Família Salesiana

Lettera del RM Don E. Vecchi a VDB e SDB nel 80mo dell´Istituto

LETTERE DEL RETTOR MAGGIORE - JUAN VECCHI

LETTERA ALLE VOLONTARIE DI DON BOSCO,
AI SALESIANI E AI GRUPPI DELLA FAMIGLIA SALESIANA
IN OCCASIONE DELL’80º DELL’INIZIO DELL’ISTITUTO


- Introduzione
- Le novità dello Spirito di Dio
- Il ministero del Rettor Maggiore
- La Salesianità dell´Istituto
- Un dato che interpella i Salesiani e la Famiglia Salesiana
- La secolarità consacrata
- Le originalità della secolarità consacrata
- La consacrazione "qualifica" la secolarità
- La secolarità "definisce" la consacrazione
- La missione dei secolari consacrati
- Una spiritualità salesiana originale
- Conclusione.


Roma, 24 maggio 1997
Festa di Maria Ausiliatrice


Cari Confratelli,
Le visite a diverse parti della Congregazione mi hanno fatto vedere l’interesse di Ispettorie e comunità locali per gli orientamenti del CG24. In alcuni posti si è ancora al primo approccio, mentre in altri si stanno già indicando linee concrete di animazione per le comunità educative pastorali, per la Famiglia Salesiana e per il Movimento Salesiano.
Mi sono pure convinto della fecondità di questi tre ambiti di lavoro che ci consentono di aggregare numerosi laici, mettere a frutto quello che essi portano come vocazione, professionalità o affinità con il nostro spirito e renderli corresponsabili della missione salesiana attraverso processi formativi adeguati.
In particolare, rilevo che la Famiglia Salesiana, sulla quale ebbi già opportunità di scrivervi, si va consolidando mediante la crescita di ogni singolo gruppo e l’attenzione all’insieme. Sono due movimenti simultanei. Ogni gruppo è chiamato ad estendersi incorporando nuovi membri, a rafforzarsi all’interno con un programma di formazione, a rendersi autonomo nelle iniziative apostoliche e nell’organizzazione. Nell’insieme, d’altro canto, si favorisce la comunicazione, si stabilisce un coordinamento conforme a vantaggi ed esigenze concrete, senza schemi rigidi, ci si offre appoggio vicendevole, si approfondisce la spiritualità comune.
Proprio in questa prospettiva di aiutare i singoli gruppi a crescere e guardare all’insieme, mi è sembrato conveniente offrire anche a voi il testo della lettera che ho scritto per le Volontarie di Don Bosco, su loro stessa richiesta, in occasione dell’ottantesimo della fondazione del loro Istituto.
Gioverà, mi dicevo, che tutta la Famiglia conosca meglio questo Istituto, che al presente conta quasi 1300 membri, con 150 gruppi e sottogruppi, sparsi in 44 nazioni, e che può ancora estendersi in molti paesi, dove altri gruppi della nostra Famiglia spirituale sono già all’opera. E allo stesso tempo, una riflessione sulla loro identità aiuterà noi Salesiani e l’intera Famiglia a capire meglio una delle dimensioni della nostra missione: quella laico-secolare, che proprio in questo sessennio ci siamo proposti di assumere con decisione, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze pratiche.
La lettera dovrà pure portare conseguenze pratiche riguardo all’assistenza spirituale che, conforme ai nostri Regolamenti (cf. art. 40), dobbiamo dare alle VDB e che in questo momento si presenta con esigenze nuove per la situazione del mondo e per l’ora che vive la Chiesa.
Affido dunque questa lettera alla vostra attenta lettura, anche come ringraziamento al Signore e come testimonianza di affetto verso le nostre sorelle Volontarie. Essa riguarda il nostro carisma, il nostro spirito, la nostra missione e la nostra Famiglia.


* * *

Carissime Sorelle in don Bosco,
Fin dal primo incontro con il vostro Consiglio Centrale, mi è stato rivolto l’invito a scrivere una lettera, indirizzata all’Istituto, nella quale, a partire dalla ricorrenza degli 80 anni dell’inizio dell’Istituto, potessi offrire uno stimolo al cammino di rinnovamento, da voi intrapreso nella luce del Concilio Vaticano II.
Volentieri compio ora il vostro desiderio. Esso si pone in continuità con la riflessione del CG24 dei Salesiani che hanno voluto approfondire il senso della condivisione e della comunione nello spirito e nella missione di don Bosco con i laici, la cui vocazione è segnata dall’indole secolare: e voi rappresentate per noi una categoria privilegiata di secolari, quasi un punto di fusione e d’incontro tra l’esperienza dei religiosi e quella dei laici.
La lettera mi dà l’occasione di ripensare il significato e il valore del carisma salesiano, vissuto nella secolarità consacrata; e di cogliere, nella memoria di un fatto che potrebbe essere considerata solo di calendario, un evento di grazia che richiama tutti i membri della Famiglia Salesiana ad una presa di coscienza e ad un impegno rinnovati.
Non vorrei ripetere cose da voi fin troppo conosciute, che con tanta attenzione cercate di tradurre nella concretezza della vita. Pensando, però, ai vari gruppi della Famiglia Salesiana, mi sembra opportuno riprendere alcune affermazioni che sono già patrimonio acquisito della Chiesa e dovrebbero far parte della nostra comune visione e mentalità.
Voi, come Istituto secolare, rappresentate un fenomeno caratteristico nella Chiesa. Soffermarsi a considerare gli aspetti che costituiscono la vostra novità e le radici della vostra originalità, aiuterà tutti noi ad essere più consapevoli e più fedeli alla vocazione salesiana.


1. Le novità dello Spirito di Dio.
La vostra vocazione alla consacrazione nella secolarità prende forma nel contesto storico ed ecclesiale della nascente postmodernità.
L’umanità si trova ad una svolta cruciale della propria storia, caratterizzata da molti segni positivi ed altrettanti ambigui. Tra questi emerge la tendenza a pensare che possa bastare a se stessa e non abbia perciò bisogno di Dio e del sacramento della Chiesa nella costruzione e nello sviluppo della propria vita. Assistiamo a un pericoloso divorzio tra progresso tecnico scientifico e fede nel Dio vivente, che viene relegata nel privato.
Lo affermava Paolo VI, nel XXV della Provida Mater: “Il problema più grave dello sviluppo presente è quello del rapporto tra ordine naturale e ordine soprannaturale”.
I segni di questa tendenza ci interpellano con insistenza. Da un verso si eclissa il riferimento religioso in molti ambiti della vita pubblica e sociale; dall’altro, si osserva una tendenza verso esperienze vagamente spirituali che comportano una fuga dall´esistenza concreta.
La Chiesa, da parte sua, si è soffermata con particolare attenzione sul cammino della vita consacrata, riconoscendo le varie forme in cui si è già espressa e la sua apertura a nuove realizzazioni ancora non immaginate. È la novità dello Spirito che si fa presente in ogni tempo.
La consacrazione secolare rappresenta una di queste novità i cui segni la Chiesa non ha smesso di cogliere e discernere. Le tappe fondamentali le conoscete, perché le avete seguite con personale coinvolgimento: dalla Provida Mater (1947), al primo Congresso Internazionale degli Istituti secolari (1970 ), fino all’Esortazione Apostolica Vita Consecrata (1995) e alla celebrazione dei 50 anni della Provida Mater (1997). Sapete anche valutare la ricchezza di indicazioni che vi hanno offerto i Sommi Pontefici, da Pio XII a Giovanni Paolo II.
Il vostro Istituto ha seguito con slancio il cammino di rinnovamento voluto dal Concilio e nelle Assemblee Generali ha saputo approfondire i vari elementi costitutivi del carisma.
Dopo il riconoscimento pontificio dell’Istituto (7 agosto 1978), avete vissuto con profondità e ricchezza di spiritualità la riformulazione delle Costituzioni.
La beatificazione di don Filippo Rinaldi (1990) ha dato ulteriore impulso al vostro rinnovamento, accompagnato dal Rettor Maggiore don Egidio Viganò che vi è stato paternamente vicino con la parola e con la simpatia, con la riflessione e l’orientamento pratico.
Nel frattempo vi siete estese a nuove regioni ed il vostro numero è aumentato senza interruzione, mentre consolidavate la vostra organizzazione per l’animazione e vi davate efficaci strumenti per la formazione. Il vostro Istituto si presenta oggi numeroso, ben fondato e fecondo in vocazioni, capace di autonomia.
L’attuale situazione religiosa e sociale rende più urgente considerare chi siete e come vi collocate nella Chiesa e nella Famiglia Salesiana.
Riconosciamo tutti che c’è “un gettito ininterrotto di gemme nuove, un fiorire insospettato di iniziative di santità” (per usare le parole di Paolo VI) nella Chiesa e, per la nostra parte, nella Famiglia di don Bosco. E sentiamo che è a beneficio di tutti prenderne coscienza.


