dalla divina potenza e rimasti privi di vita.

Alcuni li ho fatti già chiamare ieri sera, ed altri quest´oggi, affinchè si mettano tosto in pace col Signore, cessino dì abusare più oltre della Divina Misericordia, e di essere pietra di scandalo ai loro compagni, imperocchè nessuna alleanza vi può esser tra i figli di Dio e i seguaci del demonio: Nulla est conventio Christi cum Belial. Questo è l´ultimo avviso che loro vien dato.

Come vedete, o cari giovani, quanto vi ho raccomandato non è che un sogno come tutti gli altri, tuttavia dobbiamo ringraziare il Signore, il quale si serve di questo mezzo per farci conoscere lo stato dell´anima nostra e quanto egli sia generoso dei suoi lumi e delle sue grazie verso coloro che invocano con umiltà di niente il suo aiuto e la sua assistenza nei bisogni dell´anima e del corpo, quia Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam.

 

Don Bosco, scrive Don Berto, non diede altre spiegazioni dei particolari del sogno; ma è facile comprendere ciò che questo insegna. Iddio, finchè siamo in hac lacrymarum valle, come al giorno alterna la notte, anche nella vita spirituale permette dei passaggi dalla luce alle tenebre; e chi sopporta con fede ed umiltà anche questi tempi oscuri e d´apparente abbandono, vede assai presto tornar più viva la luce e brillare uno splendido arcobaleno sull´orizzonte. E proseguendo a tener fedelmente, nell´umiltà più profonda, il pensiero rivolto a Dio, arriva a comprendere sempre più nettamente la propria nullità, e la sublime maestà di Dio e la bellezza ineffabile del premio che ci tien preparato, e sente sempre il bisogno di stare ognor prostrato innanzi a Lui ad implorare la sua infinita misericordia.

Invece, chi pieno di sè, trascura la vita interiore, non pensando che alla vita terrena, nè d´altro preoccupandosi, muore presto alla grazia, e cade e ricade tra le zanne del mostro infernale, che è sempre in giro, come leone ruggente, per rapire le anime a Dio.

Mentre anche nelle prove più gravi chi vive unito abitualmente con Dio, resta nella sua grazia, perchè Dio lo difende a spada tratta, e gode del suo aiuto quaggiù, e si assicura il gran premio del paradiso.

L´umiltà, quindi, è la strada del paradiso. Dov´è umiltà, dice S. Agostino, ivi è grandezza, perchè l´umile è unito con Dio. E l´umiltà non consiste nell´apparir meschini nel vestire, nel fare, nel parlare; ma nello star prostrati, con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l´anima, alla presenza di Dio, consci della nostra nullità, implorando di continuo la sua misericordia.

E Don Bosco, mentre combatteva a spada tratta ogni errore ed ogni peccato, aveva un concetto così alto della misericordia di Dio che fu udito esclamare di sperar che anche Voltaire abbia potuto nell´ultimo istante ottener perdono!... Tanto gli si mostrava orribile lo stato di chi muore in disgrazia di Dio!...

I sentieri della vita, previsione di morte (1874, MB X 77-79)

Il racconto è di Don Berto, e lo riferiamo tale quale si legge nel Processo Informativo.

Martedì, 17 novembre 1874, dopo le orazioni, il Servo di Dio venne ad annunciarci che all´indomani ci sarebbero state le confessioni per l´esercizio della Buona Morte da farsi nel giovedì prossimo dagli studenti. Ci esortò secondo il solito a farlo bene, dicendo:

 - Io non sono, nè voglio essere profeta, ma potrei dirvi che uno di noi, qui presente, non dico chi sia, non farà più un´altra volta questo pio esercizio.

Disceso dalla cattedra, come le altre volte che faceva simili predizioni, venne subito circondato dai giovani, essendo ognuno ansioso di sapere privatamente, dal Servo di Dio se toccava a lui questa volta la sorte di morire.

Bastarono queste poche parole, perchè all´indomani, mattino e sera, e giovedì mattina, il suo confessionale venisse circondato da una turba di giovinetti, tutti smaniosi di fare da lui la confessione generale, come seppi dagli stessi ragazzi.

Siccome io allora era quasi sempre presente a queste scene di pietà, così posso affermare che tali predizioni facevano più del bene ai nostri giovinetti, che non dieci mute di esercizi spirituali. E questo era anche l´unico scopo per cui il Servo di Dio s´induceva a fare tali predizioni, in pubblico specialmente. Raccomandavaci però sempre di non scriverle altrove, ma che rimanessero tra noi in confidenza.

Per poi assicurarmi maggiormente che dette predizioni del Servo di Dio non erano soltanto un suo pio ritrovato per far del belle ai giovanetti, la sera del giovedì 19 novembre 1874, trattenendomi con lui in sua camera, gli domandai in confidenza come facesse a prenunziare con tanta franchezza la morte di tanti giovanetti, mentre erano ancora sani e robusti e specialmente dell´ultimo annunziatoci due giorni prima, il quale non avrebbe più fatto certamente l´esercizio della Buona Morte. Ed egli con qualche ripugnanza rispondevami:

“ Mi parve di vedere tutti i nostri giovani a fare una passeggiata verso un prato. Quivi osservai che ciascuno di loro camminava in un sentiero tracciato per lui solo, e per quello non poteva passare alcun altro. Questo sentiero davanti a qualcuno era assai lungo, e sul margine, di tratto in tratto, vi si leggeva il numero progressivo dell´anno della nostra Redenzione. Quello di altri era meno lungo; ed altri l´avevano anche più corto. Quello di alcuni andava avanti soltanto per breve tratto e poi troncava lì. Quindi il giovane che vi camminava dentro, giunto a quel punto cadeva morto a terra.

” Ne vidi poi quelli che l´avevano tutto seminato di lacci e assai più corto.

” Finalmente ho scorto uno che innanzi a sè non aveva più alcuna traccia di sentiero, finiva proprio sotto a´ suoi piedi e vi si distingueva ancora, a mala pena, il numero 1875. Questo è quello che non farà più un´altra volta l´esercizio della Buona Morte, imperocchè morirà nel 1874 e forse vedrà appena il 1875, ma non potrà più fare un´altra volta il detto esercizio ”.

Non occorre il dire che, per quanto mi ricordo, la predizione si è avverata pienamente. Anzi debbo aggiungere che noi eravamo già assuefatti a vedere avverarsi tali predizioni, che ci avrebbe recato stupore, come di eccezione alla regola, il vederne alcuna non avverata secondo il solito.

Predizione avverata dopo (1872, MB X, 79)

   Nel 1872, o 1873, o ´74, annunziava che prima del finir dell´anno sarebbe morto un giovane. L´anno fini e nessuno era passato all´eternità. Vi era però un giovane infermo gravemente, il quale non voleva saperne di ricevere i SS. Sacramenti. Tutti s´erano adoperati intorno a lui per questo, ma invano. Si era fatto pregare al fine della sua conversione in tutti gli istituti di Torino. Finalmente (nel mese di gennaio ... ) egli moriva dopo essersi confessato da Don Bosco e aver ricevuto i Sacramenti.

I giovani gli fecero notare come la sua predizione non si fosse avverata. Essi non avevano piena cognizione di quanto era accaduto. Don Bosco rispose loro: - E voi volevate che io lo lasciassi morire senza che ricevesse i Sacramenti? Doveva permettere tale scandalo in questa casa?

Posso con D omenico Savio e don Giacomelli (1872, MB X, 286-287)

Ma l´indomani Don Francesia inviava a Don Rua buone notizie: “ Oggi Don Bosco sta ancor bene, passò una notte tranquilla come mai e neppure scossa dai soliti sogni, che lo agitavano e spaventavano gli altri. Ieri per esempio fu tutto il giorno colla paura di un sogno su Don Savio. Si era sognato che Don Savio a Chieri tirava acqua dal pozzo, avendo vicino Don Giacomelli. Tirando su, la corda trova intoppo, si fanno sforzi, si sente rumore, e rotola dentro colla secchia chi la tirava fuori. Don Giacomelli, per tirarlo su, cala la corda una e due volte, e Don Savio non risale; ma salì la secchia vuota. Si mise allora a chiamarlo con alte grida. Don Bosco che era stato testimonio di tutto, sbalordito alla disgrazia, gridò sì forte che si svegliò, ed Enria che stava sonnecchiando seduto al tavolino, s´alzò in piedi spaventato, corse al letto a vedere e vide Don Bosco svegliato che ridendo gli raccontò il sogno del pozzo. Si ricordò bellamente la comare, pensò al buon Gastini e poi cercò di continuare il sonno interrotto. Ma non fu più possibile. Malgrado sapesse che era un sogno, tuttavia non aveva membro che tenesse fermo e tutto il giorno ebbe sempre molto ribrezzo e agitazione. Come vedi, Don Bosco fa sempre le sue scorrerie, or qua ed or là, e si trova però sempre in mezzo ai suoi.

L’opera per le fanciulle (1862, MB X, 585)

Nel 1862 egli incontrò Don Bosco ed ebbe con lui un intimo colloquio, viaggiando in treno da Acqui ad Alessandria. Il bravo prete di Mornese gli parla della Pia Unione delle Figlie dell´Immacolata e del bene che va facendo; e Don Bosco gli dice chiaro ch´egli pure ha in mente, e da tempo, il pensiero d´iniziare un istituto religioso che si prenda cura della gioventù femminile, con lo stesso programma che i Salesiani hanno cominciato a svolgere in mezzo ai giovani, avendo ricevuto in proposito vive istanze da Prelati e da Vescovi; e nulla più, mentre avrebbe potuto dire tante altre cose!... Il colloquio, ad ogni modo, non poteva essere più interessante, e finì coll´invito del Santo a Don Pestarino, di recarsi a visitare l´Oratorio di Valdocco.

Indubbiamente Don Bosco avrebbe potuto dire di più!... perchè il Signore, in ripetuti sogni o visioni, gli aveva nettamente indicato ciò che voleva da lui, e come, e quando ...; e noi riteniamo che fin dalla prima scena, che gli si ripetè più volte e in cui vide infinite schiere di agnelli e di pecorelle attorno a sè, gli venisse indicato che, insieme con i fanciulli, anche le fanciulle erano raccomandate alla sua carità. Nella sua umiltà il Santo andò sempre adagio nel credere ai sogni, e più adagio ancora nel parlarne, perchè quanto poteva tornar a sua lode non gli uscì mai nè dal labbro nè dal cuore. Ma in alcune sue narrazioni emergono vari particolari, che ci fan credere essergli stato pur indicato che la sua missione avrebbe dovuto abbracciare, oltrecchè i fanciulli, anche le fanciulle.

Monsignor Gastaldi cade nel fango (1873, MB X, 723-724)

Anche il Signore, com´al solito, gli fece coraggio, mostrandogli come sarebbero finite quelle contradizioni. Mons. Gastaldi, torniamo a ripetere chiaramente, nel trattar Don Bosco in tal maniera, non pensava, nè credeva di fargli del male, ma di comportarsi come riteneva doveroso in base ai suoi diritti e a tutela della sua autorità vescovile: agiva in pontificalibus. Don, Bosco, infatti, lo vide ripetutamente in sogno, in quell´aspetto.

Gli era parso di dover uscire dall´Oratorio per affari urgenti, benchè piovesse dirottamente. Passando avanti all´Arcivescovado s´imbattè in Mons. Gastaldi, il quale vestito dei suoi più belli abiti pontificali, colla mitra in capo e col bastone pastorale in mano, voleva uscire dal suo palazzo con quella pioggia che imperversava ed essendo piene di fango tutte le vie.

Don Bosco gli si fece incontro e amorevolmente lo avvertì che per carità si ritirasse mentre era in tempo, perchè altrimenti si sarebbe tutto lordato. Monsignore si volse a lui con uno sguardo di scherno, non gli rispose parola e si mise in via. Don Bosco non si diede per vinto, gli tenne dietro e lo pregava istantemente perchè volesse ascoltarlo. Monsignore gli rispose allora: - Lei badi ai fatti suoi! - Senonchè mentre così diceva, sdrucciolò, cadde per terra e s´imbrattò tutto di fango.

Don Bosco lo aiutò a rialzarsi ed insisteva perchè ritornasse indietro. Ma l´Arcivescovo gli rispose: - Ella faccia la sua strada; io farò la mia. - E non gli diede retta. Don Bosco piangendo lo seguitava ad una certa distanza e continuava a supplicarlo, perchè volesse togliersi da quella via. Ed ecco l´Arcivescovo cader miseramente la seconda e la terza volta, sempre più inzaccherandosi. Si rialzò a stento.

Cadde la quarta per non più rialzarsi. I suoi preziosi vestiti erano talmente imbrattati che su tutto il suo corpo più altro non vedevasi che uno spesso strato di fango. Si dibatteva invano per rialzarsi. Dovette soccombere.

 

Questo sogno lo fece “ appena cominciarono le dissensioni con Sua Eccellenza ”, e lo narrò confidenzialmente ad alcuni confratelli, tra cui Don Bonora, solo nel 1884, cioè un anno dopo la morte di Monsignore .

Mamma di don Rua che mostra le calze tarlate (1874, MB X, 771)

Questa notte ho fatto un sogno, è un sogno, ed ho sognato che tua madre entrò in mia camera, aprì il comò dove sono le mie calzette, le tirò fuori tutte e ne trovò parecchie guaste dal tarlo. Vergogna a Cassini, disse, lasciar così guastare la roba di lana che costa tanto!

Dio ci benedica tutti, e credimi in G. C.

aff.mo amico

Sac. G. Bosco.

Come accrescere il numero dei nuovi preti (1875,MB XI 32-33)

Un sabbato a sera mi trovavo a confessare in sagrestia ed era distratto. Andava pensando alla scarsità dei preti e delle vocazioni ed al modo di accrescerne il numero. Mi vedeva davanti tanti giovani che venivano a confessarsi, buoni giovani ed innocenti, ma diceva fra me: - Chi sa quanti non riusciranno e quanto tempo ancora ci vuole finchè lo siano coloro che persevereranno; ed il bisogno della Chiesa è pressante.

Stando molto distratto in questo pensiero pur continuando a confessare, mi sembrò trovarmi in mia camera al tavolino a cui son solito lavorare ed avevo il registro tra mano di tutti coloro che erano in casa. E diceva fra me: - Come va questo? Sono qui che confesso in sacrestia, e sono in camera al tavolino. Che io sogni? No; questo è proprio il registro dei giovani, questo è il mio tavolino a cui sono solito lavorare. - Intanto sentii una voce dietro di me che mi disse: - Vuoi sapere il modo di accrescere e presto il numero dei buoni preti? Osserva quel registro, da esso ricaverai quanto è da farsi.  Io osservai, poi dissi: - Questi sono i registri dei giovani di quest´anno e degli anni antecedenti, e non c´è altro. - Stavo molto pensieroso, leggeva nomi, pensava, guardava sotto e sopra, se trovava altro, ma nulla. Allora dissi tra me: - Sogno io o son desto? Pure sono qui realmente al tavolino, quella voce che ho udito è voce vera. - Ed in un tratto mi volli alzare per vedere chi fosse Colei che mi aveva parlato; e mi alzai realmente. I giovani che si confessavano a me d´intorno, vedendo che mi alzava così in fretta e spaventato, si credettero che mi venisse male; mi sorressero; ed io rassicurandoli che era nulla, continuai a confessare.

Finite le confessioni e venuto in mia camera, guardai sul mio tavolino e vi era realmente il registro dei nomi di tutti coloro che sono in casa, ma non trovai altro. Esaminai quel registro, ma non conobbi come da quello potessi ricavare il modo di avere preti, molti preti e presto. Visitai altri registri che avevo in camera per vedere se da quelli potessi ricavar qualche cosa, ma da essi dapprima non ricavai costrutto di sorta. Domandai altri registri a D. Ghivarello; ma tutto fu inutile. Continuando a pensare sempre su questo e facendo passare i registri antichi per obbedire al comando di quella voce misteriosa, osservai che di tanti giovani che intraprendono gli studi nei nostri collegi per darsi poi alla carriera ecclesiastica, appena 15 su 100, cioè neppure 2 su 10 arrivano a mettere l´abito ecclesiastico, allontanati dal Santuario da affari di famiglia, dagli esami liceali, dal mutamento di volontà che sovente accade nell´anno di rettorica. Invece di coloro che vengono già adulti, quasi tutti, cioè 8 su 10, mettono l´abito ecclesiastico ed a ciò riescono con minor tempo e fatiche.

Dissi adunque: - Di costoro sono più sicuro e possono fare più presto; è ciò che cercava. Bisognerà che mi occupi molto in modo speciale di loro e che apra dei collegi espressamente per loro, e che cerchi la maniera di coltivarli in modo speciale. - Ora l´effetto farà poi vedere se quanto avvenne è un sogno od una realtà.

 

Fighi, pesche e pere (1875, MB XI, 34)

Questa notte scorsa potei riposar poco. Feci un sogno che mi disturbò molto ed è questo:

Sembrommi di trovarmi in un giardino vicino ad una pianta di frutta così grosse che facevano meraviglia. Quella pianta ne era molto carica ed erano frutti di tre qualità: Fichi, pesche e pere. Ma ecco che ad un tratto si levò un impetuoso vento e si mise a grandinar forte sulle mie spalle una grossa grandine mista a sassi. Allora cercai di ritirarmi; ma comparve uno che mi disse: - Presto, cogli! - E cercai quindi di un canestro, ma era troppo piccolo, per cui l´altro mi sgridò dicendomi: - Prendine uno più grande. - E lo cambiai: ma appena ebbi colto due o tre di quelle frutta, subito il canestro restò pieno. L´altro allora mi sgridò di nuovo, dicendomi di prendere un canestro più grande ancora: e lo trovai, e l´altro mi soggiunse: - Presto, se no la grandine guasta tutto. - Allora mi posi a cogliere. Ma quale fu la mia meraviglia, allora che colsi alcuni fichi di straordinaria grandezza e mi avvidi che erano marci da una parte. Lo sconosciuto allora si pose a gridare: - Presto, scegli! - Mi misi allora a scegliere i buoni e ne feci tre scompartimenti nel canestro: da una parte misi i fichi, dall´altra le pesche ed in mezzo le pere, ma quelle frutta, quei fichi, quelle pesche, quelle pere avevano una grossezza tale (erano grossi più di due pugni di un uomo), che io non poteva saziarmi di contemplarle, tanto erano grosse e belle. Ed allora lo sconosciuto mi disse: - I fichi sono pei Vescovi, le pere sono per te e le pesche per l´America. - Detto questo, si mise a battere le mani dicendo: Coraggio, bravo, bravo, bene, bravo! E scomparve.

Io mi sono svegliato e mi restò così impresso questo sogno che non posso più togliermelo dalla mente.

Messe abbondante (1875, MB XI 131)

Don Bosco ripartì da Roma la mattina del 16 marzo e pernottò a Orvieto, ospite del vescovo mons. Briganti. Durante quel tratto di via, a un certo punto, parve non capire in se stesso per la gioia; aveva certo qualche cosa di piacevole da comunicare. Don Berto lo pregò di svelargli il motivo di tanta sua ilarità.

 - Gli è, rispose, che questa notte ho sognato di essere in un vasto campo, tutto biondeggiante di messe matura. Vi era un frumento magnifico; le spighe avevano una grossezza meravigliosa. Dentro al campo vidi tante pecorelle che pascevano .....

 - Non mi vuole più dir altro?

 - Ora, guardando questi campi, mi par di vedere quel grano presso a maturità.

 

Un bidente prodigioso (1875, MB XI, 257-260)

Eccomi a mantenere la mia promessa. Voi sapete che i sogni si fanno dormendo. Avvicinandosi adunque il tempo degli esercizi spirituali, io pensava al modo col quale i miei giovani li avrebbero fatti, e che cosa dovessi lor suggerire per ricavarne frutto. Andai a letto con questo pensiero la notte della domenica 25 aprile, vigilia degli esercizi. Appena coricato, presi sonno e mi sembrò di trovarmi tutto solo in una estesissima valle: di qua e di là vi era un´alta collina. In fondo alla valle da una parte il terreno si alzava e quivi splendeva una luce chiara, dall´altra parte l´orizzonte era semioscuro.

Stando io a contemplare questa pianura, vidi venire verso di me Buzzetti con Gastini, i quali mi dissero: - Don Bosco, monti a cavallo; presto, presto!

Ed io: - Voi mi volete burlare: sapete che da molto tempo io non sono più andato a cavallo! - I due giovani insistevano; ma io mi schermiva ripetendo: - Non voglio andare a cavallo, sono andato una volta e sono caduto. - Buzzetti e Gastini sempre con maggior premura mi facevano pressa, dicendo: - Monti a cavallo, e presto, chè non abbiamo tempo da perdere.

 - Ma insomma, quando poi sia a cavallo, dove volete condurmi?

 - Vedrà, faccia presto, monti.

 - Ma dove si trova questo cavallo? Io qui non vedo nessun cavallo.

 - Eccolo là! - gridò Gastini, additandomi un lato di quella valle. Io mi voltai da quella parte e infatti vidi un bellissimo e brioso cavallo. Aveva alte e grosse le gambe, folta la criniera e lucentissimo il pelo.

 - Ebbene, risposi, poichè volete che io monti a cavallo, monterò; ma guardate bene che se mi fate cadere...

 - Stia sicuro, risposero; ci siamo noi con lei pronti ad ogni evento.

 - E se mi rompo il collo, dissi a Buzzetti, tu dovrai mettermelo a posto.

Buzzetti si pose a ridere. - Non è più tempo di ridere! - brontolò Gastini. Così ci avvicinarono al cavallo. Salii sulla groppa con molta fatica, mentr´essi mi aiutavano: ma, finalmente, eccomi in arcione. Come mi sembrò alto allora quel cavallo! Mi pareva di trovarmi come sopra un poggio elevato, dal quale io dominava tutta la valle fino alle ultime sue estremità.

Quand´ecco il mio cavallo mettersi in moto, e qui nuova stranezza: parevami di essere nella mia camera e domandai a me medesimo: - Dove siamo? - E vedeva entrare per trovarmi preti, chierici ed altre persone tutti spaventati, tutti affannati.

Dopo un buon cammino il cavallo si fermò. Allora vidi venire verso di me tutti i preti dell´Oratorio con molti chierici, i quali circondarono il mio cavallo. Fra costoro vidi Don Rua, Don Cagliero, Don Bologna. Come furono arrivati, si posero fermi, in piedi, a contemplare un tanto cavallo, sul quale io sedeva: ma nessuno parlava. Io li vedeva tutti con un aspetto melanconico, che significava un turbamento, di cui non avevo mai visto l´eguale. Chiamai a me Don Bologna e gli dissi: - Don Bologna, tu che sei alla porteria, sai dirmi che cosa di nuovo ci sia in casa? Perchè vedo in tutti un turbamento così grande?

Ed egli a me: - Io non so dove mi sia... che cosa mi faccia... Sono imbrogliato... Venne gente, parlarono, uscirono; c’è alla porteria un guazzabuglio di andare e venire, che io non ne capisco più niente.

 - Oh possibile, io andava ripetendo fra me stesso, che quest´oggi abbia da succedere qualche cosa di straordinario?

Allora qualcheduno portò e mi porse una tromba, dicendomi di tenerla che mi sarebbe servita. Io domandai:

 - Dove siamo qui?

 - Soffi nella tromba!

Soffiai nella tromba, e ne uscì questa voce: Siamo nel Paese della prova.

Quindi si vide discendere giù dalla collina una quantità di giovani tale, che credo fossero un cento e più mila. Nessuno parlava. Tutti, armati di una forca, si avanzavano a gran passi verso la valle. Fra questi vidi tutti i giovani dell´Oratorio e degli altri collegi nostri, e moltissimi che io neppur conosceva. In quel mentre da una parte della valle incominciò a oscurarsi il cielo per modo tale, che pareva notte, e comparve un immenso numero di animali, che parevano leoni, parevano tigri. Questi mostri feroci, grossi di corpo, con gambe robuste e collo lungo, avevano la testa piuttosto piccola. Il loro muso metteva spavento: con gli occhi rossi quasi fuori delle occhiaie, si slanciarono contro i giovani, i quali, vedendosi assaliti da quegli animali, si posero in difesa. Avevano in mano una forca a due punte e presentavano quella forca a quei mostri, alzandola e abbassandola secondo l´assalto dei medesimi.

I mostri, non potendo vincere al primo impeto, mordevano i ferri della forca, si rompevano i denti e sparivano. C´erano di quelli che avevano la forca con una sola punta, e questi rimanevano feriti; altri l´avevano col manico rotto, altri col manico tarlato, ed altri, presuntuosi, si gettavano contro quegli animali senz´arma e rimanevano vittime, e rimasero uccisi, e non pochi. Molti l´avean col manico nuovo e con due punte.

Intanto il mio cavallo da principio fu pure circondato da una quantità sterminata di serpenti. Ma esso con salti e calci a destra ed a sinistra li schiacciava e li allontanava, mentre s´innalzò ad una grande altezza ed andava sempre crescendo.

Ho domandato a qualcheduno che cosa significassero quelle forche colle due punte. Mi si portò una forca e vidi scritto sopra una delle due punte: Confessione; e sopra l´altra: Comunione.

 - Ma che cosa significano quelle due punte?

 - Soffi nella tromba.

Soffiai e ne uscì questa voce: Confessione e Comunione ben fatte.

Soffiai di nuovo e ne uscì questa voce: Manico rotto: Confessioni e Comunioni mal fatte. Manico tarlato: Confessioni difettose.

Finito questo primo assalto, feci a cavallo un giro pel campo di battaglia e vidi molti feriti e molti morti.

Alcuni osservai che giacevano per terra morti, ma strangolati, col collo gonfio in modo deforme: altri colla faccia deformata in modo orribile, ed altri morti di fame, sebbene avessero lì vicino un piatto di bei confetti. Quelli strangolati son coloro, che, avendo avuta la disgrazia di commettere sin da piccoli qualche peccato, non se ne confessarono mai; quelli deformi nella faccia erano i golosi; quelli morti di fame, coloro che vanno a confessarsi, ma non mettono in pratica gli avvisi e gli ammonimenti del Confessore.

Vicino a ciascuno di quelli che avevano il manico tarlato, stava scritta una parola. Chi aveva scritto Superbia, chi Accidia, chi Immodestia, ecc. Devesi ancora notare che i giovani, mentre camminavano, passavano sopra uno strato di rose e ne godevano; ma fatti pochi passi, mandando un grido, cadevano morti o rimanevano feriti, poichè sotto le rose c´erano le spine. Altri però, calpestando quelle rose con coraggio, vi camminavano sopra, animandosi a vicenda, e rimanevano vincitori.

Ma di nuovo si oscurò il cielo e in un momento comparve una quantità di quegli animali o mostri superiore alla prima volta, ma tutto ciò in meno di tre o quattro minuti secondi, ed anche il mio cavallo ne fu circondato. I mostri crebbero a dismisura, per modo che anch´io cominciai ad avere paura; e mi sembrava già di esser graffiato dalle loro zampe. Senonchè in buon punto si portò anche a me una forca; allora presi io pure a combattere, e quei mostri furono messi in fuga. Tutti scomparvero, perchè vinti al primo assalto, scomparivano.

Allora soffiai nella tromba e rimbombò per la valle questa voce: Vittoria, Vittoria.

 - Ma come? dissi io, abbiamo riportato vittoria? Eppure vi sono tanti feriti ed anche morti!

Allora, soffiando nella tromba, si sentì questa voce: Tempo ai vinti. Poi il cielo di oscuro che era, diventò sereno, si vide un arcobaleno od un´iride così bella, con tanti colori, che non si può descrivere. Era così largo, come se si appoggiasse a Superga e facendo un arco andasse a poggiare sul Moncenisio. Devo ancor notare che i vincitori avevano sulla testa corone così brillanti, con tanti e tali colori, che era una meraviglia a vederli; e poi la loro faccia risplendeva d´una bellezza meravigliosa. Verso il fondo, da una parte della valle e di mezzo all´arcobaleno, si vide una specie di Orchestra, in cui si vedeva gente piena di giubilo e con tante bellezze che non posso neppure immaginare. Una nobilissima Signora vestita regalmente si fece alla sponda di quel balcone gridando: - Figli miei, venite, ricoveratevi sotto il mio manto. - In quel mentre si distese un larghissimo manto e tutti i giovani presero a corrervi sotto; solamente che alcuni volavano ed avevano scritto sulla fronte: Innocenza; altri camminavano a piedi ed altri si strascinavano: ed anch´io mi misi a correre ed in quell´istantaneo movimento, che durò non più di un mezzo minuto secondo, dissi tra me: - O questo deve finire, o, se continua ancora un poco, moriremo tutti. - Detto questo, mentre correva, mi svegliai.

Viatico ad un infermo (1875, MB XI, 290)

Poi riprese a lanciare frizzi gentili, finchè venne a dire: - Nella notte passata ho fatto un sogno. Mi sembrava, anzi ero certo, che si portasse il Viatico a un infermo. Ansioso di sapere chi fosse, ne chiesi notizia a un mio vicino, ma costui non mi rispose. Gli ridomandai chi agonizzasse; ma l´altro, sempre silenzioso, mi fece una smorfia. Eppure, dissi fra me, voglio saperlo! Detto fatto: mi metto in cammino e seguo il Viatico. Giungo alla casa, i sacerdoti entrano, e io dietro; ma alla porta della stanza faccio per andar dentro e non ci riesco. Più volte mi sforzai di spingermi fino al morente; impossibile! Ah, dissi allora, questo è un sogno! In quella mi svegliai e ripetei: È proprio un sogno.

Nessuno spaventava le galline (1876, MB  XII, 40-45)

Nella seconda metà di gennaio il Servo di Dio ebbe un sogno simbolico, del quale fece parola con alcuni Salesiani. Don Barberis lo pregò di raccontarlo in pubblico, perchè i suoi sogni piacevano molto ai giovani, facevano loro gran bene e li affezionavano all´Oratorio.

- Sì, questo è vero, rispose il Beato, fanno del bene e sono ascoltati con avidità; il solo che ne riceva nocumento sono io, perchè bisognerebbe che avessi polmoni di ferro. Si può ben dire, che nell´Oratorio non ci sia un solo, il quale non si senta scosso da tali narrazioni; poichè per lo più questi sogni toccano tutti, e ciascheduno vuol sapere in quale stato io l´abbia veduto, che cosa debba fare, quale significato abbia questo o quello; ed io sono tormentato giorno e notte. Se poi voglio svegliare il desiderio delle confessioni generali, non ho da far altro che raccontare un sogno... Senti, fa´ una cosa. Domenica andrò a parlare ai giovani, e tu interrogami in pubblico. Io allora conterò il sogno.

Il 23 gennaio, dopo le orazioni della sera, egli montò in cattedra. Il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli. Fattosi un po´ di silenzio, Don Barberis chiese di parlare e interrogò: - Scusi, signor Don Bosco, mi permette che io le faccia una domanda?

- Di´ pure.

- Ho sentito a dire che in queste notti scorse ha fatto un sogno di semenza, di seminatore, di galline, e che l´ha già raccontato al chierico Calvi. Vorrebbe favorire di raccontarlo anche a noi? Questo ci farebbe assai piacere.

- Curioso!! - fece Don Bosco in tono di rimprovero. E qui scoppiò una risata generale.

- Non importa, sa, che mi dia del curioso; purchè ci racconti il sogno. E con questa mia domanda credo d´interpretare la volontà di tutti i giovani, i quali certamente lo ascolteranno tanto volentieri.

- Se è così ve lo racconto. Non voleva dir nulla, perchè ci sono cose che riguardano diversi di voi in particolare, e alcune anche per te, che fanno bruciare un po´ le orecchie; ma poichè me ne richiedi, io racconterò.

-Ma eh! signor Don Bosco, se c´è qualche bastonata per me, me la risparmi qui in pubblico.

- Io racconterò le cose come le sognai; ciascuno prenda la parte sua. Ma prima di tutto bisogna che ciascuno tenga bene a mente, che i sogni si fanno dormendo, e dormendo non si ragiona; perciò se vi è qualche cosa di buono, qualche ammonimento da prendere, si prende. Del resto nessuno si metta in apprensione. Ho detto che io sognando di notte dormiva, perchè taluni sognano anche di giorno e alcune volte perfino essendo svegliati e con non leggiero disturbo dei professori, per i quali riescono scolari fastidiosi.

Mi pareva di essere lontano di qui e di trovarmi a Castelnuovo d´Asti, mia patria. Aveva avanti a me una grande estensione di terreno, situata in una vasta e bella pianura; ma quel terreno non era nostro e non sapeva di chi fosse.

In quel campo vidi molti che lavoravano colle zappe, colle vanghe, coi rastrelli ed altri strumenti. Chi arava, chi seminava il grano, chi spianava la terra, chi faceva altro. Vi erano qua e là i capi preposti a dirigere i lavori e fra costoro mi sembrava di esser anch´io. Cori di contadini stavano in altra parte cantando. Io osservava stupito e non sapeva darmi ragione di quel luogo. Meco stesso andava dicendo: - Ma a che fine costoro lavorano tanto? - E rispondeva a me stesso: - Per provvedere le pagnotte ai miei giovani. - Ed era veramente una meraviglia il vedere come quei buoni agricoltori non desistessero un istante dal lavoro e incessantemente continuassero nel loro uffizio con uno slancio costante e colla stessa solerzia. Solo alcuni stavano ridendo e scherzando fra di loro.

Mentre io contemplava così bel quadro, mi guardo attorno e vedo che mi circondavano alcuni preti e molti dei miei chierici, parte vicini, parte ad una certa distanza. Diceva tra me: - Ma io sogno; i miei chierici sono a Torino, qui invece siamo a Castelnuovo. E poi come ciò può essere? Io sono vestito da inverno da capo a piedi, solamente ieri io aveva tanto freddo, ed ora qui si semina il grano. - E mi toccava le mani e camminava e diceva: - Ma pure non sogno, questo è proprio un campo; questo chierico che è qui è il chierico A... in persona; quest´altro è il chierico B... E poi come potrei nel sogno vedere questa cosa e quest´altra?

Intanto vidi lì presso, ma a parte, un vecchio che all´aspetto sembrava molto benevolo ed assennato, intento ad osservare me e gli altri. Mi accostai a lui e gli domandai: - Dite, bravo uomo, ascoltate! Che cosa è ciò che io vedo e non ne capisco nulla? Qui dove siamo? Chi sono questi lavoratori? Di chi è questo campo?

- Oh! mi risponde quell´uomo; belle interrogazioni da farsi! Ella è prete e non sa queste cose?

- Ma dunque ditemi! Credete voi che io sogni o che sia desto? Poichè a me par di sognare e non mi sembrano possibili le cose che vedo.

- Possibilissime, anzi reali e a me pare che Lei sia desto affatto. Non se ne avvede? Parla, ride, scherza.

- Eppure vi son taluni, io soggiunsi, cui sembra nel sogno di parlare, ascoltare, operare, come se fossero desti.

- Ma no; lasci da parte tutto questo. Lei è qui in corpo ed anima.

- Ebbene, sia pure; e se son desto, ditemi allora di chi sia questo campo.

- Ella ha studiato il latino: qual è il primo nome della seconda declinazione che ha studiato nel Donato? lo sa ancora?

- Eh! sì che lo so; ma che cosa ha da far questo con ciò che vi domando?

- Ha da far moltissimo. Dica adunque quale è il primo nome che si studia nella seconda declinazione.

E’ Dominus.

E come fa al genitivo? Domini!

Bravo, bene, Domini; questo campo adunque è Domini, del Signore.

- Ah! ora comincio a capire qualche cosa! - esclamai.

Era meravigliato della conseguenza tratta da quel buon vecchio. Intanto vidi varie persone che venivano con sacchi di grano per seminare, e un gruppo di contadini cantava: Exit, qui seminat, seminare semen suum.

A me pareva un peccato gettar via quella semente e farla marcire sotterra. Era così bello quel grano! - Non sarebbe meglio, diceva fra me. macinarlo e fame del pane o delle paste? - Ma poi pensava: - Chi non semina, non raccoglie. Se non si getta via la semente e questa non marcisce, che cosa si raccoglierà poi?-

In quel mentre vedo da tutte le parti uscire una moltitudine di galline e andar pel seminato a beccarsi tutto il grano che altri spargeva per seme.

E quel gruppo di cantori proseguiva nel suo canto: Venerunt aves caeli, sustulerunt frumentum et reliquerunt zizaniam.

Io do uno sguardo attorno e osservo quei chierici che erano con me. Uno colle mani conserte stava guardando con fredda indifferenza; un altro chiacchierava coi compagni; alcuni si stringevano nelle spalle, altri guardavano il cielo, altri ridevano di quello spettacolo, altri tranquillamente proseguivano la loro ricreazione e i loro giuochi, altri sbrigavano alcuna loro occupazione; ma nessuno spaventava le galline per farle andar via. Io mi rivolgo loro tutto risentito e, chiamando ciascuno per nome, diceva: - Ma che cosa fate? Non vedete quelle galline che si mangiano tutto il grano? Non vedete che distruggono tutto il buon seme, fanno svanire le speranze di questi buoni contadini? Che cosa raccoglieremo poi? Perchè state così muti? perchè non gridate, perchè non le fate andar via?

Ma i chierici si stringevano nelle spalle, mi guardavano e non dicevano niente. Alcuni non si volsero neppure: non badavano prima a quel campo, nè ci badarono dopo che io ebbi gridato.

- Stolti che siete! io continuava. Le galline hanno già tutte il gozzo pieno. Non potreste battere le mani e fare così? - E intanto io batteva le mani, trovandomi in un vero imbroglio, poichè a nulla valevano le mie parole. Allora alcuni si misero a fugar le galline, ma io ripeteva tra me: - Eh sì! Ora che tutto il grano fu mangiato, si scacciano le galline.

In quel mentre mi colpì l´orecchio il canto di quel gruppo di contadini, i quali così cantavano: Canes muti nescientes latrare.

Allora io mi rivolsi a quel buon vecchio e tra stupefatto e sdegnato gli dissi: - Orsù, datemi una spiegazione di quanto vedo; io ne capisco nulla. Che cosa è quel seme che si getta per terra?

- Oh bella! Semen est verbum Dei.

- Ma che cosa vuol dir questo, mentre vedo che là le galline se lo mangiano?-

Il vecchio, cambiando tono di voce, proseguì:

- Oh! se vuole una più compiuta spiegazione, io gliela do. Il campo è la vigna del Signore, di cui si parla nel Vangelo, e si può anche intendere del cuore dell´uomo. I coltivatori sono gli operai evangelici, che specialmente colla predicazione seminano la parola di Dio. Questa parola produrrebbe molto frutto in quel cuore, terreno ben preparato. Ma che? Vengono gli uccelli del cielo e la portano via.

- Che cosa indicano questi uccelli?

- Vuole che le dica che cosa indicano? Indicano le mormorazioni. Sentita quella predica che porterebbe effetto, si va coi compagni. Uno fa la chiosa ad un gesto, alla voce, ad una parola del predicatore, ed ecco portato via tutto il frutto della predica. Un altro accusa il predicatore stesso di qualche difetto o fisico o intellettuale; un terzo ride sul suo italiano, e tutto il frutto della predica è portato via. Lo stesso deve dirsi di una buona lettura, della quale il bene resta tutto impedito da una mormorazione. Le mormorazioni sono tanto più cattive, in quanto che esse generalmente sono segrete, nascoste, e colà vivono e crescono, ove punto noi non ce lo aspettiamo. Il grano sebbene sia in un campo non molto coltivato, tuttavia nasce, cresce, viene su abbastanza alto e produce frutto. Quando in un campo di fresco seminato viene un temporale, allora il campo resta pestato e non porta più tanto frutto, ma pure ne porta. Se anche la semenza non sarà tanto bella, pure crescerà: porterà poco frutto, ma pure ne porterà. Invece quando le galline o gli uccelli si beccano la semente, non c´è più verso: il campo non rende nè punto nè poco; non porta più frutto di sorta. Così se alle prediche, alle esortazioni, ai buoni propositi terrà dietro qualche altra cosa come distrazione, tentazione, ecc. farà meno frutto; ma quando c´è la mormorazione, il parlar male o simili, qui non c´è poco che tenga, ma c´è subito il tutto che vien portato via. E a chi tocca battere le mani, insistere, gridare, sorvegliare, perchè queste mormorazioni, questi discorsi cattivi non si facciano? Lei lo sa!

- Ma che cosa facevano mai questi chierici? io gli chiesi. Non potevano essi impedire tanto male?

- Non impedirono nulla, egli proseguì. Taluni stavano ad osservare come statue mute, altri non ci badavano, non ci pensavano, non vedevano e se ne stavano colle braccia conserte, altri non avevano il coraggio d´impedire questo male; alcuni, pochi però, si univano anch´essi ai mormoratori, prendevano parte alle loro maldicenze, facevano il mestiere di distruggitori della parola di Dio. Tu che sei prete insisti su questo; predica, esorta, parla, non aver paura di dir mai troppo; e tutti sappiano che il fare le chiose a chi predica, a chi esorta, a chi dà buoni consigli è ciò che reca più del male. E lo star muti quando si vede qualche disordine e non impedirlo, specialmente chi potrebbe o dovrebbe, questo è al tutto rendersi complice del male degli altri.

Io tutto compreso da queste parole, voleva ancora guardare, osservare questa e quella cosa, rimproverare i chierici, infiammarli a compiere il proprio dovere. Ed essi già si movevano e cercavano di mettere in fuga le galline. Ma io, avendo fatti alcuni passi, inciampai in un rastrello, destinato a spianar la terra, lasciato in quel campo, e mi svegliai. Ora lasciamo da parte ogni cosa e veniamo alla morale. D. Barberis! Che cosa ne dici di questo sogno?

- Dico, rispose D. Barberis, che è una buona bastonata, e bazza a chi tocca.

- Eh certo, riprese D. Bosco, è una lezione la quale bisogna che ci faccia del bene; e tenetelo a mente, o miei cari giovani, di evitare fra voi in ogni modo la mormorazione, come un male straordinario, fuggendola come si fugge dalla peste, e non solo evitarla voi, ma a tutto potere cercare di farla evitare agli altri. Alcune volte santi consigli, opere ottime non fanno il bene, che reca l´impedire una mormorazione e qualunque parola che possa nuocere ad altri. Armiamoci di coraggio e combattiamola francamente. Non v´è peggior disgrazia di quella di far perdere la parola di Dio. E basta un motto, basta uno scherzo.

 

Annuncio Morti (1876, MB XII, 45-48)

Vi ho contato un sogno avvenutomi già sono varie notti, ma in questa notte scorsa ne ho avuto un altro, che eziandio desidero narrarvi. L´ora non è ancora troppo tarda; sono appena le nove e posso esporvelo. Procurerò tuttavia di non andare per le lunghe.

Mi parve adunque di trovarmi in un luogo che ora non ricordo più quale fosse: non era io più a Castelnuovo, ma mi pare che neppure fossi all´Oratorio. Venne qualcuno con tutta premura a chiamarmi: - D. Bosco, venga! D. Bosco, venga!

- Ma e che cosa c´è di tanta premura? io risposi.

- E´ in corrente delle cose avvenute?

- Io non intendo quello che tu vuoi dire; spiegati chiaramente, risposi ansioso.

- Non sa, D. Bosco, che il tal giovane così buono, così pieno di brio, è gravemente infermo, anzi moribondo?

- lo dubito che tu voglia prenderti gioco di me, gli dissi: perchè appunto stamane parlai e passeggiai con lo stesso giovane, che ora mi annunzi moribondo.

- Ah, D. Bosco, io non cerco d´ingannarla e mi credo in debito di narrarle la pura verità. Quel giovane ha sommamente bisogno di lei e desidera di vederla e di parlarle per l´ultima volta. Ma venga presto, perchè altrimenti non è più in tempo.-

Io senza sapere il dove, andai in tutta fretta dietro a quel tale. Arrivo in un luogo e vedo gente mesta e piangente che mi dice: Faccia pure presto, che è agli estremi.

- Ma che cosa è accaduto? - rispondo. Vengo introdotto in una camera, dove vedo un giovane coricato, tutto smorto nel viso, d´un colore quasi cadaverico, con una tosse e un rantolo che lo soffocava e appena a stento gli permetteva di parlare: - Ma non sei tu il tale dei tali? io gli dissi.

- Sì, sono il tale!

- Come stai?

- Sto male

- E come va che ora ti vedo in questo stato? Solamente ieri e stamattina non passeggiavi tranquillo sotto i portici?

- Sì, rispose il giovane, ieri e stamattina passeggiavo sotto i portici; ma ora faccia presto, che io ho bisogno di confessarmi; vedo che mi resta più poco tempo.

- Non affannarti, non affannarti; tu ti sei confessato da pochi giorni.

- E’ vero e mi pare di non avere nessuna grossa pena sul mio cuore; ma tuttavia desidero ricevere la santa assoluzione prima di presentarmi al Divin Giudice.

Io ascoltai la sua confessione. Ma intanto osservai che visibilmente peggiorava e un catarro era per soffocarlo. - Ma qui bisogna fare in fretta, dico fra me, se voglio che riceva ancora il santo viatico e l´olio santo. Anzi il viatico non potrà più riceverlo, sia perchè ci vuole più tempo per i preparativi, sia perchè la tosse potrebbe impedirgli d´inghiottire. Presto l´olio santo!

Così dicendo, esco dalla camera e mando subito un uomo a prendere la borsa degli olii santi. I giovani che erano in sala mi domandavano: - Ma è veramente in pericolo? è proprio moribondo, come si va dicendo?

- Purtroppo! io rispondeva. Non vedete che il respiro gli si fa ognor più grave e il catarro lo soffoca?

- Ma sarà meglio portargli anche il viatico e così fortificato mandarlo nelle braccia di Maria!-

Ma mentre io mi affaccendava nel preparar l´occorrente, sento una voce: - è spirato!-

Rientro in camera e trovo l´infermo cogli occhi sbarrati; più non. respira; è morto.

- E’ morto? io domando a quei due che lo assistevano. morto, mi rispondono: è morto!

- Ma come va, tanto in fretta? Ditemi: non è desso il tale?

- Sì, è il tale.

- Non posso credere agli occhi miei! Solo ieri passeggiava con me sotto i portici.

- Ieri passeggiava ed ora è morto, mi replicarono.

- Per fortuna che era un giovane buono! esclamai. E diceva ai giovani che aveva attorno: - Vedete, vedete? Costui non ha nemanco più potuto ricevere il viatico e l´estrema unzione. Ringraziamo però il Signore, che gli diede tempo di confessarsi. Questo giovane era buono, frequentava abbastanza i Sacramenti e speriamo che sia andato ad una vita felice, o almeno in purgatorio. Ma se fosse un po´ capitata ad altri la stessa sorte, che cosa ne sarebbe ora di certuni?

Ciò detto, ci mettemmo tutti in ginocchio e recitammo un De profundis per l´anima del povero defunto.

Intanto io andava in camera, quando mi vedo giungere Ferraris[13] (1) dalla libreria, il quale tutto affannato mi dice: - Sa, D. Bosco, che cosa è avvenuto?

- Eh! purtroppo lo so! E´ morto il tale! rispondo.

- Non è questo che voglio dire; vi sono due altri morti.

- Come? chi?

- Il tale ed il tale altro.

- Ma quando? Non capisco.

- Sì, due altri, i quali morirono prima che ella giungesse.

- E perchè allora non mi avete chiamato?

- Mancò il tempo. Ma ella sa dirmi quando è morto questo qui?

- A morto adesso! io risposi.

- Sa ella in che giorno siamo e di qual mese? proseguì Ferraris.

- Sì che lo so; siamo ai 22 di gennaio, secondo giorno della novena di S. Francesco di Sales.

- No, disse Ferraris. Ella si sbaglia, signor Don Bosco; guardi bene. - Io alzo gli occhi al calendario e vedo: 26 di Maggio.

- Ma questa è maiuscola! esclamai. Siamo di gennaio, e ben me ne accorgo dal come sono vestito, non si va vestiti così di maggio; di maggio non vi sarebbe il calorifero acceso.

- Io non so che dirle, o che ragione darle, ma ora siamo ai 26 di maggio.

- Ma se ieri solamente è morto quel nostro compagno ed eravamo in gennaio.

- Si sbaglia, insistè Ferraris; eravamo in tempo pasquale.

- Un´altra ne aggiungi ancor più grossa!

- Tempo pasquale, sicuro: eravamo in tempo pasquale, e fu ben più fortunato di morire nella Pasqua, che gli altri due, i quali morirono nel mese di Maria.

- Tu mi burli, io gli dissi. Spiegati meglio, altrimenti io non t´intendo.

- Io non burlo niente affatto. La cosa è così. Se poi vuole saperne di più, e che io mi spieghi meglio, ecco! Stia attento! Aperse le braccia, poi battè le due mani una contro l´altra forte forte: ciac   Ed io mi sono svegliato. Allora esclamai: - Oh per fortuna! Non è una realtà, ma è un sogno. Quanto timore ho avuto! -

Ecco il sogno che ho fatto la notte scorsa. Voi dategli quell´importanza che volete. Io stesso non voglio dargli interamente fede. Oggi però ho voluto vedere se coloro che mi parvero morti in sogno, fossero ancora vivi e li vidi sani e vigorosi. Certamente che non conviene ch´io dica, e non dirò, chi siano costoro. Tuttavia terrò d´occhio quei due: se sarà necessario qualche consiglio per vivere bene, lo darò loro, e li preparerò, facendo le volte larghe senza che se ne accorgano; perchè così, se accadesse loro di dover morire, la morte non li trovi impreparati. Ma nessuno vada dicendo: Sarà questi, sarà quegli. Ciascuno pensi a sè.

