Santidade Salesiana

Don Giuseppe Quadrio: Omelie Avvento Natale

DON GIUSEPPE QUADRIO OMELIE
a cura di
REMO BRACCHI

 

SOMMARIO
  • Abbreviazioni ..................................................................................................................... 6
  • Notizie sul materiale d'archivio .................................................................... 7
Omelie
  • Omelie per il tempo di Avvento e di Natale .................................... 15
  • Omelie per il tempo di Quaresima e di Pasqua ........................ 41
  • Omelie per le feste del Signore nel tempo ordinario............ 103
  • Omelie per le feste e le memorie della Madonna.................... 133
  • Omelie per lè feste e memorie dei santi.............................................. 187
  • Omelie per le domeniche del tempo ordinario.......................... 253
  • Omelie di commento al Credo....................................................................... 351
  • Come predicare.............................................................................................................. 457
  • Testimonianze.................................................................................................................... 465
  • Schema d'archivio........................................................................................................ 483
  • Indice............................................................................................................................................ 495
ABBREVIAZIONI

Arch. Omelie non stampate, conservate in Archivio (numerazione nello schema finale).

L   Don Giuseppe Quadrio, Lettere (= Spirito e vita 19), Roma 1991.

Omelie (citazioni interne del presente volume).

Q 1 Quadernetto manoscritto contenent° le omelie di commento al Credo (anni 1956-1957).

Q 2 Quadernetto manoscritto contenente le omelie di commento al Credo, in continuità con il primo (anni 1956-1957).

Q 3 Quaderno manoscritto con copertina nera, contenente soltanto due omelie (O 051 e Arch. 115).

R  Don Giuseppe Quadrio, Risposte (= Spirito e Vita 20), Roma 1992.

T   Testimonianze finali, relative a questo volume.

 

NOTIZIE SUL MATERIALE D'ARCHIVIO

Nello stesso giorno in cui avvenne il ricovero in ospedale di don Quadrio per il terzo ciclo di applicazioni della roentgenterapia, il 18 ottobre 1960, don Sabino Palumbieri lo trova in camera, mentre «getta nel cestino della carta pezzi dattiloscritti e pagine varie. A chi gliene chiede il motivo, risponde: "Sto distruggendo tutto per prepararmi a morire "».1
Con questa testimonianza concorda perfettamente quella di don Nicola Loss: «Nella fase ultima della malattia, cioè nella primavera e nella prima parte dell'estate del 1963, egli approfittò dei periodi in cui il male gli lasciava respiro per mettere in ordine la sua camera. Allora distrusse molti suoi manoscritti. Gli feci osservare che si affaticava, e che era meglio lasciare le cose come stavano. Mi rispose che era meglio sgombrare le "cose inutili", per facilitare il lavoro al superiore, che avrebbe poi dovuto liberare la camera» (Deposizione di don Nicola Loss).

È certo che, anche durante altri periodi di rientro alla Crocetta, don Giuseppe ha ripetuto l'operazione di smaltimento. L'infermiere della casa, signor Giuseppe Piras, e il signor Cristoforo Catalanotto, allora aiutante in biblioteca, lo sorpresero, durante l'estate che ha preceduto la morte, mentre stava rovesciando, attraverso il condotto della spazzatura, che dai piani superiori portava nei sotterranei dell'edificio, una grande quantità di fogli. Senza dire niente a lui, avvisarono il direttore, don Eugenio Valentini, che li mandò a recuperare, con due sacchi, tutto quello che avessero potuto. Tanto i due confratelli coadiutori quanto il superiore della casa si rendevano perfettamente conto, fin da allora, del valore degli appunti di don Quadrio.2 La sua fama di santità, consolidatasi attraverso il crogiuolo della malattia, portata con docilità e amore eroici, aveva preceduto dí molti anni l'introduzione ufficiale della Causa. Questi due sacchi furono il primo «archivio» degli scritti di don Giuseppe.

1 Dal Diario di don Sabino Palumbieri, allegato alla deposizione per il processo di beatificazione.

2 L'episodio mi è stato narrato più volte dallo stesso signor Catalanotto.

Dopo la morte del Servo di Dio, don Valentini divulgò immediatamente i diari, i più facili da ricomporsi, perché contenuti in quadernetti scolastici, l'ultimo annotato su un'agenda.' Ci mancano quelli del periodo di insegnamento alla Crocetta (1949-1960). Non sappiamo se don Quadrio sospese un'abitudine che fino allora lo aveva aiutato molto nell'ascesi, oppure se i manoscritti andarono perduti. La loro pubblicazione rafforzò negli ex-allievi e negli amici una convinzione che già era comune. Di fronte alle annotazioni di don Giuseppe, ci si rese conto che la sua virtù nasceva da una vigilanza continua su se stesso e da una inflessibile volontà, che non ritornava mai più sopra i propri passi, dopo qualsiasi piccola conquista.