2. Il ministero del Rettor Maggiore.
Leggo dalle vostre Costituzioni: “La fondazione, il progetto di vita, la tradizione inseriscono l’Istituto nell’ambito della Famiglia Salesiana, e come parte di essa è stato riconosciuto ufficialmente.
L’Istituto vede nel Rettor Maggiore dei Salesiani, successore di don Bosco, il padre dell’intera Famiglia, colui che è chiamato a promuovere fra i vari gruppi e membri l’unità di spirito e la fedeltà alla comune missione”.
In forza della coscienza comune di una paternità che deriva da don Bosco e in fedeltà al compito affidatomi di custode e promotore dello spirito salesiano, in armonia con le differenti realizzazioni della vocazione salesiana, mi addentro in questa riflessione sulla secolarità consacrata.
Lo farò collocandomi da prospettive molteplici e complementari: la Famiglia Salesiana nella sua globalità, l’originalità dell’Istituto secolare delle VDB, il rapporto delle Volontarie con la Congregazione, lo spirito salesiano nelle sue differenti coloriture a seconda del Gruppo e altre simili.
Lo stile della presente vuole restare quello di una lettera fraterna ed orientativa. Unirà, perciò, apporti di riflessione e stimoli di orientamento.
È una lettera rivolta a voi, carissime Sorelle; ma offerta per una sua attenta lettura a tutti i Gruppi della Famiglia Salesiana. Contribuirà, lo spero, all’arricchimento mutuo mediante la conoscenza e la comunicazione dei doni di ciascuno. Ciò darà sviluppo allo spirito di don Bosco che voi condividete ed arricchite con una realizzazione originale.
L’avvenimento degli 80 anni di fondazione del vostro Istituto diventa così un evento di grazia e di fedeltà che coinvolge tutti noi della Famiglia.


3. La “Salesianità” dell’Istituto.
Molto è stato detto e scritto al riguardo. Voi ne avete condensato la sostanza nell’articolo 5 delle Costituzioni: “Le Volontarie vivono la loro vocazione facendo proprio il carisma salesiano che le qualifica nella Chiesa e nel mondo.
La carità pastorale, nucleo centrale dello spirito di don Bosco, le fa particolarmente sensibili e aperte ai valori umani ed evangelici che il Santo attinse al cuore di Cristo.
Come don Bosco confidano totalmente in Maria Ausiliatrice, perché sanno che Ella continua nella storia “la missione di Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiani””.
Potrebbe risultare superfluo soffermarsi su questo punto della vocazione della VDB, se si tiene conto della vostra origine e del vostro sviluppo. Tuttavia, trovo interessante portare, ancora una volta, sebbene brevemente, la vostra attenzione su di esso, perché è alla radice della vostra originalità tra gli Istituti secolari e, all’interno stesso della Famiglia Salesiana, costituisce un’espressione tipica.
Voi stesse definite la salesianità “qualificante nella Chiesa e nel mondo”. Fatene il segno distintivo: gli altri riconoscano in voi la radice salesiana. La vita dimostri il legame che avete con la realtà salesiana, perché il pensare e l’agire, le scelte e i criteri, le parole e la testimonianza della vita esprimano e diffondano, nella Chiesa e nel mondo, lo spirito salesiano.
Don Egidio Viganò, nella lettera a voi indirizzata nel 1979, vi ricordava che “la salesianità non è un aggiuntivo alla vostra consacrazione, ma sostanza stessa che la costituisce e la fa vivere”.
Ciò significa che la consacrazione che voi vivete, o trova esplicitazione in alcuni valori tipici della vita evangelica vissuta nello spirito salesiano, oppure non può avere la rilevanza che la Chiesa richiede con il riconoscimento ufficiale accordato.
In maniera molto rapida e con espressione forse un po’ sintetica vorrei ricordarvi: la santificazione vostra o è salesiana o non è.
È questa la “qualifica” di cui parla l’articolo costituzionale. Essa non riduce gli spazi e non scolora la vivacità dell’essere secolare. Tutt’altro. Sostiene, vivifica e orienta il cammino delle persone che vivono nel secolo, con la radicalità tipica di una consacrazione.
La riuscita è per voi nell’armonia, attorno e per forza della salesianità, delle dimensioni che volete comporre.
Su questo punto non influisce il riserbo. Vi possono conoscere e potete manifestarvi apertamente come discepole e seguaci di don Bosco nel vostro impegno di santità.


4. Un dato che interpella i Salesiani e la Famiglia Salesiana.
La riflessione sulla salesianità che vi distingue, provoca in me una domanda: l’Istituto delle Volontarie è sufficientemente conosciuto dai miei Confratelli e da tutti i membri della Famiglia Salesiana?
Non è una domanda retorica. Alcune espressioni ricorrenti nelle nostre comunità e gruppi, che riporto in forma semplificata, evidenziano dimensioni del problema e interrogativi da non trascurare.
Ad alcuni non risulta chiara la vostra identità. La vedono a metà strada tra quella delle suore e quella dei laici, perché senza segni visibili di definizione! Ciò spiega, probabilmente, la loro difficoltà nel parlare della vostra vocazione.
Ad altri fa specie la riservatezza. Sembra loro che vi obblighi ad un difficile esercizio di presenza-assenza, vi costringa a forme di evangelizzazione poco incisive e riduca le possibilità vocazionali.
Altri, infine, si pongono domande circa il vostro coinvolgimento reale nella società secolarizzata per proporre strade evangeliche a tanti fratelli e sorelle che, immersi nel consumismo, hanno smarrito il senso del vivere. Pensano la vostra presenza più connaturale alla Chiesa che all’ambiente secolare.
Se questi interrogativi esistono, ciò potrebbe significare che anche noi Salesiani dobbiamo conoscere meglio l’effettiva identità dell’Istituto secolare, sia all’interno che all’esterno della Famiglia Salesiana. Mi auguro quindi che la presente lettera abbia un seguito di riflessione nelle comunità dei Salesiani.
La vocazione salesiana ha bisogno di molte espressioni, capaci di entrare nella vita quotidiana, con originalità differenti: quella delle Volontarie è tipica e significativa per l’armonia tra la scelta dell’evangelizzazione e l’inserimento nei contesti umani ordinari. Ha dunque spazi propri e forme singolari di presenza e di intervento.