E non datevi nessuna apprensione di questo. L´effetto che deve fare in voi è semplicemente quello che ci suggerì il Divin Salvatore nel Vangelo: Estote parati, quia, qua hora non putatis, filius hominis veniet. E´ questo un grande avvertimento, miei cari giovani, che ci dà il Signore. Stiamo apparecchiati sempre, perchè nell´ora in cui meno ce lo aspettiamo, può venire la morte e colui che non è preparato a morir bene, corre grave rischio di morir male. Io mi terrò preparato il meglio che posso e voi fate lo stesso, affinchè in qualunque ora piaccia al Signore di chiamarci, possiamo essere pronti a passare nella felice eternità. Buona notte.

La iena vinta dall’umiltà (1876, MB XII, 187-188)

Nella notte del 7 aprile Don Berto sentì Don Bosco che, dormendo, gridava: - Antonio! Antonio! - Al mattino gli domandò se avesse dormito e gli disse del grido. Allora il Servo di Dio raccontò, e noi trascriviamo dal segretario: “ Mi parve d´essere vicino al fondo di una scala, in luogo stretto, e mi si parò dinanzi una iena e non mi lasciava più muovere un passo. Non sapendo come liberarmene, chiamava in aiuto Antonio, mio fratello, morto da tanti anni. Finalmente la iena si mosse contro di me, tenendo la bocca spalancata ed io, non vedendo altra via di scampo, le cacciai la mano nella gola. Ero angustiato da questo pericolo, e nessuno mi veniva in soccorso. Ecco alla fine discendere giù dai monti un pastore che mi disse: L´aiuto deve venir dall´alto; ma per ottenerlo bisogna discendere molto al basso. Quanto più si sta in basso, tanto più l´aiuto verrà dall´alto. Questa bestia non fa del male se non a chi ci bada, se non a chi lo vuole. - In quel punto mi svegliai ”.

Il Papa al Colle don Bosco (1876, MB XII, 188)

Un´altra notte sognò nuovamente e fece del sogno questo racconto: “Mi parve di trovarmi al mio paese, e colà vidi giungere il Papa. Io non poteva persuadermi che fosse lui; perciò gli chiesi:

“ - Come? non avete la carrozza, Padre Santo?

“ - Sì, sì, ci penserò. La mia carrozza è la fedeltà, la fortezza e la dolcezza.

“ Ma egli era sfinito e diceva: - Io sono alla fine.

“ - No, no, Santo Padre, dissi io. Fino a tanto che le cose della nostra Congregazione non saranno terminate, non morrà.-

“ Quindi comparve una carrozza, ma senza cavalli. E chi la tirerà? Ecco farsi avanti tre bestie: un cane, una capra ed una pecora, che tiravano la carrozza del Papa. Ma, arrivati ad un punto, quegli animali non la potevano più far muovere ed il Papa diventava sempre più sfinito. Io mi pentiva di non averlo invitato a venire a casa mia e di non aver pensato a fargli prender qualche ristoro. Ma, diceva fra me, appena saremo giunti alla casa del cappellano di Murialdo, aggiusteremo tutto. Intanto però la vettura rimaneva ferma. Allora alzai una specie di asse, che di dietro toccava terra. Il Papa, vedendo questo, prese a dire: - Se foste in Roma e vi vedessero a far questi lavori, ci sarebbe proprio da ridere. - Mentre stavo così aggiustando, mi svegliai ”.

La fede, nostro scudo e nostra vittoria (1876, MB XII, 349-356)

Il sogno si potrebbe intitolare così: La fede, nostro scudo e nostra vittoria.

Mi parve di trovarmi nell´Oratorio coi miei giovani, che formano la mia gloria e la mia corona. Era sera in sull´imbrunire. Si vedeva ancora, ma non più tanto chiaramente. Io, uscendo qui dai portici, era incamminato verso la portieria; ma un numero immenso di giovani mi circondava, come voi siete soliti a fare, perchè siamo amici. Gli uni erano venuti per salutarmi, gli altri per dirmi qualche cosa. Io indirizzava una parola a questo ed una a quello. Così lentamente era giunto in mezzo al cortile; quando sento degli ahi! ahi! Lamentevoli e prolungati e un rumore grandissimo, misto ad alte strida di giovani e ad urla feroci che venivano dalla parte della portieria. Gli studenti all´udire quell´insolito tumulto vanno per vedere; ma ben presto, insieme cogli artigiani spaventati, li vidi fuggire a precipizio, gridando e correndo verso di noi. Molti artigiani erano passati dalla porta al fondo del cortile.

Ma crescendo ognor più le grida cogli accenti di dolore e di disperazione, io con ansietà domandava a tutti che cosa fosse accaduto, e cercava di avanzarmi, per portare aiuto ove fosse stato d´uopo. Ma i giovani affollati intorno a me mi trattenevano. Allora io:

- Ma lasciatemi andare a vedere che cosa c´è che mette tanto spavento.

- No, no, per carità, tutti mi dicevano; non vada avanti, venga, venga indietro; vi è un mostro che la divorerà; fugga, fugga con noi: non vada laggiù.

Volli tuttavia vedere che cosa vi fosse e svincolatomi dai giovani mi avanzai alquanto nel cortile degli artigiani, mentre tutti i giovani gridavano: -Veda, veda!

-Che cosa c´è?

-Veda là in fondo! -

Mi volsi da quella parte e vidi un mostro che sulle prime mi parve un gigantesco leone, che l´eguale certamente non esiste sulla terra. Lo fissai attentamente. Era schifoso, aveva l´aspetto quasi di orso, ma più feroce e orribilissimo La parte di dietro a proporzione delle altre membra era piuttosto piccola, ma le spalle anteriori aveva larghissime, come pure lo stomaco. Enorme era la sua testa, e la bocca così smisurata e aperta, che sembrava fatta per divorare la gente in un boccone. Da questa sporgevano fuori due grossi, acuti e lunghissimi denti a guisa di spade taglienti.

Io tosto mi ritrassi in mezzo ai giovani, i quali mi chiedevano consiglio ansiosamente: ma neppur io era libero dallo spavento e mi trovava non poco imbarazzato. Tuttavia risposi: - Vorrei potervelo dire che cosa avete da fare; ma non lo so. Intanto raduniamoci sotto i portici.

Mentre così diceva, l´orso entrava nel secondo cortile e si avanzava verso di noi con passo grave e lento, come colui che è sicuro della preda che vuol fare. Noi retrocedemmo inorriditi finchè ci siamo trovati qui sotto i portici. I giovani si erano stretti attorno alla mia persona. Tutti gli occhi erano fissi in me: - D. Bosco, che cosa dobbiam fare? - mi dicevano. Ed io pure guardava i giovani, ma silenzioso, non sapendo a qual partito appigliarmi. Finalmente esclamai: - Voltiamoci là verso il fondo dei portici, all´immagine della Madonna, mettiamoci in ginocchio, preghiamola fervorosamente, con maggior divozione del solito, perchè essa ci dica ciò che abbiamo da fare in questi momenti, ci faccia conoscere chi sia questo mostro, venga in nostro aiuto e ci liberi. Se è un animale feroce, in qualche modo fra tutti insieme cercheremo di ucciderlo; se è un demonio, Maria ci soccorrerà. Non temete! La Madre celeste provvederà alla nostra salute!

Intanto l´orso continuava ad avvicinarsi lentamente e quasi si strisciava per terra in atto di prendere lo slancio per avventarsi.

Ci siamo inginocchiati e ci mettemmo a pregare. Trascorsero pochi minuti di grande costernazione. La belva era giunta così vicina da poter con uno slancio piombarci sopra. Quand´ecco non so nè come, nè quando, ci vedemmo ad un tratto trasportati di là del muro e ci trovammo tutti nel refettorio dei chierici.

Nel mezzo di questo si vedeva la Madonna che aveva somiglianza, non so bene se colla statua che è qui sotto i portici, o con quella del refettorio stesso, o con quella che è posta sulla cupola, oppure con quella che sta in Chiesa. Ma comunque sia, fatto sta che era tutta raggiante di vivissima luce e illuminava tutto il refettorio, ampliato in vastità ed in altezza cento volte tanto, come un sole in pieno meriggio. Era attorniata da beati e da angioli, sicchè quella sala sembrava un paradiso. Le sue labbra si muovevano come se volesse parlare, per dirci qualche cosa.

Noi in quel refettorio eravamo in numero straordinario. Nei nostri cuori allo spavento sottentrò lo stupore. Gli occhi di tutti erano intenti nella Madonna, la quale con voce dolcissima ci rassicurò. -Non temete, disse; abbiate fede; questa è solo una prova che di voi vuol fare il mio divin Figlio.-

Osservai allora attentamente coloro che sfolgoranti di gloria facevano corona alla Santa Vergine e riconobbi Don Alasonatti, Don Ruffino, un certo Michele (1) fratello delle scuole cristiane, che qualcuno di voi avrà conosciuto, e mio fratello Giuseppe; e altri i quali furono anticamente nel nostro Oratorio, appartenenti alla Congregazione ed ora sono in paradiso. Con questi ne vidi alcuni altri che sono ancora vivi.

***

Quand´ecco che uno di coloro che facevano corteggio alla Vergine, dice ad alta voce: Surgamus!

Noi eravamo in piedi e non sapevamo che cosa ci indicasse quell´avviso, e dicevamo: - Ma come surgamus? Se siamo già tutti in piedi!- Surgamus! ripetè più forte la stessa voce. I giovani fermi ed attoniti si erano rivolti a me, aspettando un mio cenno; e non sapevano che cosa fare. Io mi volsi colà donde quel suono era partito e dissi: - Ma come fare? che cosa vuol dire surgamus, mentre siamo già tutti in piedi? -

E quella voce mi rispose con maggior forza: Surgamus! Io non sapeva rendermi ragione di questo comando che non intendeva.

Allora un altro di quelli che erano colla Beata Vergine si indirizzò a me, che stava sopra di un tavolo per dominare tutta la moltitudine, e così prese a dire con voce mirabilmente robusta, mentre i giovani stavano attenti: - E tu che sei prete dovresti intendere questo surgamus! Quando celebri la S. Messa non dici tutti i giorni sursum corda? Intendi forse con ciò di alzarti materialmente, oppure di innalzare gli affetti del cuore al cielo, a Dio?

Io tosto gridai ai giovani: - Su, su, figliuoli, ravviviamo, fortifichiamo la nostra fede, innalziamo i nostri cuori a Dio; facciamo un atto di amore e di pentimento; facciamo uno sforzo di volontà per pregare con vivo fervore, confidiamo in Dio. - E feci un segno e tutti ci inginocchiammo.

Un momento dopo mentre noi pregavamo sommessamente con slancio pieno di fiducia., una voce di nuovo si fece udire: Surgite! E fummo tutti in piedi e ci sentimmo sollevare sensibilmente da terra per una forza soprannaturale e salimmo io non so dire quanto, ma ben so che eravamo tutti molto in alto. Non saprei neppur dire sopra di che posassero i nostri piedi. Mi ricordo che io mi teneva stretto al telaio o al parapetto di una finestra. Tutti i giovani poi si arrampicavano su per le finestre e sulle porte. Chi si attaccava di qua, chi si attaccava di là; chi a spranghe di ferro, chi a chiodi robusti, chi alla cornice della volta. Tutti eravamo sollevati in aria ed io era stupito che non cadessimo per terra.

Ed ecco quel mostro, che avevamo veduto nel cortile, entra nella sala seguito da una innumerevole quantità di bestie di varia specie, ma tutte feroci. Scorrazzavano qua e là pel refettorio, mandavano urli orribili, sembravano smaniose di combattimento, sembrava che ad ogni momento fossero per slanciarsi con un salto addosso a noi. Ma ancora non facevano la prova di assalirci. Ci guatavano però sollevando il muso con occhio sanguigno. Noi dall´alto stavamo osservandole ed io tenendomi stretto stretto a quella finestra: - Se cadessi, diceva fra me, quale strazio orribile farebbero della mia persona!

 

***

Mentre noi eravamo in quella strana posizione, una voce uscì dalla Madonna, la quale cantava le parole di S. Paolo: Sumite ergo scutum fidei inexpugnabi1e. Era un canto così armonioso, così unito, di tale sublime melodia, che noi eravamo come in estasi. Si sentivano tutte le note dalla più bassa alla più alta e pareva che cento voci cantassero in una sola.

Noi stavamo ascoltando quel canto di paradiso, quando abbiamo visto partire dai fianchi della Madonna molti leggiadrissimi giovanetti, forniti di ali e discesi dal cielo. Si avvicinarono a noi portando degli scudi in mano e ne ponevano uno sul cuore di ciascheduno dei nostri giovani. Tutti quelli scudi erano grandi, belli, risplendenti. Riflettevasi in essi la luce che veniva dalla Madonna e sembrava proprio una cosa celeste. Ogni scudo nel mezzo pareva di ferro, poi un gran cerchio di diamante, e in ultimo sull´orlo un cerchio d´oro purissimo. Questo scudo rappresentava la fede. Quando tutti fummo così armati, coloro che erano intorno alla Beata Vergine intonarono un duetto e cantavano con sì bella armonia che non saprei quali parole possano in qualche modo esprimere tanta dolcezza. Era tutto ciò che si può immaginare di più bello, di più soave, di più melodioso.

Mentre io contemplava quello spettacolo ed era assorto in quella musica, fui scosso da una voce potente che gridava: Ad pugnam! Tutte quelle belve presero ad agitarsi furiosamente.

In un subito noi tutti cademmo, restando in piedi sul suolo ed ecco ognuno trovarsi in lotta colle fiere, protetti dallo scudo divino. Non so dire se abbiamo ingaggiata la battaglia nel refettorio oppure nel cortile. Il coro celeste continuava le sue armonie. Quei mostri slanciavano contro di noi, coi vapori che uscivano dalle loro fauci, palle di piombo, lancie, saette ed altri proiettili di ogni specie; ma queste armi o non ci arrivavano o colpivano i nostri scudi e rimbalzavano indietro. Ma i nemici a tutti i modi volevano ferire ed uccidere e si precipitavano all´assalto; ma non potevano recarci nessuna ferita. Tutti i loro colpi urtavano con impeto in quelli scudi, ed essi si rompevano i denti e fuggivano. Come flutti l´uno dopo l´altro si succedevano nell´assalirci quelle masse di belve spaventevoli, ma tutte incontravano la stessa sorte.

Lunga fu la pugna. Finalmente si fece udire la voce della Madonna: Haec est victoria vestra, quae vincit mundum, fides vestra.

A questa voce quella moltitudine di belve spaventata si diede a precipitosa fuga e scomparve. Noi restammo liberi, salvi, vincitori in quella sala immensa del refettorio, sempre illuminata dalla viva luce che si diffondeva dalla Madonna.

Allora io guardai fissandoli attentamente coloro che portavano quello scudo. Erano molte migliaia. Fra gli altri vidi Don Alasonatti, Don Ruffino, mio fratello Giuseppe e il Fratello delle scuole Cristiane che avevano combattuto con noi.

Ma gli occhi di tutti i giovani non potevano staccarsi dalla Madonna Santissima. Essa intonava un cantico di ringraziamento, che in noi destava nuovi gaudi e nuove estasi indescrivibili. Non so se si possa sentire cantico più bello in paradiso.

 

***

Ma la nostra allegrezza venne all´improvviso turbata da grida e gemiti strazianti misti ad urli feroci. Sembrava che i nostri giovani fossero dilaniati da quelle belve, fuggite pochi momenti prima da quel luogo. Io volli subito uscir fuori per vedere che cosa accadesse, e portar soccorso ai miei figli; ma non poteva uscire perchè alla porta vi erano i giovani che mi trattenevano e non volevano a tutti i costi che io uscissi. Io faceva ogni sforzo per liberarmi e diceva loro: Ma lasciatemi andare ad aiutare quelli che gridano. Voglio vedere i miei giovani e se loro tocca danno o morte, voglio morire con loro. Voglio andare, sebbene avessi da lasciarci la vita. - E strappatomi dalle loro mani, fui sotto i portici. Ed oh! miserando spettacolo. Il cortile era sparso di morti, di moribondi e di feriti.

I giovani, impauriti dallo spavento, tentavano fuggire da una parte e dall´altra e tutti quei mostri li inseguivano, si slanciavano loro addosso, conficcavano i denti nelle loro membra e li dilaniavano. Ad ogni istante erano giovani che cadevano e spiravano, mandando grida le più dolorose.

Ma chi più di tutti faceva spaventevole macello, era quell´orso comparso pel primo nel cortile degli artigiani. Con quei due denti simili a spade trapassava il petto dei giovani da destra a sinistra, e da sinistra a destra e quelli con doppia ferita nel cuore cadevano miseramente morti.

Io risolutamente mi posi a gridare: - Coraggio, miei cari giovani I

Molti giovani si rifugiarono vicino a me. Ma l´orso al mio apparire mi corse incontro. Io, facendomi coraggio, feci qualche passo verso di lui. Intanto alcuni giovani di quelli che erano nel refettorio e che avevano già vinte le bestie, vennero sulla soglia e si unirono a me. Quel principe dei demonii si avventò contro di me e contro di essi, ma non ci potè ferire perchè eravamo difesi dagli scudi. Anzi neppur ci toccò, perchè alla vista di questi, spaventato e quasi riverente, indietreggiava. Allora fu che guardando fisso quei suoi lunghi denti in forma di spade, vi lessi scritte due parole a grossi caratteri. Sull´uno era scritto: Otium; sull´altro: Gula.

Restai stupefatto e andava dicendo fra me: - Possibile che nella nostra casa, dove tutti sono tanto occupati, dove vi è tanto da fare che non si sa neppure dove dare del capo per isbrogliarci delle nostre occupazioni, vi sia chi pecchi di ozio? E riguardo ai giovani mi pare che lavorino, che studino a tempo e luogo e che in ricreazione non perdano tempo. - E non potevo darmi ragione della cosa.

Ma mi fu risposto: - Eppure delle mezz´ore se ne perdono !

- E di gola poi? io continuava; tra noi pare che anche volendolo non si possano commettere molte golosità. Non abbiamo guari occasioni di essere intemperanti. I cibi non sono ricercati e così le bevande. Si dà appena il necessario. Come dunque possono accadere intemperanze che conducano all´inferno? -

Di nuovo mi fu risposto: - O sacerdote! Tu credi di essere profondo nelle cognizioni morali e di avere già molta esperienza; ma in

ciò ne sai niente; sei nuovo del tutto. E non sai che si può commettere una golosità, una intemperanza anche bevendo acqua?

Io non contento volli avere una più chiara spiegazione ed essendo ancora il refettorio illuminato dalla Vergine, andai tutto triste dal fratello Michele perchè volesse schiarire il mio dubbio. Michele mi rispose: - Eh, mio caro, in questa parte sei ancora novizio. Ti spiegherò quanto domandi.

Riguardo alla gola hai da sapere che si può peccare d´intemperanza, quando anche a tavola si mangia o si beve più del bisognevole; si commette intemperanza nel dormire o quando si fa qualsiasi cosa riguardo al corpo che sia oltre il bisogno, che non sia necessaria. Riguardo all´ozio sappi che con questa parola non intendesi solo il non lavorare e l´occupare o no il tempo di ricreazione nel divertirsi, ma sibbene anche quando in questo tempo si lascia libera l´immaginazione nel pensare a cose che sono pericolose. L´ozio ha luogo eziandio quando nello studio uno si diverte con altrui disturbo, quando certi ritagli di ora si sprecano in letture frivole, o stando inerti a badare agli altri, lasciandosi vincere da quel momento di accidia, e specialmente quando in chiesa non si prega e si hanno a noia le cose di pietà. L´ozio è il padre, la sorgente, la causa di tante tentazioni cattive e di tutti i mali. Tu poi, che sei Direttore di questi giovani, devi procurare di tener da loro lontani questi due peccati, cercando di ravvivare in loro la fede. Se tu potrai ottenere dai tuoi giovani che siano temperanti in quelle piccole cose che ho detto, essi vinceranno sempre il demonio e colla temperanza verranno loro l´umiltà, la castità e le altre virtù. E se occuperanno il tempo a dovere non cadranno mai nelle tentazioni del nemico infernale e vivranno e morranno da santi cristiani.

 

***

Ascoltate queste cose, io lo ringraziai di così bella istruzione e quindi per accertarmi se ciò che io vedevo fosse realtà ovvero semplice sogno, cercai di toccargli la mano: ma nulla strinsi. Cercai di stringerla per la seconda volta e per la terza, e inutilmente: non strinsi che aria. Pure tutte quelle persone le vedeva, parlavano, sembravano vive. Mi accostai a Don Alasonatti, a Don Ruffino, a mio fratello: ma non mi fu possibile palpar loro la mano.

Io era fuor di me ed esclamai: - Ma è vero o non è vero tutto ciò che io vedo? Ma queste non sembrano persone? Non le ho udite a parlare?

Il fratello Michele mi rispose: - Dovresti sapere, e lo hai studiato, che, finchè l´anima non sarà riunita al corpo, è inutile tentare di toccarmi. Non puoi toccare i puri spiriti. Solo per farci vedere dai mortali dobbiamo prendere la nostra figura. Ma quando tutti risorgeremo al Giudizio, allora riprenderemo i nostri corpi immortali e spiritualizzati.

Allora volli appressarmi alla Madonna, che pareva avesse qualche cosa a dirmi. Ero quasi vicino a lei, quando mi pervenne all´orecchio un nuovo rumore e nuove e alte grida di fuori. Subito volli uscire per la seconda volta dal refettorio; ma nell´uscire mi svegliai.

Un sogno scritto a don Barberis ( 1876, MB XII 387-388)

Mio caro D. Barberis,

La tua lettera mi accordò colle affettuose parole del sempre caro D. Lemoyne di fare una gita a Lanzo: ma gli affari che abbiamo qui tra mano, e la mia sanità che reclama quei riguardi ch´io vorrei rifiutare, me lo impediscono almeno per ora. Ogni ascritto però mi può scrivere ed anche venire a Torino, se ne è bisogno. Pare però che le difficoltà debbano piuttosto essere quando uno si ascrive, che quando si fa professione religiosa, che dipende interamente dalla volontà individuale.

Sarà bene che tu dica che il dimandare di fare i voti non importa alcun legame e che dopo gli esercizi ognuno è pienamente libero. I riflessi erano piuttosto da farsi lungo l´anno, siccome molti prudentemente l´hanno fatto; ora pare che non ci sia più altro a fare che dar un calcio al mondo e dire con S. Alfonso:

Mondo più per me non sei,

Io per te non sono più:

Già tutti gli affetti miei

Ho donati al mio Gesù.

Ei m´ha tanto innamorato

Dell´amabil sua bontà,

Che d´ogni altro ben creato

L´alma più desio non ha.

Ora voglio raccontarti un sogno o favola o storia che si fabbricò in mia mente la notte della festa di S. Anna.

Ho veduto un pastore che lavorava per nutrire, pascolare, tener lontane dal pericolo le sue pecorelle. Lavorava da un anno, aveva sudato assai; e ne era assai contento delle sue fatiche, perchè le pecore divennero tutte assai grasse e ben cariche di lana; davano molto latte.

Venuto il tempo di tosare, ne fissò il giorno e invitò alcuni amici per fare un po´ di festa.

Il buon pastore entrò per tempo nell´ovile e si accorse che alcune pecorelle mancavano. Dove sono andate le pecorelle che mancano? si fece a chiedere.

Fu risposto: Venne un uomo, propose pascoli migliori e così adescate andarono con lui. Non ne sappiamo di più.

Povero me! disse il pastore afflitto. Per quelle pecorelle, che ho pur lavorato e sparso sudori; io mi pensava raccogliere un po´ di lana

ed anche un po´ di cacio, ed ora mi accorgo che ho lavorato invano. Opera et impensa periit.

No, risposero tutte le pecorelle con un linguaggio capito da tutti, no, alcune pecore ti portarono via la lana, ma noi ti compenseremo non solo colla nostra lana, ma ben anche con tutta la nostra pelle.

Il pastore ne fu contento e fece mille carezze alle pecorelle che rimasero fedeli nell´ovile, nel pascolo, nè si lasciarono sedurre da lusinghieri inviti.

Un bel premio a chi mi dà la spiegazione di quanto sta qui esposto.

Dio ci benedica tutti e pregate per me che vi sono in G. C.

Aff.mo amico

Sac. Gio. Bosco.

 

Un toro furibondo – Il trionfo della congregazione- Quattro chiodi emblematici (1876, MB XII, 463-469)

A chiusura e a ricordo degli esercizi Don Bosco raccontò un sogno simbolico, che è uno dei più istruttivi fra quanti ne aveva avuti fino allora. Don Lemoyne ne prese appunti mentr´egli parlava; indi pose subito tutto in iscritto e poi fece leggere a Don Bosco, che vi apportò qualche lieve modificazione. Per maggior chiarezza dividiamo la narrazione in quattro parti.

 

I Parte (463-465)

Si dice che non si deve badare ai sogni: vi dico in verità che nella maggior parte dei casi sono anch´io di questo parere. Tuttavia alcuna volta, quantunque non ci rivelino cose future, servono a farei conoscere in che modo sciogliere affari intricatissimi ed a farci agire con vera prudenza in varie faccende. Allora si possono ritenere, per la parte che ci offrono di buono.

Io in questo momento vi voglio appunto raccontare un sogno che mi tenne occupato, si può dire, in tutto il tempo di questi esercizi e specialmente mi travagliò in questa notte scorsa. Ve lo racconto tal quale lo feci, restringendolo solo qua e là un poco per non essere troppo lungo, perchè mi pare ricco di molti e gravi ammaestramenti.

Mi sembrò adunque che eravamo tutti insieme e andavamo da Lanzo a Torino. Ci trovavamo tutti su qualche veicolo, ma non saprei dire se fossimo sulla ferrovia o sugli omnibus; ma non eravamo a piedi. Arrivati a un dato punto della strada, non ricordo più dove, il veicolo si fermò. Io discendo giù per vedere che mai si fosse, e mi si affacciò un personaggio che non saprei definire. Mi pareva di alta e bassa statura nello stesso tempo; era grasso e sottile; mentre era bianco, era anche rosso; camminava per terra e per aria. Fui tutto stupefatto e non sapevo darmi ragione di questo, quando, fattomi coraggio, gli domandai: - Tu chi sei? -

Egli senza dirmi altro, rispose: - Vieni! -

Io voleva prima sapere chi fosse, che volesse, ma esso riprese: Vieni presto; facciamo girare i veicoli in questo campo. - Il mirabile si era che parlava piano e forte nello stesso tempo ed a varie voci, del che io non mi rifiniva di far meco stesso le meraviglie.

Il campo era vastissimo, proprio a vista d´occhio, tutto ben piano; non era a solchi, ma proprio battuto come fosse un´aia. Non sapendomi che dire, e vedendo quel personaggio tanto risoluto, facemmo dar di volta ai veicoli, i quali entrarono in quel vastissimo campo, e poi gridammo a tutti quei che erano dentro, che discendessero. Tutti discesero in brevissimo tempo, ed ecco che appena discesi si vedono scomparire i veicoli, senza sapere dove se ne siano andati.

- Ora che siamo discesi, mi dirai... mi direte.. mi dirà..., sussurrai io incerto del come diportarmi con quel personaggio, perchè ci abbia fatto fermare in questo luogo.

Rispose: - Il motivo è grave; si è per farvi evitare un grandissimo pericolo!

- E quale?

- Il pericolo di un toro furibondo, che non lascia persona viva al suo passaggio. Taurus rugiens quaerens quem devoret.

- Adagio, caro mio, tu attribuisci al toro quel che nella Sacra Scrittura S. Pietro dice del leone: leo rugiens!

- Non importa: là era leo rugiens, e qui è taurus rugiens. Il fatto si è che bisogna stiate bene all´erta. Chiama tutti i tuoi attorno a te. Annunzia loro solennemente e con gran premura che stiano attenti, molto attenti, ed appena sentiranno il muggito del toro., muggito straordinario ed immenso, si gettino subitamente a terra, e così se ne stiano bocconi colla faccia rivolta al suolo fin tanto che il toro abbia fatto il suo passaggio. Guai a colui che non ascolterà la tua voce; chi non si prostrerà bocconi nel modo che ti ho detto, è bell´e perso, perchè si legge nelle sante Scritture che, chi sta basso sarà esaltato, e chi sta alto sarà abbassato: qui se humiliat exaltabitur, et qui se exaltat humiliabitur.

Poi mi soggiunse di nuovo: - Presto, presto il toro è per venire; grida, grida forte che si abbassino.

Io gridava, ed egli: - Su, su! grida ancor più forte, grida, grida!

Io ho gridato tanto forte, che credo persino di aver spaventato D. Lemoyne, che dorme nella camera attigua; ma di più non poteva.

Ecco che in un istante si sente il muggito del toro: - Attenti! attenti! falli mettere in linea retta, tutti vicini gli uni agli altri da una parte e dall´altra con un passaggio in mezzo, per cui il toro possa passare. - Così mi grida quel personaggio. Io grido e do questi ordini; in un batter d´occhio tutti sono prostrati a terra e noi incominciammo a vedere il toro da molto lontano che arrivava furibondo. Sebbene la grande maggioranza fosse prostrata, tuttavia alcuni volevano stare a vedere che cosa fosse quel toro, e non si prostravano: erano pochi.

Quell´individuo mi disse: - Ora vedrai che cosa avverrà di costoro; vedrai che cosa riceveranno, perchè non si vogliono abbassare.

Io voleva avvertirli ancora, gridare, correre a loro; l´altro me lo negava; io insistetti che mi lasciasse andar da loro. Mi rispose reciso: - L´ubbidienza è anche per te: abbassati.

Non ero ancor prostrato che un grandissimo muggito, tremendo, spaventevole, si fece udire. Il toro era già vicino a noi. Tutti tremavano e domandavano: - Chi sa?... chi sa?...

- Non temete; giù a terra, io gridai.

E quel tale continuava a gridare: Qui se humiliat, exaltabitur, et qui se exaItat, humiliabitur... qui se humiliat.... qui se humiliat...

Una cosa strana che fece stupire anche me, fu questa, che sebbene io avessi il capo sul pavimento e fossi proprio tutto intieramente prostrato con gli occhi nella polvere, tuttavia vedeva benissimo le cose che attorno a me accadevano. Il toro aveva sette corna in forma quasi di circolo; due le aveva sottoposte al naso; due al posto degli occhi; due al posto ordinario delle coma ed uno sopra. Ma cosa maravigliosa! Queste coma erano fortissime, mobili, le voltava dalla parte che voleva, di modo che per abbattere ed atterrare qualcuno, non avea, correndo, da voltarsi qua e là; bastava andare avanti senza voltarsi, che abbatteva qualunque incontrasse. Più lunghe erano le coma del naso, e con queste faceva stragi veramente sorprendenti.

Già il toro ci era vicinissimo. Allora l´altro grida: - Si vedrà l´effetto dell´umiltà. - Ed in un istante, oh meraviglia! tutti noi ci vedemmo sollevati in aria, ad una considerevole altezza, di modo che era impossibile che il toro ci potesse raggiungere. Quei pochi che non si erano abbassati, non furono sollevati. Arriva il toro e li sbrana in un momento. Non fu uno salvo. Noi intanto così sollevati in aria, avevamo paura e dicevamo: - Se cadiamo giù, sì che siamo bell´e persi! poveri noi! Che mai sarà di noi? - Intanto vedevamo il toro furibondo che cercava di raggiungerci; faceva salti terribili per poterci dare delle cornate; ma non potè farci male di sorta alcuna. Allora furioso più che mai, fa segno che vuole andarsi a cercare dei compagni, quasi dicendo: - Allora ci aiuteremo gli uni gli altri, faremo scalata.... - E così, habens iram magnam, se ne andò.

Allora ci trovammo di nuovo per terra e quel tale di pose a gridare: -Voltiamoci dalla parte di mezzodì.

II Parte (465)

Ed ecco che senza capire come la cosa avvenisse, si cambiò affatto scena innanzi a noi. Voltatici verso mezzodì noi vedemmo esposto il Santissimo Sacramento; molte candele stavano accese dall´una e dall´altra parte, e già non compariva più quel prato, ma pareva che ci trovassimo in una chiesa immensa, tutta ben ornata. Mentre eravamo tutti in -adorazione avanti al Santissimo Sacramento, ecco che arrivano furibondi molti tori, tutti con corna orribili e spaventosissimi nell´aspetto. Vennero, ma essendo noi tutti in adorazione del Santissimo Sacramento, non ci poterono fare alcun male. Noi intanto ci eravamo posti a recitare la coroncina al Sacratissimo Cuore di Gesù. Dopo un poco, non so come, guardammo, ed i tori non c´erano più. Rivoltatici poi di nuovo dalla parte dell´altare, trovammo che i lumi erano spariti, il Sacramento non più esposto; scompare la chiesa: ma dove siamo? Ci trovammo nel campo dove eravamo prima.

Voi capite abbastanza che il toro è il nemico delle anime, il demonio, che ha grande ira contro di noi e cerca continuamente farci del male. Le sette coma sono i sette vizi capitali. Ciò che ci può liberare dalle coma di questo toro, cioè dagli assalti del demonio, dal non cadere nei vizi, si è principalmente l´umiltà, base e fondamento della. virtù.

Parte III (465-467)

Noi intanto stupefatti, meravigliati ci guardavamo gli uni gli altri; nessuno parlava; non sapevamo che dire. Si aspettava che Don Bosco parlasse o che quel tale ci dicesse qualche cosa. Quando esso, presomi da parte, soggiunse: - Vieni, ti farò vedere il trionfo della Congregazione di S. Francesco di Sales. Monta su questo sasso e vedrai!

Fra un gran macigno in mezzo a quel piano sterminato, ed io vi montai sopra. Oh che vista immensa si affacciò ai miei occhi! Quel campo che non avrei creduto tanto vasto, mi comparve come se occupasse tutta la terra. Uomini d´ogni colore, d´ogni vestito, d´ogni nazione, vi stavano radunati. Vidi tanta gente che non so se il mondo tanta ne possegga. Cominciai ad osservare i primi che si affacciarono al nostro sguardo. Erano vestiti come noi Italiani. Io conosceva quei delle prime file e vi erano tanti Salesiani che conducevano come per mano squadre di ragazzi e ragazze. Poi venivano altri, con altre squadre; poi ancora altri ed altri che più non conosceva e più non poteva distinguere, ma erano in un numero indescrivibile. Verso il mezzodì comparvero ai miei occhi, Siciliani, Africani ed un popolo sterminato di gente che io non conosceva. Erano sempre condotti da Salesiani, i quali io conosceva nelle prime file e poi non più.

- Vòltati, - mi disse quel tale. Ecco che mi si affacciarono agli occhi altri popoli sterminati di numero, vestiti diversamente da noi: avevano pellicce, specie di mantelli che parevano velluto, tutti a vari colori. Mi fece voltare verso i quattro punti cardinali. Tra le altre. cose vidi in oriente donne con i piedi piccoli tanto, che stenta vano a stare in piedi e quasi non potevano camminare. Il singolare si era che dappertutto vedeva Salesiani che conducevano squadre di ragazzi e di ragazze e con loro un popolo immenso. Nelle prime file sempre li conosceva; poi andando Avanti non li conosceva più, e nemmeno i  missionari. Qui molte cose non posso narrarle per disteso, perchè riuscirei troppo lungo.

Allora quel tale che mi aveva condotto e consigliato fino a questo punto, che cosa aveva a fare, prese di nuovo la parola e soggiunse: Guarda; considera; tu ora non capirai tutto quel che ti dico, ma sta´ attento: tutto questo che hai visto è tutta messe preparata ai Salesiani. Vedi quanto sia immensa la messe? Questo campo immenso in cui ti trovi è il campo in cui i Salesiani devono lavorare. I Salesiani che vedi sono i lavoratori di questa vigna del Signore. Molti lavorano, e tu li conosci. L´orizzonte poi si allarga, a vista di occhio, di gente che tu non conosci ancora; e questo vuol dire che non solo in questo secolo, ma ben anche nell´altro e nei futuri secoli, i Salesiani lavoreranno nel proprio campo. Ma sai a quali condizioni si potrà arrivare ad eseguire quello che vedi? Te lo dirò io. Guarda; bisogna che tu faccia stampare queste parole che saranno come il vostro stemma, la vostra parola d´ordine, il vostro distintivo. Notale bene: Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione Salesiana. Queste parole le farai spiegare, le ripeterai, insisterai. Farai stampare il manuale che le spieghi e faccia capir bene che il lavoro e la temperanza sono l´eredità che lasci alla Congregazione, e nello stesso tempo ne saranno anche la gloria.

Io risposi: - Questo lo farò molto volentieri; questo è tutto secondo il nostro scopo, è quello che vo già raccomandando tutti i giorni e vo insistendo semprechè me ne capiti l´occasione.

- Sei dunque ben persuaso? Mi hai dunque ben capito? Questa è l´eredità che lascerai loro, e di´ pur loro chiaro che, fintantochè i tuoi figli corrisponderanno, avranno seguaci al mezzodì, al nord, all´oriente e all´occidente. Ora discendi pure dagli esercizi ed incamminali per la loro destinazione. Questi saranno di norma, poi verranno gli altri. -

Ed ecco che compaiono nuovamente degli omnibus per condurci tutti a Torino. Io osservo, osservo; erano omnibus tutti sui generis, strani quanto mai. I nostri cominciano a montare; ora quegli omnibus non avevano appoggio da nessuna parte, ed io temeva che i giovani cadessero e non voleva lasciarli partire. Ma quel tale mi disse: -Vadano, vadano pure; essi non hanno bisogno di appoggio, solo che eseguiscano bene quelle parole. Sobrii estote et vigilate. Eseguite bene queste due parole, noli si cade, sebbene non vi siano appoggi e la carrozza corra. -

IV Parte (467-469)

Partirono adunque ed io rimasi solo con quel tale: - Vieni, mi soggiunse tosto; vieni; voglio farti vedere la parte più importante; oh avrai da impararne bene! Vedi là quel carro?

- Lo vedo!

- Sai che cosa è?

- Ma non vedo bene.

- Se vuoi veder bene, avvicinati. Vedi là quel cartellone? Avvicinati; osservalo; su quel cartello vi è l´emblema: da quello conoscerai.

Io mi avvicino e vedo su quel cartello dipinti quattro chiodi molto grossi. Mi rivolsi a lui dicendo:

- Ma non capisco nulla, se non mi spiega.

- Non li vedi quei quattro chiodi? Osservali bene. Sono i quattro chiodi che forarono e tormentarono tanto crudelmente la persona del Divin Salvatore.

- E con ciò?

- Sono quattro chiodi che tormentano le Congregazioni religiose. Se eviti questi quattro chiodi, cioè che la tua Congregazione non resti tormentata da essi, che sappiate tenerli lontani, allora le cose andranno bene e voi sarete in salvo.

- Ma io ne so come prima, risposi; che cosa significano questi chiodi?

- Se vuoi sapere meglio, visita meglio questo carrozzone che ha i chiodi per emblema. Vedi; questo carrozzone ha quattro scompartimenti, ciascuno dei quali corrisponde ad un chiodo.

- Ma e questi scompartimenti, che cosa significano?

- Osserva il primo scompartimento. - Osservo e leggo sul cartello: Quorum Deus venter est. - Oh, adesso comincio a capire qualche cosa.

Quel tale mi risponde:

- Questo è il primo chiodo che tormenta e manda in rovina le Congregazioni religiose. Egli farà strage anche di voi, se non stai attento. Combattilo bene e vedrai che le tue cose prospereranno.

- Ora veniamo al secondo scompartimento; leggi l´iscrizione del secondo chiodo: Quaerunt quae sua sunt, non quae Jesu Christi. Quivi sono quelli che cercano le proprie comodità, gli agi, e brigano pel bene proprio o forse, anche dei parenti, e non cercano il bene della Congregazione, che è quello che forma la porzione di Gesù Cristo. Sta´ attento, allontana questo flagello e vedrai prosperare la Congregazione.

Terzo scompartimento: osservo l´iscrizione del terzo chiodo, ed era: Aspidis lingua eorum.

- Chiodo fatale per le Congregazioni sono i mormoratori, i sussurroni; quelli che cercano sempre di criticare e per diritto e per traverso.

Quarto scompartimento: Cubiculum otiositatis. - Qui sono gli oziosi in gran numero, e quando si incomincia ad introdurre l´ozio, la comunità resta bell´e rovinata; invece, finchè si lavorerà molto, nessun pericolo per voi. Ora osserva ancora una cosa che vi è in questo carrozzone a cui molte e molte volte non si bada, ed io voglio che tu osservi con attenzione tutta speciale. Vedi quel ripostiglio che non fa parte di nessun scompartimento, ma si estende un poco in tutti? E´ come un mezzo scompartimento o distretto.

- Vedo; ma non c´è che rimasugli di foglie, erbaccia alta: altra più bassa ingarbugliata.

- Bene, bene; è questo che voglio che tu osservi.

- Ma che cosa posso io ricavar da questo?

- Osserva bene l´iscrizione che sta quasi nascosta.

Osservo bene e vedo scritto: Latet anguis in herba.

- Ma e con questo?

- Guarda, vi sono certi individui che stan nascosti; non parlano; non aprono mai il cuore ai Superiori; ruminano sempre in cuore i loro segreti; sta´ attento; latet anguis in herba. Sono veri flagelli, vera peste delle Congregazioni. Ancorachè cattivi, se fossero svelati, si potrebbero correggere; ma no, stanno nascosti, noi non ce ne accorgiamo, ed intanto il male si fa grave, il veleno si moltiplica nel cuore di costoro, e quando fossero conosciuti non vi sarebbe più tempo a riparare il danno che già hanno prodotto. Impara dunque bene le cose che devi tener lontane dalla tua Congregazione: tieni bene a mente quanto hai udito: da’ ordine che queste cose siano spiegate e rispiegate a lungo. Facendo così, sta´ tranquillo sulla tua Congregazione, che le cose prospereranno un dì più dell´altro.

Allora io pregai quel tale che per non dimenticare nessuna delle cose che mi aveva detto, mi lasciasse un po´ di tempo per poterle scrivere.

- Se vuoi far la prova, mi rispose, scrivile, ma temo che ti manchi il tempo, e sta´ attento.

Mentre esso mi diceva queste cose ed io mi preparava per iscrivere, mi parve di sentire un rumore confuso, un´agitazione tutto intorno a me. Il pavimento di quel campo pareva che traballasse. Allora io mi volgo attorno per vedere se qualche cosa ci fosse di nuovo, e vedo i giovani poco prima partiti, che tutti spaventati, da ogni parte tornavano a me, e subito dopo, il muggito del toro, ed il toro medesimo che li inseguiva. Quando il toro ricomparve, io fui tanto spaventato alla sua vista che mi risvegliai.

Io vi ho raccontato il sogno in questa circostanza, prima di separarci, ben persuaso di poter dire con tutta verità, che sarebbe degna conclusione degli esercizi, se noi porporremo di attenerci al nostro stemma: Lavoro e temperanza; e se procureremo a tutt´uomo di evitare i quattro grandi chiodi che martoriano le Congregazioni. Il viziò della gola, il cercar le agiatezze, le mormorazioni e l´ozio, a cui è da aggiungere che ciascuno sia sempre aperto, schietto e confidente coi proprii Superiori. In questo modo faremo del bene alle anime nostre e nello stesso tempo potremo anche salvare quelle che la Divina Provvidenza affiderà alle nostre cure.

La filossera (1876, MB XII 475-480)

La terza muta, dal 1° al 7 ottobre, fu predicata dal padre Bruno, filippino dell´Oratorio torinese, gran direttore di anime. V´intervennero soli preti e i chierici più anziani. Don Bosco non si mosse mai da Lanzo nemmeno nei brevi intervalli fra una muta e l´altra. Le notizie dell´ultima scarseggiano assai più che per le antecedenti, se non fosse di un sogno narrato sul finire, dovremmo qui fare punto. Bisogna che ne riuniamo i dati, perchè non ci è stato trasmesso nella consueta forma parlata. Nelle memorie del tempo lo troviamo designato col titolo “La fillossera ”.[14]

Sembrava a Don Bosco di trovarsi entro una vastissima sala nel Borgo S. Salvario a Torino. Religiosi e religiose in gran numero, appartenenti a diversi Ordini e Congregazioni, stavano ivi radunati: all´entrare di Don Bosco, tutti i loro occhi si rivolsero verso di lui, come se vi fosse da tutti aspettato. In mezzo ad essi vide un uomo di aspetto strano, con la testa fasciata da una bianca benda e con la persona avvolta in una specie di lenzuolo a guisa di mantello. Don Bosco volle sapere chi fosse quella testa strana e gli fu risposto che quella testa strana era egli stesso, Don Bosco... Rappresentava forse Don Bosco sognante.

Si avanzò dunque fra quella moltitudine di persone religiose, che gli facevano intorno larga corona, sorridendogli; ma nessuno parlava. Egli osservava sorpreso: ma tutti continuavano a guardarlo ridendo e senza far motto. Finalmente ruppe il silenzio e disse:

- Perchè ridete così? Sembra quasi che vogliate burlarvi di me!

- Burlarci di te? T´inganni; noi ridiamo perchè abbiamo indovinato il motivo che ti ha condotto qui.

- Come lo potete indovinare, se io stesso non saprei dirvi perchè ci sia venuto? Vi accerto che il vostro ridere mi sorprende.

- Il motivo che ti ha menato qui, dissero i religiosi, è questo. Tu hai dato gli esercizi ai tuoi chierici a Lanzo.

- E con ciò?

- Ora vieni a cercare che cosa dire nella predica di conclusione.

- Sia pure come voi dite. Suggeritemi dunque che cosa debbo dire, qualche avviso che giovi a far fiorire sempre più la Congregazione di S. Francesco di Sales. Ve ne sarei tenuto.

- Una cosa sola noi ti suggeriamo: di´ ai tuoi figliuoli che si guardino dalla fillossera.

- La fillossera?! Ma che c´entra la fillossera?

- Se terrai lontana dalla tua Congregazione la fillossera, essa avrà lunga vita e fiorirà e farà un grandissimo bene alle anime.

- Ma io non vi capisco.

- Come, non capisci? La fillossera è il flagello che ha portato la rovina in tanti ordini religiosi e fu la causa per la quale tanti non raggiungono più oggi il loro, altissimo fine.

- E’ inutile quest´avviso, se voi non vi spiegate meglio. Io non ne capisco nulla.

- Allora non valeva la pena studiare tanta teologia.

- Tanto quanto mi sembra d´aver fatto il mio dovere; ma nei trattati teologici non ho mai trovato che si parli di fillossera.

- Eppure se ne parla. Riduci a senso morale e spirituale questa parola.

Nell´etimologia di fillossera non vedo neppure alla lontana un significato che possa ridursi a senso spirituale.

- Giacchè tu non sei capace di spiegare il mistero, ecco venire chi te ne darà la spiegazione.

In quella Don Bosco notò un certo movimento fra la turba per lasciar libero il passo a qualcuno e vide avanzarsi verso di lui un nuovo personaggio. Lo fissò bene; ma gli parve di non averlo mai veduto, benchè con i suoi modi familiari mostrasse di essere una sua antica conoscenza. Appena gli fu vicino, Don Bosco gli disse:

- Voi giungete proprio a proposito per levarmi dall´imbarazzo, in cui mi hanno posto questi signori. Pretendono che la fillossera minacci distruzione alle case religiose e vogliono che io prenda la fillossera per tema della conclusione dei nostri esercizi spirituali.

- Don Bosco, che si crede tanto sapiente,. non sa queste cose? E´ certo che se tu combatterai a tutto potere questa fillossera e insegnerai ai tuoi figli il modo di combatterla a dovere, la tua Società non mancherà di fiorire. Sai che cosa è la fillossera?

- So che è una malattia che s´attacca alle piante e ne mena strage, facendole intisichire.

- E questa malattia da che cosa proviene?

- E’ originata da una moltitudine infinita di animalucci, che prendono possesso di una pianta.

- Come si fa a salvare le piante vicine dalla distruzione?

- Ecco quello che più non intendo.

- Ascolta bene quello che sono per dirti. La fillossera comincia a comparire sopra una pianta sola, e non passa gran tempo che tutte le piante più prossime ne sono infette, anche se si trovano a una certa distanza. Ora quando in una vigna, in un frutteto, in un giardino compare la malattia, l´infezione si estende rapidamente e la bellezza e i frutti sperati se, ne vanno in rovina. Sai come si estende il male? Non per contatto, perchè la distanza lo impedisce; non perché gli animaletti scendano nel suolo e attraversino lo spazio che li divide dalle altre piante: l´esperienza lo prova: è il vento che solleva questa maledizione e la sparge sui rami delle piante ancora sane. E rapidissima succede una sì gran .disgrazia. Ebbene, sappi che il vento ´della mormorazione porta lontano la fillossera della disobbedienza. Intendi ?

- Comincio a capire.

