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Omlia del RM in occasione del 50° della nascita al cielo del Beato Titus Zeman

“Sull’albero della tua vita è fiorito il nostro sacerdozio”

Omlia del RM in occasione del 50° della nascita al cielo del Beato Titus Zeman
Basilica del S. Cuore Roma 8 gennaio 2019

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Cari fratelli e sorelle siamo qui radunati per celebrare l’Eucaristia nella memoria del Beato Titus Zeman, di cui ricorre proprio oggi il 50° della nascita al cielo. Merita ricordare che proprio in questa Basilica del S. Cuore il giovane Titus Zeman il 7 marzo 1938 emise i voti di quella professione perpetua che sigillerà con la sua vita donata per la fede e per la salvezza delle vocazioni.

Con l’avvicinarsi del Natale del 1968, don Titus sentiva una crescente debolezza, anche se non perdeva l’umorismo e l’ottimismo che erano per lui tipici. Si preparava per il suo compleanno, il 4 gennaio. I salesiani s’incontravano durante compleanni e onomastici, che nel periodo del totalitarismo per tanti anni rappresentavano in realtà l’unica forma possibile di vita comunitaria.

Alla sera del 7 gennaio Titus subisce il terzo attacco di cuore. Gli è fatale. I familiari provano a rintracciare il medico, ma senza successo. Alle tre e mezza del mattino, data l’evidente gravità della situazione, chiamano il parroco di Vajnory che amministra a don Titus gli ultimi sacramenti. Al mattino, con Titus in agonia, il medico riesce finalmente a visitarlo e fa chiamare l’ambulanza. Lo si sottopone immediatamente a trattamento con l’ossigeno e viene portato a Bratislava. Regge tra le mani la corona del Santo Rosario. Prega, affidandosi a Maria. In ospedale non sapevano che fosse un prete. Dopo pranzo entra in servizio un’altra infermiera, ex suora. Quando vede Titus così devoto e abbandonato alla volontà di Dio, chiama il padre cappuccino Vojetch Rajner. Padre Rajner esorta Titus a pentirsi dei suoi peccati e lo conforta con le parole «C’è qui vicino a te tuo fratello Vojtech, che ha lottato con te»: anch’egli in carcere, anch’egli perseguitato dal regime. Gli diede l’estrema unzione, lo prese tra le braccia e allora don Titus spirò.

Ora Titus non è più contratto e ripiegato, come era solito fare per contrastare i dolori al cuore. Ma finalmente consegnato, in un atteggiamento di accogliente disponibilità: restò disteso nel suo abbraccio con le braccia spalancate come Cristo sulla croce. È un uomo che ha contrastato la morte e la persecuzione per 18 anni, dimostrando in tutto una resistenza ben superiore alla media: e che infine si è arreso solo al suo Signore.

Quando si trattò di rivestire le spoglie mortali di don Titus, lo sguardo dei parenti e degli amici più stretti cade sulla nuova pianeta che gli abitanti di Vajnory gli avevano regalato per il cinquantaquattresimo compleanno. Era ricamata con gli ornamenti di Vajnory. Non l’aveva mai indossata. Decidono che fosse la scelta giusta. In morte don Titus si trova così rivestito di quei paramenti sacerdotali che gli erano stati a lungo negati in vita.

Tre giorni più tardi hanno luogo i funerali. È l’11 gennaio 1969. Sono esequie partecipatissime. Sono presenti figure importanti della Chiesa slovacca del tempo: c’è il vescovo Ambróz Lazík; si aggiungono circa 65 salesiani e sacerdoti diocesani; non mancano i compagni di prigionia, gli abitanti di Vajnory e conoscenti, parenti e amici. Si vogliono congedare da lui anche molti ex-allievi salesiani. C’è anche Ján Chryzostom Korec, vescovo consacrato nella clandestinità e futuro cardinale.

Dice l’ispettore don Andrej Dermek, nel saluto di congedo: “Noi questo mistero della morte, in questo caso del nostro caro confratello, che così direttamente e dolorosamente ci tocca, lo accettiamo con fede, nella speranza e nell’umiltà!... Oggi in questo luogo riposa silenzioso, immobile, con il volto rivolto alla partenza, un combattente che ha finito di lottare, un prete che ha servito la Santa Messa dell’intera vita […] nessuno di voi e di noi, ma nemmeno egli stesso, avrebbe potuto immaginarsi che cosa la vita gli stesse preparando. Solo una cosa era sicura: che in questo rosario della vita non ci sarebbero stati soltanto misteri gaudiosi. L’esistenza di don Titus è davvero un inno al sacerdozio: È possibile dire che tutto ciò che ci fu tra la sua prima Messa e il suo funerale è stato pieno di vita sacerdotale, religiosa e salesiana! […] Penso di poter a tuo nome, caro Titus, proclamare che questo tuo destino non l’hai rifiutato, non hai avuto paura, non ne sei stato scontento! L’hai accettato con sottomissione, in pace e con gioia. Chi sa cosa con la tua prematura morte ci redimi! C’è ancora una cosa che devo dire in questo posto e in questo momento: quello che hai intrapreso non è stata un’avventura, non è stata incoscienza né desiderio di clamore. Solo è stato amore per le anime. Non hai mai tradito il tuo popolo, nemmeno quando sei stato giudicato e condannato. Non aver paura, caro Titus. Il tuo sacerdozio non termina oggi, ma continua nel sacerdozio di quelli, ai quali hai reso possibile diventare sacerdoti. Alcune decine di preti-salesiani ti ringraziano per il loro sacerdozio. Sono dispersi in tutto il mondo. E l’albero deve estinguersi perché fioriscano i germogli […] e quell’albero sei stato tu, Titus… Se ogni prete che muore in Slovacchia lasciasse dietro di sé una tale discendenza spirituale, i funerali dei sacerdoti slovacchi non significherebbero perdita, ma rinvigorimento degli ordini sacerdotali. Proprio una settimana fa, siamo stati dal Santo Padre. Ho portato la sua benedizione a tutti i confratelli. A te, caro Titus, la pongo sulla tomba. Che sul tuo sepolcro non si scriva «Riposa in pace!». Non riposare. A nome dell’assemblea della Chiesa ti chiediamo: «Non riposare, aiutaci!». Sei un sacerdote – aiuta le anime. Sei figlio di Don Bosco – aiuta le giovani anime e prepara il posto per noi e per loro!”.