5. La secolarità consacrata.
Voi VDB siete, quindi, salesiane e vi contraddistingue una caratteristica: la secolarità consacrata.
Molto opportunamente, nella vostra IV Assemblea generale, ponete a fondamento della riflessione sulla secolarità consacrata il mistero e il criterio dell’Incarnazione. Da questa prospettiva si possono rileggere il senso della consacrazione secolare e la spiritualità che deve sostenere la vostra vita.
Considerando quanto voi stesse avete già offerto alle vostre Sorelle, indico ulteriori passi da compiere nello sviluppo della vocazione di una VDB.
Mi rendo conto, fin dall’inizio, che sono molti i problemi ancora aperti, a proposito della consacrazione secolare. Un esempio semplice ma immediato è l’uso indistinto o preferenziale delle espressioni “secolarità consacrata” oppure “consacrazione secolare”. Nel differente modo di esprimersi c’è una sfumatura non priva di importanza.
Non è mia intenzione affrontare tutti i problemi, né considerarli nei vari aspetti: ciò comporterebbe un’ampia trattazione di teologia, di diritto, di spiritualità. Mi colloco piuttosto dalla parte della Famiglia Salesiana, per aiutarla a comprendere, e dalla vostra, per incoraggiarvi a realizzare pienamente la vostra vocazione.
Bisogna riconoscere che la secolarità (e conseguentemente la secolarità consacrata) è uno stato di vita in continuo movimento. Situazioni cangianti si trovano infatti ogni giorno nel campo della famiglia, dell’economia, della vita sociale, delle scelte politiche, insomma, dell’impegno umano.
Ci sono però punti di riferimento definitivamente acquisiti. Un testo del Perfectae Caritatis. mette a fuoco il significato e l’orientamento degli Istituti secolari. “Gli Istituti secolari, dice, pur non essendo istituti religiosi, comportano tuttavia una vera e completa professione dei consigli evangelici nel mondo, riconosciuta dalla Chiesa. Tale professione conferisce una consacrazione a uomini e donne, laici e chierici che vivono nel mondo.
Perciò essi tendano anzitutto a darsi totalmente a Dio nella perfetta carità, e gli istituti stessi conservino la loro propria e speciale indole, cioè quella secolare, per essere in grado di esercitare efficacemente e dovunque quell’apostolato, nel mondo e quasi dal di dentro del mondo, per il cui esercizio essi sono sorti.
Tuttavia sappiano che non potranno assolvere un compito così importante, se i loro membri non riceveranno una tale formazione nelle cose divine e umane da diventare realmente lievito nel mondo per il vigore e l’incremento al Corpo di Cristo. I superiori perciò seriamente procurino di dare ai loro membri un’istruzione specialmente spirituale e di sviluppare ulteriormente la loro formazione”.
La lunga citazione mi serve per riaffermare le cose fondamentali volute ed espresse dal Concilio, la cui portata reale non è però ancora da tutti assimilata. Il soffermarci a commentarle gioverà a sciogliere gli interrogativi cui accennavamo sopra.

Un’indole propria.
Il testo conciliare afferma che gli Istituti secolari non sono istituti religiosi. C’è qui una distinzione capitale: la vita consacrata secolare costituisce un “tipo” differente dalla vita consacrata religiosa.
“Voi, diceva Paolo VI agli Istituti secolari, arricchite la Chiesa di oggi di una particolare esemplarità nella sua vita secolare, vivendola come consacrati; e di una particolare esemplarità nella sua vita consacrata vivendola come secolarità”.
L’esemplarità sui due versanti richiede considerazione attenta. La secolarità non è una parvenza, una condizione sociologica esteriore di vita, né solo un insieme di atteggiamenti interiori, ma è contenuto della consacrazione e della spiritualità.
La consacrazione, dal suo canto, non rappresenta un fattore santificante aggiunto, ma affonda nel senso della secolarità ed esprime l’anima di ogni Istituto secolare in quanto non solo “collocato” ma incarnato nel mondo.

La consacrazione, da parte dei membri degli Istituti secolari, è completa e vera.
È una consacrazione moralmente perfetta, nella misura del dono di grazia comunicato a ciascuno, quanto gli altri tipi di consacrazione. Non è di proporzioni ridotte, di secondo ordine; e nemmeno è parte di una vita religiosa “allargata”, quasi ne fosse un esemplare acclimatato. Non è nemmanco una sua derivazione. Lo Spirito non si ripete.
È una consacrazione originale che si esprime nell’ambito di una istituzione nuova. È completa perché consente un dono totale di carità a Dio e agli uomini, il che la fa essere autentica nonostante certe parvenze mondane.
Si tratta di una vita evangelica, caratterizzata non dalla separazione esteriore, psicologica o spirituale
dal mondo, ma dal libero dispiegarsi dei consigli evangelici nel cuore delle realtà del mondo, in vista della totale offerta a Dio e della salvezza degli uomini.
In quanto tale, la vita consacrata nella secolarità percepisce le necessità spirituali del mondo in cui è inserita ed assume le aspirazioni più vere e profonde del mondo; ma presenta pure una scala di valori alternativi a quelli che il mondo, chiuso in se stesso, propone. Critica dunque, con la testimonianza e con l’attività, la situazione di stallo in cui spesso vive il mondo; silenziosamente diviene per i singoli e per la società modello ispiratore.

La consacrazione dei membri degli Istituti secolari è “secolare”, vissuta cioè in mezzo al mondo.
Alcuni hanno posto in dubbio la possibilità di una consacrazione secolare. Probabilmente perché non considerano correttamente il senso della consacrazione, come donazione di carità.
La carità si adatta ed è capace di penetrare tutto il creato. Può essere vissuta in ogni stato di vita, in ogni ambiente sociale. Può giungere alla sua piena fioritura anche restando in contatto con la realtà più materiale o corporale di questo mondo.
Certo, alcune condizioni sono necessarie. Il Vangelo le enuncia e l’esperienza della Chiesa le esplicita. Ma tra queste non c’è la clausura o la necessità di ricopiare la vita religiosa.
La pienezza della carità emerge come una parabola, narrata dallo Spirito Santo nel tempo della Chiesa, nei tempi degli uomini, attraverso modalità continuamente nuove.
In verità questo aspetto rappresenta un punto di difficile conversione, anche nella nostra Famiglia Salesiana, per quanti non conoscono direttamente gli Istituti secolari, oppure non sono sufficientemente aperti all’azione dello Spirito che “soffia dove vuole”.

I membri degli Istituti secolari possono essere uomini e donne, laici e sacerdoti.
La determinazione non è secondaria. Potrebbero essere approfonditi i quattro accenni legati alla differenza di genere e alla diversa collocazione nella Chiesa, domandandosi perché si è voluto esplicitare tale enumerazione.
La conclusione fondamentale è che la consacrazione secolare costituisce “l’indole originale comune”, assume tutte le diverse condizioni o tratti in una sintesi particolare, arricchendole e arricchendosi con esse.
Non approfondisco il tema della consacrazione secolare femminile, che vi riguarda direttamente. Potrà essere considerato in altro momento.
Mi piace invece ricordare in questa circostanza che, in armonia con le Volontarie di don Bosco, hanno avuto inizio i “Volontari con don Bosco”. Si tratta di un inizio di Istituto secolare maschile, che in questo momento vive in vari Paesi del mondo salesiano e sta crescendo sia numericamente, sia come qualità di presenze. È un vero dono del Signore!.
L’esperienza che la Congregazione ha con le VDB sarà messa a frutto per arrivare ad una buona conclusione anche con i Volontari CDB.
Tutte queste categorie hanno una condizione comune: la consacrazione vissuta nella condizione secolare e la secolarità assunta fino alla consacrazione.