- Ora i danni che porta questa fillossera spinta da simil vento sono incalcolabili. Nelle case più fiorenti fa prima scemare la carità vicendevole; poi lo zelo per la salute, delle anime; quindi genera ozio; poi toglie tutte le altre virtù religiose e infine lo scandalo le rende oggetto di riprovazione da parte di Dio e da parte degli uomini. Non fa bisogno che alcuno dei depravati passi da un collegio all´altro: basta questo vento che soffia da lontano. Persuaditi! Questa fu la causa che condusse alla distruzione certi Ordini religiosi.

- Hai ragione. Riconosco la verità di quel che dici. Ma come porre rimedio a tanta disgrazia?

- Le mezze misure non bastano, ma è necessario ricorrere ai mezzi estremi. Per porre un argine alla fillossera materiale, si tentò di zolforare le piante infette, si ricorse all´acqua calcinata, s´inventarono altri espedienti; ma tutto questo a nulla valse, perchè da una sola pianta la fillossera rovina in un istante la vigna intiera. Quindi da una vigna si propaga in quelle vicine, e da queste alle altre, cosicchè da una regione si estende a tutta la provincia, da questa a tutto un regno e via. Vuoi dunque sapere l´unico modo che vi sia per troncare efficacemente il male, nel suo principio? Appena la fillossera si manifesta sopra una pianta, cautamente tagliarla, tagliare le siepi che ha intorno e tutto gettare alle fiamme. Se poi la vigna intera ne fosse infetta, recidere tutte le piante e tutte ridurle in cenere per salvare le vigne vicine. Il fuoco solo estermina simile malattia. Perciò, quando in una casa si manifesta la fillossera dell´opposizione ai voleri dei superiori, la noncuranza superba delle Regole, il disprezzo alle obbligazioni del vivere comune, tu non temporeggiare: sradica quella casa dalle fondamenta; rigetta i suoi membri, senza lasciarti vincere da una perniciosa tolleranza. Come della casa, così farai dell´individuo. Talvolta ti sembrerà che un individuo isolato possa guarire e ridursi di bel nuovo sul buon sentiero; oppure ti rincrescerà colpirlo per l´amore che gli porti od anche per qualche sua speciale abilità o scienza che ti sembra tornare di lustro alla Congregazione. Non lasciarti muovere da simili riflessioni. Persone di questa fatta difficilmente cambieranno costume. Non dico che la loro conversione sia impossibile; sostengo però che di rado accade, e talmente di rado, che questa probabilità non è bastevole per indurre un Superiore a piegarsi verso più benigna sentenza. Certuni, si dirà, potranno fare riuscita peggiore in mezzo al mondo. Tal sia di loro; essi porteranno tutto il peso della loro condotta, ma la tua Congregazione non ne avrà a soffrire.

- E se realmente, ritenendoli nella Società, si potesse con la tolleranza tirarli al bene?

- Questa supposizione non vale. E’ meglio rimandare uno di questi superbi che ritenerlo col dubbio che possa continuar a seminare zizzania nella vigna del Signore. Tieni bene a memoria questa massima; mettila risolutamente in pratica, qualora ne venisse il bisogno; fanne oggetto di conferenza ai tuoi Direttori e sia quest´argomento il tema per la chiusura dei tuoi esercizi.

- Sì, lo farò. Grazie dei tuoi avvisi. Ma ora dimmi: chi sei tu?

- Non mi conosci più? Non ti ricordi quante volte noi ci siamo veduti?

Mentre lo sconosciuto così diceva, tutti gli astanti sorridevano. In quel mentre sonò la levata e Don Bosco si svegliò. Egli aggiunse che questo sogno gli era durato tre notti consecutive; la qual particolarità toglie consistenza al dubbio che il racconto sia una specie di parabola da lui escogitata per vestire fantasticamente la sua idea. L´affare della “testa strana ” gli fornì l´esordio, con cui, secondo il solito, umiliare se stesso sul principio e levare dalla mente degli uditori l´impressione che si trattasse di carismi straordinari. Nella massima parte dei sogni Don Bosco incontrava un personaggio che gli faceva da guida e da interprete.

Visione di San Domenico Savio (1876, MB XII, 585-595)

Finalmente la sera del 22 dicembre restò memoranda nell´Oratorio. Fu anticipata alquanto l´ora delle preghiere. Convennero nel parlatorio degli studenti anche gli artigiani e tutte le persone di casa. Don Bosco aveva promesso per il giorno innanzi; ma ne era stato impedito. S´immagini l´aspettazione generale! Egli ascese in cattedra, salutato da un entusiastico battimani, come avveniva tutte le volte che dava in questo modo la “buona notte” alla comunità intera. Appena accennò a parlare, si fece il più profondo silenzio.

La sera nella quale mi fermai a Lanzo, venuta l´ora del riposo, mi accadde di essere occupato dal seguente sogno. P, un sogno che non ha nulla di relazione cogli altri sogni. Ne ho già raccontato uno quasi simile nel tempo degli esercizi, ma e perchè non vi eravate tutti voi, e perchè molto differente, ho deciso di raccontarvi questo. Sono cose molto strane. Ma voi sapete che coi miei figli io apro tutto il mio cuore; per essi non ho segreti. Fatene quel conto che volete: ma siccome dice S. Paolo, quod bonum est tenete, così se troverete in questo sogno qualche cosa che faccia bene all´anima vostra, approfittatene. Chi non vuol credere, non mi creda, ciò non importa niente; ma nessuno metta mai in ridicolo le cose che sono per dire. Vi prego ancora di non volerle raccontare ad altri che non siano della casa e neppure scriverne fuori. Ai sogni si può dare l´importanza che i sogni si meritano, e coloro che non conoscono la nostra intimità, potrebbero pronunziare un giudizio erroneo e chiamare le cose con nome diverso dal loro proprio. Non sanno che siete i miei figli e che io a voi dico tutto quello che so, e alcune volte anche quello che non so (risa generali). Ma ciò che manifesta un padre ai suoi amati figliuoli per loro bene, deve stare lì tra padre e figliuoli, e non più oltre. Ed anche per un´altra ragione. Per lo più, raccontandosi fuori il sogno, o si travisa il fatto, o se ne racconta solo una parte non capita; e da ciò nasce danno e il mondo disprezzerebbe ciò che non deve essere disprezzato.

Bisogna che sappiate che i sogni si fanno dormendo. Dunque la notte del 6 di dicembre, mentre era in mia camera, senza saper bene, se leggessi o girassi qua e là per la camera, ovvero fossi già in letto, entrai nel sognare.

In un momento mi sembrò di essere sopra un piccolo rialzo di terra o collina, sulle sponde di una pianura immensa, i cui confini l´occhio non poteva raggiungere. Si perdeva nell´immensità. Era tutta cerulea come un mare in piena calma, ma quello che io vedevo non era acqua. Sembrava come un terso lucente cristallo. Sotto i miei piedi, dietro di me ed ai lati, vedeva una regione configurata come quelle di un littorale in riva all´oceano.

Quella pianura era divisa da larghi e giganteschi viali in vastissimi giardini, di bellezza inenarrabile, tutti scompartiti in boschetti, praterie, ed aiuole di fiori, di forme e colori diversi. Nessuna fra le nostre piante può darci un´idea di quelle, benchè in qualche modo si vedesse una somiglianza. Le erbe, i fiori, gli alberi, le frutta erano vaghissime e di singolare aspetto. Le foglie erano. d´oro, i tronchi e i gambi di diamante e il resto corrispondeva a questa ricchezza. Non potevansi contare le differenti specie: ed ogni specie ed ogni individuo splendeva di una propria luce. Io vedeva in mezzo a quei giardini e in tutta l´estensione della pianura innumerevoli edifizi di un ordine, vaghezza, armonia, magnificenza, vastità così straordinaria, che nella costruzione di uno di questi, sembrava non dovessero bastare tutti i tesori della terra. Io diceva fra me stesso: - Se i miei giovani avessero una sola di queste case, oh come godrebbero, come sarebbero felici e vi starebbero volentieri! - Così io pensava, potendo vedere quei palazzi solamente all´esterno. Quanto maggiore non doveva essere la magnificenza interna!

Mentre meravigliava di tante stupende cose che ornavano quei giardini, ecco diffondersi una musica dolcissima, e di così grata e soave armonia, che io non posso dame un´idea adeguata. Quelle di Don Cagliero e di Dogliani non hanno nulla di musicale poste in confronto di quella. Erano centomila strumenti e tutti davano un suono differente l´uno dall´altro e tutti i suoni possibili svolgevano per l´aria le loro onde sonore. A questi si univano i cori dei cantori.

Vidi allora una moltitudine di gente che si trovava in quei giardini e si divertiva allegra e contenta. Chi suonava e chi cantava. Ogni voce, ogni nota faceva l´effetto come una riunione di mille strumenti, tutti diversi l´uno dall´altro. Contemporaneamente si udivano i vari gradi della scala armonica, dal più basso al più alto, che si possano immaginare, ma tutti in perfetto accordo. Ah! per descrivere quest´armonia non bastano paragoni umani.

Si vedeva dalle facce di quei felici abitatori, che i cantanti non provavano solamente un piacere straordinario di cantare, ma sentivano nello stesso tempo immenso gaudio nell´udire cantar gli altri. E quanto più uno cantava, più gli si accendeva il desiderio di cantare, e quanto più ascoltava tanto più desiderava di ascoltare. Ecco il loro cantico: Salus, honor, gloria Deo Patri Omnipotenti... Auctor saeculi, qui erat, qui est, qui venturus est iudicare vivos et mortuos in saecula saeculorum.

Mentre estatico ascoltava questa celeste armonia, ecco apparire una quantità immensa di giovani, dei quali moltissimi io conosceva ed erano stati nell´Oratorio e negli altri nostri collegi; ma di essi la maggior parte mi era ignota affatto. Quella folla sterminata veniva verso di me. Alla loro testa si avanzava Savio Domenico, e subito dopo di lui procedevano D. Alasonatti, D. Chiala, D. Giulitto e molti, e molti altri chierici e preti, ciascuno guidando una squadra di giovani.

Interrogava me stesso: - Dormo o son sveglio? - E batteva le mani una contro dell´altra e mi toccava il petto, per accertarmi essere una realtà quanto io vedeva. Giunta tutta quella folla innanzi a me, si fermò alla distanza di otto o dieci passi. Allora brillò un lampo di luce più viva, cessò la musica e si fece un profondo silenzio. Tutti quei giovani erano pieni di gioia grandissima, che loro traspariva dagli occhi, e sul loro volto si vedeva la pace di una felicità perfetta. Mi guardavano con un dolce sorriso sul labbro e comprava che volessero parlare; ma non parlavano.

Savio Domenico si avanzò solo di qualche passo ancora e si fermò così vicino a me, che se io avessi stesa la mano, l´avrei certamente toccato. Taceva, guardandomi esso pure sorridente. Come era bello! Le sue vesti erano al tutto singolari. La tonaca candidissima che scendevagli fino ai piedi era trapuntata di diamanti, e d´oro tutta intessuta. Un´ampia fascia rossa cingeva i suoi fianchi, ricamata così di gemme preziose che una quasi toccava l´altra; e intrecciandosi nel disegno meraviglioso, presentavano tale bellezza di colori, che io nel vederli mi sentiva trasportare fuori dei sensi per l´ammirazione. Dal collo gli pendeva un monile di fiori pellegrini ma non naturali: sembrava che le foglie fossero di diamanti uniti insieme su gambi d´oro e così tutto il resto. Questi fiori risplendevano di una luce sovrumana, più viva di quella del sole, che in quell´istante brillava in tutto lo splendore di un mattino di primavera; e riflettevano i loro raggi su quel viso candido e rubicondo in una maniera, indescrivibile; e così l´illuminavano che non si potevano neppur ben distinguere le loro varie specie. Il capo aveva cinto di una corona di rose. La capigliatura scendevagli ondeggiante giù per le spalle e gli dava un aspetto così bello, così affettuoso, così attraente che sembrava... sembrava... un angelo!

Don Bosco nel pronunziare queste ultime parole sembrava che facesse tino sforzo per trovare espressioni adattate; e le finì con un gesto indescrivibile, e un tono di voce che scosse tutti; era come uno che sia spossato dallo sforzo di trovare i termini per svelare a pieno la sua idea. Dopo breve pausa proseguì:

Anche le persone di tutti gli altri risplendevano di luce. Erano vestiti in vario modo, e sempre stupendo; chi più, chi meno ricco; chi in una, chi in altra foggia; chi di un colore dominante, chi di un altro; e quelle vesti diverse avevano un significato che nessuno saprebbe comprendere. Ma tutti avevano i fianchi cinti con eguale fascia rossa.

Io continuava ad osservare e pensava: . Che cosa vuol dire questo?... Come ho fatto a venire in questo luogo? . E non sapeva ove mi fossi. Fuori di me, tutto tremante per riverenza, non osava andare avanti. Anche tutti gli altri continuavano a rimaner silenziosi. Finalmente Savio Domenico aperse la bocca: . Perchè tu stai lì muto e quasi annichilito? Non sei tu quell´uomo che una volta di nulla ti spaventavi, ma affrontavi intrepido le calunnie, le persecuzioni, i nemici e le angustie e pericoli di ogni fatta? Dov´è il tuo coraggio? Perchè non parli? .

Io risposi a stento quasi balbettando: . Non so che cosa dire. Sei tu dunque Savio Domenico?

- Sono io! Non mi riconosci più?

- E come va che ti trovi qui? - io replicai sempre confuso.

E Savio affettuosamente: - Son venuto per parlarti! Tante volte ci siamo parlati sulla terra! Non ti ricordi quanto un giorno tu mi amavi? Quante volte tu mi hai dati numerosi pegni di amicizia e mi hai usato tanti tratti di benevolenza! E questo tuo vivo amore non era da me corrisposto? Era tanto grande la mia confidenza in te! Perchè dunque sei così sgomentato? Perchè dunque tu tremi? Orsù fammi qualche interrogazione!

Allora io mi feci animo e gli dissi: - Io tremo, perchè non so ove mi sia.

- Sei nel luogo della felicità, mi rispose Savio, ove si godono tutte le gioie, tutte le delizie.

- E´ questo adunque il premio dei giusti?

- No, no! qui siamo in un luogo dove non si godono i beni eterni, ma invece dove, benchè grandi, si hanno solamente beni temporali.

- Sono dunque naturali tutte. queste cose?

- Sì; abbellite però dalla potenza di Dio.

- E a me pareva, io esclamai, che questo fosse il paradiso!

- No, no, noi rispose Savio. Nessun occhio mortale può vedere le bellezze eterne.

- E queste musiche, io continuava, sono le armonie che godete in paradiso?

- No, no, e sempre no!

- Sono suoni naturali?

- Sì, sono suoni naturali. perfezionati dall´onnipotenza di Dio.

- E questa luce che supera la luce del sole, è luce soprannaturale? E´ luce di paradiso?

- E´ luce naturale, ravvivata però e perfezionata dall´onnipotenza di Dio.

- E non si potrebbe vedere un poco di luce soprannaturale?

- Non si può vedere da alcuno senza che sia giunto a vedere Iddio sicut est. Il minimo raggio di quella luce farebbe morire un uomo all´istante, poichè non è sostenibile dalle forze dei sensi umani.

- E si potrebbe avere una luce naturale ancor più bella di questa?

- Oh se tu sapessi! Se vedessi solamente un raggio di luce naturale portata ad un grado superiore a questo, tu ne rimarresti fuori di te.

- E non si può vedere almeno un raggio di questa luce che tu dici?

- Sì che si può vedere; avrai la prova di ciò che io dico; apri gli occhi.

- Li ho aperti, io risposi.

- Sta´ attento e guarda là in fondo al mare di cristallo. -

Guardai in su e nello stesso tempo comparve d´improvviso nel cielo ad una immensa distanza un´istantanea striscia di luce, sottilissima come un filo, ma così splendente, così penetrante che i miei occhi non poterono resistere. M chiusi e mandai un grido tale da svegliare D. Lemoyne (qui presente) che dormiva nella camera vicina. Spaventato, mi domandò al mattino che cosa mi fosse accaduto nella notte, da essere stato così agitato. Quel filo di luce era cento milioni di volte più chiaro del sole, e col suo fulgore basterebbe ad illuminare tutto l´universo creato.

Dopo qualche istante apersi gli occhi e dimandai a Savio Domenico: - Che cosa è questo? Non è forse un raggio divino? -

Savio rispose: - Non è luce soprannaturale, benchè in confronto della luce del mondo così sia superiore in fulgidezza. A questa niente altro che luce naturale resa più viva in tale modo dalla potenza di Dio. Se una zona immensa di luce, simile a quella striscia vista là in fondo, fasciasse tutto il mondo, non ti darebbe ancora un´idea degli splendori del paradiso.

- E voi che cosa godete adunque in paradiso?

- Eh, sì!... dirtelo è cosa impossibile. Quello che si gode in paradiso, non vi è uomo mortale che possa saperlo, finchè non sia uscito di vita e riunito al suo Creatore. Si gode Iddio! Ecco tutto. -

Io intanto, essendomi pienamente riavuto dal mio primo sbalordimento, era assorto nel contemplare la bellezza di Savio Domenico e gli chiesi con franchezza: - Perchè hai un vestito così bianco e smagliante? -

Savio tacque senza dar segno di voler rispondere. Il coro ripigliò allora la sua armonia, accompagnato dal suono di tutti gli strumenti, e cantò: Ipsi habuerunt lumbos praecinctos et dealbaverunt stolas suas in sanguine Agni.

- E perchè, interrogai ancora finita quella musica, perchè quella fascia rossa ai tuoi fianchi? -

Savio neppure questa volta rispose, anzi fe´ come segno di non voler rispondere.

E allora D. Alasonatti da solo si mise a cantare: Virgines enim sunt et sequuntur Agnum quocumque ierit.

Allora io intesi come quella fascia rossa, color di sangue, fosse simbolo dei grandi sacrifizi fatti, dei violenti sforzi e quasi del martirio sofferto per conservare la virtù della purità: e come per mantenersi casto al cospetto del Signore, fosse stato pronto a dare la vita, se le circostanze così avessero portato: era anche simbolo delle penitenze che mondano l´anima dalle colpe. La bianchezza poi e splendore della veste, significano l´innocenza battesimale conservata.

Io intanto attratto da quei canti e contemplando tutte quelle falangi di giovani celestiali schierati dietro a Savio Domenico, gli domandai: - E chi sono coloro che ti stanno attorno?... E come va che voi siete tutti così splendenti? io ripetei agli altri. - Savio continuava a tacere e tutti quei giovani si posero a cantare: Hi sunt sicut Angeli Dei in caelo. Io intanto notava come Savio sembrasse avere la preminenza su quella moltitudine che era dietro a lui un dieci passi, quasi in rispettosa distanza e: - Dimmi, o Savio: tu sei il più giovane fra i molti che ti seguono e fra quelli che morirono nelle nostre case: perchè dunque vai così innanzi ad essi e li precedi? perchè tu parli e gli altri tacciono?

- Io sono il più vecchio di tutti questi.

- Ma no, io replicai; altri molti sono di te più avanti negli anni.

- Io sono, il più antico dell´Oratorio, ripetè Savio Domenico, perchè sono stato il primo a lasciare il mondo e ad andare nell´altra vita. E poi legatione Dei fungor! -

Questa risposta mi indicava il motivo di quella apparizione. Era l´ambasciatore di Dio. - Dunque, io dissi, parliamo ora di quelle

cose che più in questo istante ci importano.

- Sì, e fa´ presto a domandarmi ciò che desideri ancora sapere. Le ore passano e potrebbe finire il tempo che mi è concesso per parlarti e non potresti più vedermi.

- Io credo che tu abbia qualche cosa di somma importanza da comunicarmi.

- Che cosa debbo dirti io, miserella creatura? disse Savio in atto di umiltà profonda, dall´alto ho ricevuta la missione di parlarti.

per questo che sono venuto.

- Dunque, io esclamai, parlami del passato, del presente, dell´avvenire del nostro Oratorio. Dimmi qualche cosa dei miei cari figliuoli, parlami della mia Congregazione.

- Riguardo a questa avrei molte cose a dirti.

- Palesami dunque ciò che sai: dimmi del passato.

Savio: - Il passato cade tutto sopra di te.

Ed io: - Ne ho fatta qualcheduna delle mie?

Savio: - Quanto al passato ti dico che la tua Congregazione ha già fatto molto del bene. Vedi laggiù quel numero sterminato di giovani?

- Li vedo, risposi. Oh quanti! e come sono felici!

Ed egli: - Guarda; che cosa sta scritto all´entrata di quel giardino?

- Vedo: sta scritto Giardino Salesiano.

- Or bene, continuò Savio; furono tutti Salesiani, o furono educati sotto di te, o con te ebbero qualche relazione, da te salvati o dai tuoi preti, o chierici, o altri che da te furono posti sulla via della loro vocazione. Númerali, se puoi! Ma sarebbero cento milioni di volte più numerosi, se tu avessi avuto maggior fede e confidenza nel Signore. -

Io sospirai con un gemito. Non seppi che cosa rispondere a questo rimprovero e proponeva tra me stesso: Guarderò di avere per l´avvenire questa fede e questa confidenza. Poi dissi: - E il presente? -

Savio mi mostrò un magnifico mazzo di fiori che teneva fra le mani. Vi erano rose, viole, girasoli, genziane, gigli, semprevive o perpetue e in mezzo ai fiori spighe di grano. Me lo porse e mi disse: - Osserva!

- Vedo... ma non capisco niente, io risposi.

- Questo mazzolino presentalo ai tuoi figli, perchè possano offrirlo al Signore quando sia venuto il momento; fa´ che tutti l´abbiano, che non vi sia alcuno che ne sia privo e che nessuno loro lo tolga. Con questo sta´ sicuro che ne avranno abbastanza per essere felici.

- Ma che cosa significa questo mazzo di fiori?

-- Prendi la Teologia, mi rispose: essa te lo dirà, te ne darà spiegazione.

Ed io: - Ma la Teologia l´ho studiata e non saprei come ricavare da essa ciò che tu mi presenti.

Savio: - Sei obbligato strettamente a saper queste cose.

- Orsù, cavami dall´ansietà, dammi la spiegazione.

Savio: - Vedi adunque questi fiori? Rappresentano le virtù che più piacciono al Signore.

- E quali sono?

Savio: - La rosa è simbolo della carità, la viola dell´umiltà, il girasole dell´obbedienza, la genziana della penitenza e della mortificazione, le spighe della comunione frequente; il giglio indica quella bella virtù della quale sta scritto: Erunt sicut Angeli Dei in caelo: la castità. E la sempreviva o perpetua significa che tutte queste virtù devono durare sempre: la perseveranza.

- Or bene, mio caro Savio, io gli domandai, dimmi: tu che hai praticate queste virtù in vita, quale cosa più ti consolò in punto di morte?

- Quale sembra a te che possa essere? rispose Savio.

- Forse l´aver conservata la bella virtù della purità?

- Eh no; non è questo solo.

- Forse ti rallegrò l´aver la coscienza tranquilla?

- E’ già una buona cosa, ma non è ancor la migliore.

- Sarà stato adunque tuo conforto la speranza del paradiso? Neppure!

- Dunque, sarà l´aver fatto tesoro di molte opere buone?

- No, no.

- Quale adunque fu il tuo conforto in quell´ultima ora? -- Così gli dissi con aria supplichevole, imbarazzato dal non riuscire ad indovinare il suo pensiero.

- E Savio: - Ecco: ciò che più mi confortò in punto di morte fu l´assistenza della potente ed amabile Madre del Salvatore! E questo dillo ai tuoi figli! Che non si dimentichino di pregarla finchè sono in vita. Ma fa´ presto, se vuoi ch´io possa ancora risponderti.

- E pel futuro che cosa mi dici?

- Nell´avvenire, l´anno prossimo venturo 1877 avrai da provare un grande dolore. Sei più due fra coloro che ti sono più cari saranno da Dio chiamati all´eternità. Ma consòlati: saranno trapiantati da questo campo del mondo nei giardini del paradiso. Saranno incoronati. Non temere però; il Signore ti aiuterà e ti darà altri figli anche buoni.

- Pazienza! E per ciò che riguarda la Congregazione?

- Riguardo alla Congregazione sappi che Iddio ti prepara grandi cose. Per essa l´anno venturo sorgerà un´aurora di gloria così splendida che illuminerà come un lampo i quattro angoli del mondo, dall´oriente all´occidente, dal mezzodì al settentrione. Grande gloria è per lei preparata. Ma tu procura che il carro sul quale sta il Signore, non sia trascinato dai tuoi fuori delle guide e del sentiero. Se i tuoi preti sapranno così condurlo ed essere degni della loro alta missione, l´avvenire sarà splendidissimo ed apporterà salute ad una infinità di persone. Ad una condizione però: che i tuoi figli siano divoti della Beata Vergine e sappiano conservare la virtù della castità, che tanto piace agli occhi di Dio, per l´universalità della Casa.

- Ora io vorrei, soggiunsi, che tu mi dicessi qualche cosa della Chiesa in genere.

- I destini della Chiesa sono nelle mani di Dio Creatore. Ciò che è stabilito nei suoi infiniti decreti non posso rivelartelo. Egli riserva unicamente per sè tali arcani e nessuno degli spiriti creati può esserne partecipe.

- E di Pio IX?

- Ciò che posso dirti si è che il Pastore della Chiesa non avrà più da combattere a lungo su questa terra. Poche sono le battaglie che deve ancor vincere. Fra poco sarà tolto di seggio e il Signore gli darà la meritata mercede. Il resto si sa. La Chiesa non perisce. Hai qualche altra cosa da domandarmi?

- E in quanto a me? io gli chiesi.

- Oh se sapessi quante vicende hai ancora da sostenere!... Ma sbrigati che è più poco il tempo che mi è concesso per parlarti.

Allora con slancio io tesi le mani per afferrare quel santo figliuolo, ma le sue mani sembravano aeree e nulla strinsi.

- Folle! che cosa fai adesso? mi disse Savio sorridendo.

- Ho paura che tu mi fugga, esclamai Ma tu non sei qui col corpo?

- No, col corpo. Lo riprenderò un giorno.

- Ma cosa sono queste tue sembianze? Se io vedo proprio in te la figura di Savio Domenico!

- Vedi, ci diceva, quando l´anima è separata dal corpo e con permissione di Dio si fa vedere a qualche mortale, conserva la sua forma ed apparenza esterna, con tutte le fattezze del corpo stesso, come quando viveva sulla terra, e così, sebbene grandemente abbellite, le conserva finchè a lui non sia riunita nel giorno del giudizio universale. Allora lo terrà seco in paradiso. Perciò ora ti sembra che io abbia mani, piedi, capo, ma tu non potresti fermarmi essendo io puro spirito. E’ questa forma esterna che mi ti fa conoscere .[15]

- Ho inteso, io ripresi. Ascoltami. Ancora una risposta. I miei giovani sono tutti sulla buona via per salvarsi? Dimmi qualche cosa, perchè io possa dirigerli bene.

- Riguardo ai figli che la Provvidenza Divina ti ha affidati, si possono dividere in tre classi. Vedi queste tre note? (e me ne porgeva una). Osservale. -

Io guardai la prima nota. Sopra di essa era scritto Invulnerati: cioè coloro che il demonio non aveva potuto ferire; che non hanno macchiata la loro innocenza di colpa alcuna. Erano in gran numero questi sani, e li vidi tutti. Molti di essi io già li conosceva; molti era la prima volta che li vedeva, e forse dovranno venire all´Oratorio negli anni futuri. Camminavano diritti per uno stretto sentiero, non ostante che fossero continuamente fatti bersaglio alle saette e ai colpi di spade e di lancie che partivano da ogni parte. Queste armi che formavano come siepe lungo le due sponde della via, li combattevano e li molestavano senza ferirli.

Allora Savio mi diede la seconda nota. Eravi scritto sopra: Vulnerati: cioè coloro che erano stati in disgrazia di Dio, ma ora risorti in piedi, avevano curate le loro ferite, essendosi pentiti e confessati. Erano costoro in numero maggiore dei primi e avevano riportate le ferite sul sentiero della loro vita, dai nemici che facevano siepe al loro viaggio. Lessi la nota dei loro nomi e tutti li vidi. Molti andavano curvi e scoraggiati.

Savio aveva ancora in mano la terza nota. Sopra questa eravi l´epigrafe: Lassati in via iniquitatis. Vi erano scritti i nomi di tutti quelli che si trovano in disgrazia di Dio. Era impaziente di conoscere quel segreto: quindi stesi la mano. Ma Savio mi disse con vivacità: - No; aspetta un momento e ascolta. Se apri questo foglio, tale ne uscirà un fetore. che nè tu nè io potremmo sopportarlo. Gli angioli debbono ritirarsi stomacati e inorriditi per questo, e lo stesso Spirito Santo sente ribrezzo della puzza orribile del peccato.

- Ma come, io osservava, ciò può essere, se Dio e gli angioli sono impassibili? Come possono sentire il puzzo della materia?

- Sì, perchè quanto più le creature sono buone e pure, tanto più si avvicinano agli spiriti celesti: al contrario quanto più uno è cattivo, disonesto e sozzo, tanto più si allontana da Dio e dagli angeli, i quali da lui si ritraggono, divenuto per loro oggetto di schifo e di nausea. - Quindi mi diede la nota, e: - Prendila pure, mi disse, aprila e sàppine fame profitto per i tuoi giovani: ma ricòrdati sempre del mazzolino che ti ho dato: fa´ che tutti l´abbiano e lo conservino. Ciò detto, dopo avermi data la noto, si ritirò in mezzo ai suoi compagni, quasi in atto di fuggire.

Apersi la nota. Non vidi alcun nome, ma all´istante mi furono presentati in un colpo d´occhio tutti gli individui scritti in quella, come se io vedessi proprio in realtà le persone stesse. Tutti lì vidi e con amarezza. La maggior parte io li conosceva e appartenevano a questo Oratorio ed agli altri collegi. Vidi pure molti che in mezzo ai compagni figurano come buoni, anzi alcuni che compariscono ottimi e tali non sono. Ma nell´atto di aprir quella carta, si sparse intorno un tale fetore che era insopportabile. Fui subito assalito da dolori acerbissimi di capo e di sforzi di vomiti tali che temeva morirne. Intanto l´acre si fece oscuro, in esso sparve la visione, e nulla più vidi di quel meraviglioso spettacolo. Nello stesso tempo guizzò un fulmine e rimbombò un colpo di tuono così forte e terribile, che mi svegliai tutto spaventato.

Quell´odore penetrò in tutte le pareti, s´infiltrò nelle vesti, di modo che molti giorni dopo mi pareva di sentire ancora quella pestilenza. Tanto è puzzolente agli occhi di Dio perfino il nome del vizioso! Ancora presentemente, appena mi ritorna alla memoria quella puzza, mi vengono i brividi, mi sento soffocare e lo stomaco viene eccitato al vomito.

Là a Lanzo ove io mi trovava, ho incominciato ad interrogare l´uno e l´altro, ho avvertito parecchi giovani ed ho scoperto che quel sogno non mi aveva ingannato. E´ dunque una grazia del Signore che mi fece conoscere lo stato dell´anima di ciascuno; ma io però di questo non dirò nulla in pubblico. Qui ci sarebbero molte spiegazioni da fare, ma queste le riserbo per altra sera. Ora non mi resta più che di augurarvi la buona notte. -

Prevede la morte di Pio IX (1877, MB XIII, 42-44)

La notte sul 7 di febbraio, andato a dormire con questo pensiero, sognò di ritrovarsi a Roma.

Mi parve di trovarmi di nuovo a Roma; mi recai subito al Vaticano senza neppur pensare al pranzo nè a chiedere l´udienza nè ad altro. Mentre mi trovavo in una sala, arriva Pio, IX ed all´amichevole si siede in un gran seggiolone o canapè a me vicino. Io, tutto meravigliato, cerco d´alzarmi in piedi e fargli i debiti ossequi; ma esso nol permise, anzi con premura mi fece forza che stessi lì seduto accanto a lui, e si incominciò a un dipresso questo dialogo.

S. Padre. Non è da molto tempo che ci siamo veduti.

D. Bosco. Veramente son pochi giorni.

S. Padre. D´ora in avanti ci vedremo con più frequenza, perchè vi sono molte cose a trattare. E intanto ditemi: che, cosa avete già fatto dopo la vostra partenza da Roma?

D. Bosco. Ci fu tempo a poco; si sono assettate varie cose interrotte per la mia assenza e poi si pensò a quello che si sarebbe potuto fare per i Concettini. Ma ecco che mi arriva domanda del Card. Vicario, perchè prendiamo la direzione dell´Ospedale della Consolazione. È la prima domanda che ci fa il detto Cardinale e vorremmo accondiscendere; ma nello stesso tempo siamo imbrogliati per mancanza di personale.

S. Padre. Quanti preti avete già mandati ai Concettini? - Ed intanto mi fece passeggiare con lui tenendomi sempre per mano.

D. Bosco. Noi ne abbiamo mandato un solo e studiavamo appunto di mandarne alcuni altri, ma siamo impacciati perchè non ne troviamo.

S. Padre. Prima di pensare ad altro procurate di provvedere a Santo Spirito. - Poco dopo il Santo Padre ritto sulla persona colla faccia alta e quasi raggiante di luce, mi stava guardando.

D. Bosco. Oh santo Padre, se potessero mai i nostri giovani vedere la vostra faccia! Io credo che resterebbero fuori di sè per la consolazione. Essi vi vogliono tanto bene!

S. Padre. Questo non è impossibile... Chi sa che non possano ancora vedere compiuto questo loro desiderio?

Ma intanto quasi gli venisse male, appoggiandosi qua e là, va come per sedersi sopra di un canapè e seduto che fu vi si prostese sopra, distendendovi tutta la persona. Io credeva che fosse stanco e che volesse adagiarsi per riposare un poco e perciò cercai di mettergli un capezzale un po´ elevato sotto il capo per sostenerlo; ma esso non volle e distese anche le gambe, mi disse: - Ci vuole un lenzuolo bianco da coprirmi da capo a piedi.

Io stava tutto attonito e stupefatto a rimirarlo: non sapevo che cosa dovessi dire, nè che cosa dovessi io fare. Non intendeva nulla di ciò che accadeva.

In quel mentre il S. Padre si alza e dice: - Andiamo.

Arrivati in una sala ove erano molte persone di dignità ecclesiastica il Santo Padre, senza che gli altri vi badassero, s´incammina verso un uscio chiuso. Io prestamente apro l´uscio, acciocchè Pio IX che era già vicino potesse passare. Vedendo ciò uno dei prelati si mise a crollare il capo ed a borbottare: - Questa non è cosa che spetti a Don Bosco; vi sono persone apposite a fare questo ufficio.

Mi scusai alla meglio, facendo osservare che io non mi arrogava alcun diritto, ma che apersi la porta non essendovi alcun altro che il facesse e ciò perchè il Papa non s´incomodasse e non vi inciampasse. Il Santo Padre avendo udito, si volse indietro sorridendo e disse: - Lasciate che faccia; sono io che lo voglio. - Ed il Papa, passata questa porta, non apparve più.

Io dunque mi trovava lì tutto solo e non sapeva più dove fossi. Voltandomi qua e là per orizzontarmi vidi che da una parte vi era Buzzetti. La sua vista mi fece molto piacere. Io voleva dirgli qualche cosa, quando egli avvicinatosi a me: - Veda, mi dice, che ha le scarpe guaste e malandate.

D. Bosco. - Lo so. Che vuoi? Ne hanno già fatto dei giri queste scarpe; sono ancora quelle che avevo quando andai a Lanzo; vennero

a Roma già due volte: sono già state in Francia ed ora sono già di nuovo qui. Certo che debbono essere logore.

Buzzetti. Ma adesso non possono assolutamente più portarsi; non vede che i talloni sono già tutti rotti ed ha i piedi per terra?

D. Bosco. Questo va tutto bene: ma adesso dimmi; sai tu dove siamo? Sai che cosa facciamo qui? Sai il perchè sono qui?

Buzzetti. Sì che lo so.

D. Bosco. Dimmi adunque: sogno io, oppure quello che vedo è una realtà? Dimmi presto qualche cosa.

Buzzetti. Stia tranquillo che non sogna; è tutto vero quello che vede. Qui siamo a Roma nel Vaticano. Il Papa è morto. E tanto è vero questo, che ella volendo uscir di qui avrà delle difficoltà e non troverà la scala.

Allora io mi affaccio alle porte, alle finestre e trovo case infrante e diroccate da ogni parte e le scale rotte; e frantumi in ogni luogo.

D. Bosco. Ora qui mi avvedo proprio che sogno: poco fa io sono stato in Vaticano e col Papa, ma non vi era niente di tutto questo.

Buzzetti. Queste macerie furono prodotte da uno scrollo improvviso che avverrà dopo la morte del Papa, poichè tutta la Chiesa alla di lui morte sarà scossa terribilmente.

Io non sapevo nè che dirmi nè che farmi. Volevo ad ogni costo discendere dal luogo ove mi trovava; faccio la prova, ma temeva di rovinare in qualche abisso.

Tuttavia io tentava discendere, ma molti tenevanmi chi per le braccia, chi per la veste ed uno mi teneva forte pei capelli e non mi lasciava andare a nessun costo. Io mi son messo a gridare: - Ahi! mi fai male! - E tanto fa il dolore che soffersi, che mi svegliai trovandomi nel letto in camera.

 

Il Servo di Dio, se non credette di tenere per sè questo sogno singolare, proibì nondimeno ai Direttori di parlarne con chicchessia, esprimendo anzi il parere che per allora non fosse da farne verun caso. Ma ben si vide di lì a un anno preciso, che non trattavasi punto di sogno comune; infatti proprio sul principiare della notte dal 6 al 7 febbraio il grande Pontefice Pio IX, dopo una rapida malattia, rese la sua bell´anima al Signore.

Confetture per i Salesiani (1877, MB XIII, 302-303)

Nella così detta predica dei ricordi il Beato raccontò un sogno. [16]

Sono venuto a dirvi due parole al posto del solito predicatore. Si ricevettero poco fa dall´America buone notizie, che sentirete poi leggere nei refettori o in altro luogo. Qui però io, invece di farvi una predica, vi racconterò una storiella. Chiamatela voi come volete: favola, sogno, storia; datele molta, datele poca, datele nessuna importanza. Giudicatela come vi piace; tuttavia anche la storiella che sono per narrarvi c´insegnerà qualche cosa..

Mi sembrava di passare per i viali di Porta Susa e davanti alla caserma dei militari vidi una donna che mi sembrava una venditrice di castagne abbrustolite, perchè sul fuoco faceva girare una specie di cilindro, dentro il quale io credeva che vi fossero a cuocere delle castagne. Meravigliato di vedere una maniera così nuova di far cuocere le castagne, mi avvicinai e vidi proprio quel cilindro a girare. Domandai alla donna che cosa facesse cuocere in quello strano arnese. Ed essa:

 - Vado facendo confetture per i Salesiani.

 - Come! dissi; confetture per i Salesiani?

 - Sì! mi rispose; e in ciò dire aperto il cilindro, me le mostrò. Io potei allora, conoscere entro a quel cilindro confetture di vario colore, tramezzate e divise le une dalle altre da una tela; altre erano bianche, altre rosse, altre nere. Sopra di esse vidi una specie di zucchero ingommato, che sembrava goccie di pioggia o di rugiada caduta di fresco e questa pioggia era in qualche punto sparsa di macchie rosse.

Io allora interrogai la donna: - Si possono mangiare questi confetti?

 - Sì, disse; e me ne porse.

Ed io: - Ma... e che vuol dire che alcune di queste confetture sono rosse, altre nere, e altre bianche?

E quella donna: - Le bianche costano poca fatica, ma si possono facilmente macchiare; le rosse costano il sangue; le nere costano la vita. Chi gusta di queste, non conosce fatiche, non conosce la morte.

 - E quello zucchero ingommato che cosa indica?

 - È simbolo della dolcezza del Santo che avete preso ad imitare. Quella specie di rugiada significa che si dovrà sudare e sudare molto per conservare questa dolcezza, e che talvolta si dovrà spargere persino il sangue per non perderla.

Io tutto meravigliato voleva continuare a far domande, ma essa non mi rispose, più non parlò ed io continuai il mio cammino, tutto sopra pensieri per le cose udite. Ma ecco che, fatti appena alcuni passi, incontro D. Picco con altri nostri preti, tutti sbalorditi, tutti mortificati, coi capelli rizzati sul capo: - Che cosa è accaduto? dimandai loro.

E D. Picco: - Se sapesse!... se sapesse!...

Ed io insisteva domandando che cosa ci fosse di nuovo; ed esso: - Se sapesse!... Ha veduto quella donna che faceva confetture?

 - Sì! E con ciò?

 - Or bene, continuava tutto impaurito, mi ha detto che le raccomandassi di far in modo che i suoi figliuoli lavorino, lavorino. Essa diceva: troveranno molte spine, ma troveranno anche molte rose: di´ loro che la vita è breve e la messe è molta; la vita, s´intende, è breve paragonata a Dio, perchè davanti ad esso è un momento, un nulla.

 - Ma... e non si lavora? dissi io.

Ed egli: - Si lavora, ma si lavori. - Detto ciò, io non vidi più nè lui nè gli altri e più meravigliato di prima continuai la mia strada verso l´Oratorio e quivi giunto mi svegliai.

Questa è la storiella che vi voleva raccontare. Chiamatela apologo, parabola, fantasia, questo poco importa; quello che vorrei si ritenesse bene a mente si è ciò che disse quella donna a Don Picco ed agli altri; ossia che pratichiamo la mansuetudine del nostro San Francesco e che lavoriamo molto e sempre!

“ Amico venerato, siate padre prediletto” (1877, MB XIII ,534-536)

In settembre durante gli esercizi di Lanzo egli narrò quello che aveva veduto; udirono fra gli altri la narrazione il conte Cays chierico, Don Barberis e Don Lemoyne, il quale scrisse tutto nella forma seguente.

Sognai. Stendevasi innanzi a me una regione che non mi sembrava dei dintorni di Torino. Una casa rustica avente d´innanzi una piccola aia parea che mi ricettasse. Questa casa come quelle dei contadini era disadorna, e la camera ove io mi trovava avea porte che mettevano in varie altre stanze. Queste però non allo stesso livello della prima. In alcune si saliva, in altre si scendeva per mezzo di pochi gradini. Tutto intorno si vedeva una rastrelliera che sosteneva utensili per i lavori rurali. Io volgeva gli occhi da una parte e dall´altra, ma non vedeva alcuno. Mi pongo a girare per le camere, ma erano tutte vuote. La casa era deserta. Quando la voce di un ragazzino che cantava giunse al mio orecchio. La voce veniva dal di fuori della casa. Esco. Il fanciullo era sui dieci o dodici anni, tarchiato, robusto, vestito da artigiano. La sua voce era sonora. Stava ritto fermo, fissando lo sguardo su me. Vicino a lui una donna pulitamente vestita, ma che all´apparenza sembrava una contadina, assistevalo. Il giovane cantava in lingua francese:

Ami respectable,

Soyez notre père aimable.

Io che mi era fermato sulla soglia della porta: - Vieni, vieni pure, gli dissi: e chi sei tu? - Il giovane guardandomi ripeteva la stessa canzone di prima. Ed io: - Che cosa vuoi da me?

E l´altro ritornava da capo a cantare il suo ritornello.

Ed io: - Ma spiegati chiaramente. Vuoi che ti riceva in casa? Hai qualche bella cosa da dirmi? Desideri qualche regalo, una medaglia forse? Ovvero aspetti da me qualche soccorso in danaro?

Il giovanetto allora non badando alle mie interrogazioni volse lo sguardo attorno e cambiando parole si mise a cantare:

Voilà mes compagnons

Qui diront ce que nous voulons.

Ed ecco spuntare una gran quantità di giovani che venivano innanzi verso l´area sulla quale mi trovavo, camminando sui gerbidi (I). E costoro a pieno coro cantare distintamente:

Notre père du Chemin,

Guidez - nous dans le Chemin

Guidez - nous au jardin,

Non au jardin des fleurs,

Mais au jardin des bonnes moeurs.

 - Ma chi siete tutti voi? - dissi io meravigliato, mentre mi era fatto innanzi fra quella moltitudine infantile. E il piccolo che aveva cantato prima da solo, da solo risponde continuando il canto:

Notre Patrie

C´est le pays de Marie.

Ed io ripresi: - Non capisco! Che cosa fate qui? Che cosa volete da me?

E tutti in coro:

Nous attendons l´ami

Qui nous guide au Paradis.

 - Siamo d´accordo, soggiunsi. Volete venire nei miei collegi? Siete troppi! ma in qualche modo faremo. Volete imparare il catechismo? Io ve lo insegnerò. Volete confessarvi? Son pronto. Volete che vi insegni il canto, vi faccia scuola, oppure una predica? - E tutti in coro graziosamente ripeterono:

Notre Patrie

Cest le pays de Marie.

Io tacqui allora e pensava tra me: - Ove sono io? A Torino oppure in Francia? Ma ieri non mi trovava ancora nell´Oratorio? È cosa strana questa! Non mi ci raccapezzo! - E mentre così pensava e rifletteva, quella buona donna prese per mano il fanciulletto e coll´altra fece un segno, indicò ai giovani che si raccogliessero e che si incamminassero verso un´aia più grande della prima, che non era molto lontana: - Venez avec moi - disse: e si mise in cammino.

Tutti i giovani che mi avevano circondato si misero in marcia verso la seconda aia. Mentre io pure andava con essi, nuove folle di giovanetti si aggiungevano alla prima. Molti di essi portavano la falce, molti le zappe e molti recavano gli strumenti di varii mestieri. Io mirava questi giovani sempre più stupito. Io non era all´Oratorio, non ero a Sampiedarena. Diceva fra me: - Ma io non sogno, perchè  cammino. - Intanto la moltitudine dei giovani che mi circondava, se qualche volta io rallentava il passo, mi urtava e mi spingeva verso l´aia più grande.

Io intanto non perdeva di vista la donna che ci precedeva, e che attirava la mia viva curiosità. Con quel suo modesto vestire da montanina o pastorella, con quel suo fazzoletto rosso al collo e pettorale bianco, pure sembravami un essere misterioso, benchè nulla avesse di sorprendente nel suo esterno. Su quella seconda aia eravi un´altra casa rustica e poco distante un fabbricato molto bello.

Quando tutti i giovani furono raccolti in quell´aia, la donna si volse a me e: - Guarda, mi disse, queste campagne: guarda questa casa, guarda questa gioventù!

Io guardava e la folla dei giovanetti era innumerevole. I giovani erano in numero maggiore più di mille volte del numero partito dalla prima aia. La donna continuò: - Questi giovani sono tutti tuoi!

 - Miei? risposi io. E con quale autorità voi mi date questi giovanetti? Non sono nè vostri nè miei; sono del Signore!

 - Con quale autorità? riprese la donna; sono i miei figli ed io te li affido.

 - Ma come farò io a sorvegliare una gioventù così vispa, così immensa? Vedete quei giovani che corrono all´impazzata per i campi e gli altri che li inseguono? Questi che saltano i fossi, quelli che si arrampicano sugli alberi? Quei là che si battono? Come è possibile che io solo li tenga tutti in ordine e disciplina?

 - Mi chiedi il da farsi? Osserva, - esclamò la donna.

Mi voltai indietro e vidi avanzarsi una nuova schiera numerosissima di altri giovanetti. Ed ecco la donna slanciare e stendere un gran velo sopra di essi e tutti coprirli. Ove avesse preso il velo non vidi. Dopo alcuni istanti lo tirò a sè. Quei giovanetti si erano trasformati. Erano divenuti tutti uomini, tutti preti e chierici.

 - E questi preti e chierici sono miei? - Così interrogai la donna.

Essa mi rispose: - Sono tuoi se te li farai! Adesso se vuoi sapere qualche cosa di più vieni qui. - E mi fece avanzare alquanto verso di sè.

 - Ma ditemi, o buona donna, ditemi, qual luogo è questo? ove sono io?

La donna non rispose, ma colla mano fece segno a quei giovani che tutti si raccogliessero intorno a Lei. I giovani accorsero ed essa intuonò: - Attention, garçons, silence. Ouvriers, Ateliers, chantez tous ensemble. - E battendo la mano fece un segnale. Allora i giovani a pieno coro cantarono: Gloria, honor, gratiarum actio Domino Deo Sabaoth. Tutti insieme formarono una meravigliosa armonia. Erano serie di voci che contemporaneamente dalle note più basse salivano alle più alte, intrecciandosi: sicchè sembravano il basso partire dalla terra, mentre il soprano andava a perdersi nell´alto dei cieli. Finito che ebbero quest´inno tutti gridarono cantando: - Ainsi soit - il.

Ed io allora mi svegliai.

Maria lo salva (1878, MB XIII, 548-549)

Nella notte del Venerdì Santo io vegliai al fianco di D. Bosco circa fino alle due dopo mezzanotte e mi ritirai quindi nella stanza vicina per dormire, essendo venuto Enria Pietro a succedermi nella veglia. Essendomi accorto dalle grida soffocate di D. Bosco che egli sognava di cose non sorridenti, lo interrogai sul far dell´alba, ed ebbi la seguente risposta.