Cari fratelli e sorelle celebrare questo 50° di martirio del Beato Zeman nella luce del Sinodo dedicato ai giovani, la fede, il discernimento vocazionale, è un forte richiamo all’impegno a far fruttificare la grazia del battesimo come ci esorta il Documento finale: “Non è possibile intendere in pienezza il significato della vocazione battesimale se non si considera che essa è per tutti, nessuno escluso, una chiamata alla santità. Tale appello implica necessariamente l’invito a partecipare alla missione della Chiesa, che ha come finalità fondamentale la comunione con Dio e tra tutte le persone. Le vocazioni ecclesiali sono infatti espressioni molteplici e articolate attraverso cui la Chiesa realizza la sua chiamata a essere segno reale del Vangelo accolto in una comunità fraterna” (n. 84). La testimonianza di don Titus, la sua vicenda umana e spirituale, la sua missione vissuta in forma eroica fino al martirio ci ricorda con la forza eloquente della vita che “non si tratta dunque di fare soltanto qualcosa per loro, (per giovani) ma di vivere in comunione con loro, crescendo insieme nella comprensione del Vangelo e nella ricerca delle forme più autentiche per viverlo e testimoniarlo. La partecipazione responsabile dei giovani alla vita della Chiesa non è opzionale, ma un’esigenza della vita battesimale e un elemento indispensabile per la vita di ogni comunità” (n. 116).

Un secondo punto che voglio condividere e che riprendo dalla Strenna di quest’anno dedicata alla santità: la vita di don Titus ci illustra in modo evidente e provocante che il cammino della santità accetta la dimensione della croce. Papa Francesco ci ricorda la solidità interiore per essere perseveranti e costanti nel bene; richiama la vigilanza nel «lottare e stare in guardia davanti alle nostre inclinazioni aggressive ed egocentriche per non permettere che mettano radici» (EG, 114); incoraggia la parresia evangelica per non lasciarsi dominare dalla paura; soprattutto invita a non smettere di stare in contemplazione del Crocifisso, fonte di grazia e di liberazione: «E se davanti al volto di Cristo ancora non riesci a lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina» (EG, 151). Forse il riferimento alla Croce non è più tanto frequente tra noi oggi, ma sicuramente anche in questo dobbiamo cambiare. Non si può vivere un’autentica vita cristiana e un cammino di santità nel quotidiano lasciando ai margini la Croce.

Per tutta la Chiesa, e in particolare per la nostra Congregazione e per la Famiglia Salesiana, il dono del Beato Titus è un forte stimolo per un rinnovato impegno non solo di testimonianza della fede in tempo di fragilità vocazionale e abbandoni, ma anche di promozione e accompagnamento delle vocazioni al ministero sacerdotale, alla vita consacrata e al matrimonio. Il suo martirio è stato frutto di una eroica “carità pastorale”, che richiama il “Buon Pastore”, che non abbandona il gregge all’arrivo del lupo, come farebbe invece un mercenario: il dare la vita per amore e non alla ricerca di un compenso; l’essere guida dei più giovani, ma soprattutto fermento di unità; il considerare uno solo importante come se si trattasse di cento, con la prontezza nel lasciare ogni cosa pur di portarlo in salvo; la valorizzazione della libertà dell’interlocutore, guidando i giovani nel discernimento e sostenendoli in scelte che solo loro possono e devono prendere.

Rinnovo l’auspicio che il Beato Titus Zeman diventi per le nostre Comunità educative-pastorali e per i nostri centri di formazione, modello e patrono nell’impegno di accompagnamento delle giovani generazioni, nell’accogliere la chiamata a collaborare alla gioia dei giovani. Il coraggio della fede, la profondità della capacità di discernimento e la dedizione al servizio dei giovani fino al martirio del beato Titus Zeman, mentre ci confermano che il carisma di don Bosco è vivo nel tempo e nella storia, ci spronano a rinnovare, nelle mutate circostanze dei tempi e dei luoghi, la nostra vocazione e missione pastorale ed educativa.

Per i giovani che stanno ora portando avanti un cammino di crescita vocazionale verso la vita salesiana e vivendo le prime fasi della formazione iniziale, la testimonianza del Beato Titus, come anche quella del suo coetaneo ungherese il salesiano Coadiutore Beato Stefano Sandor, è motivo di grande incoraggiamento nel proseguire con generosità e fiducia la strada intrapresa. Titus e Stefano hanno considerato così prezioso il dono della loro chiamata a seguire il Signore e servire i giovani come don Bosco che, anche quando avrebbero potuto facilmente mettersi in salvo, han preferito rimanere fedeli a prezzo della loro stessa vita. È il paradosso del vangelo: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 14,25). Vocazione è molto di più che una scelta lavorativa o una carriera. Vale molto di più. Vale la vita, e val la pena di dedicarvi il meglio di noi stessi fidandoci senza riserve di Colui che ci chiama e ci manda.