Caratteristica degli Istituti secolari è la secolarità.
L’immagine che dipinge la loro presenza e azione è quella del lievito. Parlando dei secolari consacrati, così si esprimeva Pio XII: Vivono in mezzo al mondo, il loro apostolato è fatto con i mezzi del mondo, la loro azione è diretta alla santificazione del mondo, ed opera a modo di lievito; tutta la loro vita è apostolato e deve tradursi in apostolato.
La secolarità che è propria della vocazione dei singoli configura gli Istituti medesimi. La loro forma di stare nel mondo è quella del fermento nella pasta. Inutile chiedere loro una maggiore visibilizzazione. In essi la professione non comporta forme organizzate di fraternità in cui si esprime una nuova appartenenza. L’ubbidienza non determina un luogo o un tipo di lavoro apostolico e la povertà non implica la rinuncia personale ai beni e ai guadagni. La castità, che esprime la scelta di amore a Dio ed agli uomini, è vissuta in una forma adeguata più a suscitare domande che a manifestare con immediatezza un’opzione religiosa.
L’essere lievito investe tutta l’esistenza dei singoli e conforma il progetto dell’Istituto.
La finalità cui si tende è duplice. D’un verso c’è la santificazione del mondo attraverso una presenza cristiana, espressa nella forma radicale della vita consacrata, cosciente ed operante. D’altro verso, si è immersi nel mondo e, per così dire, si agisce dal suo interno, anche per il rinvigorimento e la crescita del Corpo di Cristo.
I laici sono un fermento nel mondo. Gli Istituti secolari lo sono anche nella Chiesa che vive nel mondo. Loro missione particolare è animare il laicato, se l’Istituto è laico; il sacerdozio, se i suoi membri sono sacerdoti.

I responsabili degli Istituti secolari hanno un compito primario e quasi unico: la formazione spirituale dei membri.
Non spetta ai responsabili dirigere l’apostolato dell’Istituto, come farebbero dei superiori religiosi. Essi non possono pensare di disporre delle persone, per chiedere loro dei compiti pastorali in una struttura comunitaria; dovranno lasciarle dove Dio le ha poste, perché diventino nel mondo e tra la gente centri di irradiazione.
La povertà delle strutture materiali serve per restare nella discrezione apostolica, propria di secolari consacrati.
I responsabili, liberi dalle preoccupazioni di organizzazione apostolica, si dedicano alla formazione dei membri. Questi devono essere abilitati a vivere in forma piena ed efficace l’apostolato legato alla propria professionalità e al contesto socio-culturale in cui si esprime. In questo risiede la forza del lievito.


6. le originalità della secolarità consacrata.
Ci sono due aspetti inscindibili della vostra vocazione: la consacrazione e la secolarità. E non sono giustapposti o collegati in qualsiasi modo, ma mutuamente compenetrati.
Ora è illuminante domandarsi: perché “qualificare” la secolarità degli Istituti secolari con il termine “consacrata”?
E perché “definire” la consacrazione degli Istituti secolari con la specificazione di “secolare”?
L’accostamento dell’uno all’altro termine fa sorgere una quantità di domande e apre altrettante linee di riflessione.
“Qualificare” infatti significa potenziare, portare verso il senso più vero, estrarre quanto di buono c’è in una realtà, migliorare. “Definire”, poi, sottolinea i confini entro cui muoversi; chiarisce modalità di vita, contenuti di spiritualità, forme di azione.
La riflessione aiuterà i Gruppi della Famiglia Salesiana a vivere alcune caratteristiche della comune vocazione salesiana. Voi, infatti, evidenziate realtà che interessano tutti noi e che ciascun Gruppo è chiamato ad assumere conforme alla propria identità.


6.1. La consacrazione “qualifica” la secolarità.

Le affermazioni del magistero della Chiesa sono numerose e costanti nel richiamare l’impegno della secolarità agli Istituti secolari.
““Secolarità” indica la vostra inserzione nel mondo, diceva Paolo VI ai responsabili generali degli Istituti Secolari. Essa non significa soltanto una posizione, una funzione, che coincide col vivere nel mondo esercitando un mestiere, una professione “secolare”. Deve significare innanzitutto presa di coscienza di essere nel mondo come luogo a voi proprio di responsabilità cristiana”.
Queste parole mettono in chiaro acquisizioni conciliari di grande interesse che stanno alla base della esperienza della secolarità vissuta fino alla consacrazione. Ne specifico alcune.

La bontà del mondo.
L’affermazione ci riporta ad una rinnovata visione della realtà secolare in cui siamo tutti inseriti.
“Mondo” ha molti significati. Alcuni biblisti contano ben nove sensi diversi con cui questo termine ritorna nel linguaggio della Scrittura. Non interessa a noi elencarli tutti.
In questa sede, va inteso secondo il significato delineato dalla Gaudium et Spes: “(Il mondo è) l’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni dei suoi sforzi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie, il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall’amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma dal Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del maligno, liberato e destinato secondo il disegno divino a trasformarsi e a giungere al suo compimento”.
Il termine “mondo” si riferisce a tutte quelle realtà che costituiscono il vivere quotidiano, la trama dei rapporti che si stabiliscono tra le persone: rapporti di geografia, cioè di vicinanza e di territorio; rapporti di storia e di cultura, costruite insieme con fatica e di cui oggi si usufruisce, in bene e in male; infine rapporti sociali che danno origine alle nostre città.
Ben a ragione amate dire, voi secolari consacrate, che “secolari si nasce”. E ciò perché si nasce “umani” inseriti nel secolo.
La bontà a cui si fa riferimento mette in evidenza la presenza di Dio nel mondo. In esso opera sin dall’inizio l’amore e la Provvidenza del Padre, la redenzione del Figlio e l’animazione dello Spirito. Questo riconoscimento non è un dato spontaneo, né automatico. È frutto di grazia, conseguenza di una risposta responsabile di un credente.
Quando la risposta comporta anche l’assunzione in Cristo della realtà “mondo” per collaborare al suo compimento; quando ci si orienta alla realizzazione del Regno, per cui si pone tutta la propria esistenza, i doni e i talenti, le capacità e i valori, a disposizione, allora non si è più “secolari” soltanto per nascita o natura, ma lo si diventa per una chiamata ed una scelta vocazionale di partecipare alla storia della salvezza, abitando il cuore del mondo per trovare ed esprimere in esso l’amore di Dio.
Quanta sensibilità “salesiana” ritroviamo nell’atteggiamento di assumere la “secolarità” come compito da realizzare!
Siamo educatori; ci preoccupiamo della promozione umana nel nostro quotidiano impegno apostolico; abbiamo a che fare con la persona, con la cultura, il lavoro, la società; la ragione insieme alla fede orienta il nostro approccio alle situazioni; l’umanesimo conforma la nostra spiritualità! La nostra Famiglia include una dimensione secolare espressa nelle più svariate figure: i cooperatori, gli ex-allievi. All’interno stesso della Congregazione ci sono i confratelli coadiutori che fondono consacrazione religiosa e laicità.