« Mi pareva di trovarmi in mezzo ad una famiglia, i cui membri avevano deciso di mettere a morte un gatto. Il giudizio e la sentenza era stata rimessa a Monsignor Manacorda. Monsignore però rifiutavasi, dicendo: - Che cosa debbo saper io del vostro affare? Io non ci ho nulla da vedere. - E in quella casa regnava una grande confusione.

Io stavo appoggiato ad un bastoncello osservando, quando ecco comparire un gatto nerastro coi peli irti che precipitava correndo verso la mia direzione. Dietro a lui due grossi cagnacci inseguivano quel meschinello tutto spaventato, e sembrava che presto lo avrebbero raggiunto. Io vedendo passare poco lungi da me quel gatto, lo chiamai. Esso parve esitare alquanto, ma avendo io replicato l´invito, alzando un poco i lembi della mia veste, quel gatto corse ad appiattarsi vicino a´ miei piedi.

Quei due cagnacci si fermarono di fronte a me ringhiando cupamente.

 - Via di qua, dissi loro, lasciate in pace questo povero gatto.

Allora con mia grande meraviglia quei cagnacci apersero la bocca e snodando la lingua presero a parlare in modo umano: - No mai; dobbiamo ubbidire al nostro padrone; e abbiamo ordine di uccidere questo gatto.

 - E con qual diritto?

 - Esso si è dato volontariamente al suo servizio. Il padrone può assolutamente disporre della vita del suo schiavo. Quindi noi abbiamo l´ordine di ucciderlo, e l´uccideremo.

 - Il padrone, risposi, ha diritto sulle opere del servo e non sulla vita, e questo gatto non permetterò mai che venga ucciso.

 - Non lo permetterai? tu? - E ciò detto i due cani si slanciarono furiosamente per afferrate il gatto. Io alzai il bastone menando colpi disperati contro gli assalitori. - Olà! io gridava; fermi, indietro!

Ma essi ora si avventavano, ora rinculavano e la lotta si prolungò per molto tempo; in modo che io era affranto dalla stanchezza. I cani avendomi lasciato un momento di tregua, volli osservare quel povero gatto che era sempre a´ miei piedi, ma con stupore me lo vidi tramutato in un agnellino. Mentre pensavo a quel fenomeno, mi rivolgo ai due cani. Essi pure avevano cambiato forma; apparivano due orsi feroci, poi cambiando sempre aspetto parevano prima tigri, poi leoni, quindi scimmioni spaventosi e prendevano altre forme sempre più orribili. Finalmente presero figura di due orrendi demoni: - Lucifero è il nostro padrone, urlavano i demoni, colui che tu proteggi si è dato a lui, quindi dobbiamo a lui strascinarlo togliendogli la vita. -

Mi volsi all´agnello il quale più non vidi, ma al suo posto stava un povero giovanetto che fuori di sè dallo spavento, andava ripetendo supplichevole: - D. Bosco, mi salvi! D. Bosco, mi salvi!

 - Non aver paura, gli dissi. Hai proprio volontà di farti buono?

 - Sì, sì, o D. Bosco; ma come ho da fare a salvarmi?

 - Non temere, inginocchiati; prendi nelle mani la medaglia della Madonna! Su, prega con me.

E il giovanetto si inginocchiò. I demoni avrebbero voluto appressarsi; io stava in guardia col bastone alzato, quando Enria vedendomi così agitato mi svegliò e mi tolse così di vedere il fine di quell´avvenimento.

Il giovanetto era un di quelli da me conosciuti.

Gli Agnellini e la tempesta estiva (1878, MB XIII 761-764)

Della partenza per le vacanze e del ritorno, nessuna notizia quest´anno, se non fosse un sogno intorno agli effetti che le vacanze sogliono produrre. Don Bosco lo raccontò la sera del 24 ottobre. Appena, esordendo, ne diede l´annunzio, si videro manifestazioni universali di contentezza.

Io sono contento di rivedere il mio esercito di armati contra diabolum. Questa espressione, quantunque latina, è capita anche da Cottino.[17] Tante cose avrei a dirvi, essendo la prima volta che vi parlo dopo le vacanze; ma per ora vi voglio raccontare un sogno. Voi sapete che i sogni si fanno dormendo e che non bisogna prestarvi fede; ma se non c´è nessun male a non credere, talvolta non vi è male neppure a credere e possono anzi servirci di istruzione, come, per esempio, questo.

Io era a Lanzo alla prima muta d´esercizi e dormiva, quando, come dissi, feci un sogno. Io mi trovava in un luogo ove non potei conoscere quale regione fosse, ma era vicino ad un paese nel quale estendevasi un giardino, e vicino a questo giardino un vastissimo prato. Era in compagnia di alcuni amici che mi invitarono ad entrare nel giardino. Entro e vedo una gran quantità di agnellini che saltavano,

correvano, facevano capriole secondo il loro costume. Quando ecco si apre una porta che mette nel prato e quegli agnellini corrono fuori per andare a pascolare.

Molti però non si curano di uscire, ma si fermano nel giardino; e andavano qua e là brucando qualche filo d´erba e così si pascevano, quantunque non vi fosse erba in quell´abbondanza come fuori nel prato, ov´era accorso il più gran numero. - Voglio vedere che cosa fanno questi agnellini di fuori, - io dissi. Andammo nel prato e li vedemmo pascolare tranquillamente. Ed ecco quasi subito s´oscura il cielo, seguono lampi e tuoni e si approssima un temporale.

 - Che cosa sarà di questi agnellini, se prendono la tempesta? andava io dicendo. Ritiriamoli in salvo. - E li andava chiamando. Poi io da una parte e quei miei compagni sparsi in diversi punti, cercavamo di spingerli verso l´uscio del giardino. Sennonchè essi non volevano saperne di entrare; caccia di qua, scappa di là, eh sì! gli agnellini avevano le gambe migliori delle nostre. Frattanto incominciarono a cadere spesse gocciole, poi veniva la pioggia ed io non riusciva a poter raccogliere quel gregge. Una o due pecorelle entrarono bensì nel giardino, ma tutte le altre, ed erano in gran quantità, continuarono a star nel prato. - Ebbene, io dissi, se non vogliono venire, peggio per loro! Intanto noi ritiriamoci - E andammo nel giardino.

Colà vi era una fontana su cui stava scritto a caratteri cubitali: Fons signatus, fontana sigillata. Essa era coperta, ed ecco che si apre; l´acqua sale in alto e si divide e forma un arcobaleno, ma a guisa di volta come questo porticato.

Frattanto si vedevano più frequenti i lampi, seguivano più rumorosi i tuoni e si mise a cader la grandine. Noi con tutti gli agnellini che erano nel giardino, ci ricoverammo e ci stringemmo là sotto quella volta meravigliosa e non vi penetrava l´acqua e la grandine.

 - Ma che cosa è questo? io andava chiedendo agli amici. Che cosa sarà mai dei poveretti che stanno fuori?

 - Vedrai! mi rispondevano. Osserva sulla fronte di questi agnelli; che cosa vi trovi? - Osservai e vidi che sulla fronte di ciascheduno di quegli animali stava scritto il nome di un giovane dell´Oratorio.

 - Che cosa è questo? - chiesi.

 - Vedrai, vedrai!

Intanto io non poteva più trattenermi e volli uscire per vedere che cosa facessero quei poveri agnelli che erano rimasti fuori. - Raccoglierò quelli che furono uccisi e li spedirò all´Oratorio, - pensava io. Uscito di sotto a quell´arco, anch´io prendeva la pioggia; ed ho vedute quelle povere bestiole, stramazzate a terra, che muovendo le zampe cercavano di alzarsi e venire verso il giardino: ma non potevano camminare. Apersi l´uscio, alzai la voce; ma i loro sforzi erano inutili. La pioggia e la grandine le aveva così malconcie e continuava a maltrattarle, che facevano pietà: una veniva percossa sulla testa, un´altra sulla mascella, questa in un occhio, quella in una zampa, altre in altre parti del corpo.

Dopo alcun tempo era cessata la tempesta. - Osserva, mi disse quegli che mi stava a fianco; osserva sulla fronte di questi agnelli.

Osservai e lessi in ciascuna fronte il nome di un giovane dell´Oratorio. - Mah! diss´io; conosco il giovane che ha questo nome e non mi pare un agnellino.

 - Vedrai, vedrai, mi fu risposto. - Quindi mi venne presentato un vaso d´oro con un coperchio d´argento, dicendomi: - Tocca con la tua mano intinta di questo unguento, le ferite di queste bestiuole e subito subito guariranno.

Io mi metto a chiamarle: - Brrr, brrr! - Ed esse non si muovono. Ripeto la chiamata; niente: cerco di avvicinarmi a una ed essa si strascina via. - Non vuole? Peggio per lei! esclamo. Vado ad un´altra. E vado, ma anche questa mi scappa. A quante io mi avvicinava per ungerle e guarirle, altrettante mi fuggivano. Io le seguiva, ma ripeteva inutilmente questo giuoco. Alfine ne raggiunsi una che, poverina, aveva gli occhi fuori delle orbite, e così malconci che metteva compassione. Io glieli toccai colla mano ed essa guarì e saltellando se ne andò nel giardino.

Allora molte altre pecorelle, visto ciò, non ebbero più ripugnanza e si lasciarono toccare e guarire ed entrarono nel giardino. Ma ne restavano fuori molte e generalmente le più piagate, nè mi fu possibile avvicinarle.

 - Se non vogliono guarire, peggio per loro! Ma non so come potrò farle rientrare in giardino.

 - Lascia fare, mi disse uno degli amici che erano con me; verranno, verranno.

 - Vedremo! - io dissi; e riposi l´aureo vaso là dove prima era e ritornai al giardino. Questo erasi tutto mutato e vi lessi sull´ingresso: Oratorio. Appena entrato, ecco che quegli agnelli che non volevano venire, si avvicinano, entrano di soppiatto e corrono a rimpiattarsi qua e là; e neppur allora potei avvicinarmi ad alcuno. Vi furono anche parecchi che non ricevendo volentieri l´unguento, questo si convertì per loro in veleno e invece di guarirli inaspriva le loro piaghe.

 - Guarda! Vedi quello stendardo? - mi disse un amico.

Mi volsi e vidi sventolare un grande stendardo e vi si leggeva sopra a grossi caratteri questa parola: Vacanze. - Sì, lo vedo, risposi.

 - Ecco, questo è l´effetto delle vacanze, mi spiegò uno che mi accompagnava, essendo io fuori di me pel dolore di quello spettacolo. I tuoi giovani escono dall´Oratorio per andare in vacanza, con buona volontà di pascolarsi della parola di Dio e di conservarsi buoni: ma poi sopravviene il temporale, che sono le tentazioni; poi la pioggia, che sono gli assalti del demonio; quindi cade la grandine ed è quando i miseri cadono nella colpa. Alcuni risanano ancora con la confessione, ma altri non usano bene di questo sacramento, o non ne usano punto. Abbilo a mente e non stancarti mai di ripeterlo ai tuoi giovani, che le vacanze sono una gran tempesta per le loro anime.

Osservava io quegli agnelli e scorgeva in alcuni ferite mortali; andava cercando modo di guarirli, quando D. Scappini, che aveva fatto rumore alzandosi nella camera vicina, mi svegliò.

Questo è il sogno e quantunque sogno ha tuttavia un significato che non farà male a chi vi presterà fede. Posso anche dire che io notai alcuni nomi fra i molti degli agnelli del sogno, e confrontandoli coi giovani, vidi che questi si regolavano appunto come accadde nel sogno. Comunque sia la cosa, noi dobbiamo in questa novena dei Santi corrispondere alla bontà di Dio che ci vuole usar misericordia e con una buona confessione purgare le ferite della nostra coscienza. Dobbiamo poi metterci tutti d´accordo per combattere il demonio e coll´aiuto di Dio usciremo vincitori da questa pugna e andremo a ricevere il premio della vittoria in Paradiso.

Un paniere con colombe senza piume (1878, MB XIII, 811-812)

Sulle vocazioni Don Bosco il 13 dicembre, dopo pranzo, a Don Barberis e ad altri che lo attorniavano, aveva raccontato ridendo questo sogno: - Mi pareva di trovarmi ai Becchi davanti alla mia casa, quand´ecco mi fu presentato un grazioso paniere. Guardo e vedo che vi sono colombe, ma ancora piccole e implumi. Osservo ancora e di lì a poco mi accorgo che han già messo le penne e cambiato, per dir così, fisionomia. A tre di esse erano spuntate penne così nere che sembravan corvi. Meravigliato io dissi fra me: Qui c´è qualche stregoneria. E guardavo attorno come per vedere se vi fosse un fattucchiere. In quel mentre m´avveggo che le colombe sono volate via e le scorgo in aria che si allontanano. Se non che un tale, che era lì vicino, dà di piglio a un fucile, prende la mira e spara. Due colombelle cadono e la terza si dilegua. Io corsi dove le aveva viste cadere e le pigliai e le teneva così in mano e mi rincresceva di vederle morte. Sentivo grande malinconia e le lisciava dicendo: Poveri animaletti! Mentre stavo intento a guardarle, ecco che all´improvviso, non so come si mutano, e diventano due chierici. Strabigliato allora temo sempre più che sia l´opera di qualche fattucchiere e guardo, guardo da ogni lato. In quel punto non so bene se fosse il viceparroco di Buttigliera o di Castelnuovo, che mi toccò nel braccio e mi disse: Capisci? Di tre, due; dillo a Don Barberis. Nel cestello vi erano più di tre colombe; ma alle altre io non badai. Così finì il sogno. Io voleva sempre narrartelo; ma me ne dimenticava quand´eri presente, e lo ricordava appena tu eri andato via. Adesso a te e a lor signori la spiegazione.

Fra gli altri si trovavano presenti monsignor Scotton, quel Don Antonio Fusconi di Bologna e il conte Cays. I commenti s´intrecciavano; ma Don Bosco tirò questa conclusione: - Il cestello con molte colombe implumi figura l´Oratorio. Fra quei che divengono chierici nel cestello, cioè nell´Oratorio, di tre perseverano due. Non c´è da illudersi: su tutti si spera, ma uno per malattia, l´altro per morte, questo per causa dei parenti, quello per vocazione perduta, sempre ne vengono a mancare, ed è assai se di tre ne riescono due a farsi preti in Congregazione.

Una perdita fatta allora dalla Congregazione, ma che non potrebbe giammai dirsi perdita nel senso volgare della parola, fu l´uscita di

DON GUANELLA.

San Francesco di Sales lo ammaestra cose future sulle vocazini (1879, MB XIV, 123-125)

Checchè sia di questo sogno, il Beato un altro ne ebbe dei soliti, che raccontò il 9 maggio. Assistette in esso alle lotte accanite che si sarebbero dovute affrontare dai chiamati alla Congregazione, ricevendo una serie di utili avvisi per tutti i suoi ed alcuni salutari consigli per l´avvenire.

      Grande e lunga battaglia di giovanetti contro guerrieri di vario aspetto, diverse forme, con armi strane. In fine rimasero pochissimi superstiti.

      Altra più accanita ed orribile battaglia avvenne tra mostri di forma gigantesca contro ad uomini di alta statura bene armati e bene esercitati. Essi avevano uno stendardo assai alto e largo, nel centro del quale stavano dipinte in oro queste parole: Maria Auxilium Christianorum. La pugna fu lunga e sanguinosa. Ma quelli che seguivano lo stendardo, furono come invulnerabili e rimasero padroni di una vastissima pianura. A costoro si congiunsero i giovanetti superstiti alla antecedente battaglia e tra tutti formarono una specie d´esercito aventi ognuno per arma nella destra il Santissimo Crocifisso, nella sinistra un piccolo stendardo di Maria Ausiliatrice modellato come si è detto sopra.

      I novelli soldati fecero molte manovre in quella vasta pianura, poi si divisero e partirono gli uni all´Oriente, alcuni pochi al Nord, molti al Mezzodì.

      Scomparsi questi, si rinnovarono le stesse battaglie, le stesse manovre e partenze per le stesse direzioni.

      Ho conosciuto alcuni delle prime zuffe: quelli che seguirono erano a me sconosciuti: ma essi davano a divedere che conoscevano me e mi facevano molte domande.

      Succedette poco dopo una pioggia di fiammelle splendenti Che sembravano di fuoco di vario colore. Tuonò e poi si rasserenò il cielo e mi trovai in un giardino amenissimo. Un uomo che aveva la fisionomia. di S. Francesco di Sales, mi offrì un libretto senza dirmi parola. Chiesi chi fosse. - Leggi nel libro - rispose.

      Aprii il libro, ma stentava a leggere. Potei però rilevare queste precise parole:

      Ai Novizi: - Ubbidienza in ogni cosa. Coll´ubbidienza meriteranno le benedizioni del Signore e la benevolenza degli uomini. Colla diligenza combatteranno e vinceranno le insidie degli spirituali nemici.

Ai professi: - Custodire gelosamente la virtù della castità. Amare il buon nome dei confratelli e promuovere il decoro della Congregazione.

      Ai Direttori: - Ogni cura, ogni fatica per osservare e far osservare le regole con cui ognuno si è consecrato a Dio.

      Al Superiore: - Olocausto assoluto per guadagnare sè e i suoi soggetti a Dio.

      Molte altre cose erano stampate in quel libro, ma non potei più leggere, perchè la carta apparve azzurra come l´inchiostro.

      - Chi siete voi? - ho di nuovo dimandato a quell´uomo, che con sereno sguardo mi stava rimirando.

      - Il mio nome è noto a tutti i buoni e sono mandato per comunicarti alcune cose future.

      - Quali?

      - Quelle esposte e quelle che chiederai.

      - Che debbo fare per promuovere le vocazioni?

      - I Salesiani avranno molte vocazioni colla loro esemplare condotta, trattando con somma carità gli allievi, ed insistendo sulla frequente Comunione.

      - Che devesi osservare nell´accettazione dei novizi?

- Escludere i pigri ed i golosi.

      - Nell´accettare ai voti?

- Vegliare se avvi garanzia sulla castità.

      - Come si potrà meglio conservare il buono spirito nelle nostre case?

      - Scrivere, visitare, ricevere e trattare con benevolenza; e ciò con molta frequenza da parte dei Superiori.

- Come dobbiamo regolarci nelle Missioni?

      - Mandare individui sicuri nella moralità; richiamare coloro che ne lasciassero travedere grave dubbio; studiare e coltivare le vocazioni indigene.

- Cammina bene la nostra Congregazione?

      - Qui iustus est justificetur adhuc. Non progredi est regredi. Qui perseveraverit, salvus erit.

- Si dilaterà molto?

      - Finchè i Superiori faranno la parte loro, crescerà e niuno potrà arrestarne la propagazione.

- Durerà molto tempo?

      - La Congregazione vostra durerà fino a che i soci ameranno il lavoro e la temperanza. Mancando una di queste due colonne, il vostro edifizio ruina schiacciando Superiori ed inferiori e i loro seguaci.

      In quel momento apparvero quattro individui portanti una bara mortuaria. Camminavano verso di me.

      - Per chi è questo? - io dissi.

      - Per te!

- Presto?

      - Non dimandarlo: pensa solo che sei mortale.

- Che cosa mi volete significare con questa bara?

      - Che devi far praticare in vita quello che desideri che i tuoi figli debbano praticare dopo di te. Questa è l´eredità, il testamento che devi lasciare ai tuoi figli; ma devi prepararlo e lasciarlo ben compiuto e ben praticato.

- Ci sovrastano fiori o spine?

      - Sovrastano molte rose, molte consolazioni, ma sono imminenti spine pungentissime che cagioneranno in tutti profondissima amarezza e cordoglio. Bisogna pregare molto.

      - A Roma dobbiamo andare?

      - Si, ma adagio, con la massima prudenza e con raffinate cautele. Sarà imminente il fine della mia vita mortale?

      - Non ti curare di questo. Hai le regole, hai i libri, fa´ quello che insegni agli altri. Vigila.

          Volevo fare altre domande, ma scoppiò cupo il tuono con lampi e fulmini, mentre alcuni uomini, o dirò meglio orridi mostri, si avventarono contro di me per isbranarmi. In quell´istante una tetra oscurità mi tolse la vista di tutto. Mi credevo morto e mi son posto a gridare come frenetico. Mi svegliai e mi trovai ancor vivo, ed erano le quattro e tre quarti del mattino.

      Se c´è qualche cosa che possa essere vantaggioso, accettiamolo.

      In ogni cosa poi sia onore e gloria a Dio per tutti i secoli dei secoli.

Pioggia di spine e rose (1880, MB XIV, 357-359)

Nell´estate del 1880 Don Bosco ebbe un sogno, in cui sotto il velo di simboliche apparizioni gli venivano adombrati eventi futuri. Lo fece nella notte sul nove luglio. Vide egli una pioggia misteriosa, del cui significato possono darci la chiave questi appunti di Don Lemoyne: “Le guerre di Mons. Gastaldi erano giunte al punto più acuto. La questione per D. Bonetti ferveva. A Roma si propendeva per Monsignore contro di noi. Sembrava che le speranze umane fossero svanite. Una condanna sarebbe riuscita dolorosa nelle attuali circostanze ”.

Or ecco quello elle allora Don Bosco sognò. Gli parve di essere col suo Capitolo nella camera vicina alla propria, detta la camera del Vescovo, e di tenervi conferenza. Mentre parlava delle cose nostre, si accorse che il cielo si rannuvolava; quindi scoppiò una tempesta con fulmini, lampi e tuoni che mettevano spavento. Un tuono più fragoroso dei precedenti fece tremare la casa. Don Bonetti si alzò e andò nella galleria attigua e dopo brevi istanti si mise a gridare: - Una pioggia di spine! - Infatti cadevano spine così fitte come le gocce d´acqua in una pioggia dirotta.

Poi si udì un secondo tuono fragorosissimo come il primo e subito sembrò che il tempo si rischiarasse alquanto. Allora Don Bonetti dalla galleria gridò: - Oh bella! Una pioggia di bottoni. - Venivano giù per l´aria tanti bottoni di fiori, che in breve se ne formò in terra un alto strato.

A un terzo schianto di veementissimo tuono comparvero tratti di cielo sereni e alcuni raggi di sole. E Don Bonetti dal loggiato: - Una pioggia di fiori! - Tutta l´aria era piena di fiori d´ogni colore, forma e qualità, che in un baleno coprirono il suolo e i tetti delle case con mirabile varietà di tinte.

Un quarto tuono fortissimo rimbombò nell´aria. Il cielo era divenuto terso e splendeva un limpido sole. E Don Bonetti a gridare: - Venite, venite a vedere; piovono rose. Cadevano infatti dall´alto nembi di rose fragrantissime. Oh finalmente! - esclamò allora Don Bonetti.

Don Bosco all´indomani radunò appositamente il Capitolo Superiore per raccontare quello che aveva veduto nel sogno. Dando un rapido sguardo al succedersi degli avvenimenti, ci pare di scorgere nelle fasi del sognato fenomeno le fasi successive della lotta. Fino a quel punto erano state spine; ma dappoi le cose, benchè a rilento, cominciarono a prendere una piega migliore. Due sentenze di Roma riuscirono favorevoli a Don Bosco. Leone XIII avocò a sè la causa, mise le condizioni per tiri accomodamento fra monsignor Gastaldi e Don Bosco, il quale con la sua umiltà edificò i Prelati romani. Tuttavia la guerra non cessava. Monsignore, saputo nel 1883 che Don Bosco andava in Francia, scrisse agli Arcivescovi di Lione e di Marsiglia che non gli permettessero di predicare. Le sue lettere giunsero dopo che monsignor Gastaldi era improvvisamente morto. Ma a Lione non gli fu permesso di tenere conferenze pubbliche; invece l´Arcivescovo di Parigi lo fece parlare in una delle principali chiese, protestando che, quand´anche l´Arcivescovo di Torino fosse ancora vivo, non avrebbe tenuto in nessun conto le sue raccomandazioni. Ben tosto la venuta del cardinale Alimonda a Torino fu una vera benedizione per il Servo di Dio. Nel dì dell´Annunziata del 1884 il cardinale Ferrieri, assalito da fiero attacco nervoso, si mostrò disposto a lasciar concedere i privilegi, domandati per tanti anni invano da Don Bosco. Finalmente proprio il 9 luglio seguente in circostanze singolari, come vedremo, giunse all´Oratorio il sospirato decreto. Da quel punto cominciò per il Beato un periodo di quiete che durò fino al non lontano termine della sua vita.

Un misterioso convito (1880, MB XIV, 552-555)

Per le giovani speranze della Congregazione Don Bosco nella notte dall´otto al nove agosto ebbe un sogno che narrò ivi stesso la sera del giorno io durante gli esercizi spirituali degli ascritti. Ne esistono due redazioni; una di Don Barberis è affrettata, l´altra è evidentemente una traduzione dal francese, ma fatta maluccio: erano parecchi quell´anno i Francesi a San Benigno. Ci serviremo della seconda per integrare la prima. Il sogno si potrebbe intitolare: Un misterioso convito, Don Bosco parlò press´a poco in questo modo:

Prima di tutto dovete sapere che i sogni si fanno dormendo. Io mi sognavo di trovarmi qui in San Benigno (cosa strana, perchè si sogna quasi sempre di trovarsi in luoghi e circostanze diverse da quelle che presentemente sono in realtà) e precisamente di trovarmi in una gran sala, come sarebbe il nostro refettorio di qui, anzi più grande ancora.

Questa sala molto grande era tutta illuminata ed io pensava tra me: - Che Don Barberis abbia fatta questo proposito? Ma dove avrà potuto prendere tanti denari?

Là vi erano molti giovani a pranzo seduti intorno alle mense. Ma non mangiavano. Quando entrai io in compagnia di un altro, essi presero del pane in atto di chi è per dar principio al suo pasto.

La sala era elegantemente illuminata, ma di una luce che non lasciava vedere di dove venisse. Le posate, le tovaglie, le salviette erano così bianche che le nostre più candide, messe vicino a quelle, sembrerebbero sucide. Posate, bicchieri, bottiglie, piatti erano tutti così lucenti e belli, che io sospettai di sognare e diceva tra me: - Ma io sogno! Mai più in S. Benigno tante ricchezze! Pure sono qui e non sogno. -

Intanto osservavo quei giovani che stavano là, ma non mangiavano. Domandai: - Che cosa fanno lì, elle non mangiano? - Mentre diceva questo, tutti si misero a mangiare.

Io guardava e vedeva tanti giovani delle nostre case e molti di quelli che sono qui a fare gli esercizi. Non sapeva che dirmi e domandava al mio compagno che mi dicesse che cosa significasse tutto quello, ed egli mi rispose: - Sta attento un momento e capirai tutto il mistero.

Mentr´egli proferiva queste parole, si cambiò la luce che vi era prima, ne comparve un´altra più risplendente ancora, e mentre facevo per appressarmi a veder meglio, eccomi comparire una schiera di venustissimi giovanetti come angeli, che tenevano in mano un giglio, e si misero a passeggiare sopra la tavola senza toccarla coi piedi. I commensali si alzarono e col sorriso sulle labbra stavano osservando. Quegli angeli distribuivano gigli qua e là e coloro che li ricevevano si sollevavano anch´essi da terra, come se fossero spiriti. Osservando quali erano i giovani che ricevevano i gigli; io li conosceva; ma apparivano così belli e risplendenti, che non mi sarei immaginato di trovare di meglio in paradiso. Domandai che cosa significassero quei giovani che portavano il giglio; mi fu risposto: - Non hai predicato tante volte la bella virtù della purità?

- Sì, diss´io; la predicai e la insinuai tanto nel cuore dei miei giovani.

- Ebbene, ripigliò il mio compagno, quelli a cui vedi il giglio in mano sono appunto coloro che seppero conservarla.

Non sapeva proprio che dirmi. Standomi tutto meravigliato, vidi comparire nuovamente un´altra schiera di giovani che passeggiavano sulla tavola senza toccarla e avevano in mano tante rose e le andavano distribuendo; e chi le riceveva acquistava in quel momento e riteneva poi uno splendore bellissimo in volto.

Domandai al mio compagno che cosa volesse significare quest´altra schiera di giovani che avevano le rose; ed egli mi rispose: - Sono quelli infiammati d´amore di Dio. - Vidi allora che tutti avevano sulla fronte a caratteri d´oro scritto il proprio nome, e mi feci più dappresso per poterli veder meglio, e anzi feci per prender nota dei loro nomi, ma essi ad un tratto sparirono tutti. Con loro scomparve pure la luce, sicchè io rimasi all´oscuro, in un´oscurità però nella quale ci si poteva vedere ancora alquanto. Vedevo facce rosse quasi di fuoco, ed erano di coloro che non avevano ricevuto nè il giglio nè la rosa. Vidi pure alcuni che si affaticavano attorno a una corda limacciosa pendente dall´alto e si sforzavano di arrampicarvisi e andare in alto; ma la corda cedeva sempre e veniva giù un poco, di modo che quei poverini erano sempre a terra con le mani e la persona infangate. Stranamente maravigliato di vedere in quella sala un simile giuoco, domandai con insistenza che cosa mai volesse significare quello che io vedeva. Mi fu risposto:- La corda è, come tu predicasti, la confessione, corda alla quale chi sa bene attaccarsi arriverà certamente al cielo: e questi sono appunto quei giovani che vanno ancora sovente a confessarsi e si attaccano a questa corda per potersi innalzare; ma si attaccano alla corda cioè vanno a confessarsi senza tutte le disposizioni necessarie, con poco dolore e poco proponimento, e perciò non possono arrampicarsi; quella corda si rompe sempre e non possono mai innalzarsi, ma scivolano giù e sono sempre allo stesso piano.

Io voleva prendere il nome anche di quelli, ma ebbi appena il tempo di scriverne due o tre, che essi sparirono dai miei occhi. Con essi sparì pure quel po´ di luce ed io rimasi in una totale oscurità.

In mezzo a quella oscurità vidi uno spettacolo ancor più desolante. Certi giovani di un aspetto tetro avevano attortigliato al collo un gran serpentaccio, che con la coda andava al cuore e sporgeva innanzi la testa e la posava vicino alla bocca del meschino, come per mordergli la lingua, se mai aprisse le labbra. La faccia di quei giovani era così brutta che mi faceva paura; gli occhi erano stravolti, la loro bocca era torta ed essi erano in una posizione da mettere spavento.

Tutto tremante domandai nuovamente che cosa mai volesse quello significare e mi fu detto: - Non vedi? Il serpente antico stringe la gola con doppio giro a quegl´infelici per non lasciarli parlare in confessione e colle fauci avvelenate sta attento, se aprono la bocca per morderli. Poveretti! Se parlassero, farebbero una buona confessione e il demonio non potrebbe più niente contro di loro. Ma per rispetto umano non parlano, tengono i loro peccati sulla coscienza, tornano più e più volte a confessarsi senza osare mai metter fuori il veleno che racchiudono nel cuore.

Allora dissi al mio compagno: affinchè io possa ricordarmi.

- Su, su, scrivi, mi rispose.

- Ma non c´è tempo, diceva io.

- Su, su, scrivi.

           - Dammi i nomi di tutti costoro, affinchè io possa ricordarmi.

Mi posi a iscrivere, ma n  e scrissi pochi, perchè sparirono tutti dai miei occhi. E il mio compagno mi disse: - Va´; di´ ai tuoi giovani che stiano attenti e conta loro quello che hai visto.

- Dammi un segno, gli risposi, affinchè mi possa ben persuadere se questo è semplicemente un sogno oppure un avvertimento che il Signore vuol darmi per i miei giovani.

- Bene, mi disse, sta´ attento!

Allora ricomparve la luce che cresceva sempre più e ricomparvero quei giovani che avevano il giglio e le rose. La luce cresceva ad ogni istante, sicchè potei osservare che quei giovani erano tutti contenti; una gioia d´angeli splendeva nel loro volto.

Osservavo con una meraviglia indescrivibile e intanto la luce cresceva sempre e crebbe tanto Che poi dette in una terribile detonazione. A quel fregore mi svegliai e mi trovai nel mio letto tanto stanco che ancora adesso mi risento di quella stanchezza.

Ora voi date a questo sogno quella fede che si può dare ai sogni; per me intanto vi dirò che mi pare esservi anche del vero. Ieri sera e quest´oggi ho voluto fare degli esperimenti e indagando ho trovato che il mio sogno non era tutto un sogno e che soltanto una misericordia straordinaria del Signore può salvare certi disgraziati.

 

Le case di Francia sotto il manto della Madonna (1880, MB XIV 608-609)

A lui per altro l´accennò molto in breve; compiutamente invece si spiegò a San Benigno la sera del io dicembre. Egli era là da alcuni giorni col Capitolo Superiore per dare l´ultima mano alle deliberazioni prese nel Capitolo Generale. Si tenevano lunghe conferenze mattino e sera, dice la cronaca. Quella sera dunque annunciò sorridendo ai Capitolari che voleva raccontare un sogno, e lo raccontò in questo modo.

 

Pio IX già fin dal 1858, quando fai a Roma la prima volta, e poi in più altre circostanze mi disse di raccontare o scrivere tutto ciò che anche alla lontana sa di soprannaturale; è per questo che alcune cose le scrivo, altre le racconto, ma sono contento che si sappiano, perchè tornano sempre a maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime. Questo sogno l´ho fatto circa alla festa della Natività della Madonna;[18] non l´ho raccontato prima, perchè non vi dava importanza e voleva un po´ vedere: ma, volere o non volere, la cosa viene ad acquistare importanza e perciò lo racconterò.

Eravamo nel tempo in cui in Francia si cominciava tanto a temere per le Congregazioni religiose; anzi, essendo già cacciati i Gesuiti, si era sul punto di veder cacciate tutte le altre. Io temeva per le nostre case di Francia, ho pregato, fatto pregare, ed ecco che una notte dormendo mi vidi avanti la Vergine Santissima posta in alto proprio come si trova Maria Ausiliatrice sulla cupola. Aveva un gran manto che si stendeva tutto attorno a sè e formava come un salone immenso, e lì sotto vidi tutte le nostre case di Francia: la Madonna guardava con occhio sorridente queste varie case, quand´ecco successe un temporale così orribile, o meglio un terremoto con fulmini, grandine, mostri orribili d´ogni forma e figura, fucilate, cannonate, che riempirono tutti del più grande spavento. Tutti quanti questi mostri e fulmini e palle erano rivolti contro i nostri che stavano sotto il manto di Maria; ma nessuno arrecò danno a coloro che si trovavano sotto una così potente difenditrice: tutti i dardi andavano a spuntarsi nel manto di Lei e cadevano a vuoto. La Beata Vergine, in un mare di luce, con la faccia raggiante e un sorriso di paradiso disse molte volte in questo frattempo: Ego diligentes me diligo [io amo chi mi ama]. Poco alla volta cessò ogni burrasca e dei nostri nessuno restò vittima di quel temporale o terremoto o tempesta che si voglia chiamare.

lo non volli fare gran caso di questo sogno; ma già fin d´allora scrissi a tutte le case di Francia che stessero tranquille. Mi si chiedeva: - Come va che tutti sono sbalorditi, e solo Lei è tranquillo in mezzo a questi trambusti e pericoli? - Io non rispondeva altro se non che confidassimo nella protezione della Vergine Santissima. Ma non se ne tenne conto. Scrissi all´abbé Guiol, curato di San Giuseppe, che non temesse, che le cose avrebbero avuto un buon successo; ma egli rispondeva come chi non capisce. E veramente a considerare la cosa adesso che la burrasca è pressochè passata, si vede che la cosa ha proprio dello straordinario. Vedere sbandate tutte le Congregazioni francesi che da tanto tempo fanno del bene in Francia, e poi vedere la nostra straniera, che vive del pane raccolto sulle spalle dei Francesi... con il giornalismo sfegatato, il quale grida contro al governo perchè non ci manda via, e noi lì tranquilli! Questo ci serva d´incoraggiamento per porre sempre la nostra fiducia in Maria Vergine. Ma non insuperbiamocene, perchè basterebbe un atto di vanagloria a far sì che la Madonna non si mostri più contenta di noi o lasci che i cattivi vincano.

DON RUA. - Ma anche altre Congregazioni saranno state molto divote della Madonna. Come va che...

DON BOSCO. - La Madonna fa ciò che vuole. D´altronde le cose nostre cominciarono in questo modo straordinario da quando io aveva da nove a dieci anni. Mi parve di vedere nell´aia di casa tanti tanti ragazzi! Allora una persona mi dice: - Perchè non vai ad istruirli?

- Perchè non so.

      - Va´, va´, ti mando io.

Io era poi dopo quello tanto contento, che tutti se n´accorsero.

“ Ma io la casa l’ho già” (1880, MB XV 53-54)

Al canonico Guiol Don Bosco, durante la sua permanenza a Marsiglia, parlò tra il serio e il faceto di cosa vista in sogno poco prima di venire in Francia, forse sullo scorcio del 1880.[19] Il Guiol era persuaso che fosse necessario possedere in campagna una casa, dove mandare i giovani di San Leone durante i mesi più caldi. Il Beato ne conveniva; anzi diceva che bisognava preparare il luogo in modo da farlo servire anche per il noviziato. - Quanto alla casa, continuò, l´ho già a mia disposizione. E´ uno spazioso edifizio situato in posizione amena, cinto da larga pineta, e vi si accede per magnifici viali di platani; un abbondante corso d´acqua attraversa da un capo all´altro tutto il podere. - Il parroco, che sapeva benissimo come Don Bosco possedesse un bel nulla a Marsiglia, né appigionasse altro stabile fuori del collegio, poco mancò che non temesse in lui un improvviso squilibrio mentale; quindi un po´ sconcertato lo interrogò dove mai fosse quella villeggiatura.

- Dove sia, non lo so, rispose Don Bosco; ma so che c´é e che si trova nelle vicinanze di Marsiglia.

- Questa é curiosa! replicò il parroco. Ma come fa a sapere che la casa c´é e che é destinata per lei?

- Lo so, perché l´ho sognato.

- E come ha sognato?

- Ho visto casa, alberi, podere, acqua, tutto come ho descritto, e per di più i giovani che correvano e si divertivano sotto i viali.

L´abate Guiol che, quando Don Bosco parlava di sogni, non lo credeva affatto un visionario, non prese alla leggera le sue parole, ma le tenne bene a mente e stette a osservare. Non gran tempo dopo alcuni benefattori offersero una casa al desiderato scopo; ma Don Bosco la rifiutò, ringraziando e dicendo che non era quella. Intanto gli anni passavano senza che si vedesse alcun principio di avveramento. In ogni incontro i due amici riparlavano fra loro della famosa villa da cambiare in noviziato, e l´abate cominciava a riderne piacevolmente.

Luigi Colle a don Bosco (1881, MB XV 80-91)

Il Beato per la prima volta manifestò qualche cosa alla Signora in una lettera del 4 maggio 1881: “ Ella deve stare tranquilla. Il nostro caro Luigi é certamente salvo e domanda a Lei due cose: che si prepari seriamente per andare, quando a Dio piacerà, a raggiungerlo in paradiso e che preghi molto per lui, mentr´egli Le otterrà grazie speciali. ” Non giudicò opportuno dire di più per iscritto; ma le palesò più tardi a viva voce quello che allora lasciò nella penna. Il 3 aprile, mentre stava confessando, gli era venuta, com´ei diceva, una distrazione: vide Luigi in un giardino, dove si divertiva con alcuni compagni e appariva felice. La visione durò un attimo. Luigi non parlò, ma quella vista mise in cuore a Don Bosco la persuasione che fosse già in paradiso. Tuttavia continuò a pregare per lui, domandando pure a Dio che gli facesse conoscere altro e aspettando dalla sua infinita misericordia questo favore, perché bramava nei limiti del possibile consolare un padre e una madre immergi nella desolazione dalla perdita del loro unico figlio.

Dio lo esaudì assai più di quanto egli si sarebbe mai immaginato. Il 27 maggio, la dimane dell´Ascensione, il Beato celebrava nella chiesa di Maria Ausiliatrice offrendo il divin sacrifizio secondo l´intenzione dei genitori di Luigi che assistevano alla sua Messa, quando al momento della consacrazione vide Luigi in un mare di luce, bellissimo nell´aspetto, molto allegro, paffuto e rubicondo, con vesti bianco rosate e sul petto dorati ricami. Gli domandò: - Perché vieni, caro Luigi?

- Non é necessario che io venga, rispose. Così come sono, io non ho bisogno di camminare.

- Caro Luigi, sei felice?

- Godo perfetta felicità.

- Non ti manca proprio nulla?

- Mi manca soltanto la compagnia del babbo e della mamma.

- Perché non ti fai loro vedere?

- Questo per essi sarebbe causa di troppo grave pena.

Ciò detto, disparve. Ma alle ultime orazioni si fece nuovamente vedere, e poi da capo nella sacrestia, e questa volta accompagnato da alcuni giovani dell´Oratorio morti durante l´assenza di Don Bosco, che ne fu assai consolato.

- Luigi, gli chiese, che debbo dire ai tuoi genitori per temperarne l´afflizione?

- Che si facciano precedere dalla luce e si procaccino amici nel cielo.

Queste cose narrò egli ai Signori Colle durante il loro soggiorno in Torino. Passato quindi poco meno d´un mese, ebbe un´altra visione, da lui descritta nella citata lettera del 3 luglio alla madre. Egli aveva continuato a pregare il Signore, perché facesse conoscere qualche cosa di preciso. Dal maggio al luglio una sola volta ebbe la consolazione di vedere il giovane e di udirne la voce. “Il 21 giugno scorso, scrive, durante la Messa, poco prima della consacrazione lo vidi con la sua faccia solita, ma dal colore della rosa in tutta la sua bellezza e di una carnagione splendente come il sole. Subito gli domandai, se avesse qualche cosa da dirci. Rispose semplicemente: -San Luigi mi ha protetto e beneficato molto. - Allora io ripetei l´interrogazione: - Vi é qualche cosa da fare? - Egli diede la medesima risposta e disparve. D´allora in poi non ho più visto né udito nulla. Caso mai Iddio nella sua infinita misericordia si degnasse di farci conoscere alcun che, mi affretterei a dargliene pronta comunicazione.”

Dopo circa un paio di mesi ecco una nuova apparizione. La narra il 30 agosto alla signora Colle in questi termini:

“ Durante l´ottava dell´Assunzione della Santa Vergine Maria e più ancora il 25 di questo mese ho pregato e fatto pregare per il nostro caro Luigi. Proprio il 25, alla consacrazione della santa Ostia, ho avuto la grande consolazione di vederlo vestito nel modo più splendido. Egli era come in un giardino, dove passeggiava con alcuni compagni. Tutti insieme cantavano Iesu corona virginum, ma con tale accordo di voci e con tale armonia, che non é possibile esprimere né descrivere. In mezzo a loro si ergeva un alto padiglione o tenda. Io desiderava di vedere e di udire la mirabile armonia; ma in quell´istante una luce vivissima come un lampo mi costrinse a chiudere gli occhi. Dopo mi sono trovato all´altare a dir la Messa. La faccia di Luigi era bellissima; egli sembrava contentissimo o meglio pienamente contento. In quella Messa ho voluto pregare per Lei, affinché Dio ci accordi la grazia singolare di trovarci un giorno tutti insieme riuniti in paradiso. ”

Questa lettera é scritta da San Benigno, dove rivide Luigi, come raccontò poi a Tolone. Un giorno nella sua camera egli si stava preparando alla predica, quando gli parve di avere qualcuno accanto. Si voltò da quella parte e in quel mentre la persona passò dalla parte opposta. Fu cosa di un istante. Nell´atto ch´ei si domandava che cosa potesse mai essere: - Non mi riconosce? si sentì rispondere.

- Oh Luigi! esclamò egli. Come mai ti trovi a San Benigno?

- Per me non é più facile essere a San Benigno che a La Farléde[20] o a Torino o dovunque io voglia essere.

- Perché non ti fai vedere ai genitori che ti amano tanto?

- Sì, lo so che mi amano; ma perché mi possano vedere, ci vuole la permissione di Dio. Se parlassi io a loro, le mie parole non otterrebbero il medesimo effetto. Bisogna che queste passino per lei.

L´argomento delle apparizioni ritorna due volte nelle lettere del Beato durante il 1882. Il 30 luglio scrive alla Signora: “ Ho la consolazione di dirle che ho avuto la consolazione [sic] di vedere il nostro sempre caro e amabile Luigi. Vi sono molti particolari che spero di esporle personalmente. Una volta l´ho veduto a trastullarsi in un giardino con dei compagni, riccamente vestito, ma in una maniera che non si può descrivere. Un´altra volta lo vidi in un altro giardino, dove coglieva fiori, che portava in una gran sala sopra una magnifica tavola. Gli volli domandare: - Perché questi fiori? - Sono incaricato di cogliere questi fiori, e con questi fiori fare una corona per mio padre e mia madre, che hanno faticato molto per la mia felicità. - Altre cose scriverò in altro momento. ” E il 4 dicembre alla medesima: “ Il nostro amato Luigi, il nostro carissimo amico, l´ho veduto più volte, ma sempre glorioso, cinto di luce, vestito in modo così splendido, che si può vedere, ma non si può descrivere. Verbalmente potrò dirle qualche cosa di più. Spero di farle una visita a Tolone nel mese di febbraio prossimo e di poter passare un po´ di tempo in sua compagnia e col Signor Conte suo carissimo Marito e grande benefattore delle opere salesiane. ”

Fece difatti la visita annunziata, ma in marzo, nella quale occasione spiegò meglio le cose. Allora disse pure di un´apparizione avuta a Roma il 30 aprile dell´anno antecedente 1882. Era la festa del Patrocinio di San Giuseppe, terza domenica dopo Pasqua. Stando nella sacrestia della cappella presso la sorgente chiesa del Sacro Cuore, vide Luigi che attingeva acqua da un pozzo. - Perché, gli chiese, tiri su tant´acqua?

- Attingo per me e per i miei genitori.

- Ma perché in tanta quantità?

- Non comprende? Non vede che é il Sacro Cuore del Signor Nostro Gesù Cristo? Quanti più tesori di grazia e di misericordia ne escono, tanti più ve ne rimangono.

- Come mai ti trovi qui?

- Sono venuto a farle una visita e a dirle che io sono felice.

Allora stette a Tolone dal 5 al 14 marzo e raccontò tante altre cose, che non tutte sono state scritte. Disse, che Luigi nelle diverse apparizioni gli si mostrava sempre differentemente vestito e che, interrogato del perché, rispose: -Questo é solo per suo svago. - Nel viso però aveva sempre i medesimi lineamenti che da vivo, ma con guance pienotte ed espressione allegra, con riflessi d´oro sulla persona e con vesti dai colori dei gigli e delle rose, ma più splendidi; il suo viso era radioso e di una luminosità che cresceva a poco a poco fino ad abbagliare la vista. Delle apparizioni avute durante la Messa diceva che duravano un minuto solo o un minuto e mezzo, e che, se si fossero prolungate un tantino di più, egli sarebbe caduto, non potendo sopportare più oltre quel contatto col soprannaturale.

Quanto al valore delle apparizioni, la Contessa, che era persona illuminata, ci pensava e ne interrogò Don Bosco, che, com´ella scrive, si espresse così: “ Riflettendo a queste apparizioni e studiandone il carattere, io mi convinco che non c´entra inganno né illusione, ma che sono realtà. Tutto quello che vedo, é nettamente distinto e conforme allo spirito di Dio. Luigi gode senza dubbio la felicità del paradiso. Riguardo alla frequenza di tali visioni, io ignoro qual sia il fine segreto della divina Provvidenza; vedo in particolare che Luigi viene a istruirmi, insegnandomi tante cose di scienza e di teologia a me interamente sconosciute. ”

Torniamo ai fatti da lui narrati in quella circostanza. Un giorno Luigi gli aveva presentato una rosa, dicendo: - Vuol conoscere che differenza passa fra il naturale e il soprannaturale? Guardi questa rosa... La veda ora. - Tosto la rosa si fece così splendente da raggiungere il fulgore del diamante percosso dal sole. - Adesso guardi questo monte, - tornò poi a dirgli. Ed ecco un monte prima pietroso e tutto a buchi pieni di fango, orribili a vedersi, e di lì a poco diventato una magnificenza, e in luogo dei fangosi buchi tante pietre preziose.

Un altro giorno a Hyéres Don Bosco, invitato a un gran pranzo, si era visto non più a tavola, ma in una specie di ampio corridoio, dove Luigi, venendogli incontro, gli disse: - Veda che lusso di banchetto e che vivande prelibate! E´ troppo. Tanta gente muore di fame. Troppe spese! Bisogna combattere queste esorbitanti superfluità della mensa. - In quella i convitati rivolgevano la parola a Don Bosco e credutolo distratto, lo chiamavano: - Don Bosco! Don Bosco!

Una volta fra Don Bosco e Luigi si era svolto questo curioso dialogo.

- Caro Luigi, sei felice?

- Felicissimo.

- Sei morto o vivo?

- Sono vivo.

- Eppure sei morto.,

- Il mio corpo é sepolto, ma io vivo.

- Non é il tuo corpo quello che io vedo?

- Non é il mio corpo.

- E´ il tuo spirito?

- Non é il mio spirito.

- E´ la tua anima? Non é la mia anima.

- Che cosa é dunque ciò che io vedo?

- E´ la mia ombra.

- Ma un´ombra come può parlare?

- Mercé la permissione di Dio.

- E la tua anima dov´é?

- La mia anima é presso Dio, sta in Dio, e lei non la può vedere.

- E tu in che modo vedi noi?

- In Dio si vedono tutte le cose; il passato, il presente, l´avvenire vi si vedono come in uno specchio.

 - Che cosa fai nel cielo?

- Nel cielo dico sempre: Gloria a Dio! A Dio si rendano grazie. Grazie a Colui che ci ha creati; a Colui che é il padrone della vita e della morte; a Colui dal quale tutto ha cominciamento. Grazie! Lodi! Alleluia, alleluia!

- E i tuoi genitori? Che cosa mi dici per loro?

Prego per essi continuamente e così li ricompenso. Li aspetto qui in paradiso.

In una successiva apparizione Don Bosco lo interrogò di bel nuovo sull´affare dell´ombra: - Tu dici che io vedo soltanto la tua ombra, perché la tua anima é in Dio. Come può l´ombra avere così apparenza di corpo vivo? - Rispose:

- Lo vedrà presto; ne avrà una prova.

Don Bosco aspettava questa prova. Qualche tempo dopo, com´egli raccontò, gli comparve nella notte il defunto parroco di Castelnuovo, che passeggiava sotto i portici dell´Oratorio. Sembrava in buona salute e molto contento.

- Oh signor Prevosto, eccola qui! esclamò egli al vederlo. Come sta?

- Sono felice, felicissimo. Passeggi con me.

- Non desidera niente?

- Nel cielo si ha tutto quello che si desidera. Ma passeggi: discorriamo insieme. Mi riconosce bene?

- Oh, a meraviglia!

- Mi guardi attentamente. Non vede che io sono in piena giovinezza e in perfetta letizia?

- Sì, signor Prevosto, é proprio lei, non ne posso dubitare.

Passeggiato che ebbero alquanto, come un tempo solevano fare, quegli disse: - Ebbene, ha imparato la lezione? - In così dire sparì. Allora Don Bosco comprese che Luigi se l´era intesa con quel prete. Narrato ciò disse ai Colle: - Simili favori sono così straordinari, che atterriscono per la responsabilità che ne ricade su chi ha obbligo di corrispondere a tante grazie.

Durante quel viaggio del 1883 in Francia i casi si moltiplicarono.

La domenica Laetare 4 marzo dalle quattro alle sette pomeridiane, sulla linea da Cannes a Tolone, Luigi si accompagnò con lui in treno dalla prima all´ultima stazione. Gli parlava in latino, magnificando la grandezza delle opere di Dio. Fra l´altro, richiamò la sua attenzione sulle nebulose e gli diede nozioni astronomiche affatto nuove per lui. - Se, diceva, si andasse in treno diretto dalla Terra al Sole, vi s´impiegherebbero non meno di trecento cinquant´anni; per arrivare poi all´altra parte del sole, vi sarebbe egual distanza: il che farebbe settecent´anni. Ora ogni nebulosa é cinquanta milioni di volte maggiore del sole, e la sua luce per giungere alla Terra mette dieci milioni di anni. La luce del sole percorre trecentocinquanta mila chilometri al secondo... - A questo punto, vedendo che egli continuava con simili calcoli astronomici - Basta, basta! gli fece Don Bosco. La mia mente non ti può più tener dietro. Mi ci vuole tanta fatica, che non posso resistere.

- Eppure é soltanto il principio della grandezza delle opere di Dio.

- Come va che tu sei nel cielo e qui?

- Più presto della luce e con la rapidità del pensiero io vengo qui, nella casa de´ miei genitori e altrove.

Alcuni giorni dopo a Hyéres durante la Messa., ecco Luigi. -- Che cosa c´é da fare, Luigi? - gli domandò il Beato. Luigi gli indicò una contrada nell´America del Sud, dove bisognava mandar Missionari, e gli mostrava nelle Cordigliere le sorgenti del Chubut.

- Ora, gli disse Don Bosco, lasciami dir Messa. Così sono imbarazzato a continuare.

- Bisogna, ripigliò Luigi, che i fanciulli si comunichino con frequenza. Deve ammetterli presto alla santa comunione. Dio vuole che si nutrano della salita Eucaristia.

- Ma come si fa a comunicarli, quando sono ancora troppo piccoli?

- Dai quattro ai cinque anni si mostri loro la santa Ostia e preghino Gesù guardandola; sarà questa una comunione. I fanciulli devono essere ben compresi di tre cose: amor di Dio, comunione frequente e amore al Sacro Cuore di Gesù. Ma il Sacro Cuore di Gesù racchiude le altre due.

In una visione precedente Luigi gli aveva additato un pozzo in mezzo al mare, dicendo: - Veda quel pozzo. Le acque del mare vi entrano continuamente e il mare non diminuisce mai. Così é delle grazie contenute nel Sacro Cuore di Gesù. E’ facile riceverle: basta pregare.

Nell´aprile del medesimo anno a Parigi celebrava nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie. Luigi gli apparve, mentr´egli distribuiva la comunione. Era, come sempre, circonfuso di gloria e portava sul petto una collana a vari colori, bianco, nero, rosso; ma con questi tre ve n´erano infiniti altri da non potersi descrivere. La subitanea impressione gli arrestò la mano, impedendogli di continuar a comunicare. I vicari della parrocchia, credendo che fosse stanchezza, presero a distribuire essi la santa Eucarestia. Il Beato disse a Luigi: -Come mai tu qui? Perché venire mentre dò la comunione? Vedi come sono impacciato.

- Qui, rispose, é la casa delle grazie e delle benedizioni.

- Ma dove sono? Non vedo più nessuno. Che cosa bisogna fare?

- Dia la santa comunione.

- Dove sono coloro che stavano ai piedi dell´altare?

- Dia la santa comunione. Ecco quelli che vuol vedere.

Luigi allora disparve, e Don Bosco si trovò all´altare a terminar la Messa.

A Parigi vi fu di lì a poco una seconda comparsa nella chiesa di Santa Clotilde. Don Bosco, venuto da celebrare, tentava inutilmente di liberarsi dalla folla per fare il ringraziamento. In sacrestia lo stringevano da ogni parte. - Lasciatemi un momento, diceva; lasciate che dica almeno un Pater! - Ma nessuno gli dava retta. A tal vista il Curato lo trasse in una stanzetta contigua, che, appena egli fu entrato

s´illuminò di luce celeste, e Luigi andava su e giù lentamente senza far motto.

- Oh Luigi! esclamò Don Bosco. Perché passeggi così senza dirmi nulla?

- Non é tempo di parlare, ma di pregare.

- Oh! parlami. Dimmi qualche parola, come hai fatto le altre volte.

- Ho veramente qualche cosa d´importante da dirle, ma non é ancora venuto il tempo.

- Tuttavia bisogna che tu mi parli. Vedrò i tuoi genitori, e che consolazioni porterò loro?

- Consolazioni! Le avranno. Continuino a pregare, a servir Dio e la Vergine Maria. Io comincio a preparare la loro felicità.

- Pregare! Non c´é più bisogno di pregare per te. Sappiamo che sei felice. Perché vuoi che i genitori si stanchino a far preghiere?

- Con la preghiera noi diamo gloria a Dio.

- Perché non fai una visita ai tuoi genitori, che ti amano tanto?

- Perché vuol sapere quello che Dio ha riservato a sé?

Ciò detto, disparve. Don Bosco notò che egli aveva tenuto sempre il capo scoperto.

Sempre nel 1883, la notte sul 30 agosto, Don Bosco fece un gran sogno, che riporteremo a suo tempo. Gli parve di trovarsi in una spaziosa sala fra molti amici già passati all´eternità. Uno nell´apparente età di quindici anni, bello di celestiale bellezza e più risplendente del sole, gli si avvicinò: era Luigi. In un viaggio fulmineo egli fece vedere al Servo di Dio l´eredità spirituale riservata ai Salesiani nell´America, i sudori e il sangue con cui l´avrebbero fecondata e la futura prosperità materiale di quelle terre. Di questo sogno il 15 ottobre da Torino richiese a Don Lemoyne una copia per mandarla a Tolone: “ Fammi il piacere di ultimare il sogno di America e poi mandamelo tosto. Il Conte Colle ne é desideroso, ma lo vuole tradotto in francese, il che procurerò di fare immediatamente. ” Scrivendone poi al Conte l´II febbraio 1884, diceva: “Il viaggio da me fatto col nostro caro Luigi si spiega ogni dì più. In questo momento sembra che sia divenuto il centro degli affari. Si parla, si scrive, si pubblica molto per spiegare e attuare i nostri disegni. Se Dio ci farà la grazia di trovarci un po´ insieme, avremo tante cose da dirci. ”

Nel 1884 é interessante quello che accadde a Orte. Don Bosco, tornando il 14 maggio da Roma, ebbe in quella stazione una fermata di quattro ore. Era notte, nella sala di aspetto cercò di prender sonno sur un seggiolone, ma non si addormentava. Ed ecco farglisi innanzi Luigi e da´ suoi occhi sparire ogni altro oggetto. Don Bosco, alzatosi, gli mosse incontro e gli domandò: - Sei Luigi?

- Non mi conosce? Non si ricorda più del viaggio, che abbiamo fatto insieme?

- Oh sì, certo, me ne ricordo bene, ma come portare a compimento tutte quelle cose? Io sono stanco; la mia salute va male.

- Va male la sua salute? Non é così... Domani mi darà la risposta.

La visione si dileguò solo all´ora della partenza. La dimane era il primo giorno della novena di Maria Ausiliatrice. Don Bosco, che dopo il suo ritorno dalla Francia era andato sempre di male in peggio, sperimentò all´improvviso un sensibile miglioramento, che di giorno in giorno si venne accentuando.

Quando si uscì dalla stazione di Orte, scoccavano le due dopo la mezzanotte. Don Lemoyne, che accompagnava Don Bosco, rimase colpito al vedere nel suo modo di fare alcun che fuor dell´ordinario. Infatti, incontrato il capotreno che lo invitava a montare in vettura, gli disse: - Sa chi sono io?

- Non saprei, rispose quegli.

- Sono Don Bosco.

- Ebbene?

- Sono Don Bosco di Torino.

Il dialoghetto si arrestò lì, perché il treno partiva. In queste sue parole e nel modo di proferirle si ravvisava qualche cosa di singolare, che Don Lemoyne non aveva mai avvertito in lui; onde, cercandone la causa e ignorando l´accaduto, suppose perfino che egli volesse dare a lui segretario una lezione, perché non conosceva abbastanza chi fosse Don Bosco. Il fatto di quest´apparizione fu narrato da Don Bosco ai coniugi Colle il 10 giugno 1885 a Torino.

Il sogno dei dieci diamanti  (1881, MB XV, 182-187)

Nel mese di settembre egli ebbe uno de´ suoi sogni più importanti, che, prospettandogli le sorti della Congregazione in un prossimo avvenire, gliene svelava i grandiosi incrementi, ma insieme gli scopriva i pericoli che minacciavano di annientarla, se non si correva in tempo ai ripari. Le cose vedute e udite lo impressionarono talmente, che non si contentò di esporle a voce, ma le mise anche per iscritto L´originale oggi é smarrito; ce ne sono per altro pervenute numerose copie, che tutte concordano a meraviglia.

Spiritus Sancti gratia illuminet sensus et corda nostra. Amen.

Ad ammaestramento della Pia Società Salesiana.

Il dieci settembre anno corrente (1881), giorno che S. Chiesa consacra al glorioso Nome di Maria, i Salesiani, raccolti in S. Benigno Canavese, facevano gli Esercizi Spirituali.

Nella notte del 10 all´11, mentre dormiva, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata. Mi sembrava di passeggiare coi Direttori delle nostre Case, quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso, che non potevamo reggerne la vista. Datoci uno sguardo senza parlare, si pose a camminare a distanza di qualche passo da noi. Egli era così vestito: Un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come una fascia che si rannodava davanti, ed una fettuccia gli pendeva sul petto. Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: Pia Salesianorum Societas anno 1881, e sulla striscia d´essa fascia portava scritte queste parole: Qualis esse debet. Dieci diamanti di grossezza e splendore straordinario erano quelli che c´impedivano di fermare lo sguardo, se non con gran pena, sopra quell´Augusto Personaggio. Tre di quei diamanti erano sul petto, ed era scritto sopra di uno Fides, sull´altro Spes, e Charitas su quello che stava sul cuore. Il quarto diamante era sulla spalla destra, ed aveva scritto Labor; sopra il quinto nella spalla sinistra leggevasi Temperantia. Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto, ed erano così disposti: uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo come il centro di un quadrilatero, e portava scritto Obedientia. Sul primo a destra leggevasi Votum Paupertatis. Sul secondo più abbasso Praemium. Nella sinistra sul più elevato era scritto Votum Castitatis. Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traeva e attraeva lo sguardo come la calamita tira il ferro. Sul secondo a sinistra più abbasso stava scritto Ieiunium. Tutti questi quattro ripiegavano i luminosi loro raggi verso il diamante del centro.

Questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa di fiammelle si alzavano e portavano scritto qua e colà varie sentenze.

Sulla Fede si elevavano le parole: Sumite scutum Fidei, ut adversus insidias diaboli certare possitis. Altro raggio aveva: Fides sine operibus mortua est. Non auditores, sed factores legis regnum Dei possidebunt.

Sui raggi della Speranza: Sperate in Domino, non in hominibus Semper vestra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia.

Sui raggi della Carità: Alter alterius onera portate, si vultis adimplere legem meam. Diligite et diligemini. Sed diligite animas vestras et vestrorum. Devote divinum officium persolvatur; missa attente celebretur; Sanctum Sanctorum peramanter visitetur.

Sulla parola Labor: Remedium concupiscentiae, arma potens[21] contra omnes insidias diaboli.

Sulla Temperanza: Si lignum tollis, ignis extinguitur. Pactum constitue cum oculis tuis, cum gula, cum somno, ne huiusmodi inimici depraedentur animas vestras. Intemperantia et castitas non possunt simul cohabitare.

Sui raggi dell´Obbedienza: Totius aedificii fundamentum, et sanctitatis compendium

Sui raggi della Povertà: Ipsorum est Regnum coelorum. Divitiae spinae. Paupertas non verbis, sed corde et opere conficitur. Ipsa coeli ianuam aperiet et introibit.

Sui raggi della Castità: Omnes virtutes veniunt pariter cum illa. Qui mundo sunt corde, Dei arcana vident, et Deum ipsum videbunt.

Sui raggi del Premio: Si delectat magnitudo praemiorum, non deterreat multitudo laborum. Qui mecum patitur, mecum gaudebit. Momentaneum est quod patimur in terra, aeternum est quod delectabit in coelo amicos meos.

Sui raggi del Digiuno: Arma potentissima adversus insidias inimici. Omnium Virtutum Custos. Omne genus daemoniorum per ipsum eiicitur.

Un largo nastro a color di rosa serviva d´orlo nella parte inferiore del manto, e sopra questo nastro era scritto: Argumentum praedicationis. Mane, meridie et vespere. Colligite fragmenta virtutum et magnum sanctitatis aedificium vobis constituetis. Vae vobis qui modica spernitis, paulatim decidetis.

Fino allora i Direttori erano chi in piedi, chi in ginocchio, ma tutti attoniti e niuno parlava. A questo punto Don Rua come fuor di sé disse: Bisogna prendere nota per non dimenticare. Cerca una penna e non la trova; cava fuori il portafoglio, fruga e non ha la matita. Io mi ricorderò, disse Don Durando. Io voglio notare, aggiunse Don Fagnano, e sì pose a scrivere col gambo di una rosa. Tutti miravano e comprendevano la scrittura. Quando Don Fagnano cessò di scrivere, Don Costamagna continuò a dettare così: La Carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto; predichiamola colle parole e coi fatti.

***

Mentre Don Fagnano scriveva, scomparve la luce, e tutti ci trovammo in folte tenebre. Silenzio, disse Don Ghivarello, inginocchiamoci, preghiamo, e la luce verrà. Don Lasagna cominciò il Veni Creator, poi il De Profundis, Maria Auxilium Christianorum, a cui tutti rispondemmo. Quando fu detto, Ora pro nobis, riapparve una luce, che circondava un cartello in cui leggevasi: Pia Salesianorum Societas qualis esse periclitatur anno salutis 1900. Un istante dopo la luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e conoscerei a vicenda.

In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il Personaggio di prima, ma con aspetto malinconico simile a colui che comincia a piangere. Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato e sdruscito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti eravi invece un profondo guasto cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti.

Respicite, Egli ci disse, et intelligite. Ho veduto che i dieci diamanti, erano divenuti altrettanti tarli che rabbiosi rodevano il manto.

Pertanto al diamante della Fides erano sottentrati: Somnus et accidia.

A Spes: Risus et scurrilitas.

A Charitas: Negligentia in divinis perficiendis. Amant et quaerunt quae sua sunt, non quae Iesu Christi.

A Temperantia: Gula, et quorum Deus venter est.

A Labor: Somnus, furtum, et otiositas.

Al posto dell´Obedientia eravi nient´altro che un guasto largo e profondo senza scritto.

A Castitas: Concupiscentia oculorum et superbia vitae.

A Povertà era succeduto: Lectus, habitus, potus et pecunia.

A Praemium: Pars nostra erunt quae sunt super terram.

A Ieiunium eravi un guasto, ma niente di scritto.

A quella vista fummo tutti spaventati, Don Lasagna cadde svenuto, Don Cagliero divenne pallido come una camicia, e appoggiandosi sopra una sedia gridò: Possibile che le cose siano già a questo punto? Don Lazzero e Don Guidazio stavano come fuori di sé, e si porsero la mano per non cadere. Don Francesia, il conte Cays, Don Barberis e Don Leveratto erano quivi ginocchioni pregando con in mano la corona del SS. Rosario.

In quel tempo sì fé´ intendere una cupa voce: Quomodo mutatus est color optimus!

***

Ma nell´oscurità succedette un fenomeno singolare. In un istante ci trovammo avvolti in folte tenebre, nel cui mezzo apparve tosto una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potevamo scorgere che era un avvenente giovanetto vestito di abito bianco lavorato con fili d´oro e d´argento. Tutto attorno all´abito vi era un orlo di luminosissimi diamanti.. Con aspetto maestoso, ma dolce ed amabile si avanzò alquanto verso di noi, e ci indirizzò queste parole testuali:

Servi et instrumenta Dei Omnipotentis, attendite et intelligite. Confortamini et estote robusti. Quod vidistis et audistis, est coelestis admonitio, quae nunc vobis et fratribus vestris facta est; animadvertite et intelligite sermonem. Iacula praevisa minus feriunt, et praeveniri possunt. Quot sunt verba signata, tot sint argumenta praedicationis. Indesinenter praedicate opportune et importune. Sed quae praedicatis, constanter facite, adeo ut opera vestra sint velut lux, quae sicuti tuta traditio ad fratres et filios vestros pertranseat de generatione in generationem. Attendite et intelligite. Estote oculati in tironibus acceptandis, fortes in colendis, prudentes in admittendis. Omnes probate, sed tantum quod bonum est tenete. Leves et mobiles dimittite. Attendite et intelligite. Meditatio matutina et vespertina sit indesinenter de observantia constitutionum. Si id feceritis, numquam vobis deficiet Omnipotentis auxilium. Spectaculum facti eritis mundo et Angelis, et tunc gloria vestra erit gloria Dei. Qui videbunt saeculum hoc exiens et alterum incipiens, ipsi dicent de vobis: A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris. Tunc omnes fratres vestri et filii vestri una voce cantabunt: Non nobis, Domine, non nobis; sed Nomini tuo da gloriam .[22]

Queste ultime parole furono cantate, ed alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose, sonore, che noi rimanemmo privi di sensi e per non cadere svenuti ci siamo uniti agli altri a cantare. Al momento che finì il canto si oscurò la luce. Allora mi svegliai, e mi accorsi che si faceva giorno.

***

Pro memoria. Questo sogno durò quasi l´intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia pel timore di dimenticarmene mi sono levato in fretta e presi alcuni appunti, che mi servirono come di richiamo a ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della Presentazione di Maria SS. al Tempio.

Non mi fu possibile ricordar tutto. Tra le molte cose ho pur potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia.

La nostra Società é benedetta dal Cielo, ma Egli vuole che noi prestiamo l´opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati; se ciò che predichiamo, lo pratichiamo, lo tramanderemo ai nostri Fratelli con una tradizione pratica di quanto si é fatto e faremo.

Ho potuto eziandio rilevare che ci sono imminenti molte spine, molte fatiche, cui terranno dietro grandi consolazioni. Circa il 1890 gran timore, circa il 1895 gran trionfo. M. A. Chr. ora p. n.

Don Rua mise subito in pratica l´ammonimento del Personaggio, che delle cose rivelate si facesse materia di predicazione; poiché tenne ai Confratelli dell´Oratorio una serie di conferenze, nelle quali commentò loro minutamente le due parti del sogno. Il tempo a cui Don Bosco riferiva la doppia eventualità dei trionfi o delle sconfitte, corrispondeva nella Congregazione a quello che nella vita umana é il principio dell´adolescenza, momento delicato e pericoloso, da cui dipende per lo più tutto l´avvenire. Nell´ultimo decennio del secolo scorso il moltiplicarsi delle case e dei soci e l´estendersi dell´opera salesiana in tante nazioni differenti potevano senza dubbio dar luogo a taluno di quei deviamenti dalla linea retta che, se non si arrestano con prontezza, conducono sempre più lontano dalla strada maestra. Ma allo scomparire di Don Bosco la Provvidenza ci aveva fatto trovare nel suo successore la mente illuminata e la volontà energica che per quella fase critica si richiedevano. Don Rua, che si poteva dire benissimo la personificazione vivente di tutto il bello e buono rappresentato nella prima parte del sogno, fu davvero scorta vigile e duce indefesso e autorevole a disciplinare e guidare le novelle schiere per legittimo cammino.

La portata del sogno non ha limite di tempo. Don Bosco diede l´allarme per un momento speciale che doveva seguire alla sua morte; ma il qualis esse debet e il qualis esse periclitatur contengono un ammonimento che non perderà mai nulla del suo valore, sicché sarà sempre vera la dichiarazione fatta da Don Bosco ai Superiori: “I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sopra le virtù e i vizi ivi notati.”

Castagne ( 1881, MB XV 364-366)

L´anno 1881 si chiuse con un bel regalo del cielo alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Don Bosco l´ultimo di dicembre fece sul loro Istituto un sogno, che raccontò a Don Lemoyne e di cui questi, come soleva di ogni cosa riguardante la venerata di lui persona, prese immediatamente nota. Nell´esporlo seguiremo i suoi appunti.

Parve a Don Bosco di andar raccogliendo castagne in un castagneto presso Castelnuovo. Ve n´erano molte e belle e grosse, sparse per il terreno erboso. Mentr´egli non badava ad altro, ecco apparire una donna, che gli si appressava, raccogliendo anch´essa e mettendo in un canestro. Don Bosco rimase male al vedere come colei si prendesse così la libertà di raccogliere su quel d´altri e rivolgendole la parola le domandò: - Con qual diritto voi siete venuta qui? Io non intendo come osiate venir a raccogliere castagne sul mio.

- E che! rispose ella. Io non ho questo diritto?

- A me sembra di essere qui il padrone, e questa è roba mia.

- Sia pure; ma io raccolgo castagne anche per te.

La donna parlava con accento così risoluto e senza punto cessare dalla sua raccolta, che Don Bosco non giudicò belle d´insistere e seguitò anche lui a raccogliere. Quando poi entrambi ebbero le loro ceste ricolme, la donna chiamò Don Bosco e gli chiese: - Sai quante sono qui dentro le castagne?

- E’ ben strana la domanda che mi fate!

- Rispondi a tono. Sai quante ve ne sono?

- Io no certamente; non sono mica un indovino, io!

- Allora te lo dirò io.

- Ebbene, quante?

- Cinquecentoquattro.

- Cinquecentoquattro?

- Precisamente. E sai che cosa simboleggiano queste castagne?

- Che cosa?

- Le case delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Tante saranno le case fondate dalle tue figliuole.

Mentre facevano questo discorso, si levò un clamore di ominacci furiosi: eran voci simili a quelle degli ubbriachi. Si sentiva che i vocianti si avanzavano in mezzo agli alberi. Impaurito Don Bosco fuggì e la donna gli corse dietro, finchè si fermarono sulla proda di una riva. Andare avanti non si poteva: a tornar indietro non era nemmeno da pensare: Don Bosco stava sulle spine. Intanto quei cotali si avvicinavano schiamazzando e calpestando dispettosamente le castagne rimaste per terra.

Qui Don Lemoyne commenta: “Forse le vocazioni impedite, a causa principalmente delle guerre contro le case delle nostre suore, o meglio la sorte di quelle che restano in mezzo al mondo.”

Don Bosco a tale schiamazzo si svegliò; ma poco dopo riprese sonno e ricominciò a sognare. Gli sembrava di starsene seduto sull´orlo di un rivaccio; a poca distanza sedeva pure la donna col suo canestro pieno di castagne. In lontananza risonavano tuttora gli urlacci di quegli energumeni; pareva che se ne andassero via, camminando dietro una collina; ma fu cosa di brevi istanti.

Don Bosco teneva gli occhi su quelle castagne, che erano belle e grosse davvero. Se non che, osservando meglio, notò che parecchie avevano il buco fatto dal verme.

- Oh! guardate, disse alla donna... Che cosa faremo di queste, che hanno il baco?

- Bisogna scartarle, perchè non guastino le sane... Bisogna mandar via quelle figlie che non sono buone e non hanno lo spirito della casa, perchè il baco della superbia o di altri vizi le rode: e questo specialmente se si tratta di postulanti.

Commento di Don Lemoyne: “Le castagne nel secondo sogno figurano le Figlie di Maria Ausiliatrice.”

Don Bosco, che continuava a guardare quelle castagne, ne mise fuori alcune e trovando che le guaste non erano poi tante, lo fece rilevare alla donna. E la donna: - Credi tu che le rimanenti siano tutte buone? Non ce ne saranno col baco dentro, senza che si vegga di fuori?

- Ma dunque come fare a scoprirle?

- Eh! la cosa è difficile. Certune sanno fingere così bene, che sembra impossibile arrivare a conoscerle.

- E allora?

- Guarda, vi è un solo mezzo. Mettile alla prova delle regole e tienile d´occhio. Vedrai cosi chi abbia o no lo spirito di Dio. E’ una prova questa, mediante la quale difficilmente prende abbaglio un attento osservatore.

Don Bosco pensava e pensando guardava le castagne, finchè all´improvviso si svegliò. Spuntava l´alba.

Egli disse a Don Lemoyne che per una settimana intera questo sogno erasi rinnovato tutte le notti, bastando che si addormentasse, perchè subito gli si parasse dinanzi la scena della donna e delle castagne. Una volta la donna gli parlò così: - Sta´ attento alle castagne marce e a quelle vane. Fa´ la prova a metterle nell´acqua dentro la pentola. La prova è l´ubbidienza... Falle cuocere. Le marce, se si premono con le dita, schizzano subito fuori il brutto umore che hanno dentro. Queste gettale via. Le vane, ossia, vuote, salgono a galla. Sotto con le altre non istanno, ma vogliono in qualche modo emergere. Tu prendile con lo schiumatoio e buttale. Bada ancora che le buone, quando sono cotte, non è presto fatto a ripulirle. Bisogna prima levar via la scorza, poi la pellicola. Ti parranno allora bianche bianche; eppure osserva bene: alcune sono doppie: aprile e vedrai nel mezzo un´altra pellicola, e lì nascosto c´è dell´amaro.

Non si potrebbe immaginare paragone più calzante per indicare le varie qualità di persone che convivono in una casa religiosa e quanto sia difficile talvolta scandagliare il fondo di certi cuori anche buoni.

Gli appare don Proverà (1883, MB XVI, 15-17)

La notte del 17 al 18 gennaio 1883 ho sognato di uscire dal refettorio con altri preti della Congregazione. Quando ne fui sulla porta mi accorsi che accanto a me usciva un prete sconosciuto, ma che mirandolo bene conobbi essere D. Provera nostro antico confratello. Era un po´ più alto di statura che non fosse quando viveva mortale. Vestito in nuovo con faccia florida e ridente, mandando una specie di chiarore scintillante dimostrava voler passare oltre.

 - D. Provera, gli dissi, sei veramente D. Provera?

 - Sì che sono D. Provera, - rispose. Ma qui la sua faccia divenne così bella e luminosa che a grande fatica ci potevo fissare sopra lo sguardo.

 - Se tu sei veramente D. Provera, non fuggirmi; aspetta un momento. Ma fammi il piacere, non lasciarmi l´ombra tua nelle mani e tu scomparire, ma lasciami parlare.

 - Sì, sì! Parli pure che io l´ascolterò.

- Sei salvo?

- Sì che sono salvo; sono salvo per la misericordia del Signore.

- Che cosa godi nell´altra vita?

 - Tutto quello che il cuore può immaginare, e la mente è capace di capire, l´occhio di vedere, la lingua di esprimere. - Ciò detto, fece un atto con cui indicava voler partire e la sua mano che stretta teneva colla mia, mi diveniva quasi insensibile.

 - No, gli dissi, non partire, ma parlami e dimmi qualche cosa a mio riguardo.

 - Ella continui a lavorare. Molte cose l´attendono.

 - Ancora per molto tempo?

 - Non tanto. Ma lavori con tutti gli sforzi possibili come se dovesse vivere sempre, ma... ma sempre ben preparato.

 - E pei confratelli della Congregazione?

 - Ai fratelli della nostra Congregazione comandi e raccomandi il fervore.

 - Come fare per ottenerlo?

 - Ce lo dice il capo supremo dei maestri. Prenda un falcetto bene arrotinato e faccia da buon vignaiuolo, tagli i tralci secchi od inutili per la vite. Allora essa diverrà vigorosa e farà copiosi frutti e quello che importa assai, frutterà per molto tempo.

 - Ma ai nostri confratelli che debbo dire?

 - Ai miei amici, disse con voce più forte, ai miei confratelli dica che sta preparato un gran premio, ma che Dio lo dà solamente a quelli che saranno perseveranti nelle battaglie del Signore.

 - Pei nostri giovani che cosa mi raccomandi?

 - Pei nostri giovani si deve impiegare lavoro e sorveglianza.

 - Ed altro?

 - Altro Sorveglianza e lavoro, lavoro e sorveglianza.

 - Che cosa dovranno praticare i nostri giovani per assicurarsi la loro eterna salvezza?

 - Si cibino sovente del cibo dei forti e facciano dei proponimenti fermi in confessione.

 - Dimmi qualche cosa che debbano fare di preferenza in questo mondo.

In quel momento un vivissimo splendore investì tutta la sua persona ed io dovetti abbassare gli occhi, perchè lo sguardo si trovava in violenza, come chi fissa la luce elettrica, ma di gran lunga più viva di quella che talvolta vediamo noi. In quel momento egli si mise a parlare con voce simile a chi canta: - Gloria a Dio Padre, gloria a Dio Figlio, Gloria a Dio Spirito Santo. A Dio che era, è, e sarà il giudice dei vivi e dei morti. -

Io voleva ancora parlare, ma l´altro con voce la più bella e sonora che si possa immaginare si pose solennemente ad intonare: Laudate Dominum omnes gentes, etc. Un coro di mille e mille voci provenienti dai portici e dalla scala risposero, o meglio si unirono a lui a cantare: Quoniam confirmata est, etc. fino a tutto il Gloria.

Più volte ho fatto uno sforzo per aprire gli occhi e vedere chi cantava, ma tutto inutilmente perchè l´intensità e la vivezza della luce rendeva inutile ogni facoltà visiva.

Finalmente si cantò: Amen.

Finito il canto ogni cosa tornò nello stato normale; ma di D. Provera nulla più vidi, che l´ombra sua, che pure tosto disparve.

Mi recai allora sotto i portici dove erano i preti, i chierici, i giovani Ho chiesto se avevano veduto D. Provera. Mi risposero tutti di no. Interrogai pure se avevano udito cantare e mi venne eziandio risposto di no.

A tali risposte rimasi mortificato e dissi: - Ciò che ho udito da D. Provera e il canto che si fece echeggiare è un sogno. Venitelo pertanto ad ascoltare e lo esporrò. - Io l´ho raccontato come sopra. D. Rua e D. Cagliero ed altri preti mi fecero molte domande cui ho dato la dovuta risposta.

Ma il mio stomaco era così stanco che a stento potendo respirare mi svegliai. In quel momento suonarono i quarti delle ore e poi le due dopo mezzanotte.

Il sogno missionario: attraverso l’America (1883, MB XVI, 385-394)

Era la notte che precedeva la festa di S. Rosa di Lima [30 agosto] ed io ho fatto un sogno.Miaccorgeva di dormire e nello stesso tempo mi sembrava di correre molto, a segno che mi sentiva stanco di correre, di parlare, di scrivere e di faticare nel disimpegno delle altre mie solite occupazioni. Mentre pensava se il mio fosse un sogno ovvero realtà, mi parve di entrare in una sala di trattenimento dove erano molte persone che stavano parlando di cose diverse.

Un lungo discorso si aggirò intorno alla moltitudine dei selvaggi che nell´Australia, nelle Indie, nella China, nell´Africa e più particolarmente nell´America, in numero sterminato sono tuttora sepolti nell´ombra di morte.

 - L´Europa, disse con serietà un ragionatore, la cristiana Europa, la grande maestra di civiltà e di Cattolicismo pare sia venuta apatica per le missioni estere. Pochi sono quelli che sono abbastanza arditi di affrontare lunghe navigazioni e sconosciuti paesi per salvare le anime di milioni di uomini che pur furono redente dal Figlio di Dio, da Cristo Gesù.

. Disse un altro: - Che quantità di idolatri vivono infelici fuori della Chiesa e lontani dalla conoscenza del Vangelo nella sola America! Gli uomini si pensano (ed i geografi s´ingannano) che le Cordigliere d´America siano come un muro che divide quella gran parte del mondo. Non è così. Quelle lunghissime catene di alte montagne fanno molti seni di mille e più chilometri in sola lunghezza. In essi vi sono selve non mai visitate, vi sono piante, animati, e poi si trovano pietre di cui colà si scarseggia. Carbon fossile, petrolio, piombo, rame, ferro argento ed oro stanno nascosti in quelle montagne, nei siti dove furono collocati dalla mano onnipotente del Creatore a benefizio degli uomini. 0 Cordigliere, Cordigliere, quanto mai è ricco il vostro oriente!

In quel momento mi sentii Preso da vivo desiderio di chiedere spiegazioni di più cose e di interrogare chi fossero quelle persone colà raccolte e in quale luogo io mi trovassi. Ma dissi fra me: - Prima di parlare bisogna che osservi qual gente sia questa! - E volsi curiosamente lo sguardo attorno. Se non che tutti quei personaggi mi erano sconosciuti. Essi intanto, come se in quel momento soltanto mi avessero veduto, mi invitarono a farmi innanzi e mi accolsero con bontà.

Io chiesi allora: - Ditemi, di grazia! Siamo a Torino, a Londra, a Madrid, a Parigi? Ove siamo? E voi chi siete? Con chi ho il piacere di parlare? Ma tutti quei personaggi rispondevano vagamente sempre discorrendo delle missioni.

In quel mentre si avvicinò a me un giovane in sui sedici anni, amabile per sovrumana bellezza e tutto raggiante di viva luce più chiara di quella del sole. Il suo vestito era intessuto con celestiale ricchezza e il suo capo era cinto di un berretto a foggia di corona, tempestato di brillantissime pietre preziose. Fissandomi con sguardo benevolo, mi dimostrava un interesse speciale. Il suo sorriso esprimeva un affetto di irresistibile attraenza. Mi chiamò per nome, mi prese per mano ed incominciò a parlarmi della Congregazione Salesiana.

Io ero incantato al suono di quella voce. Ad un certo punto l´interruppi: - Con chi ho l´onore di parlare? Favoritemi il vostro nome? E quel giovane: - Non dubitate! Parlate pure con piena confidenza, che siete con un amico.

Ma il vostro nome?

Ve lo direi il mio nome, se ciò facesse di bisogno; ma non occorre, poichè mi dovete conoscere. - Così dicendo sorrideva.

Fissai meglio quella fisionomia cinta di luce. Oh quanto era bella! E riconobbi allora in lui il figlio del Conte Fiorito Colle di Tolone, insigne benefattore della nostra Casa e specialmente delle nostre Missioni Americane. Questo giovinetto era morto poco tempo prima.

 - Oh! voi? dissi io chiamandolo per nome. Luigi! E tutti costoro chi sono?

 - Sono amici dei vostri Salesiani, ed io come amico vostro e dei Salesiani, a - nome di Dio, vorrei darvi un po´ di lavoro.

 - Vediamo di che si tratta. Quale è questo lavoro?

 - Mettetevi qui a questa tavola e poi tirate giù questa corda.

In mezzo a quella gran sala vi era un tavolo, sul quale stava aggomitolata una corda, e questa corda vidi che era segnata come il metro, con linee e numeri. Più tardi mi accorsi eziandio come quella sala fosse posta nell´America del Sud, proprio sulla linea dell´ e come i numeri stampati sulla corda corrispondessero ai gradi geografici di latitudine.

Io presi adunque l´estremità di quella corda, la guardai e vidi che sul principio aveva segnato il numero zero.

lo rideva.

E quell´angelico giovinetto: - Non è tempo di ridere, mi disse. Osservate! che cosa sta scritto sopra la corda?

Numero zero.

Tirate un pocol

Tirai alquanto la corda, ed ecco il numero I.

 - Tirate ancora e fate un gran rotolo di quella corda.

Tirai e venne fuori il numero 2, 3, 4, fino al 20.

 - Basta? dissi io.

 - No; più in su; più in sul Andate finchè troverete un nodo! rispose quel giovanetto.

Tirai fino al numero 47, dove trovai un grosso nodo. Da questo punto la corda continuava ancora ma divisa in tante cordicelle che si sparpagliavano ad oriente, ad occidente, a mezzodì.

 - Basta? replicai.

 - Che numero è? interrogò quel giovane. È il numero 47. 47 Più 3 quanto fa? 50! E più 5? 55! Notate; cinquantacinque.

E poi mi disse: - Tirate ancora.

 - Sono alla fine! io risposi.

 - Ora dunque voltatevi indietro e tirate la corda dall´altra parte. Tirai la fune dalla parte opposta, fino al numero I0.

Quel giovane replicò: - Tirate ancora!

 - C´è più niente !

 - Come! C´è più niente? Osservate ancora! Che cosa c´è?

 - C´è dell´acqua, risposi.

Infatti in quell´istante si operava in me un fenomeno straordinario, quale non è possibile descrivere. Io mi trovava in quella stanza, tirava quella corda e nello stesso tempo svolgevasi sotto i miei occhi come un panorama di un paese immenso, che io dominava quasi a volo d´uccello e che stendevasi collo stendersi della corda.

Dal primo zero al numero 55 era una terra sterminata che dopo uno stretto di mare, in fondo frastagliavasi in cento isole di cui una assai maggiore delle altre. A queste isole pareva alludessero le cordicelle sparpagliate che partivano dal gran nodo. Ogni cordicella faceva capo ad un´isola. Alcune di queste erano abitate da indigeni abbastanza numerosi; altre sterili, nude, rocciose, disabitate; altre tutte coperte di neve e ghiaccio. Ad occidente gruppi numerosi di isole, abitate da molti selvaggi

[Pare che il nodo posto sul numero o grado 47 figurasse il luogo di partenza, il centro Salesiano, la missione principale donde i missionarii nostri si diramavano alle ìsole Malvine, alla Terra del fuoco e alle altre isole di quei paesi dell´America].

Dalla parte opposta poi, cioè dallo zero al io continuava la stessa terra e finiva in quell´acqua da me vista per l´ultima cosa. Mi Parve essere quell´acqua il mare delle Antille, che vedeva allora in un modo così sorprendente, da non essere possibile che io spieghi a parole quel modo di vedere.

Or dunque avendo io risposto: - C´è dell´acqua! - quel giovanetto rispose: - Ora mettete insieme 55 più io. A che cosa è eguale?

Ed io: - Somma 65.

 - Ora mettete tutto insieme e ne farete una corda sola.

 - E poi?

 - Da questa parte che cosa c´è? sul panorama.

 - All´occidente vedo altissime montagne, e all´oriente c´è il mare!

[Noto qui che allora io vedeva in compendio, come in miniatura tutto ciò che poi vidi, come dirò, nella sua reale grandezza ed estensione, e i gradi segnati dalla corda corrispondenti con esattezza ai gradi geografici di latituine, furon quelli che mi permisero dì ritenere a memoria per varii anni i successivi punti che visitai viaggiando nella seconda parte di questo stesso sogno].

Il giovane mio amico proseguiva: - Or bene: queste montagne sono come una sponda, un confine. Fin qui, fin là è la messe offerta ai Salesiani. Sono migliaia e milioni di abitanti che attendono il vostro aiuto, attendono la fede.

Queste montagne erano le Cordigliere dell´America del Sud e quel mare l´Oceano Atlantico.

 - E come fare? io ripresi; come riusciremo a condurre tanti popoli all´ovile di Gesù Cristo?

 - Come fare? Guardate!

Ed ecco giungere Don Lago[23] il quale portava un canestro di fichi piccoli e verdi: e mi disse: - Prenda, Don Bosco!

 - Che cosa mi porti? risposi io guardando ciò che conteneva il canestro.

 - Mi hanno detto di portarli a lei.

 - Ma questi fichi non sono buoni da mangiare; non sono maturi.

Allora il mio giovane amico prese quel canestro, che era molto largo, ma aveva poco fondo e me lo presentava, dicendo: - Ecco il regalo che vi fo!

 - E che cosa debbo fare di questi fichi?

- Questi fichi sono immaturi, ma appartengono al gran fico della vita. E voi cercate il modo di farli maturare.

 - E come? Se fossero più grossi!... potrebbero farsi maturare colla paglia, come si usa cogli altri frutti; ma così piccoli... così verdi... È cosa impossibile.

Anzi sappiate che per farli maturare, bisogna che facciate in modo che tutti questi fichi siano di nuovo attaccati alla pianta.

Cosa incredibile! E come fare?

Guardate! - E prese uno di quei fichi e lo mise a bagno in un vasetto di sangue; poscia lo immerse in un altro vasetto pieno di acqua, e disse: - Col sudore e col sangue i selvaggi ritorneranno ad essere attaccati alla pianta e ad essere gradevoli al padrone della vita.

Io pensava: Ma per ciò conseguire ci vuol tempo. E quindi ad alta voce esclamai: - Io non so più che cosa rispondere.

Ma quel caro giovane, leggendo ne´ miei pensieri, proseguì: Questo avvenimento sarà ottenuto prima che sia compiuta la seconda generazione.

 - E quale sarà la seconda generazione?

 - Questa presente non si conta. Sarà un´altra e poi un´altra.

Io parlava confuso, imbrogliato e quasi balbettando nell´ascoltare i magnifici destini che son preparati per la nostra Congregazione, e domandai: - Ma ognuna di queste generazioni quanti anni comprende?

 - Sessanta anni!

 - E dopo?

 - Volete vedere quello che sarà? Venite!

E senza saper come, mi trovai ad una stazione di ferrovia. Quivi era radunata molta gente. Salimmo sul treno

Io domandai ove fossimo. Quel giovane rispose: - Notate bene! Guardate! Noi andiamo in viaggio lungo le Cordigliere. Avete la strada aperta anche all´Oriente fino al mare. É un altro dono del Signore.

 - E a Boston, dove ci attendono, quando andremo?

 - Ogni cosa a suo tempo. - Così dicendo trasse fuori una carta ove in grande era rilevata la diocesi di Cartagena. [Era questo il punto di partenza].

Mentre io guardava quella carta, la macchina mandò il fischio e il treno si mise in moto. Viaggiando, il mio amico parlava molto, ma io per il rumore del convoglio non poteva capirlo interamente. Tuttavia imparai cose bellissime e nuove sull´astronomia, sulla nautica, sulla meteorologia, sulla mineralogia, sulla fauna, sulla flora, sulla topografia di quelle contrade, che esso spiegavami con meravigliosa precisione. Condiva frattanto le sue parole con una contegnosa e nello stesso tempo con una tenera famigliarità, che dimostrava quanto mi amasse. Fin dal principio mi aveva preso per mano e mi tenne sempre così affettuosamente stretto fino alla fine del sogno. Io portava talora l´altra mia mano libera sulla sua, ma questa sembrava sfuggire di sotto alla mia quasi svaporasse e la mia sinistra stringeva solamente la mia destra. Il giovinetto sorrideva al mio inutile tentativo.

Io frattanto guardava dai finestrini del carrozzone e mi vedeva sfuggire innanzi svariate, ma stupende regioni. Boschi, montagne, pianure, fiumi lunghissimi e maestosi che io non credeva così grandi in regioni tanto distanti dalle foci. Per più di mille miglia abbiamo costeggiato il lembo di una foresta vergine, oggi giorno ancora inesplorata. Il mio sguardo acquistava una potenza visiva meravigliosa. Non aveva ostacoli per spingersi su quelle regioni. Non so spiegare come accadesse nei miei occhi questo sorprendente fenomeno. Io era come chi, sovra una collina, vedendo distesa ai suoi piedi una grande regione, se pone innanzi agli occhi a piccola distanza un listello anche stretto di carta, più nulla vede o ben poco: che se toglie quel listello o solo lo alza o abbassa alquanto, ecco che la sua vista può estendersi fino allo estremo orizzonte. Così successe a me per quella straordinaria intuizione acquisita; ma con questa differenza; di mano in mano che io fissavo un punto, e questo punto mi passava innanzi, era come un successivo alzarsi di singoli siparii ed io vedeva a sterminate incalcolabili distanze. Non solo vedea le Cordigliere eziandio quando ne era lontano, ma anche le catene di montagne, isolate in quei piani immensurabili, erano da me contemplate con ogni loro più piccolo accidente. [Quelle della Nuova Granata, di Venezuela, delle tre Guiane; quelle del Brasile, e della Bolivia, fino agli ultimi confini].

Potei quindi verificare la giustezza di quelle frasi udite al principio del sogno nella gran sala posta sul grado zero. Io vedeva nelle viscere delle montagne e nelle profonde latebre delle pianure. Avea sott´occhio le ricchezze incomparabili di questi paesi che un giorno verranno scoperte. Vedeva miniere numerose di metalli preziosi, cave inesauribili di carbon fossile, depositi di petrolio così abbondanti quali mai finora si trovarono Li altri luoghi. Ma ciò non era tutto. Tra il grado 15 e il 20 vi era un seno assai largo e assai lungo che partiva da un punto ove formavasi un lago. Allora una voce disse ripetutamente: - Quando si verranno a scavare le minere nascoste in mezzo a questi monti, apparirà qui la terra promessa fluente latte e miele. Sarà una ricchezza inconcepibile.

Ma ciò non era tutto. Quello che maggiormente mi sorprese fu il vedere in varii siti le Cordigliere che rientrando in se stesse formavano vallate, delle quali i presenti geografi neppur sospettano l´esistenza, immaginandosi che in quelle parti le falde delle montagne siano come una specie di muro diritto. In questi seni e in queste valli che talora si stendevano fino a mille chilometri, abitavano folte popolazioni non ancor venute a contatto cogli Europei, nazioni ancora pienamente sconosciute.

Il convoglio intanto continuava a correre e va e va, e gira di qua e gira di là, finalmente si fermò Quivi discese una gran parte di viaggiatori, che passava sotto le Cordigliere, andando verso occidente.

[D. Bosco accennò la Bolivia. La stazione era forse La Paz ove una galleria aprendo passaggio al littorale del Pacifico può mettere in comunicazione il Brasile con Lima per mezzo di un´altra linea di via ferrata].

Il treno di bel nuovo si rimise in moto, andando sempre avanti. Come nella prima parte del viaggio attraversavamo foreste, penetravamo in gallerie, passavamo sovra giganteschi viadotti, ci internavamo fra gole di montagne, costeggiavamo laghi e paludi su ponti, valicavamo fiumi larghi, correvamo in mezzo a praterie ed a pianure. Siamo passati sulle sponde dell´Uruguay. Mi pensava che fosse fiume di poco corso, ma invece è lunghissimo. In un punto vidi il fiume Paranà che si avvicinava all´Uruguay, come se andasse a portargli il tributo delle sue acque, ma invece dopo essere corso per un tratto quasi parallelamente, se ne allontanava facendo un largo gomito. Tutti e due questi fiumi erano larghissimi [Arguendo da questi pochi dati sembra che questa futura linea di ferrovia partendo da Ia - Paz, toccherà Santa - Cruz, passerà per l´unica apertura che è nei monti Cruz della Sierra ed è attraversata dal fiume Guapay; valicherà il fiume Parapiti nella provincia Chiquitos della Bolivia; taglierà l´estremo lembo nord della Repubblica del Paraguay; entrerà nella provincia di S. Paolo nel Brasile e di qui farà capo a Rio Janeiro. Da una stazione intermedia nella provincia di S. Paolo partirà forse la linea ferroviaria che passando tra il Rio Paranà e il Rio Uruguay congiungerà la capitale del Brasile colla Repubblica dell´Uruguay e colla Repubblica Argentina].