La missione è essenziale per una vocazione di consacrato secolare.
Il documento Primo Feliciter scriveva: “Tutta la vita dei membri degli Istituti Secolari, consacrata a Dio con la professione della perfezione, deve convertirsi in apostolato”.
Fa eco il Canone 713,1: “I membri (degli Istituti secolari) esprimono e realizzano la propria consacrazione nell’attività apostolica e come un fermento di sforzano di permeare ogni realtà di spirito evangelico per consolidare e far crescere il Corpo di Cristo”.
Gli Istituti secolari sono nati per questo. La riconosciuta bontà del mondo diventa, per vocazione, impegno per l’uomo.
È la prospettiva più feconda che deriva dal mistero dell’Incarnazione.
Ci si santifica non “nonostante” l’inserzione nel mondo, ma attraverso essa. La sequela Christi trova nella realtà del mondo un suo luogo di realizzazione e di sviluppo.
C’è unità tra vocazione cristiana e missione. La consacrazione “secolare” non distacca dal mondo, ma immerge più profondamente in esso, fin dove si coglie il suo senso e si intuisce il suo destino.
Questo movimento sgorga dal desiderio di entrare più profondamente nell’Amore di Dio per il mondo e partecipare così, in prima persona, all’attuazione di quell’Amore che il Padre ha rivelato nell’invio del suo Unigenito nel mondo.
È una visione interessante per noi salesiani.
Noi affermiamo che la missione dà il tono a tutta la nostra vita. Voi affermate che l’azione apostolica è espressione e realizzazione della consacrazione stessa e comprende tutta la vita. Tutti coloro che si ispirano a don Bosco sono sempre considerati degli “attivi”, degli operatori, degli animatori e promotori di vita.
Guardando alle VDB dovremmo crescere nell’impegno apostolico, quello voluto dal carisma salesiano, vissuto nelle modalità differenti di ciascun Gruppo.

Il nuovo rapporto Chiesa - mondo.
È un’altra prospettiva che aiuta a capire perché l’esistenza nel mondo può essere consacrata.
In questo rapporto risiede la sfida più alta della Chiesa, del rinnovamento conciliare.
Paolo VI, nel discorso del 7 dicembre 1965, l’ha espressa con ricchezza di toni spirituali, ma chiara e provocante. “L’umanesimo laico profano è apparso nella terribile statura e ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio.
Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro sinodo. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo. […]. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno”.
Le espressioni della presenza della Chiesa nel mondo sono molte, quanto molteplici le esigenze reali degli uomini. Ci sono i pastori, vescovi e presbiteri, dedicati all’annuncio della Parola e responsabili della comunione ecclesiale, posti e costituiti dallo Spirito Santo come maestri autentici della fede, dispensatori dei misteri che portano i fedeli alla santificazione, difensori dell’uomo e del povero.
Ci sono i fedeli laici che formano il tessuto più fitto del popolo di Dio per cui questo è presente in tutte le realtà temporali con la testimonianza, l’annuncio e lo sforzo per una loro trasformazione.
Ci sono missionari, a vario titolo, che piantano fondano e costruiscono nuove comunità di fedeli, nel mondo intero. La forza del Vangelo è la loro unica strategia.
I religiosi, nella varietà dei loro carismi, sono Chiesa viva, che richiamano al futuro del Regno e alle esigenze delle beatitudini, presentando nel mondo la prospettiva ultima della costruzione della città dell’uomo.
Ci siete voi, secolari consacrati, che rappresentate un’ala avanzata della Chiesa “nel mondo”; esprimete la sua volontà di immettere in esso le energie del regno e santificarlo quasi dall’interno a modo di fermento con la forza delle Beatitudini.
Potrà sembrare un’umile presenza, vista dall’esterno. Potrà anche essere confusa con “la pasta del mondo” in cui vi inserite.
Siamo convinti, come credenti, che ci sono nel mondo, nel cuore delle cose e della storia, “semi” che attendono di esprimere tutte le loro potenzialità anche cristiane ed evangeliche. Hanno bisogno di uno stimolo, di una forza coagulante, di un impegno continuo.
E voi, come Chiesa, operate così. La vostra presenza potrebbe effettivamente diventare “quasi un laboratorio sperimentale in cui la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti col mondo”, per utilizzare ancora una volta la parola di Paolo VI.
I rapporti Chiesa - mondo hanno oggi spazi concreti là dove si costruisce la storia dell’uomo: la realtà sociale, la cultura, la politica, l’economia, le scienze e le arti, la vita internazionale, gli strumenti della comunicazione sociale.
Chi si porrà “dentro” come fermento?
È di fronte alla vastità dell’impegno che sorge la domanda posta all’inizio del paragrafo: “Perché “qualificare” come consacrata questa secolarità?”. Ci si rende conto che è necessario, per assolvere questi compiti, avere una struttura interiore portante, solida e robusta, quasi un’anima interna.
Per non restare nell’orizzonte del secolare è richiesta una forza che trasferisca l’uomo e la sua vita nell’orizzonte del definitivo, che è l’amore incondizionato, il dono di sé quasi come un’offerta sacrificale, una vera e totale consacrazione. Quella stessa che ha dato origine all’Istituto e al suo sviluppo.
Ogni Istituto secolare è nato da un “voto”: quello della carità, dell’amore. La vita consacrata è un dedicarsi totalmente a Dio, sommamente amato: è questa totalità di dedizione a Dio, in un’autentica pienezza di amore (sommamente amato), la motivazione decisiva della vocazione di speciale consacrazione.
Non solo Dio al primo posto, ma Dio come ragion d’essere della vita consacrata; è in lui che il consacrato trova se stesso, la relazione con il mondo e con gli altri.
Nasce da qui la diaconia del mondo.
Il cuore, il centro e il senso della vita consacrata è, dunque, la ricerca della perfezione della carità, carisma dei carismi, senza cui tutto il resto è inutile .
Chiesa e mondo sono, anche per il salesiano, a volte ambiente di vita e di azione; a volte obiettivo dell’impegno vocazionale; a volte difficile realtà da comporre in unità nel proprio esistere e nell’operare. Sempre rappresentano i grandi contenuti e motivi per vivere con responsabilità.
La vostra esperienza nel cuore del mondo col cuore in Dio può essere di stimolo per la Famiglia Salesiana a vivere con maggiore autenticità e realismo una caratteristica che permea la nostra spiritualità.


6.2. La secolarità “definisce” la consacrazione.
Senza il mondo e la sua realtà i membri degli Istituti secolari non avrebbero ragione di esistere. Essi sono “nel” mondo e “per” il mondo, come lo sono i laici. Condividono con questi la consacrazione battesimale e cresimale che costituisce il titolo e l’energia per la lievitazione evangelica del mondo, ma assumono tale consacrazione con la maggiore radicalità possibile attraverso la professione della castità, povertà e obbedienza per amore di Cristo.
Vi stanno dunque nel mondo in un modo particolare che “qualifica” la loro condizione di cristiani: essi non sono “del” mondo. Per chiamata e volontà del Signore si ritrovano nel mondo, perché ogni cosa sia riportata secondo l’ordine primitivo della creazione e della redenzione.
È importante esprimere la consacrazione. In essa risiede il principio lievitante. Come Gesù voi siete “consacrate e inviate”. È necessario allo stesso tempo che sappiate “definire” e far emergere in questa consacrazione la peculiarità “secolare”. Ciò sarà un vantaggio per voi VDB e un aiuto anche per tutti noi che ci diciamo salesiani.
Pure questa prospettiva scaturisce dai misteri della fede.

L’Incarnazione alla prova.
Molte difficoltà di comprensione, accettazione e valorizzazione degli Istituti secolari nelle comunità cristiane provengono dalla forma di concepire l’esperienza religiosa e di risolvere alcuni nodi della fede.
Ci sono realtà da comporre nel quotidiano del cristiano che si possono esprimere in alcune coppie di termini: natura e grazia, esistenza nel mondo e rapporto con Dio, vita e spiritualità, fede cristiana e storia.
Il rapporto tra loro è stato a volte configurato e vissuto come separazione e incomunicazione, che in alcuni casi rasenta l’indifferenza vicendevole. I due piani dell’esperienza umana appaiono paralleli. Si cerca lo sviluppo dell’uno senza riferimento diretto con l’altro. Secondo tale visione, la vita cristiana non si costruisce negli ambiti della vita sociale e questa incrocia la prima solo per necessità.
Volendosi esprimere con parole alla don Bosco, si potrebbe dire che l’impegno a realizzare “il buon cristiano e l’onesto cittadino” nella medesima persona e nello stesso tempo della vita, non costituisce una preoccupazione.
In altri casi, ci si è comportati applicando un regime di comunicazione esterna, considerando l’esperienza umana solo come campo di applicazione delle esigenze etiche e spirituali della fede. Questo rappresenta certamente un passo avanti rispetto alla separazione, con conseguenze evidenti in tutti gli ambiti della vita.
In tali concezioni non poteva trovare posto una consacrazione secolare! Bisognerà attendere momenti storici nuovi, in cui è possibile parlare di ricomposizione dei due piani.
La grazia che ci salva non costruisce un mondo a sé stante, chiuso alla vita del secolo, avulso dalla realtà quotidiana, preservato da inquinamenti naturali. Crea invece la gioiosa possibilità di realizzare un progetto di vita in forma rinnovata e nuova.
La stessa Chiesa ritrova così ruoli ed ambiti più aperti per il suo intervento. Collocata non fuori né al di sopra della realtà quotidiana, partecipa alla fatica dell’uomo nella costruzione della città terrena, preparando, indicando e orientando verso la Gerusalemme celeste.
Noi Salesiani abbiamo appreso da San Francesco di Sales la possibilità, i principi e la modalità per vivere una vita “devota”, cioè radicalmente rivolta a Dio e orientata da lui nelle condizioni del mondo, secondo il proprio stato. Alla scuola di don Bosco abbiamo imparato la continuità tra lavoro e preghiera, promozione umana, educazione ed evangelizzazione, professione e apostolato.
Don Filippo Rinaldi l’ha trasmesso al vostro Istituto, con semplicità di indicazioni, ma con straordinaria concretezza. Non opponiamo, ma componiamo. Non separiamo, anche là dove distinguiamo modalità diverse di intervento e contenuti rinnovati alla luce del Vangelo di salvezza.
Riconosciamo di avere, come tutta la Chiesa, una dimensione secolare. Sappiamo di essere parte concreta e viva del mondo. Riscopriamo la nostra vocazione di servizio, in vista della sua santificazione e consacrazione. La sensibilità educativa ci obbliga a guardare ai grandi valori evangelici che sono immersi nella vita del mondo: giustizia, pace e amore.

Salvezza e storia dell’uomo.
Le parole hanno un loro valore per la giusta comprensione della realtà e per la comunicazione. Usando il termine “secolarità” sarà utile tenere distinti tre livelli possibili di riferimento.
Il primo e più immediato riporta alla realtà materiale in cui tutti siamo inseriti. Cioè tutti siamo “secolari” per il fatto di essere qui, in questo mondo, nella realtà che ci ha visti nascere e ci accompagna per tutta l’esistenza. Il termine “secolare” non ha qui coloriture speciali, né negative né positive. Il mondo condiziona la nostra esistenza, al punto che tutte le nostre risorse sono ordinate ad esso: facoltà, sentimenti, intelligenza, energie operative.
Un secondo livello è dato dalla appropriazione che l’uomo fa del mondo attraverso i suoi interventi, che modificano ciò che gli viene offerto fin dalla nascita: è la cultura e l’umanizzazione.
L’intervento che compie è costituito dal “lavoro”. Lo si chiama anche “professionalità”, impegno operativo, e in molti altri modi. Ne risulta la costruzione di un ambiente fisico, di un tipo di società, di un’organizzazione comunitaria della vita e dei rapporti. Pure in questa prospettiva tutti siamo secolari, anche se con responsabilità differenti e soprattutto con consapevolezza diversificata.
Il terzo livello ha a che fare con la vita cristiana, con l’impegno religioso, la salvezza del mondo, portata e voluta dal Cristo.
Da credenti ci si assume la responsabilità di “santificare” o “consacrare” la realtà secolare, di esplicitare il suo riferimento a Dio, di continuare e mediare l’avvenimento di Cristo, di salvarla insieme a Lui dal peccato, di orientarla verso il suo compimento.
La totalità forma la storia umana dentro la quale si dà la presenza di Dio e agisce il mistero di Cristo. Parliamo quindi di storia della salvezza.
Non rappresentano due storie parallele. Entrambe realizzano un comune cammino di promozione e salvezza dell’uomo e della società, senza confusione ma anche senza separazione.
La salvezza “è già presente qui sulla terra, accolta, mediata da uomini, i quali sono membri della città terrena, chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore”.
La condizione secolare, perciò, va intesa come proprietà dell’uomo, anch’essa voluta da Dio, nella quale agisce la sua grazia. Rappresenta l’ambiente normale dentro cui Dio ama e conseguentemente opera la salvezza dell’uomo.
La teologia oggi propone una visione molto suggestiva e felice: la grazia non viene soltanto dopo la creazione, ma la precede e la causa. In questo movimento di effusione, di comunicazione, di dono di sé, di associazione di altri viventi alla propria vita, in questo volgersi di Dio agli uomini come grazia, sorge la creazione! Cioè, noi creature umane arrivando al mondo siamo segnati dalla grazia.
Nelle cose, nell’uomo, nel mondo c’è una certa ordinazione, una capacità, un’affinità, un essere fatto per vivere con Dio attraverso la sua grazia. Il peccato l’ha reso e lo rende difficile. Questa realtà non la vogliamo ignorare. Riconosciamo però che il mondo, in quanto mondo dell’uomo, è fatto in modo da essere di sostegno perché questi si orienti verso Dio. E il mondo non può essere chiamato umano, se non aiuta l’uomo a raggiungere la sua pienezza nell’incontro con Dio.
La consacrazione dei secolari sta ad attestare queste possibilità reali. Spesso risultano nascoste agli occhi dei più, che si trovano nel mondo. Chi però vive nella secolarità orientata dalla consacrazione, assunta cioè in una vocazione specifica, riconosce ed è capace di additare il Dio nascosto ma presente.
Così la secolarità offre contenuti di spiritualità e suggerisce modalità d’intervento alla stessa consacrazione.