E il treno andava sempre in giù, e gira da una parte e gira da un´altra, dopo un lungo spazio di tempo si fermò la seconda volta. Quivi molta altra gente scese dal convoglio e passava essa pure sotto le Cordigliere andando verso occidente. [Don Bosco indicò nella Repubblica Argentina la provincia di Mendoza. Quindi la stazione era forse Mendoza e quella galleria metteva a Santiago capitale della Repubblica del Chilì].

Il treno riprese la sua corsa attraverso le Pampas e la Patagonia. I campi coltivati e le case sparse qua e là indicavano che la civiltà prendeva possesso di quei deserti.

Sul principio della Patagonia passammo una diramazione del Rio Colorado ovvero del Rio Chubut [o forse del Rio Negro?]. Non poteva vedere la sua corrente da qual parte andasse, se verso le Cordigliere ovvero verso l´Atlantico. Cercava di sciogliere questo mio problema, ma non poteva orizzontarmi.

Finalmente giungemmo allo stretto di Magellano, Io guardava. Scendemmo. Aveva innanzi Punt´Arenas. Il suolo per varie miglia era tutto ingombro di depositi di carbon fossile, di tavole, di travi,  di legna, di mucchi immensi di metallo, parte greggio, parte lavorato. Lunghe file di vagoni per mercanzie stavano sui binarii.

Il mio amico mi accennò a tutte queste cose. Allora domandai: - E adesso che cosa vuoi dire con questo?

Mi rispose: - Ciò che adesso è in progetto, un giorno sarà realtà. Questi selvaggi in futuro saranno così docili da venire essi stessi per ricevere istruzione, religione, civiltà e commercio. Ciò che altrove desta meraviglia, qui sarà tale meraviglia da superare quanto ora reca stupore in tutti gli altri popoli.

 - Ho visto abbastanza, io conclusi; ora conducetemi a vedere i miei Salesiani in Patagonia.

Ritornammo alla stazione e risalimmo sul treno per ritornare. Dopo aver percorso un lunghissimo tratto di via, la macchina si fermò innanzi ad un borgo considerevole. [Posto forse sul grado 47 ove sul principio del sogno aveva visto quel grosso nodo della corda]. Alla stazione non vi era alcuno ad aspettarmi. Discesi dal vapore e trovai subito i Salesiani. Ivi erano molte case con abitanti in gran numero; più chiese, scuole, varii ospizi di giovanetti e adulti, artigiani e coltivatori, ed un educatorio di figlie che si occupavano in svariati lavori domestici. I nostri missionarii guidavano insieme giovinetti ed adulti.

Io andai in mezzo a loro. Erano molti, ma io non li conosceva e fra loro non vi era alcuno degli antichi miei figli. Tutti mi guardavano stupiti, come se fossi persona nuova, ed io diceva loro: - Non mi conoscete? Non conoscete voi Don Bosco?

 - Oh Don Bosco! Noi lo conosciamo di fama, ma l´abbiamo visto solamente nei ritratti! Di persona, no certo!

 - E Don Fagnano, Don Costamagna, Don Lasagna, Don Milanesio, dove sono essi?

 - Noi non li abbiamo conosciuti. Sono coloro che vennero qui una volta nei tempi passati: i primi Salesiani che arrivarono in questi paesi dall´Europa. Ma oramai scorsero tanti anni (la che sono morti!

A questa risposta io pensavo meravigliato: - Ma questo è un sogno ovvero una realtà? - E batteva le mani una contro dell´altra, mi toccava le braccia, e mi scuoteva, mentre realmente udiva il suono delle mie mani e sentiva me stesso e mi persuadeva di non essere addormentato.

Questa visita fu cosa di un istante. Visto il meraviglioso progresso della Chiesa Cattolica, della nostra Congregazione e della civiltà in quelle regioni, io ringraziava la Divina Provvidenza che si fosse degnata di servirsi di me come istrumento della sua gloria e della salute di tante anime.

Il giovinetto Colle frattanto mi fece segno, che era tempo di ritornare indietro: quindi, salutati i miei Salesiani, ritornammo alla stazione, ove il convoglio era pronto per la partenza. Risalimmo, fischiò la macchina, e via verso il nord.

Mi cagionò meraviglia una novità che mi cadde sotto gli occhi. Il territorio della Patagonia nella parte più vicina allo stretto di Magellano, tra le Cordigliere e il mare Atlantico, era meno largo di quello che si crede comunemente dai geografi.

Il treno avanzavasi nella sua corsa velocissima e mi parve che percorresse le provincie, che ora sono già civilizzate nella Repubblica Argentina.

Procedendo entrammo in una foresta vergine, larghissima, lunghissima, interminabile. Ad un certo punto la macchina si fermò e sotto gli occhi nostri apparve un doloroso spettacolo. Una turba grandissima di selvaggi stava radunata in uno spazio sgombro in mezzo alla foresta. I loro volti erano deformi e schifosi; le loro persone vestite, come sembrava, di pelli d´animali cucite insieme. Circondavano un uomo legato che stava seduto sopra una pietra. Esso era molto grasso; perchè i selvaggi aveanlo fatto a bello studio ingrassare. Quel poveretto era stato fatto prigioniero e sembrava appartenesse ad una nazione straniera dalla maggiore regolarità dei suoi lineamenti. Le turbe dei selvaggi lo interrogavano ed esso rispondeva narrando le varie avventure, che gli erano occorse nei suoi viaggi. A un tratto un selvaggio si alza e brandendo un grosso ferro che non era spada, ma però molto affilato, si slancia sul prigioniero e con un colpo solo gli tronca il capo. Tutti i viaggiatori del convoglio stavano agli sportelli e alle finestrine dei vagoni attenti e muti per l´orrore. Lo stesso Colle guardava e taceva. La vittima aveva mandato un grido straziante nell´atto che era colpita. Sul cadavere che giaceva in un lago di sangue si slanciarono allora quei cannibali e fattolo a pezzi, posero le carni ancora calde e palpitatiti sovra fuochi appositamente accesi e, fattele arrostire alquanto, così mezze crude le divorarono. Al grido di quel disgraziato la macchina si era messa in moto e a poco a poco riprese la sua vertiginosa velocità.

Per lunghissime ore si avanzò sulle sponde di un fiume larghissimo. E ora il treno correva sulla sponda destra ed ora sulla sinistra di questo. Io non feci caso dal finestrino, su quali ponti facessimo questi frequenti tragitti. Intanto su quelle rive comparivano di tratto in tratto numerose tribù di selvaggi. Tutte le volte che vedevamo queste turbe il giovanetto Colle andava ripetendo: - Ecco la messe dei Salesiani! Ecco la messe dei Salesiani!

Entrammo poscia in una regione piena di ani - inali feroci e di rettili velenosi, di forme strane ed orribili. Ne formicolavano le falde dei monti, i seni delle colline; i poggerelli da questi monti e da questi colli ombreggiati, le rive dei laghi, le sponde dei fiumi, le pianure, i declivi, le ripe. Gli uni sembravano cani che avessero le ali ed erano panciuti straordinariamente [gola, lussuria, superbia]. Gli altri erano rospi grossissimi che mangiavano rane. Si vedeano certi ripostigli pieni di animali, diversi di forma dai nostri. Queste tre specie d´animali erano mischiate insieme e grugnivano sordamente come se volessero mordersi. Si vedeano pure tigri, iene, leoni, ma di forma diversa dalle specie dell´Asia e dell´Africa. Il mio compagno mi rivolse eziandio qui la parola e, accennandomi quelle belve, esclamò: - I Salesiani le mansueferanno.

Il treno intanto avvicinavasi al luogo della prima partenza e ne eravamo poco lontani. Il giovane Colle trasse allora fuori una carta topografica di una bellezza stupenda e mi disse: - Volete vedere il viaggio che avete fatto? Le regioni da noi percorse?

 - Volentieri! risposi io.

Esso allora spiegò quella carta nella quale era disegnata con esattezza meravigliosa tutta l´America del Sud. Di più ancora, ivi era rappresentato tutto ciò che fu, tutto ciò che è, tutto ciò che sarà in quelle regioni, ma senza confusione, anzi con una lucidezza tale che con un colpo d´occhio si vedea tutto. Io compresi subito ogni cosa, ma per la moltiplicità di quelle circostanze, simile chiarezza mi durò per brev´ora e adesso nella mia mente si è formata una piena confusione.

Mentre io osservava quella carta aspettando che H giovanetto aggiungesse qualche spiegazione, essendo io tutto agitato per la sorpresa di ciò che avevo sott´occhi, mi sembrò che Quirino[24] suonasse l´Ave Maria dell´alba; ma, svegliatomi, mi accorsi che erano i tocchi delle campane della parrocchia di S. Benigno. Il sogno aveva durato tutta la notte.

Nella nicchia di San Pietro (1883, MB XVII, 11-12)[25]

Vi sono certi sogni che, quand’egli li raccontò, parvero davvero sogni e nulla più; invece chi ha potuto aspettare, si è dovuto convincere che nascondevano l’annunzio di eventi futuri. Valga per tutti il seguente. Una volta, non sappiamo in che anno, Don Bosco sogna di trovarsi in S. Pietro, dentro la grande nicchia che si apre sotto il cornicione a destra della nave centrale, perpendicolarmente alla bronzea statua del principe degli Apostoli e al medaglione in mosaico di Pio IX. Egli non sa come sia capitato lassù e non si dà pace. Guarda attorno se vi sia modo di scendere; ma non vede nulla. Chiama, grida; ma nessuno risponde. Finalmente, vinto dall´angoscia, si sveglia. Orbene se taluno, udendo questo sogno, avesse creduto di scorgervi alcun che di profetico, si sarebbe detto che colui sognava a occhi aperti. Al contrario; quando queste pagine cadranno sotto gli occhi dei lettori, sorriderà proprio dall’alto di quella nicchia il magnifico Don Bosco del Canonica.

Maria … Maria … Maria Pietro e Paolo (1884, MB XVII 27-29)

In questo stato durante la notte sul 13 fece un sogno, che, quando prese a riaversi, raccontò. Gli parve di essere in una casa, dove incontrò S. Pietro e S. Paolo. Indossavano una sopravveste che scendeva loro fin sotto le ginocchia e portavano in testa un copricapo all´orientale. Sorridevano a Don Bosco. Interrogati se avessero qualche missione per lui ovvero alcun che da comunicargli, non risposero alla domanda, ma presero a parlare dell´Oratorio e dei giovani. In quella ecco arrivare un amico di Don Bosco, conosciutissimo tra i Salesiani, ma che Don Bosco dopo non rammentava più chi fosse. - Guardi un po´ queste due persone, disse al nuovo venuto. - L´amico guardò e: - Chi vedo mai? esclamò. Possibile? S. Pietro e S. Paolo qui?

Don Bosco rinnovò allora la domanda fatta poc´anzi ai due Apostoli, che, pur mostrandosi affabilissimi, continuarono evasivamente a parlar d´altro. Poi all´improvviso S. Pietro lo interroga: -E la vita di. S. Pietro? - Parimente S. Paolo: - E la vita di S. Paolo? - È vero - confessò Don Bosco in atto di umile scusa. Infatti egli aveva divisato di ristampare quelle due vite, ma poi la cosa gli era caduta interamente dalla memoria. - Se non fai presto, non avrai più tempo, l´avvertì S. Paolo.

Frattanto, essendosi S. Pietro scoperto il capo, la sua testa apparve calva con due ciocche di capelli sopra le tempia: aveva tutta l´aria d´un rubizzo e bel vecchietto. Tiratosi in disparte, si pose in atto di preghiera. Don Bosco voleva seguirlo; ma: - Lascialo che preghi gl´ingiunse S. Paolo. Don Bosco rispose: - Vorrei vedere dinanzi a quale oggetto s´è inginocchiato. - Gli andò dunque accanto e vide che stava dinanzi a una specie di altare, che altare non era, e interrogò S. Paolo: - Ma non ci sono candelieri?

- Non c´è bisogno di candelieri, dov´è l´eterno sole, gli rispose l´Apostolo.

- Non vedo neppure la mensa.

- La vittima non si sacrifica, ma vive in eterno.

- Ma insomma l´altare non c´è?

- L´altare è per tutti il monte Calvario.

Allora S. Pietro con voce alta e armoniosa, ma senza canto, pregò così: - Gloria a Dio Padre Creatore, a Dio Figlio Redentore, gloria a Dio Spirito Santo Santificatore. A Dio solo sia onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. A te sia lode, o Malia. Il cielo e la terra ti proclamano loro Regina. Maria... Maria... Maria. - Pronunciava questo nome con una pausa tra una esclamazione e l´altra e con tale espressione di affetto e con un crescendo siffatto di commozione da non potersi descrivere, sicchè là si piangeva di tenerezza. Alzatosi S. Pietro, andò a inginocchiarsi nello stesso luogo S. Paolo, che con voce distinta si diede egli pure a pregare così: - Oh profondità degli arcani divini! Gran Dio, i tuoi segreti sono inaccessibili ai mortali. Soltanto in cielo essi ne potranno penetrare la profondità e la maestà, accessibile unicamente ai celesti comprensori. O Dio uno e trino, a te sia l´onore, la salute e rendimento di grazie da ogni punto dell´universo, Il tuo nome, o Maria, sia da tutti lodato e benedetto. Cantano in cielo la tua gloria, e sulla terra tu sii sempre l´aiuto, il conforto, la salvezza. Regina Sanctorum omnium, alleluia, alleluia.

Don Bosco, raccontando il sogno, conchiuse: - Questa preghiera per il modo di preferire le parole produsse in me tale commozione, che ruppi in pianto e mi svegliai. Dopo mi rimase nell´anima un´indicibile consolazione.

La chiave del tabernacolo (1884, MB XVII 37-38)

Dormì abbastanza tranquillamente; fece anzi uno dei soliti sogni, che narrò a Don Cerruti. Gli pareva di essere sul piazzale a capo del viale di S. Massimo, scendendo verso la fabbrica Defilippi. Vi stava radunata molta gente, come se aspettasse qualcuno. Appena Don Bosco fu vicino, quella gente lo circondò, dicendo: - Don Bosco, aspettavamo lei.

- E che cosa volete da me?

- Che venga con noi.

- Andiamo; è cosa facile per contentarvi.

Lo condussero nello spazio allora occupato dalla fonderia, al pian terreno sotto le sue camere, già parte del prato dove avevano avuto cominciamento le gesta dell´Oratorio. Don Bosco entrò con essi per una porta; ma invece che nella fonderia si trovò in una bellissima chiesa.

- Lei adesso, signor Don Bosco, ci deve fare una predica, gli dissero.

- Ma io non sono preparato.

- Non importa. Ci dica quello che le verrà in mente.

- E facciamo la predica!

Salì dunque sul pulpito, ove prese a ragionare contro il mal costume. Descrisse il diluvio universale e la distruzione di Sodoma, continuando così con tale ordine e divisione di punti, che svegliato se ne ricordava pienamente. Fatta la predica, la gente gli disse: - Adesso deve celebrare la santa Messa.

- Io non ho nessuna difficoltà, celebriamola pure.

Andò dunque in sacrestia. Se non che mancava tutto. Dovette penare a ritrovar il messale, poi non rinveniva il calice, poi dovette cercare la pianeta; in ultimo non vi erano nè ostie nè ampolle. Fruga di qua, fruga dì là, trova tutto, si veste e va all´altare. Giunta la Messa alla comunione, alcune persone si presentano per comunicarsi. Rimuove il canone, ma non c´è la chiave del tabernacolo. Angustiato osserva sull´altare e non la trova. Nessuno sì muove per andarla a prendere. Allora scende egli stesso dalla predella, depone la pianeta e così in camice va cercando chi lo aiuti a trovare quella benedetta chiave. Dalla chiesa passa nel locale, dove allora abitavano le Suore; ma non c´è anima viva. Finalmente sente ridere. Era la voce di Don Notario. Entra in quella stanza e trova Don Notario che parla e ride con un giovanetto. - Sa, esclama fra sè e sè Don Bosco, prima di entrare, sa che in chiesa c´è bisogno di lui e che manca la chiave del tabernacolo, e lui sta qui a ridere! - Entrato, domandò la chiave e avutala fede ritorno all´altare.

Don Bosco nel girare per la casa delle Suore non ne aveva incontrata neppur una. Come fu nuovamente all´altare, proseguì e terminò la Messa. Il sogno durò tutta la notte.

La lettera da Roma (1884, MB XVII, 107-114)

Ecco del sogno il testo completo.

Miei carissimi figliuoli in G. C.,

Vicino o lontano io penso sempre a voi. Un solo è il mio desiderio, quello di vedervi felici nel tempo e nell´eternità. Questo pensiero, questo desiderio mi risolsero a scrivervi questa lettera. Sento, o cari miei, il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena, quale voi non potete immaginare. Perciò io avrei desiderato scrivere queste righe una settimana fa, ma le continue occupazioni me lo impedirono. Tuttavia benchè pochi giorni manchino al mio ritorno, voglio anticipare la mia venuta fra voi almeno per lettera, non potendolo di persona. Sono le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo ed ha dovere di parlarvi colla libertà di un padre. E voi me lo permetterete, non è vero? E mi presterete attenzione e metterete in pratica quello che sono per dirvi.

Ho affermato che voi siete l´unico ed il continuo pensiero della mia mente. Or dunque in una delle sere scorse io mi era ritirato in camera, e mentre mi disponeva per andare a riposo, aveva incominciato a recitare le preghiere, che mi insegnò la mia buona mamma.

In quel momento non so bene se preso dal sonno o tratto fuor di me da una distrazione, mi parve che mi si presentassero innanzi due degli antichi giovani dell´Oratorio.

Uno di questi due mi si avvicinò e salutatomi affettuosamente, mi disse:

- 0 Don Bosco! Mi conosce?

- Sì che ti conosco, risposi.

- E si ricorda ancora di me? soggiunse quell´uomo.

- Di te e di tutti gli altri. Tu sei Valfrè ed eri nell´Oratorio prima del 1870.

- Dica! continuò quell´uomo, vuol vedere i giovani, che erano nell´Oratorio ai miei tempi?

- Si,  fammeli vedere, io risposi, ciò mi cagionerà molto piacere.

      Allora Valfrè mi mostrò i giovani tutti colle stesse sembianze e colla statura e nell´età di quel tempo. Mi pareva di essere nell´antico Oratorio nell´ora della ricreazione. Era una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva saltare. Qui si giuocava alla rana, là a bararotta ed al pallone. In un luogo era radunato un crocchio di giovani, che pendeva dal labbro di un prete, il quale narrava una storiella. In un altro luogo un chierico che in mezzo ad altri giovanetti giuocava all´asino vola ed ai mestieri. Si cantava, si rideva da tutte parti e dovunque chierici e preti, e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra  i giovani e i superiori regnava la più grande cordialità e confidenza. Io era incantato a questo spettacolo, e Valfrè mi disse: - Veda, la famigliarità porta affetto e l´affetto porta confidenza. Ciò è che apre i cuori e i giovani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti ed ai Superiori. Diventano schietti in confessione e fuori di confessione e si prestano docili a tutto ciò, che vuol comandare colui, dal quale sono certi di essere amati.

In quell´istante si avvicinò a me l´altro mio antico allievo, che aveva la barba tutta bianca e mi disse: - Don Bosco, vuole adesso conoscere e vedere i giovani, che attualmente sono nell´Oratorio?

Costui era Buzzetti Giuseppe.

- Sì, risposi io; perchè è già un mese che più non li vedo!

E me lì additò: vidi l´Oratorio e tutti voi che facevate ricreazione, Ma non udiva più grida di gioia e cantici, non più vedeva quel moto, quella vita, come nella prima scena.

Negli atti e nel viso di molti giovani si leggeva una noia, una spossatezza, una musoneria, una diffidenza, che faceva pena al mio cuore. Vidi, è vero, molti che correvano, giuocavano, si agitavano con beata spensieratezza, ma altri non pochi io ne vedeva, star soli, appoggiati ai pilastri in preda a pensieri sconfortanti; altri su per le scale e nei corridoi o sopra i poggiuoli dalla parte del giardino per sottrarsi alla ricreazione comune; altri passeggiare lentamente in gruppi parlando sottovoce fra di loro, dando attorno occhiate sospettose e maligne: talora sorridere ma con un sorriso accompagnato da occhiate da far non solamente sospettare, ma credere che S. Luigi avrebbe arrossito se si fosse trovato in compagnia di costoro; eziandio fra coloro che giuocavano ve ne erano alcuni così svogliati, che facevano veder chiaramente, come non trovassero gusto nei divertimenti.

- Ha visto i suoi giovani? mi disse quell´antico allievo.

- Li vedo, risposi sospirando.

- Quanto sono differenti da quelli che eravamo noi una volta! esclamò quell´antico allievo.

- Pur troppo! Quanta svogliatezza in questa ricreazione!

- E di qui proviene la freddezza in tanti nell´accostarsi ai santi Sacramenti, la trascuranza delle pratiche di pietà in chiesa e altrove, lo star mal volentieri in un luogo ove la Divina Provvidenza li ricolma di ogni bene pel corpo, per l´anima, per l´intelletto. Di qui il non corrispondere che molti fanno alla loro vocazione; di qui le ingratitudini verso i Superiori; di qui i segretumi e le mormorazioni, con tutte le altre deplorevoli conseguenze.

- Capisco, intendo, risposi io. Ma come si possono rianimare questi miei cari giovani acciocchè riprendano l´antica vivacità, allegrezza, espansione?

     - Colla carità!

     - Colla carità? Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu lo sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato Pel corso di ben quaranta anni, e quanto tollero e soffro ancora adesso. Quanti stenti quante umiliazioni, quante opposizioni, quante persecuzioni, per dare ad essi pane, casa, maestri e specialmente per procurare la salute delle loto anime. Ho fatto quanto ho saputo e potuto per coloro che formano l´affetto di tutta la mia vita.

- Non parlo di lei!

- Di chi dunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei direttori, prefetti, maestri, assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro? Come consumano i loro anni giovanili per coloro, che ad essi affidò la Divina Provvidenza?

- Vedo, conosco; ma ciò non basta: ci manca il meglio.

- Che cosa manca adunque?

- Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati.

- Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell´intelligenza? Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?

- No; lo ripeto, ciò non basta.

- Che cosa ci vuole adunque?

- Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono, col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a veder l´amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco; quali sono, la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi; e queste cose imparino a far con slancio ed amore.

- Spiegati meglio!

- Osservi i giovani in ricreazione.

Osservai e quindi replicai: - E che cosa c´è di speciale da vedere?

- Sono tanti anni che va educando giovani, e non capisce? Guardi meglio! Dove sono i nostri Salesiani?

Osservai e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano fra i giovani e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I Superiori non erano più l´anima della ricreazione. La maggior parte di essi passeggiavano fra di loro parlando, senza badare che cosa facessero gli allievi: altri guardavano la ricreazione non dandosi nessun pensiero dei giovani: altri sorvegliavano così alla lontana senza avvertire chi commettesse qualche mancanza; qualcuno poi avvertiva ma in atto minaccioso e ciò raramente. Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato intromettersi in qualche gruppo dì giovani, ma vidi che questi giovani cercavano studiosamente di allontanarsi dai maestri e dai Superiori.

Allora quel mio amico ripigliò: - Negli antichi tempi dell´Oratorio lei non stava sempre in mezzo ai giovani e specialmente in tempo di ricreazione? Si ricorda quei belli anni? Era un tripudio di Paradiso, un´epoca che ricordiam sempre con amore, perchè l´affetto era quello che ci serviva di regola; e noi per lei non avevamo segreti.

- Certamente! E allora tutto era gioia per me e nei giovani uno slancio per_ avvicinarsi a me, per volermi parlare, ed una viva ansia di udire i miei consigli e metterli in pratica. Ora però vedi come le udienze continue e gli affari moltiplicati e la mia sanità me lo impediscono.

- Va bene: ma se lei non può perchè i suoi Salesiani non si fanno suoi imitatori? Perchè non insiste, non esige che trattino i giovani come li trattava lei?

- Io parlo, mi spolmono, ma pur troppo molti non si sentono più di far le fatiche di una volta.

- E quindi trascurando il meno, perdono il più e questo PIU´ sono le loro fatiche. Amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace ai Superiori. E a questo modo sarà facile la loro fatica. La causa del presente cambiamento nell´Oratorio è che un numero di giovani non ha confidenza nei Superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai Superiori, che i giovani amavano ed obbedivano prontamente, Ma ora i Superiori sono considerati come Superiori e non più come padri, fratelli ed amici; quindi sono temuti e poco amati. Perciò se si vuol fare un cuor solo ed un´anima sola, per amore di Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale. Quindi l´obbedienza guidi l´allievo come la madre guida il suo fanciullino; allora regnerà nell´Oratorio la pace e l´allegrezza antica.

- Come dunque fare per rompere questa barriera?

- Famigliarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza famigliarità non si dimostra l´affetto e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il maestro della famigliarità! Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello.

Se uno è visto solo predicare dal pulpito si dirà che fa ne più ne meno del proprio dovere, ma se dice una parola in ricreazione è la parola di uno che ama. Quante conversioni non cagionarono alcune sue parole fatte risuonare all´improvviso all´orecchio di un giovane nel mentre che si divertiva! Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani ed i Superiori. I cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Questo amore fa sopportare ai Superiori le fatiche, le noie; le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. Gesù Cristo non spezzo la canna già fessa, nè spense il lucignolo che fumigava. Ecco il vostro modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l´amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri superiori, guadagnando null´altro che disprezzo ed ipocrite moine; chi si lasci rubare il cuore da una creatura e per fare la corte a questa trascurare tutti gli altri giovanetti; chi per amore dei proprii comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza; chi per un vano rispetto umano si astenga dall´ammonire chi deve essere ammonito. Se ci sarà questo vero amore non si cercherà altro che la gloria di Dio e la salute delle anime. Quando illanguidisce questo amore, allora è che le cose non vanno più bene. Perchè si vuoi sostituire alla carità la freddezza di un regolamento? Perchè i Superiori si allontanano dall´osservanza di quelle regole di educazione che Don Bosco ha loro dettate? Perchè al sistema di prevenire colla vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema meno pesante e più spiccio per chi comanda, di bandir leggi che se si sostengono coi castighi accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare, fruttano disprezzo per i Superiori e sono causa di disordini gravissimi?

E ciò accade necessariamente se manca la famigliarità. Se adunque si vuole che l´Oratorio ritorni all´antica felicità, si rimetta in vigore l´antico sistema: il Superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltar sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati.

Allora i cuori non saranno più chiusi e non regneranno più certi segretumi che uccidono. Solo in caso di immoralità i Superiori siano inesorabili. É meglio correre pericolo di scacciare dalla casa un innocente, che ritenere uno scandaloso. Gli assistenti si facci ano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai Superiori tutte quelle cose le quali conoscano in qualunque modo esser offesa di Dio.

Allora io interrogai: - E quale è il mezzo precipuo perchè trionfi simile famigliarità e simile amore e confidenza?

- L´osservanza esatta delle regole della casa.

- E null´altro?

- Il piatto migliore in un pranzo è quello della buona cera.

      Mentre così il mio antico allievo finiva di parlare ed io continuava ad osservare con vivo dispiacere quella ricreazione, a poco a poco mi sentii oppresso da grande stanchezza che andava ognora crescendo. Questa oppressione giunse al punto che non potendo più resistere mi scossi e rinvenni.

Mi trovai in piedi vicino al letto. Le mie gambe erano così gonfie e mi faceano così male che non poteva più star ritto. L´ora era tardissima, quindi me ne andai a letto risoluto di scrivere a´ miei cari figliuoli queste righe.

Io desidero di non far questi sogni perchè mi stancano troppo. Nel giorno seguente mi sentiva rotto nella persona e non vedeva l´ora di potermi riposare la sera seguente. Ma ecco appena fui in letto ricominciare il sogno. Avevo dinanzi il cortile, i giovani che ora sono nell´Oratorio, e lo stesso antico allievo dell´Oratorio. Io presi ad interrogarlo: - Ciò che mi dicesti io lo farò sapere a´ miei Salesiani; ma ai giovani dell´Oratorio che cosa debbo dire?

Mi rispose: - Che essi riconoscano quanto i Superiori, i maestri, gli assistenti fatichino e studino per loro amore, poichè se non fosse pel loro bene non si assoggetterebbero a tanti sacrifizi; che si ricordino essere l´umiltà la fonte di ogni tranquillità; che sappiano sopportare i difetti degli altri, poichè al mondo non si trova la perfezione, ma questa è solo in Paradiso; che cessino dalle mormorazioni, poichè queste raffreddano i cuori; e sovratutto che procurino di vivere nella santa grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio, non ha pace con sè, non ha pace cogli altri.

- E tu mi dici adunque che vi sono fra i miei giovani di quelli che non hanno la pace con Dio?

- Questa è la prima causa del mal umore fra le altre che lei sa, alle quali deve porre rimedio, e che non fa d´uopo che ora le dica. Infatti non diffida se non chi ha segreti da custodire, se non chi teme che questi segreti vengano a conoscersi, perchè sa che glie ne tornerebbe vergogna e disgrazia. Nello stesso tempo se il cuore non ha la pace con Dio, rimane angosciato, irrequieto, insofferente d´obbedienza, si irrita per nulla, gli sembra che ogni cosa vada a male, e perchè esso non ha amore, giudica che i Superiori non lo amino.

- Eppure, o caro mio, non vedi quanta frequenza di Confessioni e di Comunioni vi è nell´Oratorio?

- É vero che grande è la frequenza delle Confessioni, ma ciò che manca radicalmente in tanti giovanetti che si confessano è la stabilità nei proponimenti. Si confessano, ma sempre le stesse mancanze, le stesse occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disobbedienze, le stesse trascuranze nei doveri. Così si va avanti per mesi e mesi, e anche per anni e taluni perfino così continuano alla 5a Ginnasiale.

Sono confessioni che valgono poco o nulla; quindi non recano pace e se un giovanetto fosse chiamato in quello stato al tribunale di Dio sarebbe un affare ben serio.

- E di costoro ve n´ha molti all´Oratorio?

- Pochi in confronto del gran numero di giovani che sono nella casa. Osservi; - e me li additava.

Io guardai e ad uno ad uno vidi quei giovani. Ma in questi pochi io vidi cose che hanno profondamente amareggiato il mio cuore. Non voglio metterle sulla carta, ma quando sarò di ritorno voglio esporle a ciascuno cui si riferiscono. Qui vi dirò soltanto che è tempo di pregare e di prendere ferme risoluzioni; proporre non colle parole, ma coi fatti, e far vedere che i Comollo, i Savio Domenico, i Besucco e i Saccardi vivono ancora tra noi.

In ultimo domandai a quel mio amico: - Hai nulla altro da dirmi?

- Predichi a tutti, grandi e piccoli che si ricordino sempre che sono figli di Maria SS. Ausiliatrice. Che essa li ha qui radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perchè si amassero come fratelli e perchè dessero gloria a Dio e a lei colla loro buona condotta; che è la Madonna quella che loro provvede pane e mezzi dì studiare con infinite grazie e portenti. Si ricordino che sono alla vigilia della festa della loro SS. Madre e che coll´aiuto suo deve cadere quella barriera di diffidenza che il demonio ha saputo innalzare tra giovani e Superiori e della quale sa giovarsi per la rovina di certe anime.

- E ci riusciremo a togliere questa barriera?

 - Sì certamente, purchè grandi e piccoli siano pronti a soffrire qualche piccola mortificazione per amore di Maria e mettano in pratica ciò che io ho detto.

Intanto io continuava a guardare i miei giovinetti e allo spettacolo di coloro che vedeva avviati verso l´eterna perdizione sentii tale stretta al cuore che mi svegliai. Molte cose importantissime che io vidi desidererei ancora narrarvi, ma il tempo e le convenienze non me lo permettono.

      Concludo: Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumata tutta la vita? Niente altro fuorchè, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell´antico Oratorio. I giorni dell´affetto e della confidenza cristiana tra i giovani ed i Superiori; i giorni dello spinto di accondiscendenza e sopportazione per amore di Gesù Cristo, degli uni verso degli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti. Ho bisogno che mi consoliate dandomi la speranza e la promessa che voi farete tutto ciò che desidero per il bene delle anime vostre. Voi non conoscete abbastanza quale fortuna sia la vostra di essere stati ricoverati nell´Oratorio. Innanzi a Dio vi protesto: Basta che un giovane entri in una casa Salesiana, perchè la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione speciale. Mettiamoci adunque tutti d´accordo. La carità di quelli che comandano, la carità di quelli che devono obbedire faccia regnare fra di noi lo spirito di S. Francesco di Sales. O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò distaccarmi da voi e partire per la mia eternità. [Nota del Segretario. A questo punto Don Bosco sospese di dettare; gli occhi suoi si empirono di lagrime, non per rincrescimento, ma per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono della sua voce: dopo qualche istante continuò]. Quindi io bramo di lasciar voi, o preti, o chierici, o giovani carissimi, per quella via del Signore nella quale esso stesso vi desidera.

A questo fine il Santo Padre, che io ho visto venerdì 9 di maggio, vi manda di tutto cuore la sua benedizione. Il giorno della festa di Maria Ausiliatrice mi troverò con voi innanzi all´effigie della nostra amorosissima Madre. Voglio che questa gran festa si celebri con ogni solennità e Don Lazzero e Don Marchisio pensino a far sì che stiano allegri anche in refettorio. La festa di Maria Ausiliatrice deve essere il preludio della festa eterna che dobbiam celebrare tutti insieme uniti un giorno in Paradiso.

Roma, 10 maggio 1884

Vostro aff.mo in G. C.

Sac. GIO. BOSCO.

Giovani avvolti nella nebbia e con bubboni (1884, MB XVII, 203-204)

Ivi Don Bosco alla presenza di parecchi sacerdoti, fra i quali Don Notario, raccontò un sogno da lui fatto in quei giorni. Gli era parso di trovarsi sulla porta dell´Oratorio nell´atto di rientrare, circondato improvvisamente e a breve distanza da alcuni de´ suoi, che lì per lì non riconobbe, perchè avvolti da nebbia. Avvicinatosi loro per osservarli meglio, vide che tentavano di schivarlo; ma egli, chiamatili, riuscì a farseli appressare. Avevano il petto scoperto e dal lato del cuore portavano una macchia in forma di bubbone pestilenziale, su cui si potevano scorgere tre colori: nero, rossastro infiammato e giallo. Svegliatosi il Santo faceva di tutto per iscacciare quelle fantasie; ma indarno, chè le brutte figure gli ricomparivano davanti anche mentre stava seduto sul letto. Notò che la nebbia era più fitta intorno al capo, sicchè a stento si decifravano sulle loro fronti certe parole, che si leggevano a rovescio. Allora egli si alzò e scrisse i nomi di tutti quelli che vide. Dal suo modo di esprimersi raccontando si arguì che vi dovevano essere state circostanze, le quali non aveva creduto opportuno di manifestare.

Udienza con Leone XII (1884, MB XVII, 273-274)

Intanto è curioso vedere come proprio quando il Papa s´interessava positivamente di lui, Don Bosco nella notte dal 9 al 10 ottobre facesse un sogno durato dalla sera alla mattina e consistente in una sua visita al Santo Padre. Appena addormentato, gli parve di partire dall´Oratorio, traversare il cortile, percorrere le vie di Torino incontrando molti conoscenti e giungere infine alla stazione centrale della ferrovia. Salito sul treno, viaggiò fino a Roma, dove si diresse subito al Vaticano. Pensava fra sè che sarebbe stato difficilissimo avvicinare il Santo Padre, perchè monsignor Macchi avrebbe sollevato un mondo di ostacoli per impedirgli l´udienza. Tuttavia si presentò. Monsignor Macchi fu con lui la gentilezza in persona; alla sua domanda di essere ammesso all´udienza rispose che, trattandosi d´affari di tanta importanza, si poteva, anzi si doveva passar sopra alle formalità consuete. E senz´altro lo fece entrare dal Papa. L´udienza si protrasse per due ore. Il Pontefice intrattenne Don Bosco in lunghi e svariati discorsi; fra le altre cose gli disse:  State attento che coloro i quali domandano di far parte della vostra Congregazione siano specialmente: I° di carattere pieghevole; 2° di spirito di sacrifizio, non attaccati alla patria, ai parenti, agli amici e che rinuncino perfino a più ritornare in patria; 3° siano sicuri sulla moralità. -Questo fu l´argomento principale, che occupò la maggior parte del colloquio. Finita l´udienza, Don Bosco ritornò alla stazione, prese il biglietto per Torino e quand´era sul pulito di arrivare, si svegliò.

Il sogno missionario: viaggio areo (1885, MB XVII, 299-305)

S´arrivò frattanto alla vigilia della partenza. Per tutta la giornata il pensiero che Monsignore e gli altri sarebbero andati così lontano, e l´impotenza assoluta di accompagnarli, come le volte precedenti, fino all´imbarco, anzi l´impossibilità forse di dar loro almeno l´addio nella chiesa di Maria Ausiliatrice, gli causarono sussulti di commozione, che in certi momenti lo opprimevano e lo lasciavano abbattuto. Or ecco che nella notte dal 31 gennaio al I° febbraio fece un sogno simile a quello del 1883 sulle Missioni. Lo raccontò quindi a Don Lemoyne che subito lo scrisse. É il seguente.

Mi parve di accompagnare i Missionari nel loro viaggio. Ci siamo parlati per un breve momento prima di partire dall´Oratorio. Essi mi stavano attorno e mi chiedevano consigli; e mi pareva di dire loro: - Non colla scienza, non colla sanità, non colle ricchezze, ma collo zelo e colla pietà, farete del gran bene, promovendo la gloria di Dio e la salute delle anime. Eravamo poco prima all´Oratorio, e poi senza sapere per quale via fossimo andati e con quale mezzo, ci siamo trovati quasi subito in America. Giunto al termine del viaggio mi trovai solo in mezzo ad una vastissima pianura, posta tra il Chili e la Repubblica Argentina. I miei cari Missionari si erano tutti dispersi qua e là per quello spazio senza limiti. Io guardandoli mi meravigliava, poichè mi sembravano pochi. Dopo tanti Salesiani che in varie volte aveva mandati in America, mi pensava di dover vedere un numero maggiore di Missionari. Ma poscia riflettendo conobbi che se piccolo sembrava il loro numero, ciò avveniva perchè si erano sparsi in molti luoghi, come seminagione che doveva trasportarsi altrove ad essere coltivata e moltiplicata.

In quella pianura apparivano molte e lunghissime vie per le quali si vedevano sparse numerose case. Queste vie non erano come le vie di questa terra, e le case non erano come le case di questo mondo. Erano oggetti misteriosi e direi quasi, spirituali. Quelle strade erano percorse da veicoli, o da mezzi di trasporto che correndo prendevano successivamente mille aspetti fantastici e mille forme tutte diverse, benchè magnifiche e stupende, sicchè io non posso definirne o descriverne una sola, Osservai con  stupore che i veicoli giunti vicini ai gruppi di case, ai villaggi, alle città, passavano in alto, cosicchè chi viaggiava vedeva sotto di sè i tetti delle case, le quali benchè fossero molto elevate, pure di molto sottostavano a quelle vie le quali mentre nel deserto aderivano al suolo, giunte vicine ai luoghi abitati diventavano aeree quasi formando un magico ponte. Di lassù si vedevano gli abitanti nelle case, nei cortili, nelle vie, e nelle campagne occupati a lavorare i loro poderi.

Ciascheduna di quelle strade faceva capo ad una delle nostre missioni. In fondo ad una lunghissima via che si protendeva dalla parte del Chili io vedeva una casa[26] con molti confratelli Salesiani, i quali si esercitavano nella scienza, nella pietà, in varie arti e mestieri e nell´agricoltura. A mezzodì era la Patagonia. Dalla parte opposta in un colpo d´occhio scorgeva tutte le case nostre nella Repubblica Argentina. Quindi nell´Uruguay, Paysandú, Las Piedras, Villa Colón; nel Brasile il Collegio di Nicteroy e molti altri ospizi sparsi nelle provincie di quell´impero. Ultima ad occidente si apriva un´altra lunghissima strada che traversando fiumi, mari e laghi faceva capo in paesi sconosciuti. In questa regione vidi pochi Salesiani. Osservai con attenzione e potei solamente vederne due.

In quell´istante apparve vicino a me un personaggio di nobile e vago aspetto, pallidetto di carnagione, grasso, con barba rasa in modo da parere imberbe e per età uomo fatto. Era vestito in bianco, con una specie di cappa color di rosa intrecciata con fili d´oro. Risplendeva tutto. Io conobbi in quello il mio interprete.

- Dove siamo qui? chiesi io additandogli quest´ultimo paese.

- Siamo in Mesopotamia, mi rispose l´interprete.

- In Mesopotamia? io replicai: ma questa è la Patagonia.

- Ti dico, rispose l´altro, che questa è la Mesopotamia.

- Ma pure... ma pure... non posso persuadermene.

- La cosa è così! Questa è la Me.. so.. po.. ta.. mia, concluse l´interprete sillabando la parola, perchè mi restasse bene impressa.

- Ma perchè i Salesiani che vedo qui sono così pochi?

- Ciò che noti è, sarà, concluse il mio interprete.

Io intanto sempre fermo in quella pianura percorreva collo sguardo tutte quelle interminabili vie e contemplava, in modo chiarissimo ma inesplicabile, i luoghi che sono e saranno occupati dai Salesiani. Quante cose magnifiche io vidi! Vidi tutti i singoli collegi. Vidi come in un punto solo il Passato, il presente e l´avvenire delle nostre missioni. Siccome vidi tutto complessivamente in uno sguardo solo, è ben difficile, anzi impossibile rappresentare anche languidamente qualche ristretta idea di questo spettacolo. Solamente ciò che io vidi in quella pianura del Chilì, del Paraguay, del Brasile, della Repubblica Argentina domanderebbe un grosso volume, volendo indicare qualche sommaria notizia. Vidi pure in quella vasta pianura, la gran quantità di selvaggi che sono sparsi nel Pacifico fino al golfo di Ancud, nello stretto di Magellano, al Capo Horn, nelle isole Diego, nelle isole Malvine. Tutta messe destinata per i Salesiani. Vidi che ora i Salesiani seminano soltanto, ma i nostri posteri raccoglieranno. Uomini e donne ci rinforzeranno e diverranno predicatori. I loro figli stessi che sembra quasi impossibile guadagnare alla fede, eglino stessi diverranno gli evangelizzatori dei loro parenti e dei loro amici. I Salesiani riusciranno a tutto colla umiltà, col lavoro, colla temperanza. Tutte quelle cose che io vedeva in quel momento e che vidi in appresso, riguardavano tutte i Salesiani, il loro regolare stabilimento in quei paesi, il loro aumento meraviglioso, la conversione di tanti indigeni e di tanti Europei colà stabiliti. L´Europa si verserà nell´America del Sud. Dal momento che in Europa si incominciò a spogliare le chiese, incominciò a diminuire la floridezza del commercio, il quale andò e andrà sempre più deperendo. Quindi gli operai e le loro famiglie spinti dalla miseria correranno a cercare ricovero in quelle nuove terre ospitali.

Visto il campo che ci assegna il Signore ed il glorioso avvenire della Congregazione Salesiana, mi parve di mettermi in viaggio pel ritorno in Italia. Io era trasportato con rapidissimo corso per una via strana, altissima e così giunsi in un attimo sopra l´Oratorio. Tutta Torino era sotto i miei piedi e le case, i palagi, le torri mi sembravano basse casupole, tanto io mi trovava in alto. Piazze, strade, giardini, viali, le ferrovie le mura di cinta, le campagne, e le colline circostanti, le città, i villaggi della provincia, la gigantesca catena delle Alpi coperta di neve stavano sotto i miei occhi presentandomi un stupendo panorama. Vedeva i giovani là in fondo nell´Oratorio che sembravano tanti topolini. Ma il loro numero era straordinariamente grande; preti, chierici, studenti, capi d´arte ingombravano tutto. Molti putivano in processione ed altri sottentravano alle file di coloro che partivano. Era una continuata processione.

Tutti si andavano a raccogliere in quella vastissima pianura tra il Chilì e la Repubblica Argentina, nella quale io tosto era ritornato in un batter d´occhio. Io li stava, osservando. Un giovane prete il quale sembrava il nostro D. Pavia, ma che non era, con aria affabile, parola cortese, di un aspetto candido, e di carnagione fanciullesca venne verso di me e mi disse: - Ecco le anime ed i paesi destinati ai figliuoli di S. Francesco di Sales.

Io era meravigliato come tanta moltitudine che sì era raccolta colà in un momento disparisse e appena appena in lontananza si scorgesse la direzione che aveva presa.

Qui io noto che nel narrare il mio sogno vado per sommi capi e non mi è possibile precisare la successione esatta dei magnifici spettacoli che mi si presentavano e i vari accidenti accessori. Lo spirito non regge, la memoria dimentica, la parola non basta. Oltre il mistero che involgeva quelle scene, queste si avvicendavano, talora s´intrecciavano, soventi volte si ripetevano secondo il vario unirsi o dividersi o partire dei missionari, e lo stringersi, o allontanarsi da essi di quei popoli che erano chiamati alla fede o alla conversione. Lo ripeto: vedeva in un punto solo il presente, il passato, l´avvenire di queste missioni, con tutte le fasi, i pericoli, le riuscite, le disdette o disinganni momentanei che accompagneranno questo Apostolato. Allora intendeva chiaramente tutto, ma ora è impossibile sciogliere questo intrigo di fatti, di idee, di personaggi. Sarebbe come chi volesse comprendere in una sola storia e ridurre ad un solo fatto e ad unità tutto lo spettacolo del firmamento, narrando il moto, lo splendore, le proprietà di tutti gli astri colle loro relazioni e leggi particolari e reciproche; mentre un solo astro darebbe materia all´attenzione e allo studio della mente più robusta. E noto ancora che qui si tratta di cose le quali non hanno relazione con gli oggetti materiali.

Ripigliando adunque il racconto, dico che restai meravigliato nel vedere scomparire tanta moltitudine. Monsignor Cagliero era in quell´istante al mio fianco. Alcuni missionari erano ad una certa distanza. Molti altri erano intorno a me con un bel numero di cooperatori Salesiani, fra i quali distinsi Mons. Espinosa, il Dottor Torrero, il Dottor Caranza e il Vicario generale del Chilì.[27] Allora il solito interprete venne verso di me che parlava con Mons. Cagliero e molti altri, mentre andavamo studiando se quel fatto racchiudesse qualche significazione. Nel modo più cortese l´interprete mi disse: - Ascoltate e vedrete.

Ed ecco in quel momento la vasta pianura divenire una gran sala. Io non posso descrivere esattamente quale apparisse nella sua magnificenza e nella sua ricchezza. Dico solo che se uno si mettesse a descriverla, nessun uomo potrebbe sostenerne lo splendore neppure coll´immaginazione. L´ampiezza era tale che si perdeva a vista d´occhio e non si riusciva a vederne le mura laterali. La sua altezza non si poteva raggiungere. La volta terminava tutta con archi altissimi, larghissimi e risplendentissimi e non si vedeva sopra qual sostegno si appoggiassero. Non vi erano nè pilastri, nè colonne. In generale sembrava che la cupola di quella gran sala fosse di un candidissimo lino a guisa di tappezziera. Lo stesso dicasi del pavimento. Non vi erano lumi, nè sole, nè luna, nè stelle, ma sibbene uno splendore generale, diffuso egualmente in ogni parte. La stessa bianchezza dei lini luccicava e rendeva visibile ed amena ogni parte, ogni ornamento, ogni finestra, ogni entrata, ogni uscita. Tutto intorno era diffusa una soavissima fragranza, la quale era mescolanza di tutti gli odori più grati.

Un fenomeno si scorse in quel momento. Una gran quantità di tavole in forma di mensa si trovavano là di una lunghezza straordinaria. Ve ne erano per tutte le direzioni, ma concorrevano ad un centro solo. Erano coperte da eleganti tovaglie e sopra stavano disposti in ordine bellissimi vasi cristallini in cui erano fiori molti e vari.

La prima cosa che notò Mons. Cagliero fu: - Le tavole ci sono, ma i commestibili dove sono? - Infatti non era apparecchiato nessun cibo e nessuna bevanda, anzi neppure vi erano piatti, coppe o altri recipienti nei quali porre le vivande.

L´amico interprete rispose allora: - Quelli che vengono qui, neque sitient, neque esurient amplius. - Detto questo incominciò ad entrare gente, tutta vestita in bianco con una semplice striscia come collana, di color di rosa ricamata a fili d´oro che cingeva il collo e le spalle. I primi che entrarono erano in numero limitato. Solo alcuni in piccola schiera. Appena entrati in quella gran sala andavano a sedersi intorno ad una mensa loro preparata, cantando: Evviva! Ma dopo queste, altre schiere più numerose si avanzavano, cantando: Trionfo! Ed allora incominciò a comparire una varietà di persone, grandi e piccoli, uomini e donne, di ogni generazione, diversi di colore, di forme, di atteggiamenti e da tutte parti risuonavano cantici. Si cantava: Evviva! da quelli che erano già al loro posto. Si cantava trionfo! da quelli che entravano. Ogni turba che entrava erano altrettante nazioni o parti di nazioni che saranno tutte convertite dai missionari.

Ho dato un colpo d´occhio a quelle mense interminabili e conobbi che là sedute e cantando vi erano molte nostre suore e gran numero dei nostri confratelli. Costoro però non avevano nessun distintivo di essere preti, chierici, o suore, ma egualmente come gli altri avevano la veste bianca e il pallio color di rosa.