7. La Missione dei secolari consacrati.
L’animazione delle realtà temporali.
La missione o collaborazione alla salvezza dei credenti laici, presenti come lievito nelle realtà secolari, viene designata con diversi nomi che contengono riferimenti ormai chiari.
Nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium troviamo l’espressione “consacrazione del mondo”; nel decreto sull’Apostolato dei laici incontriamo le parole “animazione cristiana dell’ordine temporale”; nel documento sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, infine, questa esigenza è espressa con le parole: “iscrivere la legge divina nella vita della città terrena”.
Nell’Esortazione Apostolica Christifideles Laici, poi, si può leggere un’ampia sezione che descrive gli ambiti della presenza e dell’opera del fedele laico. L’intestazione di questa parte è: “vivere il Vangelo servendo la persona e la società”.
Nel n. 34 leggiamo: “Urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana. Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali che vivono in questi paesi e in queste nazioni dove sono diffusi l’indifferentismo, il secolarismo e l’ateismo” .
Il cammino compiuto dalla riflessione ecclesiale, nel dopo Concilio, ha messo in evidenza che le realtà mondane e secolari (nel significato che ho presentato nelle pagine precedenti) non costituiscono un ostacolo nel piano salvifico, e nemmeno un elemento estraneo o giustapposto: ma rappresentano quello che il corpo è all’anima.
Rientrano nel disegno d’amore di Dio Padre, in quanto sono strumenti e luoghi della Provvidenza salvifica. Sono state assunte dal Verbo nell’Incarnazione, per esprimere in maniera umana il rapporto dell’uomo con Dio e collaborare al suo progetto di redenzione.
L’opera dello Spirito, poi, mette in movimento le forze dell’uomo per la trasformazione del mondo, come nella prima creazione mosse il passaggio dal caos al cosmo.
Le realtà che alcuni chiamiamo profane, secondo una certa idea di sacro, hanno una finalità riguardo alla salvezza e possono essere orientate verso di essa. Sono “sacre” per il segno di Dio che c’è in esse, secondo la propria natura. Ma vengono rese pure “sacre” (consacrate) nella misura in cui sono poste consapevolmente dall’uomo sotto l’influsso della presenza di Dio.
Non c’è nulla di automatico o soltanto rituale in tutto ciò. Tocca all’uomo, tocca al credente, tocca al consacrato sostenuto e rinvigorito dallo Spirito aiutare il mondo ad aprirsi a Dio e alla salvezza che viene dal rapporto con Lui.
Quanto detto comporta di guardare alle realtà profane con atteggiamento di rispetto per il bene che rappresentano, riconoscendone la legittima autonomia nel proprio ordine e riguardo alle proprie finalità.
Significa anche prendere sul serio l’ordine naturale, lavorando per il suo perfezionamento, cioè perché esprima la parte positiva iscritta dentro di sé.
Su queste indicazioni si realizza, con inserimento uguale e con diversità di accentuazioni, l’impegno nel mondo dei laici e dei secolari consacrati.
Per questi ultimi vale la riflessione di Paolo VI: “Così dalla vostra vita consacrata, anche la vostra attività nel mondo -- sia personale che collettiva, nei settori professionali in cui siete singolarmente o comunitariamente impegnati -- riceve uno spiccato orientamento verso Dio, restando in certo qual modo anch’essa come coinvolta e trasportata nella stessa vostra consacrazione”.
Tipico dei laici è di preoccuparsi in prima istanza di ordinare le cose temporali perché rispondano al loro proprio fine e siano messe nella storia a servizio dell’uomo, agendo al di dentro di esse e secondo le leggi proprie del loro dinamismo. I consacrati secolari hanno come prima intenzionalità quella di testimoniare la necessità, il primato e la realtà della presenza di Dio nella vita, ricordare l’indispensabilità di Cristo e dello spirito del Vangelo per la salvezza dell’ordine temporale.
Lo esprime l’Esortazione Vita Consecrata al n. 10, l’unico dedicato esplicitamente agli Istituti secolari: “Attraverso la sintesi, che è loro specifica, di secolarità e consacrazione, essi intendono immettere nella società le energie nuove del Regno di Cristo, cercando di trasfigurare il mondo dal di dentro con la forza delle Beatitudini”.

La professionalità fa parte della consacrazione.
Gli ambiti di cui dicevo prima (cultura, lavoro e sviluppo socio-politico) non sono aspetti che possono essere lasciati al caso. Hanno leggi che vanno osservate, perché sono iscritte dalla Provvidenza, come strada per l’incontro con Dio. Intendiamo per professionalità il lavoro svolto con responsabilità, con attenzione alla qualità, senso delle finalità secolari, capacità di servizio e collaborazione.
Qui la consacrazione si fa impegnativa e anche originale nei confronti dei secolari laici. “Pur essendo secolare, la vostra posizione in certo modo differisce da quella dei semplici laici, in quanto siete impegnati negli stessi valori del mondo, ma come “consacrati”: cioè non tanto per affermare l’intrinseca validità della cose umane in se stesse, ma per orientarle esplicitamente secondo le beatitudini evangeliche”.
I consacrati portano ovunque il sigillo dello Spirito. La loro professionalità perciò comprende due versanti, entrambi ugualmente importanti e significativi, capaci di definire, in maniera più completa, il senso della loro vita: la competenza nel proprio compito secolare e la competenza nella spiritualità, o vita in Cristo, per esperienza e riflessione.
Per chi si consacra in un Istituto secolare la vita spirituale consiste, anche e principalmente, nell’assumere con responsabilità il proprio lavoro, le relazioni sociali che sono comuni nel secolo, l’ambiente di vita nelle sue varie espressioni, come forme particolari di collaborazione all’avvento del Regno dei cieli. E allo stesso tempo comporta di essere preparati a dar ragione della propria speranza e delle proprie scelte sapendo orientare con la parola chi lo desiderasse.


8. Una spiritualità salesiana originale.
Mi avvio verso la conclusione offrendovi alcuni stimoli per l’approfondimento della vita “secondo lo spirito” vissuta con stile salesiano in una autentica secolarità consacrata.
Non mi propongo una trattazione completa, né una sistemazione definitiva. Ciò richiederebbe di rivisitare i campi preferenziali, i contenuti e le modalità della missione, risalire al cuore di Cristo ed alla carità pastorale. L’avete formulata nelle vostre Costituzioni, accogliendo ispirazioni dottrinali e sintetizzando esperienze vissute.
La spiritualità rappresenta la sintesi nella e della vita personale e comunitaria. A voi VDB è richiesto di tenere uniti i tre aspetti inscindibili: la santificazione personale, la costruzione del Regno, la consacrazione del mondo. Non è un’impresa facile! Avete già appreso che lo spirito salesiano è l’elemento che li fonde in una particolare ed originale fisionomia che si manifesta nella vita e nell’azione. Da esso fluisce la grazia di unità: un dono che viene con la vocazione, ma che va consapevolmente coltivato.
Ora voglio sottolineare soltanto alcuni tratti che hanno a che fare con la secolarità consacrata, scelta come punto focale della nostra riflessione.
L’essere inseriti a pieno tempo e a pieno titolo nel mondo costituisce una chiara indicazione a valorizzare il quotidiano. La professionalità secolare, poi, comporta di adeguarsi a tempi, ritmi, esigenze, espressioni che avvicinano al “concreto”. Da questo doppio rilievo scaturiscono indicazioni non indifferenti per il vostro stile spirituale.

Fatevi attente alla piccola storia della gente e al cammino dello Spirito nel cuore dell’uomo ordinario.
Il quotidiano esige una visione unitaria. Sembra fatto da tanti tasselli! Lavori, incontri, notizie, stati personali, progetti, sofferenze.
Nella vita quotidiana affiorano esigenze che collegano a Dio e urgenze che portano all’uomo. La composizione dei frammenti differenti va continuamente aggiornata: non si può rimandare ad un futuro lontano e nemmeno si può prevenire ogni cosa per proteggere quella già raggiunta.
Ci sono voci che vengono da lontano, dall’alto, da esperti. Ma ci sono anche i sussurri che nascono accanto, dal povero, dal saggio per grazia e per dono.
Tutto questo va riportato all’unità nell’amore: amore di Dio percepito, amore vostro donato. È questione di sguardo, quello di Cristo, e di spirito, quello della simpatia, della comprensione e della compagnia.
Ci sono nel quotidiano aspetti che predicono e costruiscono il futuro: sono segni dei tempi. Avere occhi aperti sulla vita del maggior numero possibile di persone è cogliere l’invito dello Spirito a decidersi per alcune scelte.
L’Oratorio come criterio di presenza e di azione è, per l’esperienza salesiana, l’ambiente ideale dove ritrovare i segni dei tempi. Non mi riferisco alla struttura; ma allo stile e allo spirito. L’incontro libero con le persone, l’ascolto della gente, la possibilità di cogliere immediatamente “le domande dei giovani e degli adulti” e di esprimere una risposta sulla loro misura, la capacità di rielaborare proposte ed iniziative sostanziano una spiritualità del quotidiano nello stile di don Bosco.

Fate, delle molte esperienze quotidiane, l’esperienza del Regno nascosto nella trama del vivere.
Il quotidiano dice incarnazione. Nelle parole, nei gesti, nelle azioni prende corpo visibile la grazia che è in voi, si esprime la vostra consacrazione. Inculturarla e renderla comprensibile nel tempo presente vuol dire far diventare significative le cose ordinarie ed eloquenti i piccoli segni, caricandoli di senso e di umanità.
C’è forse bisogno di allenarsi al discernimento spirituale, che legge dentro la complessità contemporanea, dentro la frammentarietà diffusa, dentro la precarietà che tutto divora. C’è anche bisogno di guardare “oltre”, un po’ sognare, immaginare cose nuove e nuove possibilità.
L’Evangelii Nuntiandi ha ricordato a tutti e Paolo VI ha riferito esplicitamente agli Istituti secolari l’espressione del numero 70: “(rendere vere) le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nella realtà del mondo”.
La capacità di collegare gli avvenimenti alla loro radice; l’apertura verso il nuovo e l’inedito come irruzione della grazia che avvia verso l’unità; la sollecitazione a saper esprimere l’inespresso che abita il proprio cuore e il cuore della realtà; l’arricchimento interiore, non come accumulazione di notizie ma come crescita per germinazione dal vissuto, sono l’itinerario per trasformare la materialità del vivere in senso del vivere.
E oggi, tutti abbiamo bisogno di ritrovare i significati delle cose e della storia che andiamo vivendo e costruendo, sia con la presenza sia con l’assenza.
Personalmente sono portato a pensare che “il riserbo” di una persona consacrata secolare sia legato al quotidiano.
I membri di un Istituto secolare sono innanzitutto uomini e cristiani come gli altri. Sono e vogliono comportarsi come tutti. Già Pio XII nel 1949 diceva ad un gruppo di secolari consacrate: “Voi siete consacrate a Dio, reclutate per il servizio di Cristo: il patto è sancito. Dio lo sa; la Chiesa lo sa; voi lo sapete. Il mondo non lo sa; ma risente dei benefici effetti che promanano dalla sostanza cristiana della vostra esistenza e del vostro apostolato”. Il “riserbo” va collocato dunque sul piano della “discrezione apostolica”, che il consacrato e la consacrata sono chiamati a vivere quotidianamente nella loro professione. Non va trascurata la situazione di secolarizzazione, che vive il mondo attuale. Non va dimenticata l’esigenza di rimanere lievito che si nasconde nella massa.
Tutti sanno che se una massa fermenta, è stato posto del lievito: questo è sicuro! Tutti hanno occhi sufficienti per riconoscere che alcuni si lasciano orientare da criteri che comunemente sono trascurati o sottaciuti. Tutti sanno misurare quanta parte di Vangelo o di novità alberga nel cuore e si esprime nelle azioni di alcuni credenti. Ciò però richiede un cammino che unifichi interiormente ed esteriormente gli atti fino a fare emergere l’ispirazione che ne sta all’origine. Si può dunque dire che la secolarità consacrata si caratterizza e qualifica, più che per le azioni materiali che compie, per i significati, i messaggi, gli interrogativi, gli stimoli o le nuove immagini della vita che riesce a provocare.

Costruite una trama di intese e di rapporti, di dialogo e di ricerca, di simpatia e di comunione evangelica.
Il consacrato secolare è e si fa compagno di cammino dei suoi fratelli e delle sue sorelle.
Non cerca l’isolamento. Rifiuta l’emarginazione.
Supera la ricerca di sé e le espressioni di individualismo.
Sa fare delle differenze che esistono, una ricchezza per tutti.
Si rende professionalmente qualificato, perché sa che la competenza apre le porte dell’intelligenza e conseguentemente anche del cuore.
È un ricercatore di dialogo. È un operatore di comunione.

È questa un’esigenza iscritta nella vocazione stessa. “La vostra secolarità vi spinge ad accentuare specialmente - a differenza dei religiosi - la relazione col mondo. Essa non rappresenta solo una condizione sociologica, un fatto esterno, sì bene un atteggiamento: essere presenti nel mondo, sapersi responsabili per servirlo, per configurarlo secondo Dio”.
In definitiva, la ricchezza della secolarità, che abbiamo fin qui descritta, esige la profondità della consacrazione, per metterla al riparo da prevaricazioni e corruzioni sempre possibili. “La consacrazione che avete fatto vi pone nel mondo come testimoni della supremazia dei valori spirituali ed escatologici, cioè del carattere assoluto della vostra carità cristiana, la quale quanto più è grande tanto più fa apparire relativi i valori del mondo, mentre al tempo stesso ne aiuta la retta attuazione da parte vostra e degli altri fratelli”.


Conclusione
Giunto al termine di questa lettera che ho voluto concentrare sulla secolarità consacrata, mi rendo conto che, dalla riflessione fatta, ricevono nuova luce alcuni punti che varrebbe la spesa approfondire: le modalità della proposta vocazionale, le attenzioni da curare nella formazione iniziale e permanente, la spiritualità da maturare, ma soprattutto l´assistenza spirituale che voi ci avete chiesto per tutti i livelli e che la Congregazione salesiana si è impegnata a prestarvi per il significato che ha la vostra presenza nel carisma e nella Famiglia Salesiana.
Sono compiti per il futuro prossimo che condivideremo secondo le nostre rispettive responsabilità. La ricorrenza che celebriamo ci trova dunque in una sana tensione di fedeltà dinamica a una vocazione che cerca di rinnovare sempre la sua risposta al Signore.
Affidiamo tale futuro a Maria Ausiliatrice. Voi la contemplate come “modello della vita consacrata nella secolarità” perché “accogliendo il mistero di Cristo nel quotidiano, visse la consacrazione a Dio senza che nulla la distinguesse dalle donne del suo tempo, e trovò nel lavoro un mezzo di vita e di santificazione”.

don Juan E. Vecchi