Ma la mia meraviglia crebbe quando ho veduto uomini dall´aspetto ruvido, col medesimo vestito degli altri e cantare: Evviva trionfo! In quel momento il nostro interprete disse: - Gli stranieri, i selvaggi che bevettero il latte della parola divina dai loro educatori, divennero banditori della parola di Dio.

Osservai pure in mezzo alla folla schiere di fanciulli con aspetto rozzo e strano e domandai: - E questi fanciulli che hanno una pelle così ruvida, che sembra quella di un rospo, ma pure così bella e di un colore così risplendente? Chi sono costoro?

L´interprete rispose: - Questi sono i figliuoli di Cani che non hanno rinunziato alla eredità di Levi. Essi rinforzeranno le armate per tutelare il regno di Dio che finalmente è giunto anche fra noi. Era piccolo il loro numero, ma i figli dei figli loro lo accrebbero. Ora ascoltate e vedete, ma non potete intendere i misteri che vedrete.

Quei giovanetti appartenevano alla Patagonia ed all´Africa Meridionale.

In quel mentre si ingrossarono tanto le file di coloro che entrarono in quella sala straordinaria, che ogni sedia pareva occupata. Le sedie e i sedili non avevano forma determinata, ma prendevano quella forma che ciascheduno desiderava. Ognuno era contento del seggio che occupava e del seggio che occupavano gli altri.

Ed ecco mentre si gridava da tutte Evviva! trionfo! ecco sovraggiungere in ultimo una gran turba che festevolmente veniva incontro agli altri già entrati e cantando: Alleluia, gloria, trionfo!

Quando la sala apparve interamente piena, e le migliaia dei radunati non si potevano numerare, si fece un profondo silenzio e quindi quella moltitudine incominciò a cantare divisa in diversi cori.

Il primo coro: Appropinquavit in nos regnum Dei; laetentur Coeli et exultet terra; Dominus regnavit super nos; alleluia.

Altro coro: Vicerunt; et ipse Dominus dabit edere de ligno vitae et non esurient in aeternum: alleluia.

Un terzo coro: Laudate Dominum omnes gentes, laudate eum omnes populi.

Mentre queste ed altre cose cantavano e si alternavano, a un tratto si fece per la seconda volta un profondo silenzio. Quindi incominciarono a risuonare voci che venivano dall´alto e lontane. Il senso del cantico era questo con una armonia che non si può in nessun modo esprimere: Soli Deo honor et gloria in saecula saeculorum. Altri cori sempre in alto e lontani rispondevano a queste voci: Semper gratiarum actio illi qui erat, est, et venturus est. Illi eucharistia, illi soli honor sempiternus.

Ma in quel momento quei cori si abbassarono e si avvicinarono. Fra quei musici celesti vi era anche Luigi Colle. Gli altri che stavano nella sala si misero allora tutti a cantare e si unirono, collegandosi le voci insieme in somiglianza di straordinari istrumenti musicali, con suoni la cui estensione non aveva limiti. Quella musica sembrava avesse contemporaneamente mille note e mille gradi di elevazione che si associavano a fare un solo accordo di voci. Le voci in alto salivano così acute che non si può immaginare. Le voci di coloro che erano nella sala scendevano sonore, rotonde così basso che non si può esprimere. Tutti formavano un coro solo, una sola armonia, ma così i bassi come gli alti con tale gusto e bellezza e con tale penetrazione in tutti i sensi dell´uomo e assorbimento di questi, che l´uomo dimenticava la propria esistenza, ed io caddi in ginocchio ai piedi di Mons. Cagliero esclamando: - Oh Cagliero! Noi siamo in paradiso!

Mons. Cagliero mi prese per mano e mi rispose: - Non è il paradiso, è una semplice, una debolissima figura di ciò che in realtà sarà in paradiso.

Intanto unanimi le voci dei due grandiosi cori proseguivano, e cantavano con inesprimibile armonia: Soli Deo honor et gloria, et triumphus alleluia, in aeternum in aeternum! Qui ho dimenticato me stesso e non so più che cosa sia stato di me. Al mattino stentava a levarmi di letto; appena appena potei richiamarmi a me stesso, quando sono andato a celebrare la santa Messa.

Il pensiero principale che mi restò impresso dopo questo sogno, fu di dare a Mons. Cagliero ed ai miei cari missionari un avviso di somma importanza riguardante le sorti future delle nostre missioni: - Tutte le sollecitudini dei Salesiani e delle suore di Maria Ausiliatrice siano rivolte a promuovere le vocazioni ecclesiastiche e religiose.

Lezione per i sacerdoti : lavoro, lavoro, lavoro (1884, MB XVII, 383-834)

Ricchi di ammaestramenti sono due sogni fatti in settembre e in dicembre, Il primo, avuto nella notte dal 29 al 30 settembre, è una lezione per i preti. Gli parve di andare verso Castelnuovo attraverso una pianura; gli camminava a fianco un venerando sacerdote, del quale disse di non ricordare più il nome. Cadde il discorso sui preti. - Lavoro, lavoro, lavoro! dicevano. Ecco quale dovrebb´essere l´obiettivo e la gloria dei preti. Non stancarsi mai di lavorare, Così, quante anime si salverebbero! Quante cose vi sarebbero da fare per la gloria di Dio! Oh se il missionario facesse davvero il missionario, se il parroco facesse davvero il parroco, quanti prodigi di santità splenderebbero da ogni parte! Ma purtroppo molti hanno paura di lavorare e preferiscono le proprie comodità...

Ragionando a questo modo fra loro, giunsero ad un luogo detto Filippelli. Allora Don Bosco prese a lamentare l´odierna scarsità di preti. - É vero, rincalzò l´altro, i preti scarseggiano; ma se tutti i preti facessero il prete, ve ne sarebbero abbastanza, Quanti preti invece vi sono che non fan nulla per il ministero! Gli unì non fanno altro che il prete di famiglia, altri per timidità se ne stanno oziosi, mentre se si mettessero nel ministero, se prendessero l´esame di confessione, riempirebbero un gran vuoto nelle file della Chiesa... Iddio le vocazioni le proporziona alla necessità. Quando venne la leva dei chierici, tutti erano spaventati, come se nessuno più si dovesse far prete; ma, quando le fantasie si calmarono, si vede che le vocazioni invece di scemare andavano crescendo.

- E adesso, interrogò Don Bosco, che cosa bisogna fare per promuovere le vocazioni in mezzo ai giovanetti?

- Nient´altro, rispose il compagno di viaggio, che coltivare gelosamente fra essi la moralità. La moralità è il semenzaio delle vocazioni.

- E che cosa debbono fare specialmente i preti per ottenere che la loro vocazione rechi frutto?

- Presbyter discat domum suam regere et sanctificare. Ognuno sia esempio di santità nella propria famiglia e nella propria parrocchia. Non disordini di gola, non ingolfarsi nelle cure temporali... Sia anzitutto modello in casa e poi sarà il primo fuori.

A un certo punto del cammino quel sacerdote chiese a Don Bosco ove andasse; Don Bosco indicò Castelnuovo. Egli allora, lasciatolo proseguire, rimase con un gruppo di persone che lo precedevano. Fatti pochi passi, Don Bosco si svegliò. In questo sogno possiamo vedere una rimembranza delle antiche passeggiate attraverso quei luoghi.

Morte, demoni e mostri (1884, MB XVII 384-389)

I parte (384-385)

Il secondo sogno si riferisce alla Congregazione e mette in guardia contro pericoli che potrebbero minacciarne l´esistenza. Veramente, più che un sogno, è un argomento che si svolge in una successione di sogni.

Nella notte del io dicembre il chierico Viglietti fu svegliato di soprassalto da strazianti grida, che partivano dalla camera di Don Bosco. Balzò subito di letto e stette ad ascoltare. Don Bosco, con voce soffocata dal singhiozzo gridava: - Ohimè! ohimè! aiuto! aiuto! -Viglietti senza più entrò e: - Oh Don Bosco, disse, si sente male?

- Oh Viglietti! rispose svegliandosi. No, non sto male; ma non poteva proprio più respirare, sai. Ma basta: ritorna tranquillo a letto e dormi.

Al mattino, quando Viglietti secondo il solito gli portò dopo la Messa il caffè:        

Oh Viglietti! prese a dire, non ne posso proprio più, ho lo stomaco tutto rotto dalle grida di questa notte. Sono quattro notti consecutive che faccio sogni, i quali mi costringono a gridare e mi stancano all´eccesso. Quattro notti fa io vedeva una lunga schiera di Salesiani che andavano tutti uno dietro all´altro, portando ciascuno un´asta, in cima alla quale stava un cartello e sul cartello un numero stampato. Si leggeva in uno 73, in un altro 30, in un terzo 62 e così via. Dopo che furono passati molti, in cielo apparve la luna, nella quale di mano in mano che compariva un Salesiano, si vedeva una cifra non mai maggiore di 12, e dietro venivano tanti punti neri. Tutti i Salesiani da me visti andarono a sedersi ciascuno sopra una tomba preparata.

Ed ecco la spiegazione datagli di quello spettacolo. Il numero che stava sui cartelli era il numero degli anni di vita destinato a ciascuno; l´apparire della luna in varie forme e fasi, indicava il mese ultimo di vita; i punti neri erano i giorni del mese, in cui sarebbero morti. Più e più ne vedeva talvolta riuniti in gruppi: erano quelli che dovevano morire insieme, in un medesimo giorno. Se avesse voluto narrare minutamente tutte le cose e le circostanze accessorie, assicurò che avrebbe impiegato almeno una diecina di giorni interi.

II parte (385-388)

Tre notti fa, continuò, sognai di nuovo. Ti racconterò in breve. Mi parve di essere in una gran sala, dove diavoli in gran numero tenevano congresso e trattavano del modo di sterminare la Congregazione Salesiana. Sembravano leoni, tigri, serpenti e altre bestie; ma la loro figura era come indeterminata e si avvicinava piuttosto alla figura umana. Parevano ombre, che ora si abbassavano e ora si alzavano, si accorciavano, si stendevano, come farebbero molti corpi che dietro avessero un lume trasportato or da una parte or dall´altra, ora abbassato al suolo e ora sollevato. Ma quella fantasmagoria metteva spavento.

Or ecco uno dei demonii avanzarsi e aprire la seduta. Per distruggere la Pia Società propose un mezzo: la gola. Fece vedere le conseguenze di questo vizio: inerzia per il bene, corruzione dei costumi, scandalo, nessuno spirito di sacrificio, nessuna cura dei giovani... Ma un altro diavolo gli rispose: - Il tuo mezzo non è generale ed efficace, nè si possono assalire con esso tutti i membri insieme, perchè la mensa dei religiosi sarà sempre parca e il vino misurato: la regola fissa il loro vitto ordinario: i Superiori invigilano per impedire che succedano disordini. Chi eccedesse talvolta nel mangiare e nel bere, invece di scandalizzare, farebbe piuttosto ribrezzo. No, non è questa l´arma per combattere i Salesiani; procurerò io un altro mezzo, che sarà più efficace e ci farà ottenere meglio il nostro intento: l´amore alle ricchezze. In una Congregazione religiosa, quando c´entra l´amore alle ricchezze, c´entra insieme l´amore alle comodità, si cerca ogni via per avere un peculio, si rompe il vincolo della carità, pensando ognuno a se stesso, si trascurano i poveri per occuparsi solo di quelli che hanno fortuna, si ruba alla Congregazione...

Colui voleva continuare, ma sorse un terzo demonio. Ma che gola! esclamò. Ma che ricchezze! Fra i Salesiani l´amore delle ricchezze può vincere pochi. Sono tutti poveri i Salesiani; hanno poche occasioni di procurarsi un peculio. In generale poi essi sono così costituiti e sono così immensi i loro bisogni per i tanti giovani e per le tante case, che qualunque somma anche grossa verrebbe consumata. Non è possibile che tesoreggino. Ma ho un mezzo io, infallibile, per guadagnare a noi la Società Salesiana, e questo è la libertà. Indurre quindi i Salesiani a sprezzare le Regole, a rifiutare certi uffizi come pesanti e poco onorifici, spingerli a fare scismi dai loro Superiori con opinioni diverse, ad andare a casa col pretesto d´inviti e simili.

Mentre i demonii parlamentavano, Don Bosco pensava: - Io sto bene attento, sapete, a quello che andate dicendo. Parlate, parlate pure, che così potrò sventare le vostre trame.

Intanto saltava su un quarto demonio e: - Ma che! gridò. Armi spezzate le vostre! I Superiori sapranno frenare questa libertà, scacceran via dalle case chi osasse dimostrarsi ribelle alle Regole. Qualcheduno forse sarà trascinato dall´amore di libertà, ma la gran maggioranza si manterrà nel dovere. Io, ho un mezzo adattato per guastar tutto fin dalle fondamenta; un mezzo tale che a stento i Salesiani se ne potranno guardare: sarà proprio un guasto in radice. Ascoltatemi con attenzione. Persuaderli che l´essere dotto è quello che deve formare la loro gloria principale. Quindi indurli a studiare molto per sè, per acquistare fama, e non per praticare quello che imparano, non per usufruire della scienza a vantaggio del prossimo. Perciò boria nelle maniere verso gl´ignoranti e i poveri, poltroneria nel sacro ministero. Non più oratorii festivi, non più catechismi ai fanciulli, non più scolette basse per istruii e i poveri ragazzi abbandonati, non più le lunghe ore di confessionale. Terranno solo la predicazione, ma rara e misurata e questa sterile, perchè fatta a sfogo di superbia col fine di avere le lodi degli uomini e non di salvare anime.

La proposta di costui fu accolta con applausi generali. Allora Don Bosco intravide il giorno in cui i Salesiani potrebbero darsi a credere che il bene della Congregazione e il suo onore dovesse unicamente consistere nel sapere, e paventò che non solo così praticassero, ma anche predicassero a gran voce doversi così praticare.

Anche stavolta Don Bosco se ne stava in un angolo della sala ad ascoltare e a vedere tutto, quando uno dei demonii lo scoperse e gridando lo indicò agli altri. A quel grido, tutti si avventarono contro di lui urlando: - La faremo finita! Era una ridda infernale di spettri, che lo urtavano, lo afferravano per le braccia e per la persona, ed egli a gridare: Lasciatemi! Aiuto! - Finalmente si svegliò con lo stomaco tutto sconquassato dal molto gridare.

II parte (388-389)

La notte seguente s´avvide che il demonio aveva assalito i Salesiani nel punto più essenziale, spingendoli alla trasgressione delle Regole. Fra essi gli si parava innanzi, distintamente chi le osservava e chi non le osservava. Nella notte ultima poi il sogno era stato spaventevole. Don Bosco vedeva un grosso gregge di agnelli e di pecore che raffiguravano altrettanti Salesiani. Egli si avvicinò cercando di accarezzare gli agnelli; ma s´accorse che la loro lana invece di essere lana d´agnelli, faceva solo da copertura, nascondendo leoni, tigri, cani arrabbiati, porci, pantere, orsi, e ognuno aveva ai fianchi un mostro brutto e feroce. In mezzo al gregge stavano alcuni radunati a consiglio. Don Bosco inosservato si avvicinò ad essi per udire che cosa dicessero: concertavano il modo di distruggere la Congregazione Salesiana. Uno diceva: - Bisogna scannarli i Salesiani. - E un altro sghignazzando soggiungeva: - Bisogna strangolarli. - Ma sul più bello tino di loro vide Don Bosco là vicino che ascoltava. Diede l´allarme e tutti a una voce gridarono che bisognava cominciare da Don Bosco. Ciò detto, gli si avventarono contro come per strozzarlo. In quel punto egli mandò il grido che svegliò Viglietti. Un´altra cosa oltre le violenze diaboliche opprimeva allora il suo spirito: aveva veduto su quel gregge spiegarsi una grande insegna, che portava scritto: BESTIIS COMPARATI SUNT. Raccontato questo, chinò il capo e piangeva.

Viglietti gli prese la mano e stringendosela al cuore: - Ah! Don Bosco, gli disse, noi però con l´aiuto di Dio le saremo sempre fedeli e buoni figliuoli, non è vero?

- Caro Viglietti, rispose, sta´ buono e prepàrati a vedere gli avvenimenti. Questi sogni io te li ho appena accennati; chè se ti dovessi narrare particolareggiatamente ogni cosa, ne avrei per molto tempo ancora. Quante cose vidi! Ci sono alcuni nelle nostre case che non arriveranno più a far la novena del Santo Natale.[28] Oh se potessi parlare ai giovani, se mi reggessero le forze per intrattenermi con essi, se potessi girare per le case, fare quello che facevo una volta, rivelare a ciascuno lo stato della sua coscienza, come l´ho visto nel sogno e dire a certi tali: Rompi il ghiaccio, fa´ una volta una buona confessione! Essi mi risponderebbero: Ma io mi sono confessato bene! Invece io potrei replicare, dicendo loro quello che hanno taciuto le in modo che non oserebbero più aprir bocca. Anche certi Salesiani, se potessi far giungere loro una mia parola, vedrebbero il bisogno che hanno di aggiustare le proprie partite rifacendo le confessioni. Vidi chi osservava le Regole e chi no. Vidi molti giovani che andranno a S. Benigno, si faran Salesiani e poi defezioneranno. Defezioneranno anche certuni che ora sono già Salesiani. Vi saran di quelli che vorranno soprattutto la scienza che gonfia, che procaccia foro le lodi degli uomini e che li rende sprezzanti dei consigli di chi essi credono da meno di loro per sapere...

A questi affliggenti pensieri s´intrecciavano provvidenziali consolazioni, che gli rallegravano il cuore. La sera del 3 dicembre giungeva all´Oratorio il Vescovo di Pará, cioè del paese centrale nel sogno sulle Missioni. E giorno dopo diceva a Viglietti: - Come è grande la Provvidenza! Senti, e poi di´ se non siamo protetti da Dio. Don Albera mi scriveva di non poter più andare avanti e abbisognargli subito mille franchi; nel giorno stesso una signora di Marsiglia, che sospirava di rivedere tiri suo fratello religioso a Parigi, contenta d´aver ottenuta la grazia dalla Madonna, portò mille franchi a Don Albera. Don Ronchail versa in gravi strettezze ed ha assolutamente bisogno di quattromila franchi; una signora scrive oggi stesso a Don Bosco che mette a sua disposizione quattromila franchi. Don Dalmazzo non sa più ove dare del capo per aver danaro; oggi una signora dona per la chiesa del Sacro Cuore una somma considerevolissima. - E poi il 7 dicembre vi fu la gioia per la consacrazione di monsignor Cagliero. Tutti questi fatti erano tanto più incoraggianti, perchè segni visibili della mano di Dio nell´Opera del suo Servo.

 

Modestia e correzione (1885, MB XVII, 433-434)

Nella notte sul 6 egli ebbe un sogno. Gli pareva di star a conversare con un gruppo di Salesiani, quand´ecco accostarsi e introdursi nel crocchio una vaghissima donzella, biancovestita e tutta modestia. A tal vista Don Bosco si turbò; poi a lei rivolto le fece comprendere non essere quello il suo posto e doversene allontanare. Ella ridendo e scherzando si allontanò, ma per ricomparire di lì a poco. Allora Don Bosco, avvicinatosi a lei, imperiosamente le ingiunse di andar via. In così dire si svegliò.

La notte seguente, appena addormentato, si trovò dinanzi a un campo incolto. Volendosi per quello incamminare, rivide la donzella che gli porgeva una sega, dicendogli che per aprirsi il sentiero bisognava recidere le erbe ingombranti il terreno. Egli, dato di piglio alla sega, l´adoperava ridendo, ma la strada rimaneva pur sempre aspra e faticosa.

La terza notte si ripresentò la donzella e gli disse: - I Superiori debbono accordarsi fra loro nè mai differire la correzione, quando la credono necessaria.

      Il Santo narrò subito a Don Viglietti il triplice sogno, del quale si riserbò di dargli più tardi la spiegazione, come fece alcuni giorni dopo.

“Questo è mio” ( 1885, MB XVII, 448-449)

Era circa la mezzanotte. Don Cerruti stava per andare a letto, quando lo colpì un grido. Sulle prime credette che provenisse da un prete forestiero malaticcio, ospite nella casa. Lo riudì più forte, a modo di urlo; poco dopo più forte ancora. Indubbiamente partiva dalla camera di Don Bosco, cui divideva dalla sua una sottile parete con uscio di comunicazione. Don Cerruti si rimette la sottana, va all´uscio, apre e trova Don Bosco seduto sul letto e desto. Gli domandò inquieto: - Don Bosco, sta male?

- No, no, rispose tranquillamente. Sta´ quieto; va´ a dormire.

Al mattino, appena alzato, si recò da lui. Sedeva sul sofà in tino stato di grandissima prostrazione.

- Don Bosco, è ben lei che ha gridato questa notte? lo interrogò Don Cerruti.

- Sì, sono io, gli rispose ancora Lutto contraffatto nel volto.

- E che cosa è avvenuto?

Visto che esitava alquanto a parlare, lo pregò che per piacere volesse dirglielo, - Ho veduto, disse tutto serio, il demonio entrare in questa casa. Era in una camerata e passava dall´uno all´altro letto dicendo di quando in quando: Questo è mio! Io protestava, Ad un tratto si precipita addosso ad uno di quei giovani per portarlo via. Io mi posi a gridare, ed egli si avventò contro di me, come per istrangolarmi. -Ciò detto, Don Bosco commosso e piangente continuò: - Caro Don Cerruti, aiutami. Sono venuto in Francia a cercar denari per i nostri giovani e per la chiesa del Sacro Cuore, ma qui vi è ora un bisogno assai più grave. Bisogna salvare questi poveri

giovani. Lascerò tutto e penserò a loro. Facciamo un buon esercizio della Buona Morte.

Quella sera il Direttore della casa annunziò l´esercizio della Buona Morte, aggiungendo che anche Don Bosco avrebbe confessato. Confessò difatti nella sua camera, seduto sul sofà, perchè l´estenuazione delle forze non gli permetteva di reggersi sulla sedia. Tutto andò così bene, che Don Bosco disse dopo scherzando: - Vedi, il demonio mi ha fatto perdere una notte, ma si è ricevuto una buona bastonata.

“Abbine cura sono mie figlie”(1885, MB XVII 486-488)

Ma nella notte del 17 luglio non potè riposare affatto; dal momento che chiuse gli occhi, una fantasia lo tenne occupato fino all´alba.

- Non so, disse l´indomani, parlandone con parecchi Salesiani, se io fossi sveglio o se dormissi, perchè mi pareva di toccare la realtà. - Gli era sembrato di uscire dall´Oratorio con sua madre e col fratello Giuseppe e d´incamminarsi verso via Dora Grossa (oggi Garibaldi), dirigendosi poi a S. Filippo, dove entrarono a pregare. All´uscita molta gente li attendeva e ognuno invitava lui a passare in casa sua; ma egli diceva di noti potere, dovendo fare qualche visita. Un buon operaio, che spiccava fra tutti, gli disse: - Ma si fermi qui un momento da me a fare la prima visita. - Acconsentì. Dopo ripigliarono il cammino con quell´operaio verso via Po. Giunti presso la grande piazza Vittorio Emanuele, vide in una piazzetta adiacente uno stuolo di fanciulle che si divertivano, e l´operaio, additandogli il luogo: - Ecco, disse, qui in queste parti lei deve fondare un oratorio.

- Oh, per carità! esclamò Don Bosco. Non mi dite questo. Oratori ne abbiamo già troppi e non vi possiamo quasi provvedere.

- Ma di un oratorio per le ragazze qui si ha bisogno. Per esse vi sono soltanto oratori privati, ma un vero oratorio pubblico finora non s´è visto.

      Strada facendo verso il Po, rasente i portici della piazza a mano destra, ecco che tutte quelle fanciulle, sospesi i giuochi, si affollarono intorno a lui gridando: - Oh, Don Bosco, ci raccolga in un oratorio. Noi siamo nelle mani del demonio che fa di noi quello che vuole. Deh, ci soccorra, apra anche per noi un´arca di salvezza, apra un oratorio.

- Ma figlie mie, vedete, io non posso ora; sono ad un´età nella quale non mi è più possibile occuparmi in tali cose... Ma pregate il Signore, pregate, ed egli provvederà.

- Sì, pregheremo, pregheremo, ma lei ci aiuti, ci ricoveri sotto i manto di Maria Ausiliatrice.

- SI, pregate, Ma ditemi, come volete che io faccia ad aprire qui un oratorio?

- Ecco, signor Don Bosco, disse una che sembrava la più ciarliera, vede qui il corso lungo Po? Ebbene, vada lì vicino: c´è il numero 4. Vi stanno dei militari. A capo di costoro vi è un certo signor Burlezza. Costui ha in pronto quel locale là da presso e glielo cederà volentieri.

- Ebbene, vedrò, vedrò; ma voi pregate.

- Si, sì, pregheremo, risposero in coro le fanciulle, ma lei si ricordi di noi e dei nostri bisogni.

Don Bosco allora si allontanò, volle osservar il locale, trovò i militari, ma quel signor Burlezza non si fece vedere. Poi tornò all´Oratorio e qui giunto si svegliò.

Sogno provvidenziale (1885, MB  XVII, 504-506)

Da pochi giorni il Santo era rientrato definitivamente nell´Oratorio, quando un sogno gli svelò l´opposta sorte di due della casa. Giaceva nell´infermeria e in gravi condizioni il chierico irlandese Francesco O´Dónnellan. La sera del 19 ottobre il Santo l´andò a visitare e lo trovò agli estremi, ma tranquillissimo. Benchè oppresso dal male, l´infermo si sentì grandemente sollevato dalla presenza di Don Bosco, che gli domandò: - Ebbene, non hai nessuna commissione da lasciarmi per questa terra?... Ne vorresti ricevere qualcuna per il paradiso?

- Sono tranquillo, rispose. Per questo mondo non ho commissioni. In quanto all´altro, mi dica lei. Noi pregheremo per te, affinchè tu possa essere presto in paradiso, e lassù dirai alla Madonna che noi la amiamo tanto tanto.

Morì la sera del dì appresso e fu portato a seppellire la mattina del 22, nel qual giorno si fece anche l´esercizio della buona morte. Orbene Don Bosco la notte seguente ebbe un sogno, così da lui narrato.

Andai a riposo colla mente piena del pensiero di O´Donnellan, della sua tranquillità, della speranza che fosse in paradiso, del desiderio di saper qualche cosa di lui, e procedendo di fantasia in fantasia, la mia mente si arrestava sovra un secondo individuo, incerto, confuso, non conosciuto, che con insistenza si andava sempre più chiaramente delineando. Essendomi pienamente addormentato sognai: mi pareva di camminare e al mio fianco stava O´Donnellan, così bello che sembrava un angelo, sorridente con un sorriso di paradiso, e tutto splendente di luce. Io non poteva saziarmi di guardarlo. Alla mia sinistra camminava un giovane il quale teneva la testa bassa, sicchè non poteva distinguerne la fisonomia: pareva stravolto. Gli rivolsi la parola: - Tu chi sei? - Non rispose. Insistetti nella mia domanda, ma egli non parlava, come uno che siasi ostinato a tacere.

Dopo un lungo viaggio arrivai dinanzi ad uno stupendo palazzo, le cui porte erano spalancate e al di là delle soglie si scorgeva come un immenso portico. Sembrava che questo portico fosse sormontato da un´eccelsa cupola, dalla quale scendevano torrenti di luce di tale vivezza, da non potersi paragonare nè a quella dei sole, nè a quella dell´elettricità, nè ad altra qualsiasi luce mortale. Così pure splendevano i portici, ma in modo che la luce di questi risaltava per la luce che scendeva dall´alto.

Una gran moltitudine di persone tutte splendenti stava radunata là entro e in mezzo a queste una Signora vestita con molta semplicità; ma ogni punto del suo vestito risplendeva per tanti raggi che spiccavano vivissimi in mezzo a tutti gli altri splendori.

Tutta quell´assemblea pareva che fosse in attesa di qualcheduno. Intanto notai che quel giovane cercava sempre di nascondersi dietro di me. Io allora gli rinnovai le mie interrogazioni: - Ma dimmi, chi sei? qual è il tuo nome? - E il giovane mi rispose: - Fra poco lo saprà.

- Ma dimmi: che cosa hai che sei così melanconico?

- Lo saprà.

- Ma insomma, dimmi il tuo nome.

- Fra poco lo saprà.

La sua voce suonava rabbiosa in quel mentre avvicinandosi 0´Donnellan alla porta di quel gran palazzo, quella bella Signora gli mosse incontro e con essa si mossero tutte quelle turbe che erano intorno a lei, che, rivolta a 0 ´Donnellan, esclamò con voce armoniosa: Hic est filius meus electus, qui fulgebit tanquam sol in perpetuas aeterni-tates! E allora come se avesse data l´intonazione a tutta la moltitudine, si elevò un cantico che ripeteva queste stesse parole. Non era voce umana, non erano strumenti musicali; ma un´armonia così soave, distinta, inenarrabile, che non solo l´orecchio, ma tutta la persona ne era compresa.

0´ Donnellan entrò.

Allora da un fosso di quella pianura uscirono due mostri spaventosi. Erano grossi, erano lunghi e si avviarono verso quel giovane che stava dietro a me. Tutta la luce era scomparsa, solo si vedevano ancora splendere intorno a me i raggi della Signora.

- Che cosa è questo? dissi io. Chi sono questi mostri?

E dietro di me quella voce cupa e rabbiosa: - Fra poco lo saprà, fra poco lo saprà.

Quella Signora esclamò: Filium enutrivi et educavi, ipse autem factus est tanquam iumentum insipiens.

E dietro di me la voce continuava: - Fra poco lo saprà, fra poco lo saprà. -Tosto quei due mostri si slanciarono su quel giovane, uno lo addentò sopra una spalla, e l´altro tra la nuca ed il collo. Le ossa scricchiolarono come se fossero pestate in un mortaio. Io mi guardava attorno, cercava gente che mi dessero aiuto e non vedendo nessuno mi slanciai contro quei mostri, dicendo: - Giacchè non c´è nessuno, bisogna che vada io in soccorso. Ma i due mostri si rivolsero verso di me, e spalancarono le loro fauci. Ancor vedo il biancheggiare dei loro denti, il rosso fuoco delle loro gengive. Il mio spavento fu tale che mi svegliai.

IV missionario in Africa e Cina (1885, MB XVII 643-645)

Anche nel 1885 un sogno rivelatore venne a manifestargli quali fossero i disegni di Dio nel remoto avvenire. Don Bosco lo narrò e commentò a tutto il Capitolo la sera del 2 luglio; Don Lemoyne si affrettò a scriverlo.

Mi parve di essere innanzi ad una montagna elevatissima, sulla cui vetta stava un Angelo splendentissimo per luce, sicchè illuminava le contrade più remote. Intorno al monte vi era un vasto regno di genti sconosciute. L´Angelo colla destra teneva sollevata in alto una spada che splendeva come fiamma vivissima e colla sinistra mi indicava le regioni all´intorno. Mi diceva: Angelus Arfaxad vocat vos ad proelianda bella Domini et ad congregandos populos in horrea Domini. [L´Angelo di Arfaxad vi chiama a combattere le battaglie del Signore ed a radunare i popoli nei granai del Signore]. La sua parola però non era come le altre volte in forma di comando, ma a modo di proposta.

Una turba meravigliosa di Angeli, di cui non ho saputo o potuto ritenere il nome, lo circondava. Fra questi vi era Luigi Colle, al quale faceva corona una moltitudine di giovanetti, a cui egli insegnava a cantare lodi a Dio, cantando lui stesso.

Intorno alla montagna, ai piedi di essa, e sopra i suoi dorsi abitava molta gente. Tutti parlavano fra di loro, ma era un linguaggio sconosciuto ed io non intendeva. Solo capiva ciò che diceva l´Angelo. Non posso descrivere quello che ho visto. Sono cose che si vedono, s´intendono, ma non si possono spiegare. Contemporaneamente vedeva oggetti separati, simultanei, i quali trasfiguravano lo spettacolo che mi stava dinanzi. Quindi ora mi pareva la pianura della Mesopotamia, ora un altissimo monte; e quella stessa montagna su cui era l´Angelo di Arfaxad ad ogni istante prendeva mille aspetti, fino a sembrare ombre vagolanti quelle genti che l´abitavano.

Innanzi a questo monte e in tutto questo viaggio mi sembrava di essere sollevato ad una altezza sterminata, come sopra le nuvole, circondato da uno spazio immenso. Chi può esprimere a parole quell´altezza, quella larghezza, quella luce, quel chiarore, quello spettacolo? Si può godere, ma non si può descrivere.

In questa e nelle altre vedute vi erano molti che mi accompagnavano e m´incoraggiavano, e facevano animo anche ai Salesiani, perchè non si fermassero nella loro strada. Fra costoro che calorosamente mi tiravano, a così dire, per mano affinchè andassi avanti, vi era il caro Luigi Colle e schiere di Angeli, i quali facevano eco ai cantici di quei giovanetti che stavano a lui d´intorno.

Quindi mi parve di essere nel centro dell´Africa in un vastissimo deserto ed era scritto in terra a grossi caratteri trasparenti: Negri. Nel mezzo vi era l´Angelo di Cam, il quale diceva: - Cessabit maledictum e la benedizione del Creatore discenderà sopra i riprovati suoi figli e il miele e il balsamo guariranno i morsi fatti dai serpenti; dopo saranno coperte le turpitudini dei figliuoli di Cam.

Quei popoli erano tutti nudi.

Finalmente mi parve d´essere in Australia.

Qui pure vi era un Angelo, ma non aveva nessun nome. Egli guidava e camminava e faceva camminare la gente verso il mezzodì. L´Australia non era un continente, ma un aggregato di tante isole, i cui abitanti erano di carattere e di figura diversa. Una moltitudine di fanciulli che colà abitavano, tentavano di venire verso di noi, ma erano impediti dalla distanza e dalle acque che li separavano. Tendevano però le mani stese verso Don Bosco ed i Salesiani, dicendo: -Venite in nostro aiuto! Perchè non compite l´opera che i vostri padri hanno incominciata? - Molti si fermarono; altri con mille sforzi passarono in mezzo ad animali feroci e vennero a mischiarsi coi Salesiani, i quali io non conosceva, e si misero a cantare: Benedictus qui venit in nomine Domini. A qualche distanza si vedevano aggregati di isole innumerabili; ma io non ne potei discernere le particolarità. Mi pare che tutto questo insieme indicasse che la divina Provvidenza offriva una porzione del campo evangelico ai Salesiani, ma in tempo futuro. Le loro fatiche otterranno frutto, perchè la mano del Signore sarà costantemente con loro, se non demeriteranno de´ suoi favori.

Se potessi imbalsamare e conservare vivi un cinquanta Salesiani di quelli che ora sono fra di noi, da qui a cinquecento anni vedrebbero quali stupendi destini ci riserba la Provvidenza, se saremo fedeli.

Di qui a centocinquanta o duecento anni i Salesiani sarebbero padroni di tutto il mondo.

Noi saremo ben visti sempre, anche dai cattivi, perchè il nostro campo speciale è di tal fatta da tirare le simpatie di tutti, buoni ed empi. Potrà essere qualche testa matta che ci voglia distrutti, ma saranno progetti isolati e senza appoggio degli altri.

Tutto sta che i Salesiani non si lascino prendere dall´amore delle comodità e quindi rifuggano dal lavoro. Mantenendo anche solo le nostre opere già esistenti, e non dandosi al vizio della gola, avranno caparra di lunga durata.

La Società Salesiana prospererà materialmente, se procureremo di sostenere e di estendere il Bollettino, l´opera dei Figli di Maria Ausiliatrice, e l´estenderemo. Sono così buoni tanti di questi figliuoli! La loro istituzione è quella che ci darà valenti Confratelli risoluti nella loro vocazione.

La purezza e mezzi per conservarla (1884, MB XVII, 722-730)

Gli parve di avere dinanzi un´immensa incantevole ripa verdeggiante, di dolce pendio e tutta spianata. Alle falde questo prato formava come uno scalino piuttosto basso, dal quale saltavasi sulla stradicciuola ove stava D. Bosco. Sembrava un Paradiso terrestre splendidamente illuminato da una luce più pura e più viva di quella del sole. Era tutto coperto di erbe verdeggianti smaltate da mille ragioni di fiori e ombreggiato da un numero grandissimo di alberi che avviticchiandosi coi rami a vicenda, li stendevano a guisa di ampli festoni.

In mezzo al giardino fino alla proda di esso era steso un tappeto di un candore magico, ma così lucido, che abbagliava la vista; era largo più miglia. Presentava la magnificenza di uno stato reale. Come ornamento nella fascia che correva lungo l´orlo aveva varie iscrizioni e caratteri d´oro. Da un lato si leggeva: Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini. Sull´altro lato: Non privabit bonis eos, qui ambulant in innocentia. Sul terzo lato: Non confundentur in tempore malo: in diebus famis saturabuntur. Sul quarto: Novit Dominus dies immaculatorum et haereditas eorum in aeternum erit.

Ai quattro angoli dello strato intorno ad un magnifico rosone stavano quattro altre iscrizioni: Cum simplicibus sermocinatio eius. - Proteget gradientes simpliciter. - Qui ambulant simpliciter, ambulant confidenter. - Voluntas eius in iis, qui simpliciter ambulant. In mezzo poi allo strato questa ultima scritta: Qui ambulant simpliciter, salvus erit. Nel mezzo della ripa sul bordo superiore dei candido tappeto si innalzava un gonfalone bianchissimo sul quale leggevasi pure a caratteri d´oro: Fili mi, tu semper mecum es et omnia mea tua sunt.

Se D. Bosco era meravigliato alla vista di quel giardino, molto più attiravano la sua attenzione due vaghe fanciulle in sui dodici anni, sedute sul margine del tappeto ove la riva faceva scalino. Una celestiale modestia spirava da tutto il loro grazioso contegno. Dai loro occhi costantemente fissi in alto traspariva non solo un´ingenua semplicità di colomba, ma raggiava una vivezza d´amore purissimo, una gioia di felicità celestiale. La loro fronte aperta e serena sembrava la sede del candore e della schiettezza, sulle loro labbra serpeggiava un dolce incantevole sorriso. I loro lineamenti manifestavano un cuore tenero ed ardente. Le graziose movenze della persona loro davano una tale aria di sovrumana grandezza e nobiltà che faceva contrasto colla loro giovinezza.

Una veste candidissima scendea loro fino al piede, sulla quale non scorgeasi nè macchia, nè ruga, e neppure un granello di polvere. I fianchi aveano cinti con una cintura rossa fiammante con bordi d´oro. Su questa spiccava un fregio come nastro composto di gigli, di violette e di rose. Un nastro simile, come fosse un monile, portavano al collo, composto degli stessi fiori, ma di forma diversa. Come braccialetti avevano ai polsi una fascetta di margheritine bianche. Tutte queste cose e questi fiori avevano forma, colori, bellezze che riesce impossibile il descriverli. Tutte le pietre più preziose del mondo incastonate con l´arte più squisita parrebbero fango al confronto.

Le scarpe candidissime erano bordate di nastro pur bianco filettato d´oro, che faceva un bel nodo nel mezzo. Bianco pure con piccoli fili d´oro era il cordoncino col quale erano legate.

La loro lunga capigliatura era stretta da una corona, che cingeva la fronte, e così folta che faceva onda sotto la corona e ricadendo sulle spalle finiva inanellata a ricci.

Esse avevano incominciato un dialogo: ora si alternavano parlando ora si interrogavano ed ora esclamavano. Ora ambedue sedevano; ora una sola stava seduta e l´altra in piedi; ed ora passeggiavano. Non uscivano però mai fuori da quel candido tappeto e non toccarono mai ne erba nè fiori. D. Bosco nel suo sogno stava come spettatore. Nè esso rivolse parole a quelle fanciulle, nè le fanciulle si addiedero della sua presenza, e l´una diceva con soavissimo accento: - Che cosa è l´innocenza? Lo stato fortunato della grazia santificante conservato mercè la costante ed esatta osservanza della divina legge.

E l´altra donzella con voce non meno dolce: - E la conservata purità dell´innocenza è fonte ed origine di ogni scienza e di ogni virtù.

La prima: - Quale lustro, quale gloria, quale splendore di virtù vivere bene tra i cattivi, e tra i malvagi maligni conservare il candore dell´innocenza e la lenità dei costumi. La seconda si alzò in piedi e fermandosi vicino alla compagna:

 

- Beato quel giovinetto che non va dietro ai consigli degli empi e non si mette nella via dei peccatori, ma suo diletto è la legge del Signore, che egli medita di giorno e di notte. Ed ei sarà come albero piantato lungo la corrente delle acque della grazia del Signore, il quale darà a suo tempo il frutto copioso di buone opere: per soffiar di vento non cadrà di lui foglia di sante intenzioni e di merito e tutto quello che farà avrà prospero effetto, ed ogni circostanza della vita coopererà per accrescere il suo premio. - Così dicendo accennava gli alberi del giardino carichi di frutti bellissimi che spandevano per l´aria un profumo delizioso, mentre torrentelli limpidissimi che ora scorrevano fra due sponde fiorite, ora cadevano da piccole cascatelle, ed ora formavano laghetti, bagnavano i loro fusti, con un mormorio che pareva il suono misterioso di musica lontana.

La prima donzella replicò: - Esso è come un giglio tra le spine che Iddio coglie nel suo giardino per porlo come ornamento sovra il suo cuore; e può dire al suo Signore: Il mio Diletto appartiene a me ed io a lui: perchè ei si pasce in mezzo ai gigli. - Così dicendo accennava ad un gran numero di gigli vaghissimi che alzavano il candido capo tra le erbe e gli altri fiori, mentre mostrava in lontananza un´altissima siepe verdeggiante che circondava tutto il giardino. Questa era fitta di spine e dietro si scorgevano vagolare come ombre mostri schifosi che tentavano penetrare nel giardino, ma erano impediti dalle spine di quella siepe.

- É vero! Quanta verità è nelle tue parole! soggiunge la seconda. Beato quel giovanetto che sarà trovato senza colpa! Ma chi sarà costui e gli daremo lode? Perchè egli ha fatto cose mirabili in vita sua. Egli fu trovato perfetto ed avrà gloria eterna. Egli potea peccare e non peccò; far del male e nol fece. Per questo i beni di lui sono stabiliti nel Signore e le sue opere buone saranno celebrate da tutte le congregazioni dei Santi.

- E sulla terra quale gloria Dio ad essi riserva! Li chiamerà, loro farà un posto nel suo santuario, li farà ministri dei suoi misteri, e un nome sempiterno darà loro che mai perirà, concluse la prima.

La seconda si alzò in piedi ed esclamò: Chi può descrivere la bellezza di un innocente? Quest´anima è vestita splendidamente come una di noi, ornata della bianca stola del santo Battesimo. Il suo collo, le sue braccia risplendono di gemme divine, ha in dito l´anello dell´alleanza con Dio. Essa cammina leggiera nel suo viaggio per l´eternità. Gli si para innanzi una via tempestata di stelle... È tabernacolo vivente dello Spirito Santo. Col sangue di Gesù che scorre nelle sue vene e imporpora le sue guance e le sue labbra, colla Santissima Trinità nel cuore immacolato manda intorno a sè torrenti di luce che la vestono nel fulgore del sole. Dall´alto piovono nembi di fiori celesti che riempiono l´aria. Tutto intorno si spandono le soavi armonie degli angioli che fanno eco alla sua preghiera. Maria Santissima gli sta a fianco pronta a difenderla. Il cielo è aperto per lei. Essa è fatta spettacolo alle immense legioni dei Santi e degli Spiriti beati, che la invitano agitando la loro palme. Iddio tra gli inaccessibili fulgori del suo trono di gloria colla destra le addita il seggio che le ha preparato, mentre colla sinistra tiene la splendida corona che dovrà incoronarla per sempre. L´innocente è il desiderio, il gaudio, il plauso del paradiso. E sul suo volto è scolpita una gioia ineffabile. É figlio di Dio. Dio è il Padre suo. Il paradiso è la sua eredità. Esso è continuamente con Dio. Lo vede, lo ama, lo serve, lo possiede, lo gode, ha un raggio delle celesti delizie: è in possesso di tutti i tesori, di tutte le grazie, dì tutti i segreti, dì tutti i doni e di tutte le sue perfezioni e di tutto Dio stesso.

- Ed è perciò che l´innocenza nei Santi dell´Antico Testamento nei Santi del Nuovo, e specialmente nei Martiri si presenta così gloriosa. Oh Innocenza quanto sei bella! Tentata cresci in perfezione, umiliata ti levi più sublime, combattuta esci trionfante, uccisa voli alla corona. Tu libera nella schiavitù, tranquilla e sicura nei pericoli, lieta tra le catene. I potenti t´inchinano, i principi ti accolgono, i grandi ti cercano. I buoni ti obbediscono, i malvagi t´invidiano, i rivali ti emulano, gli avversari soccombono. E tu riuscirai sempre vittoriosa, anche allorchè gli uomini ti avessero condannata ingiustamente!

Le due donzelle fecero un istante di pausa, come per prendere respiro dopo uno sfogo così affocato e quindi si presero per mano e si guardarono: - Oli se i giovani conoscessero qual prezioso tesoro è l´innocenza, come fin dal principio della loro vita custodirebbero gelosamente la stola del santo battesimo! Ma purtroppo non riflettono e non pensano che cosa voglia dire macchiarla. L´innocenza è un liquore preziosissimo.

 - Ma è chiuso in un vaso di fragile creta e se non vien portato con gran cautela si spezza con tutta facilità.

       - L´innocenza è una gemma preziosissima.

       - Ma se non se ne conosce il valore, si perde e con facilità si tramuta con oggetto vile.

       - L´innocenza è tino specchio d´oro che ritrae le sembianze di Dio.

       - Ma basta un po´ di aria umida per irrugginirlo e bisogna tenerlo involto in un velo.

       - L´innocenza è un giglio.

       - Ma il solo tocco di una ruvida mano lo sciupa.

       - L´innocenza è una candida veste. Omni tempore sint vestimenta tua candida.

- Ma una macchia sola basta per deturparla, quindi bisogna camminare con grande precauzione.

- L´innocenza e l´integrità resta violata se viene imbrattata da una sola macchia e perde il tesoro della sua grazia.

- Basta un solo peccato mortale.

- E perduta una volta è perduta per sempre.

- Quale sventura tante innocenze che si perdono ogni giorno! Allorchè un giovanetto cade in peccato, il paradiso si chiude: la Vergine Santissima e l´Angelo custode scompaiono, cessano le musiche, si ecclissa la luce. Dio non è più nel suo cuore, si dilegua la via stellata che esso percorreva, cade e resta in un punto solo come isola in mezzo al mare, un mare di fuoco che si estende fino all´estremo orizzonte dell´eternità, che si inabissa fino alla profondità del caos. Sulla sua testa nel cielo scurissime guizzano, minacciose, le folgori della divina giustizia. Satana si è slanciato vicino a lui, lo ha caricato di catene, gli ha posto un piede sul collo, e col ceffo orribile sollevato in alto ha g ridato: Ho vinto. Il tuo figlio è mio schiavo. Non è più tuo... A finita per lui la gioia. Se la giustizia di Dio in quel momento gli sottrae quell´unico punto sul quale sta, è perduto per sempre.

- Ei può risorgere! La misericordia di Dio è infinita. Una buona confessione gli ridonerà la grazia e il titolo di figlio di Dio.

- Ma non più l´innocenza! E quali conseguenze gli rimarranno del primo peccato! Ei conosce il male che prima non conosceva; sentirà terribili le prave inclinazioni; sentirà il debito enorme che ha contratto colla divina giustizia, si sentirà più debole nei combattimenti spirituali. Proverà ciò che prima non provava: vergogna, mestizia, rimorso.

- E pensare che prima era detto di lui: Lasciate che i fanciulli vengano a me. Essi saranno come gli angeli di Dio in cielo. Figliuolo, donami il tuo cuore.

- Ah un delitto spaventoso commettono quei disgraziati dei quali è colpa se un fanciullo perde l´innocenza. Ha detto Gesù: Chi scandalizzerà alcuno di questi piccolini che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina asinaria e che fosse sommerso nel profondo del mare. Guai al mondo per causa degli scandali. Non è possibile impedire gli scandali, ma guai a colui per colpa del quale viene lo scandalo. Guardatevi dal disprezzare alcuni di questi piccoli, poichè io vi fo sapere che i loro angioli ne´ cieli vedono perpetuamente il volto del padre mio che è ne´ Cieli e chiedono vendetta.

- Disgraziati costoro! Ma non meno infelici quelli che si lasciano rubare l´innocenza.

E qui ambedue si misero a passeggiare; il tema del loro discorso era qual fosse il mezzo per conservar l´innocenza.

Una diceva: - È un grande errore che hanno nella testa i giovanetti, che cioè la penitenza debba solamente praticarsi da chi è peccatore. La penitenza è necessaria eziandio per conservare l´innocenza. Se S. Luigi non avesse fatto penitenza, sarebbe senz´altro caduto in peccato mortale. Ciò si dovrebbe predicare, inculcare, insegnare continuamente ai giovanetti. Quanti di più conserverebbero l´innocenza, mentre ora sono così pochi!

- Lo dice l´Apostolo. Portando noi sempre per ogni dove la mortificazione di Gesù Cristo nel nostro corpo, affinchè la vita ancor di Gesù si manifesti nei corpi nostri.

- E Gesù santo, immacolato, innocente passò la vita sua in privazioni e dolori.

- Così Maria Santissima, così tutti i Santi.

- E fu per dare esempio a tutti i giovani. Dice S. Paolo: Se vivrete secondo la carne, morrete; se poi collo spirito darete morte alle azioni della carne, vivrete.

- Dunque senza penitenza non si può conservar l´innocenza!

- Eppure molti vorrebbero conservar l´innocenza e vivere in libertà.

- Stolti! Non è scritto: Fu rapito, perchè la malizia non alterasse il suo spirito e la seduzione non inducesse l´anima di lui in errore? Perocchè l´affascinamento della vanità oscura il bene e la vertigine della concupiscenza sovverte l´animo innocente. Dunque due nemici hanno gli innocenti. Le storte massime e i discorsi iniqui dei cattivi, e la concupiscenza. Non dice il Signore che la morte in giovanetta età è premio per l´innocente per toglierlo dai combattimenti? “ Perchè e´ piacque a Dio, fu amato da lui e perchè viveva tra i peccatori, altrove fu trasportato. Consumato egli in breve tempo compiè una lunga carriera. Poichè era cara a Dio l´anima di lui, per questo Egli si affrettò di trarlo di mezzo alle iniquità. Fu rapito perchè la malizia non alterasse il suo spirito, e la seduzione non inducesse l´anima di lui in errore”.

- Fortunati i fanciulli se abbracceranno la croce della penitenza e con fermo proponimento diranno con Giobbe (27, 5): Donec deficiam, non recedam ab innocentia mea.

- Dunque mortificazione nel superare la noia che essi provano nella preghiera.

- E sta scritto: Psallam et intelligam in via immaculata (Psal. 100, 2). Quando venies ad me? Petite et accipietis. Pater Noster!

- Mortificazione nell´intelletto coll´umiliarsi, obbedire ai Superiori e alle regole.

- E sta pure scritto: Si mei non fuerint dominati, tunc immaculatus ero et emundabor a delicto maximo (Psal. 18, 13). E questo è la superbia. Iddio ai superbi resiste e agli umili dà la grazia. Chi si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato. Obbedite ai vostri prepositi.

- Mortificazione nel dir sempre la verità, nel palesare i proprii difetti, e i pericoli nei quali può uno trovarsi. Allora avrà sempre consiglio, specialmente dal confessore.

- Pro anima tua ne confundaris dicere verum - per amor dell´anima tua non vergognarti di dire la verità (Eccl., IV, 24). Perchè havvi un rossore che tira seco il peccato, ed havvi un rossore che tira seco la gloria e la grazia.

- Mortificazione nel cuore frenando i suoi moti inconsulti, amando tutti per amor di Dio e staccandosi risolutamente da chi ci accorgiamo insidiare alla nostra innocenza.

- L´ha detto Gesù. Se la tua mano o il tuo piede ti serve di scandalo, troncali e gettali via da te: è meglio per te giungere alla vita con un piede o una mano di meno, che con tutte due le mani e con tutti due i piedi essere gettato nel fuoco eterno. E se l´occhio tuo ti serve dì scandalo, càvatelo e gettalo via da te; è meglio per te l´entrare alla vita con un solo occhio che con due occhi essere gettato nel fuoco dell´inferno.

- Mortificazione nel sopportare coraggiosamente e francamente gli scherni del rispetto umano. Exacuerunt, ut gladium, linguas suas: intenderunt arcum, rem amaram, ut sagittent in occultis immaculatum (Psal. 63, 3),

- E vinceranno questo maligno che schernisce temendo essere scoperto dai Superiori, col pensare alle terribili parole di Gesù: Chi si vergognerà di me e delle mie parole, si vergognerà di lui il Figliuolo dell´uomo quando verrà colla maestà sua e del Padre e dei santi Angeli.

- Mortificazione negli occhi, nel guardare, nel leggere, rifuggendo da ogni lettura cattiva o inopportuna.

- Un punto essenziale. Ho fatto patto cogli occhi miei di non pensare neppure ad una vergine. E nei salmi: Rivolgi gli occhi perchè non veggano la vanità.

- Mortificazione dell´udito e non ascoltare discorsi cattivi, o sdolcinati, o empi.

- Si legge nell´Ecclesiastico (XXVIII): Saepi aures tuas spinis, linguam nequam non  audire. Fa siepe di spine alle tue orecchie e non ascoltare la mala lingua.

- Mortificazione nel parlare: non lasciarsi vincere dalla curiosità.

- Sta pur scritto: Metti una porta ed un chiavistello alla tua bocca. Bada di non peccar colla lingua, onde tu non vada per terra a vista dei nemici, che ti insidiano e non sia insanabile e mortale la tua caduta (Eccl., ib.).

- Mortificazione di gola: non mangiare, non bere troppo.

- Il troppo mangiare, il troppo bere trasse il diluvio universale sul mondo e il fuoco sopra Sodoma e Gomorra, e mille castighi sul popolo Ebreo.

- Mortificarsi insomma nel soffrire ciò che ci accade lungo il giorno, freddo, caldo, e non cercare le nostre soddisfazioni. Mortificate le vostre membra terrene (Col., 3, 5.).

- Ricordarsi di ciò che Gesù ha imposto: Si quis vult post me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie et sequatur me (Luca, IX, 23).

- E Dio stesso colla sua provvida mano cinge di croci e spine i suoi innocenti, come fece con Giobbe, Giuseppe, Tobia ed altri Santi. Quia acceptus eras Dea, necesse fuit, ut tentatio probaret te.

- La via dell´innocente ha le sue prove, i suoi sacrifici, ma ha la forza nella Comunione, perchè chi si comunica sovente ha la vita eterna, sta in Gesù e Gesù in lui. Ei vive della stessa vita di Gesù, sarà da lui risuscitato nell´ultimo giorno. È questo il frumento degli eletti, il vino che fa germogliare i vergini. Parasti in conspectu meo mensam adversus eos, qui tribulant me. Cadent a latere tuo mille et decem millia a dextris tuis, ad te autem non appropinquabunt.

- E la Vergine dolcissima da lui amata è la Madre sua. Ego mater pulchrae dilectionis et timoris et agnitionis et sanctae spei. In me gratia omnis (per conoscere) viae et veritatis; in me omnis spes vitae et virtutis. Ego diligentes me diligo. Qui elucidant me, vitam aeternam habebunt. Terribilis, ut castrorum acies ordinata.

Le due donzelle allora si volsero e salivano lentamente la ripa. E l´una esclamava: - La salute dei giusti vien dal Signore: ed egli è il lor protettore nel tempo della tribolazione. Il Signore li aiuterà e li libererà; ci li trarrà dalla mano dei peccatori e li salverà perchè in lui hanno sperato (Psal. 56).

- E l´altra proseguiva: Dio mi cinse di robustezza e la via che io batto rendette immacolata.

Giunte le due donzelle in mezzo a quel magnifico tappeto, si volsero.

 Sì, gridò una, l´innocenza coronata dalla penitenza è la regina di tutte le virtù.

E l´altra esclamò pure: - Quanto è gloriosa e bella la casta generazione! La memoria di lei è immortale ed è nota dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. La gente la imita quando ella è presente, e la desidera quando ella è partita pel cielo, e coronata trionfa nell´eternità, vinto il premio dei casti combattimenti. E quale trionfo! E quale gaudio! E quale gloria nel presentate a Dio immacolata la stola del santo battesimo dopo tanti combattimenti tra gli applausi, i cantici, il fulgore degli eserciti celesti!

Mentre che così parlavano del premio che sta preparato per l´innocenza conservata per la penitenza, Don Bosco vide comparire schiere di angioli che scendendo si posavano su quel candido tappeto. E si univano a quelle due donzelle tenendo esse il posto di mezzo. Erano una gran moltitudine. E cantavano: Benedictus Deus et Pater Domini Nostri Jesu Christi, qui benedixit nos in omni benedictione spirituali in coelestibus in Christo; qui elegit nos in ipso ante mundi constitutionem, ut essemus sancti et immaculati in conspectu eius in charitate et praedestinavit nos in adoptionem per Jesum Christum (Eph. I, 4). Le due fanciulle si posero allora a cantare un inno stupendo, ma con tali parole e tali note che solo quegli angeli che erano più vicini al centro potevano modulare. Gli altri pure cantavano, ma Don Bosco non potea sentire le loro voci, benchè facessero gesti e muovessero le labbra atteggiando la bocca al canto.

Cantavano le fanciulle: Me propter innocentiam suscepisti et confirmasti me in conspectu tuo in aeternum. Benedictus Dominus Deus a saeculo et usque in saeculum; fiat fiat!

Intanto alle prime schiere di Angioli se ne aggiungevano altre e poi altre continuamente. Il loro vestito era vario di colori, di ornamenti, diverso gli uni dagli altri e specialmente da quello delle due donzelle. Ma la ricchezza e la magnificenza era divina. La bellezza di ciascuno di costoro era quale mente umana non potrà mai in nessun modo concepirne un´ombra per quanto lontana. Tutto lo spettacolo di questa scena non si può descrivere, ma a forza di aggiungere parola a parola si può in qualche modo spiegarne confusamente il concetto.

Finito il cantico delle due fanciulle, si udirono cantare tutti insieme un cantico immenso e così armonioso che l´eguale non sì è udito e mai si udirà sulla terra. Essi cantavano:

Ei, qui potens est vos conservare sine peccato et constituere ante conspectum gloriae suae immaculatos in exultatione, in adventu Domini nostri Jesu Christi: Soli Deo Salvatori nostro, per Jesum Christum Dominum nostrum, gloria et magnificentia, imperium et protestas ante omne saeculum, et nunc et in omnia saecula saeculorum. Amen.

Mentre cantavano, sopraggiungevano sempre nuovi angeli e quando il cantico fu terminato, a poco a poco tutti insieme si sollevarono in alto e disparvero con tutta la visione. - E Don Bosco si svegliò.

Un giovane volta le spalle a don Bosco (1886, MB XIII, 21)

Nello stesso mese, la sera del 31, i giovani si radunarono una terza volta. - Ci racconti qualche sogno che riguardi proprio noi, - dissero a Don Bosco. Ed egli rispose: - Si che ve lo racconterò. Alcuni anni sono sognai che

dopo la Messa della comunità passeggiavo tra i giovani. Tutti mi stavano attorno e mi guardavano ascoltando le mie parole. Uno però innanzi a me mi voltava la schiena. [Quando in cortile Don Bosco passeggiava coi giovani" quelli che gli camminavano innanzi facendogli corona, procedevano a ritroso senza mai voltare le spalle]. Quel tale aveva in mano un bel mazzo di fiori a vari colori, bianchi, rossi, gialli, violacei... Io gli dissi che si voltasse e guardasse a me; egli allora si voltò per un momento e poi riprese il suo cammino. Io ne lo rimproverai ed egli mi rispose: Dux aliorum hic similis campanae, quae vocat alios ad templum Domini, ipsa autem non intrat in ecclesiam Dei [costui che fa da guida ad altri, è come la campana che chiama altri alla casa del Signore, ma essa non entra in chiesa]. Al suono di queste parole tutto scomparve e io pure mi dimenticai presto del sogno. Giorni sono però vidi fra voi un giovane, che era proprio quello sognato; si è fatto più grandicello, ma è lui. - I giovani domandarono subito:

       - È qui fra noi? chi è?

       - Sì, rispose Don Bosco, è qui fra voi, ma chi sia non è spediente dirlo; tanto più che non saprei neppur io che interpretazione dare al sogno.

Un giovae demonio contro don Bosco (1886, MB XVIII, 25)

La notte precedente egli aveva dormito male, svegliando con le sue grida il Viglietti, che al mattino lo interrogò. Vedeva, rispose egli, un giovane grasso con la testa larga che si andava restringendo verso la fronte, piccolo, tarchiato, che mi si aggirava attorno al letto. Io cercava con ogni modo, di allontanarlo; ma cacciato da una parte fuggiva dall´altra e continuava la sua molesta manovra. Io lo rimproverava, lo voleva battere, ma non riuscivo a far cessare quella noia. Finalmente gli dissi: Guarda che, se non ti allontani, mi costringi a dirti una parola che non ho mai pronunciata. E seguitando il giovane i suoi giri, io gli disse forte: Carogna! E mi svegliai. Conchiuse il racconto arrossendo e soggiungendo: - Non ho mai detto questa parola in vita mia; ed ora mi tocca dirla in sogno? - E sorrideva.

Sacerdoti in chiesa (1886, MB XVIII, 26)

 

Due sogni, che per il loro carattere si possono classificare col precedente, si compiacque di raccontare il 25 febbraio, conversando con i suoi segretari. Il primo era questo. Entrava egli nella cattedrale di S. Giovanni a Torino, quando vide due preti, uno dei quali stava appoggiato alla pila dell´acqua santa e l´altro ad una colonna, tenendo entrambi con indifferenza il cappello in testa. Avrebbe voluto riprenderli, ma titubava alquanto, scorgendo sulle loro facce l´espressione del più cinico disprezzo. Nondimeno fece forza a se stesso e disse al primo:

 - Scusi, di che paese è lei?

       - Che le importa di saper questo? rispose quegli bruscamente.

 - È solo perchè volevo dirle una cosa che mi preme.

       - Ma io non ho nulla da fare con lei.

       - Allora senta: io non voglio rimproverarla; ma se non ha rispetto per il luogo santo e non le importa della gente che si scandalizza e che ride di lei, abbia almeno riguardo a se stesso. Deponga quel cappello!

       - È vero, ha ragione, fece il prete, e si tolse il cappello.

      Poi Don Bosco andò dall´altro e gli ripetè l´avviso. Quegli pure si scoprì il capo. Don Bosco allora, ridendo di cuore, si destò.

Via crucis (1888, MB XVIII, 26-27)

Ed ecco il secondo sogno. S´imbattè in un tale che gli diceva con insistenza di presentarsi al pubblico e predicare sulla Via Crucis.

       - Predicare sulla Via Crucis? - rispose egli - Vorrà dire sulla Passione del Signore.

 - No, no, ripeteva colui, sulla Via Crucis.

      Così dicendo, lo condusse per una lunga strada, che metteva capo in un immenso piazzale, e lo fece salire sopra un piedestallo. Il luogo era deserto; onde Don Bosco: - Ma a chi debbo predicare, se qui non c´è nessuno?

      Or ecco ad un tratto gremirsi di gente la piazza. Egli parlò allora della Via Crucis, spiegò il significato della parola, enumerò i vantaggi della pia pratica e, come ebbe terminato di parlare, tutti lo supplicarono di proseguire, spiegando le singole stazioni. Don Bosco si scusava affermando che non sapeva più che cosa dire; ma il popolo persisteva ed egli ripigliò la predica e parlò, parlò senza interruzione, dicendo che la Via Crucis è la via al Calvario, la via dei patimenti, che Gesù ha percorso per il primo questa strada e che per la medesima propone a noi di seguirlo con quelle parole: Qui vult Post me venire, abneget semetipsum, tollat crucem suam quotidie et sequatur me. Finalmente nella foga del dire si svegliò.

      Sulla Via Crucis aveva raccontato un altro sogno il 16 novembre dell´anno avanti. Gli pareva di avere attorno a sè una moltitudine di gente che gli dicesse: Faccia una Via Crucis con gli esempi! La faccia, la faccia!

       - Ma che esempi volete che io vi porti? rispondeva egli. La Via Crucis è per se stessa un continuo esempio dei patimenti di nostro Signore.

 - No, no; vogliamo un nuovo lavoro.

      Don Bosco si trovò all´istante con l´opera composta; anzi aveva già in mano le bozze di stampa e cercava con premura Don Bonetti e Don Lemoyne o Don Francesia, perchè gliele correggessero, essendo egli molto stanco. In questa affannosa ricerca il sonno se n´andò.

      Il Santo doveva realmente riprodurre in sè l´esempio della passione di Gesù Cristo, sopportando in unione con lui le dolorose infermità che l´avrebbero ormai accompagnato fino alla morte e offrendosi così quale modello di pazienza a´ suoi figli.

Mamma Margheritaai Becchi (1886, MB XVIII, 27 -28)

Facciamo ancora luogo a un sogno, che sembra contenere qualche elemento profetico. Lo narrò a Don Lemoyne e al chierico Festa il 1° marzo. Sognò di essere ai Becchi. Sua madre con un secchiello in mano stava presso la sorgente e ne toglieva l´acqua sporca, che versava nel mastello. Quella sorgente prima aveva dato sempre acqua purissima; quindi si stupiva, non sapendo come spiegare la cosa.

 - Aquam nostram pretio bibimus, disse allora mamma Margherita.

       - Sempre col vostro latino! le rispose Don Bosco. Questo non è testo scritturale.

       - Non importa; metti tu altre parole, se ti senti. In queste si comprende tutto: basta studiarle bene. Iniquitates eorum porta... Adesso aggiungivi quello che vuoi.

 - Portavimus? portamus?

       - Quello che vuoi: portavimus, portamus, portabimus. Pensa bene a queste parole, studiale e falle studiare a tutti i tuoi preti, e troverai tutto ciò che deve accadere.

      Quindi lo condusse dietro la fontana in un luogo elevato, donde si distinguevano Capriglio e le sue borgate e le borgate di Buttigliera e Buttigliera stessa e più altre borgate sparse qua e là, e additandogliele disse:

 - Che differenza c´è fra questi paesi e la Patagonia?

       - Ma, rispose, io vorrei, se potessi, fare bene qui e bene là.

 - Se è così, va bene, replicò mamma Margherita.

      Allora gli parve che la madre se ne andasse ed egli, essendosi stancata troppo la fantasia, si svegliò. Dopo il racconto fece questa osservazione: - Il posto nel quale mi condusse mia madre, è molto adatto per farvi qualche opera, essendo centrale fra molte e molte borgate che non hanno chiesa alcuna.

V sogno missionario: Pechino (1888,MB XVIII, 71-74)

Nella notte dal 9 al 10 aprile Don Bosco fece un nuovo sogno missionario, che raccontò a Don Rua, a Doli Branda e al Viglietti, con voce rotta a volte dai singulti. Il Viglietti lo scrisse subito dopo e per ordine suo ne inviò copia a Don Lemoyne, affinchè se ne desse lettura a tutti i Superiori dell´Oratorio e servisse di generale incoraggiamento. “ Questo però, avvertiva il segretario, non è che l´abbozzo di una magnifica e lunghissima visione ” . Il testo che noi pubblichiamo è quello del Viglietti, ma un po´ ritoccato da Don Lemoyne nella forma per renderne più corretta la dizione.

 

      Don Bosco si trovava nelle vicinanze di Castelnuovo sul poggio, così detto, Bricco del Pino, vicino alla valle Sbarnau. Spingeva di lassù per ogni parte il suo sguardo, ma altro non gli veniva fatto di vedere che una folta boscaglia, sparsa ovunque, anzi coperta di una quantità innumerevole di piccoli funghi.

       - Ma questo, diceva Don Bosco, è pure il contado di Rossi Giuseppe[29]: dovrebbe ben esserci!

      Ed infatti dopo qualche tempo, scorse Rossi il quale tutto serio stava guardando da un lontano poggio le sottostanti valli. Don Bosco lo chiamò, ma egli non rispose che con uno sguardo come chi è soprapensiero.

      Don Bosco, volgendosi dall´altra parte, vide pure in lontananza Don Rua il quale, allo stesso modo che Rossi, stava con tutta serietà tranquillamente quasi riposando seduto.

      Don Bosco li chiamava entrambi, ma essi silenziosi non rispondevano neppure a cenni.

      Allora scese da quel poggio e camminando arrivò sopra un altro, dalla cui vetta scorgeva una selva, ma coltivata e percorsa da vie e da sentieri. Di là volse intorno il suo sguardo, lo spinse in fondo all´orizzonte, ma, prima dell´occhio, fu colpito il suo orecchio dallo schiamazzo di una turba innumerevole di fanciulli.

      Per quanto egli facesse affine di scorgere donde venisse quel rumore, non vedeva nulla; poi allo schiamazzo succedette un gridare come al sopraggiungere di qualche catastrofe. Finalmente vide un´immensa quantità di giovanetti, i quali, correndo intorno a lui, gli andavano dicendo: - Ti abbiamo aspettato, ti abbiamo aspettato tanto, ma finalmente ci sei: sei tra noi e non ci fuggirai!

      Don Bosco non capiva niente e pensava che cosa volessero da lui quei fanciulli; ma mentre stava come attonito in mezzo a loro contemplandoli, vide un immenso gregge di agnelli guidati da una pastorella, la quale, separati i giovani e le pecore, e messi gli uni da una parte e le altre dall´altra, si fermò accanto a Don Bosco e gli disse: - Vedi quanto ti sta innanzi?

 - Sì, che lo vedo, rispose Don Bosco.

 - Ebbene, ti ricordi del sogno che facesti all´età di dieci anni? - Oh è molto difficile che lo ricordi! Ho la mente stanca; non ricordo più bene presentemente.

       - Bene, bene: pensaci e te ne ricorderai.

      Poi fatti venire i giovani con Don Bosco gli disse: - Guarda ora da questa parte, spingi il tuo sguardo e spingetelo voi tutti e leggete che cosa sta scritto... Ebbene, che cosa vedi?

       - Veggo montagne, poi mare, poi colline, quindi di nuovo montagne e mari.

 - Leggo, diceva un fanciullo, Valparaiso.

       - Io leggo, diceva un altro, Santiago.

 - Io, ripigliava un terzo, li leggo tutt´e due.

       - Ebbene, continuò la pastorella, parti ora da quel punto e avrai una norma di quanto i Salesiani dovranno fare in avvenire. Volgiti ora da quest´altra parte, tira una linea visuale e guarda.

       - Vedo montagne, colline e mari!...

      E i giovani aguzzavano lo sguardo ed esclamarono in coro: - Leggiamo Pechino.

      Vide Don Bosco allora urla gran città. Essa era attraversata da un largo fiume sul quale erano gittati alcuni grandi ponti.

       - Bene, disse la donzella che sembrava la loro maestra; ora tira una sola linea da una estremità all´altra, da Pechino a Santiago, fanne un centro nel mezzo dell´Africa ed avrai un´idea esatta di quanto debbono fare i Salesiani.

       - Ma come fare tutto questo? esclamò Don Bosco. Le distanze sono immense, i luoghi difficili e i Salesiani pochi.

       - Non ti turbare. Faranno questo i tuoi figli, i figli dei tuoi figli e dei figli loro; ma si tenga fermo nell´osservanza delle Regole e nello spirito della Pia Società.

       - Ma dove prendere tanta gente?

       - Vieni qui e guarda. Vedi là cinquanta Missionari in pronto? Più in là ne vedi altri e altri ancora? Tira una linea da Santiago al centro dell´Africa. Che cosa vedi?

       - Veggo dieci centri di stazioni.

       - Ebbene, questi centri che tu vedi, formeranno studio e noviziato e daranno moltitudine di Missionari affine di provvederne queste contrade. Ed ora volgiti da quest´altra parte. Qui vedi dieci altri centri dal mezzo dell´Africa fino a Pechino. E anche questi centri somministreranno i Missionari a tutte queste altre contrade. Là c´è Hon - Kong, là Calcutta, più in là Madagascar. Questi e più altri avranno case, studi e noviziati.

      Doli Bosco ascoltava guardando ed esaminando; poi disse: - E dove trovare tanta gente, e come inviare Missionari in quei luoghi? Là ci sono i selvaggi che si nutrono delle carni umane; là ci sono gli eretici, là i persecutori, e come fare?

 - Guarda, rispose la pastorella, mettiti di buona volontà. Vi è una cosa sola da fare: raccomandare che i miei figli coltivino costantemente la virtù di Maria.

 - Ebbene, sì, mi pare d´aver inteso. Predicherò a tutti le tue parole.

       - E guardati dall´errore che vige adesso, che è la mescolanza di quelli che studiano le arti umane, con quelli che studiano le arti divine, perchè la scienza del cielo non vuol essere con le terrene cose mescolata.

      Don Bosco voleva ancora parlare; ma la visione disparve: il sogno era finito.

L’oratorio a distana (1886, MB XVIII, 94)

Anche in sogno Don Bosco rivedeva l´Oratorio. Nella notte sul 25 gli era parso di essere presente a una conferenza tenuta da Don Lemoyne agli alunni della quarta e della quinta, e aveva notato come ne mancassero molti; sceso poi in Maria Ausiliatrice durante la Messa della comunità, aveva osservato una diminuzione considerevole nel numero delle comunioni; appresso, ricevuto il rendiconto dei giovani suddetti, aveva dovuto lamentare l´assenza di non pochi. Ordinò di scrivere queste cose a Torino e di far sapere che al suo ritorno avrebbe palesato a ciascuno la parte da lui rappresentata nel sogno.

Annuncio di carestia (1886, MB XVIII, 169)

D´ora innanzi non avremo più sogni importanti da narrare. Il sogno di Barcellona fu l´ultimo dei grandi sogni di Don. Bosco. Altri ne narrò in seguito, ma di ordine meramente naturale e a scopo di ricreamento. Uno ne raccontò il 9 agosto. Aveva visto tanti contadini salire sopra un fienile e osservare di qua e di là se vi fosse fieno, ma non ne trovavano. Discesero nella stalla, guardarono nelle greppie e ne rinvennero qualche rimasuglio.

 - Ma come faremo? dicevano fra loro. La primavera è alla fine e siamo senza fieno.

- Non ci rimane altro, borbottava uno, che uccidere le vacche e mangiarci le loro carni.

- Ma e poi? ripigliava un altro. Faremo anche noi come fecero le vacche di Faraone, che si mangiavano fra loro.

Appresso vide tante belle valigie chiuse, che nessuno apriva. Egli si avvicinò e le aperse; erano piene di soldoni di rame.

 - Che vuol dire questo? chiese Don Bosco alla sua guida.

 - I ricchi, gli fu risposto, avranno queste monete, mentre diamanti, oro, argento, gemme, tutto passerà in mano dei poveri. I ricchi saranno spodestati e spogliati.

La Madonna predice la guarigione del chierico Olive (1886, MB XVIII, 253)

Non so se fossi sveglio o nel sonno, nemmeno potei accorgermi in quale camera od abitazione mi trovassi, quando una luce ordinaria cominciò a rischiarare quel luogo.

Dopo una specie di rumore prolungato apparve una persona intorniata da molte e da molte altre che si andavano avvicinando. Le persone, i loro ornamenti, erano così luminosi, che ogni altra luce restò come tenebre, a segno che non si poteva più tenere il guardo fisso sopra nessuno degli astanti.

Allora la persona che pareva alle altre di guida si avanzò alquanto e incominciò in latino a parlare così: Ego sum humilis ancilla quam Dominus misit ad sanandum Ludovicum tuum infirmum. Ad requiem ille iam erat vocatus; nunc vero ut gloria Dei manifestetur in eo, ipse animae suae et suorum curam adhuc habebit. Ego sum ancilla cui fecit magna qui potens est et sanctum nomen eius. Hoc diligenter perpende et quod futurum est intelliges. Amen.[30]

Dette queste parole l´abitazione ritornò nella prima oscurità ed io rimasi tutta la notte tra veglia e sonno, ma senza forza e come privo di cognizione. Al mattino mi sono dato premura di avere novella del giovane Ludovico Olive e mi venne assicurato che dopo una buona notte egli era entrato in reale miglioramento. Amen.

Ancella del Signore (1886, MB XVIII, 253-254)

La notte appresso rivide la medesima apparizione, che in lingua latina gli diede per il bene della Congregazione e dei giovani, parecchi avvertimenti da lui così riferiti.

Continuatio verborum illius, quae se dixerat anciliam Domini: - Ego in altissimis habito ut ditem filios diligentes me et thesauros eorum repleam. Thesauri adolescentiae sunt castimoniae sermonum et actionum. Ideo vos ministri Dei clamate nec unquam cessate clamare: Fugite partes adversas, sive malas conversationes. Corrumpunt bonos mores colloquia prava. Stolta et lubrica dicentes difficillime corriguntur. Si vultis mihi rem pergratam facere custodite bonos sermones inter vos et praebete ad invicem exemplum bonorum operum. Multi ex vobis p mittunt flores et porrigunt spinas mihi et Filio meo.

Cur saepissime confitemini peccata vostra et cor vestrum semper longe est a me? Dicite et operamini iustitiam et non iniquitatem. Ego sum mater quae diligo filios meos et eorum iniquitates detestor. Iterum veniam ad vos ut nonnullos ad veram requiem mecum deducam. Curam eorum geram uti gallina custodit pollos suos.

Vos autem, opifices, escote operarii bonorum operum et non iniqui­tatis. Colloquia prava sunt pestis quae serpit inter vos. Vos qui in sortem Domini votati estis, clamate, ne cessetis clamare, donec veniat qui vocabit

vos ad reddendam rationem villicationis vestrae. Deli Delictae meae esse cum filiis hominum, sed osane tempos breve est: agite ergo viriliter dum tempos habetis etc.[31]

Die 5 Ianuarii 1887.

 

La Madonna avverte la Congregazione (1886, MB XVIII 253-254)

La notte appresso rivide la medesima apparizione, che in lingua latina gli diede per il bene della Congregazione e dei giovani, parecchi avvertimenti da lui così riferiti.

Continuatio verborum illius, quae se dixerat anciliam Domini: - Ego in altissimis habito ut ditem filios diligentes me et thesauros eorum repleam. Thesauri adolescentiae sunt castimoniae sermonum et actionum. Ideo vos ministri Dei clamate nec unquam cessate clamare: Fugite partes adversas, sive malas conversationes. Corrumpunt bonos mores colloquia prava. Stolta et lubrica dicentes difficillime corriguntur. Si vultis mihi rem pergratam facere custodite bonos sermones inter vos et praebete ad invicem exemplum bonorum operum. Multi ex vobis p mittunt flores et porrigunt spinas mihi et Filio meo.

Cur saepissime confitemini peccata vostra et cor vestrum semper longe est a me? Dicite et operamini iustitiam et non iniquitatem. Ego sum mater quae diligo filios meos et eorum iniquitates detestor. Iterum veniam ad vos ut nonnullos ad veram requiem mecum deducam. Curam eorum geram uti gallina custodit pollos suos.

Vos autem, opifices, escote operarii bonorum operum et non iniquitatis. Colloquia prava sunt pestis quae serpit inter vos. Vos qui in sortem Domini votati estis, clamate, ne cessetis clamare, donec veniat qui vocabit

vos ad reddendam rationem villicationis vestrae. Deli Delictae meae esse cum filiis hominum, sed osane tempos breve est: agite ergo viriliter dum tempos habetis etc..[32]

Carestia (1887, MB XVIII  283-284)

Così accadde nella notte dal 2 al 3 marzo. Il segretario gli domandò la mattina dopo che cosa avesse sognato. Rispose che era un pasticcio qualsiasi, a cui non dava nessuna importanza e del quale una sola particolarità ricordava. Gli sembrava di aggirarsi per un terreno incolto e che una persona gli dicesse: - Tu ti affanni a coltivare terreni sulle rive del Rio Negro, mentre hai qui campi incoltissimi.

       - Oh, rispose Don Bosco, io lascerò crescere in questi l´erba, riducendoli a prati, che serviranno per dar da mangiare alle bestie.

      Intanto vedeva un bel ciliegio carico di frutti e sollecitava l´agricoltore a coglierne. Quegli obbedì; ma nello staccarle quelle ciliegie apparivano appassite e guaste.

      Un´altra notte, sul 24 marzo, sognò di trovarsi in mezzo ad una vigna, nella quale si vendemmiava. - Come mai? diceva Don Bosco. Siamo in primavera e già si vendemmia? Eppure che abbondanza di grappoli! Com´è bella quest´uva! Oh! quest´anno avremo un gran raccolto.

       - Sì, sì, gli rispondevano suo fratello Giuseppe e Buzzetti, che si trovavano fra i vignaiuoli. Bisogna raccogliere molto, mentre ce n´è, perchè a questo anno di abbondanza succederanno anni di carestia.

 - Perchè avremo carestia? chiese Don Bosco.

       - Perchè il Signore vuol punire gli uomini dell´abuso che si fa del vino.

       - Bisogna dunque, esclamò Don Bosco, fare larghe provviste per i nostri giovani.

Anche a questo sogno egli raccontandolo mostrò di non dare importanza, ma concluse sorridendo: - È un sogno!

Pene dell’inferno (1887, MB XVIII, 284-285)

La mattina del 3 aprile disse a Don Viglietti che nella notte precedente non aveva potuto prendere riposo, ripensando a un sogno spaventoso fatto nella notte del 2. Tutto questo aveva prodotto in lui un vero esaurimento di forze. - Se i giovani, gli diceva, udissero il racconto di quello che vidi, o si darebbero a una vita santa o fuggirebbero spaventati per non ascoltare sino alla fine. Del resto mi è impossibile descrivere ogni cosa, come sarebbe difficile rappresentare nella loro realtà i castighi riserbati ai peccatori nell´altra vita.

      Egli aveva veduto le pene dell´inferno. Sentì prima un gran rumore come di terremoto. Lì per lì non vi fece gran caso; ma il rumore andava gradatamente crescendo, finchè udì un rombo prolungatissimo, terrificante, misto a grida di orrore e di spasimo, voci umane inarticolate che confuse col fragore generale producevano un fracasso pieno di spavento. Sbigottito osservò intorno a sè qual potesse essere la causa di quel finimondo, ma non iscorse nulla. Il rumore ognor più assordante si avvicinava, nè più si poteva con gli occhi o con le orecchie distinguere ciò che avvenisse. Don Bosco continuò così a descrivere: - Vidi dapprima come una massa, un volume informe che man mano prese la figura di una formidabile botte di favolose dimensioni: di là uscivano le grida di dolore. Domandai spaventato che cosa fosse, che cosa significasse quanto io vedeva. Allora le grida, fino a quel punto inarticolate, si fecero più forti e più distinte, sicchè percepii queste parole: Multi gloriantur in terris et cremantur in igne. Poi vidi per entro a quella specie di botte persone d´indescrivibile deformità. Gli occhi uscivano dalle orbite; le orecchie quasi staccate dal capo pendevano all´ingiù; le braccia e le gambe erano slogate in modo raccapricciante. Ai gemiti umani si univano sguaiati miagolìi di gatti, rabbiosi abbaiamenti di cani, ruggiti di leoni, urli di lupi, voci di tigri, di orsi e di altri animali. Osservai meglio e fra quegli sventurati ne riconobbi alcuni. Allora sempre più esterrefatto domandai nuovamente che cosa volesse significare si straordinario spettacolo. Mi fu risposto: Gentitibus inenarrabilibus famem Palientur ut canes.

      Intanto col crescere del rumore cresceva innanzi a lui più viva e più distinta la vista delle cose; meglio conosceva quegli infelici, più chiare gli giungevano le loro strida, più opprimente si faceva il suo terrore. Interrogò gridando: Ma non vi potrà dunque essere rimedio nè scampo a tanta sventura? È proprio per noi tanto apparato di orrore, sì tremenda punizione? Che cose debbo fare io?

 - Sì, gli rispose una voce, vi è un rimedio, un rimedio solo. Affrettarsi a pagare i propri debiti con oro e argento.

 - Ma queste sono cose materiali.

- No; aurum et thus. Con la preghiera incessante e con la frequente comunione si potrà rimediare a tanto male.

      Durante questo dialogo più strazianti si facevano udire le grida, più mostruosi comparivano dinanzi a lui gli aspetti di coloro che le emettevano, sicchè, preso da mortale terrore, si svegliò.

Comando di aprire la casa di Liegi (1887, MB XVIII 438)

Don Viglietti la mattina dell´Immacolata, andato da Don Bosco per leggergli qualche cosa dall´Unità Cattolica, erasi sentito dire: - Prendi penna, calamaio e carta e scrivi quello che ti detto. E dettò: “ Parole letterali che la Vergine Immacolata, apparsami questa notte, mi disse: “Piace a Dio ed alla Beata Vergine Maria che i figli di S. Francesco di Sales vadano ad aprire una casa a Liegi in onore del Santissimo Sacramento. Qui incominciarono le glorie di Gesù pubblicamente, e qui essi dovranno dilatare le medesime sue glorie in tutte le loro famiglie e segnatamente tra i molti giovanetti che nelle varie parti del mondo sono o saranno affidati alle loro cure”. Il giorno dell´Immacolato Concepimento di Maria 1887”.

Don Cafasso (1887, MB XVIII 463)

In una delle notti seguenti, com´egli narrò il 24 ottobre, vide in sogno Don Cafasso, col quale visitò tutte le case della Congregazione,  comprese quelle d´America; vide le condizioni d´ognuna e lo stato d´ogni individuo. Disgraziatamente gli mancarono le forze per raccontare i particolari di quanto aveva veduto.

Sogno nn tramandato (1887, MB XVIII 465)

Verso la fine di novembre, una sera Don Lemoyne, andato a visitarlo, gli discorreva della disciplina tra i giovani e domandava qual fosse il modo migliore per rendere fruttuose le confessioni. Egli che parlava a stento e con respiro affannato gli disse: - La notte scorsa ho fatto un sogno.

 - Vorrà dire che ha avuto una visione.

       - Chiamala come vuoi, ma queste cose fanno crescere in modo spaventoso la responsabilità di Don Bosco in faccia a Dio. È vero però che Dio è così buono! - Così dicendo, piangeva.

       - Che cosa ha veduto in quel sogno? chiese Don Lemoyne.

       - Ho veduto il modo di avvisare i giovani studenti e il modo di avvisare gli artigiani; i mezzi per conservare la virtù della castità; i danni che toccano a chi viola questa virtù. Stanno bene, e a un tratto muoiono. Ah morire per il vizio! Fu un sogno di una sola idea, ma come splendida e come grande! Io però, adesso non posso fare un lungo discorso, non ho le forze per esprimere questa idea...

       - Ebbene, riprese Don Lemoyne, non si stanchi. Prenderò nota di quello che mi ha detto e altre volte le ricorderò a poco a poco i punti accennati e mi spiegherà come crede il suo sogno.

       - Fa´ pure così. L´argomento è troppo importante e quello che ho visto potrà servire di norma in tante circostanze.

      Sventura volle che Don Lemoyne, non credendo vicina la sua morte e trovandolo sempre stanco o assorbito da qualche lavoro, indugiasse a fargli le interrogazioni che si era proposte, e così il buon Padre partì per l´eternità senza dirgli più nulla.

Tibidabo (1886, MB XVIII 679)

Sabato aspettiamo Don Bosco di ritorno dalla Spagna per Modane. Delle cose spettacolose, colà avvenute dico nulla, perchè parte le avrai dai giornali e parte dalle lettere circolari. Aggiungo solo che il penultimo giorno che stette colà un comitato di Signori andò a fargli donazione di una montagna altissima sopra cui la tradizione dice avere Satana portato il Salvatore per mostrargli i regni del inondo e che conserva il nome: Tibi dabo. In un sogno precedente Don Bosco lo aveva sognato e quando ricevette in udienza i donatori si lasciò sfuggire di bocca: Dio me lo aveva detto. Spero che Don Lemoyne scriverà tutto a suo tempo. Sempre più ci persuadiamo che Don Bosco è uomo di Dio, e che noi siamo bene avventurati dì essere suoi figli, tu specialmente che ne sei il più illustre. Dio e la Madonna ti benedicano e ti aiutino a procurarti una splendida corona in cielo, dopo che avrai cinta con coraggio la corona di spine in sulla terra. Saluta la nobile tua Curia, o meglio la tua corte, tra cui il tuo segretario, e Don Costamagna, non che le suore, raccomandandomi alle loro preghiere. Sono con tutta stima ed affetto


 

 



[1] La titolazione in parte è presa da Zerbino P., I sogni di don Bosco, LDC, Torino- Leumann

In rosso sono i “sogni” posti in più nel testo AA.VV., Parola dal cielo. Sogni di S. Giovanni Bosco, Missaglia 1964.

In evidenza sono i sogni di cui si è redattta l’edizione critica.

[2] Edizione critica in Bosco G., Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Introduzione, note e testo critico a cura di Ferreira A. (ISS, Fonti, Serie prima, 4). Roma – LAS 1991

[3] Romero C., I sogni di Don Bosco. Edizione crìtica, L.D.C., Leumann To 1978, 81s.

[4] Idem; Stella P. Don Bosco nella religiosità cattolica. Mentalità religiosa e spirituale Vol II, LAS- ROMA, 1969.

[5] Idem.

[6] Idem.

[7] Idem.

[8] Idem.

[9] I Rev.mi Padri Francescani conservano il seguente documento, del quale cortesemente ci diedero copia: - Anno 1834 receptus fuit in conventu S. Mariae Angelorum Ord. Reformat. S. Francisci juvenis joannes.

[10] XLIII,20, V. Martini.

[11] TAVALLINI, La vita e i tempi di Giovanni Lanza. Vol. I,  pag. 150.

[12] Cfr. L´Osservatore Romano del 20 - 21 marzo 1929

[13] Era il coadiutore Giovanni Antonio Ferraris, libraio.

[14] La fillossera in Italia fu scoperta solo nel 1879; ma in Francia cominciò prima e se ne parlava molto anche da noi, sebbene con inesattezze derivate da conoscenza incompleta.

[15] In altri termini vuol dire: “ Quando a voi appare per divino volete un´anima separata dal corpo, essa presenta ai vostri occhi la forma esteriore del corpo che fu già da lei informato, e perciò a te pare che io abbia mani e piedi e capo ecc. ”.

[16] Lo raccontò poi di nuovo durante il Capitolo Generale, la sera del 28 settembre nel refettorio dopo cena, presenti parecchi Superiori, fra cui Don Lemoyne e Don Barberis, che subito dopo lo scrissero. Noi riferiamo la redazione di Don Lemoyne. In quella di Don Barberis si legge che Don Bosco domandò alla donna, « per la sua condizione ben vestita, con pulitezza e proprietà », chi fosse, e che ella rispose: « Non fa bisogno di sapere chi io mi sia. Va´, tieni a mente quanto hai udito, e poi non darti pensiero dalla bocca di chi sia uscito ». Parrebbe più naturale che riferissimo la relazione che ne fa pure Don Vespignani (L. c pag. 115 - 7); ma egli ha narrato a memoria dopo troppo lungo lasso di tempo. Tuttavia un particolare ci sembra da rilevare. Secondo lui, Don Picco avrebbe anche gridato: « Defezioni nell´Oratorio! persecuzioni contro L´Oratorio! ». Quindi l´autore commenta: « Noi che udimmo il racconto, fummo testimoni delle defezioni e persecuzioni succedutesi in quei giorni nell´Oratorio, e capimmo che il primo ad assaggiare le pastiglie della Madonna era stato il nostro padre Don Bosco ». Da Don Vespignani quella che per Don Lemoyne e Don Barberis è « una donna », vien detta « una Signora »: egli poi ha l´impressione che fosse la Madonna. Ciò che dice delle persecuzioni, è verissimo; ne avremo una prova fra tante nel capo seguente.

[17] Bonomo di refettoriere, che si piccava di poeta.

[18] Certo sotto l´impressione di questo sogno, il 21 settembre, presiedendo il Capitolo Superiore adunato a Sampierdarena e leggendosi, le notizie di Francia sull´espulsione dei religiosi, a chi lo interrogava se i Salesiani sarebbero stati scacciati, rispose: - No, no, no!

[19] Scrivendo al Guiol nell´ottobre del 1883, Don Bosco dice: “Tre anni or sono ”.

[20] Luogo di campagna dei Colle.

[21] Dev´essere stato un lapsus calami invece di potentissima, come appunto più sotto dopo Digiuno.

[22] Servi e strumenti di Dio Onnipotente, ascoltate e intendete. Siate forti e animosi. Quanto avete veduto e udito é un avviso del Cielo, inviato ora a voi e ai vostri fratelli; fate attenzione e intendete bene quello che vi si dice. I colpi previsti fanno minor ferita e si possono prevenire. Le parole indicate, siano tanti argomenti di processione. Predicate incessantemente, a tempo e fuori tempo. Ma le cose che predicate fatele sempre, sicché le vostre opere siano come una luce, che sotto forma di sicura tradizione s´irradi sui vostri fratelli e figli di generazione in generazione. Ascoltate bene e intendete. Siate oculati nell´accettare i novizi, forti nel coltivarli, prudenti nell´ammetterli [alla professione]. Provateli tutti, ma tenete soltanto il buono. Mandate via i leggieri e volubili. Ascoltate bene e intendete. La, meditazione del mattino e della sera sia costantemente nell´osservanza regolare. Se ciò farete, non vi verrà meno giammai l´aiuto dell´Onnipotente. Diverrete spettacolo al mondo e agli Angeli e allora la vostra gloria sarà gloria di Dio Chi vedrà la fine di questo secolo e il principio dell´altro dirà di voi: Dal Signore é stato ciò fatto, ed é ammirabile agli occhi nostri. Allora tutti i fratelli e figli vostri canteranno: Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria.

[23] Don Angelo Lago segretario particolare di Don Rua, morto in concetto di santità nel 1914

[24] Il santo coadiutore, matematico, poliglotta e campanaro.

[25] Realizzazione el sogno MB XIX , 366-367.

[26] Tutte le particolarità topografiche che precedono e che seguono, sembrano indicare la casa di Fortìn Mercedes, sulla riva sinistra dei Colorado. É casa di formazione dell´Ispettoria di S. Francesco Saverio, con studentato numeroso, scuole professionali, scuola d´agricoltura, museo regionale e santuario, meta di pellegrinaggi.

[27] Forse si voleva dire di Mons. Domenico Cruz, Vicario Capitolare della diocesi di Concepción.

[28] Nell´Oratorio il 18 dicembre morì l´artigiano Garino Antonio; il 25 l´artigiano Pisano Stefano.

[29] Di quella terra Don Bosco per ischerzo aveva creato conte il coadiutore Rossi.

[30] lo sono l´umile ancella mandata dal Signore a guarire il tuo Ludovico infermo. Egli era già chiamato al riposo; ora invece, affinchè si manifesti in lui la gloria di Dio, avrà ancora da pensare all´anima sua e a quelle de´ suoi. Io sono l´ancella, alla quale ha fatto cose grandi colui che è potente, e santo è il suo nome. Rifletti attentamente a questo e capirai quello che deve avvenire. Amen.

[31] Continuano le parole di colei, che si era detta l´ancella del Signore: - Negli altissimi cieli io ho la mia stanza, per far ricchi coloro che che amano e riempiere i loro tesori. Tesori dei giovani sono castigate parole e caste azioni. Perciò voi, ministri di Dio, alzate la voce e non stancatevi mai di gridare: Fuggite le cose contrarie, ossia i cattivi discorsi. I discorsi cattivi corrompono i buoni costumi. Coloro che hanno un parlare insensato e lubrico, assai difficilmente si correggono. Se volete farmi cosa molto gradita, procurate di tenere buone conversazioni fra voi e datevi scambievolmente esempio di ben operare. Molti di voi promettono fiori e porgono spine a me e al mio Figlio.

Perchè fate confessioni così frequenti e il vostro cuore è sempre lontano da me? Dite e fate il bene e non il male. Io sono madre che amo i miei figli e detesto le loro colpe. Ritornerò a voi per condurre alcuni al vero riposo. Mi prenderò cura di essi come la gallina custodisce i suoi pulcini.

E voi, artigiani, siate artefici di opere buone e non d´iniquità. I cattivi discorsi sono una peste che serpeggia in mezzo a voi. Voi, chiamati ad amministrare l´eredità del Signore, alzate la voce, non vi stancate di gridare finchè venga colui che chiamerà voi a render conto della vostra amministrazione. È mia delizia lo stare con i figliuoli degli uomini. Ma il tempo è breve; dunque, finchè tempo avete, fatevi animo.

[32] Continuano le parole di colei, che si era detta l´ancella del Signore: - Negli altissimi cieli io ho la mia stanza, per far ricchi coloro che che amano e riempiere i loro tesori. Tesori dei giovani sono castigate parole e caste azioni. Perciò voi, ministri di Dio, alzate la voce e non stancatevi mai di gridare: Fuggite le cose contrarie, ossia i cattivi discorsi. I discorsi cattivi corrompono i buoni costumi. Coloro che hanno un parlare insensato e lubrico, assai difficilmente si correggono. Se volete farmi cosa molto gradita, procurate di tenere buone conversazioni fra voi e datevi scambievolmente esempio di ben operare. Molti di voi promettono fiori e porgono spine a me e al mio Figlio. Perchè fate confessioni così frequenti e il vostro cuore è sempre lontano da me? Dite e fate il bene e non il male. Io sono madre che amo i miei figli e detesto le loro colpe. Ritornerò a voi per condurre alcuni al vero riposo. Mi prenderò cura di essi come la gallina custodisce i suoi pulcini. E voi, artigiani, siate artefici di opere buone e non d´iniquità. I cattivi discorsi sono una peste che serpeggia in mezzo a voi. Voi, chiamati ad amministrare l´eredità del Signore, alzate la voce, non vi stancate di gridare finchè venga colui che chiamerà voi a render conto della vostra amministrazione. È mia delizia lo stare con i figliuoli degli uomini. Ma il tempo è breve; dunque, finchè tempo avete, fatevi animo.