Con certosina pazienza don Valentini cominciò a sistemare il materiale superstite in scatoloni di cartone, passando i fogli ad uno ad uno, e trascegliendo dai mazzi sommariamente riunificati alcune pagine più significative, con l'intenzione di giungere ad una biografia,4 integrata il più riccamente possibile con documentazione originale di diversa natura. Nella presentazione del volume l'autore inseriva una lettera di mons. Camillo Faresin (4 febbraio 1971), allora vescovo di Guiratinga, che caratterizza con precisione il genere letterario della raccolta. «Questa è una vita e non è una vita, è un far rivivere, nelle parole e negli scritti, questo modello di spirito sacerdotale. Queste sono briciole di ricordi, di carte sparse, di prediche, spesso incompiute, ma che ritraggono il suo stile, le sue preoccupazioni, il suo zelo, la sua ansia, il suo ideale, la traccia della sua personalità, il testimonio della sua santità».

Don Valentirú ha curato una raccolta provvisoria dattiloscritta di omelie, trascrivendo alcune delle più significative tra quelle che era venuto ricomponendo sulla base di indizi interni (contenuto, successioni di numeri e di lettere nella suddivisione degli argomenti) ed esterni (numerazione delle pagine, tipo di fogli sfruttati per la minuta, colore dell'inchiostro, mutamenti di grafia). Al blocco sempre in crescita egli non aveva tuttavia data una concatenazione organica di nessun tipo.

Con la domanda ufficiale di introduzione della Causa di beatificazione,5 si rese necessario un riordino più sistematico degli scritti del Servo di Dio. Fu incaricato di ciò il prof. don Cosimo Semeraro, che provvide alla sistemazione in faldoni dell'intero materiale, suddividendo con cura i vari tipi di fogli, passati al vaglio uno per volta, a seconda della loro destinazione: appunti per la scuola, minute di articoli preparati per la pubblicazione, cicli di conferenze, omelie, lettere, risposte per le riviste.6 I due ultimi gruppi sono stati ora sistemati cronologicamente e pubblicati in due distinti volumi.' Il lavoro rimasto da compiere all'interno di ogni faldone è ancora notevole.

3 Don Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino 11964, 21968, pp. 227 e 248, rispettivamente.

4 E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980.

5 La richiesta presso la Curia di Torino da parte della Postulazione generale della Congregazione salesiana è del 10 novembre 1987. Don Raffaele Farina, allora Rettore Magnifico, a nome dell'intera Università Pontificia Salesiana, con l'approvazione del Senato accademico, e don Angelo Amato, decano della Facoltà di teologia, a nome di tutti i docenti, si erano mossi già alcuni anni prima, nel 1983, con due petizioni ufficiali presso il Rettor Maggiore don Egidio Viganò. Una terza era partita quasi contemporaneamente da parte della Superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Madre Rosetta Marchese.

6 Nella sua relazione al Seminario di studio su don Quadrio, organizzato dalla Facoltà di teologia dell'Università Pontificia Salesiana, in occasione del ventiseiesimo anniversario della morte, don Semeraro ha presentato una storia succinta della genesi dell'Archivio e ne ha descritto le sezioni. Il lavoro è stato recentemente edito, con il titolo: Don Giuseppe Quadrio docente di teologia e maestro di vita (= Spirito e vita 22), a cura di R. Bracchi, Roma 1993.

Si trattava intanto di dividere più esattamente le prediche dalle conferenze o dalle conversazioni.' Gli stessi argomenti ritornano nei due gruppi e la distinzione riesce possibile soltanto attraverso le indicazioni interne, che si rivelano ad una lettura attenta dei singoli interventi.

Occorreva, a questo punto, decidere un criterio per la classificazione, che poteva essere quello liturgico, quello cronologico, quello dei destinatari, quello tematico o altri ancora.

Per l'impossibilità di determinare con una certa sicurezza la data di molte omelie, è stato subito escluso il criterio della collocazione in serie diacronica, benché, all'interno dei singoli gruppi, sia stato riservato un certo peso alla successione temporale, quando si è potuta arguire anche solo approssimativamente da qualche elemento.

I destinatari privilegiati dalle prediche di don Quadrio sono i fedeli che frequentavano la cappella esterna della Crocetta (Torino), annessa al Pontificio Ateneo Salesiano. Nel periodo estivo, recandosi a Ulzio con gli studenti di teologia, il Servo di Dio celebrava nella chiesa della Badia per i paesani e i villeggianti. Lo stile usato nella cappella interna della Crocetta, dove era presente soltanto la famiglia religiosa dello studentato teologico, è più elevato. Affiorano, ogni tanto, con discrezione, citazioni latine che, nelle omelie al popolo, sono pressoché assenti, ad eccezione di alcune brevi formule liturgiche, note a tutti.

7 Don Giuseppe Quadrio, Lettere (= Spirito e vita 19), a cura di R. Bracchi, Roma 1991; Don Giuseppe Quadrio, Risposte (= Spirito e vita 20), a cura di R. Bracchi, Roma 1992.

8 Questo materiale sarà l'oggetto di un prossimo volume.

Nei primissimi tempi successivi all'ordinazione, don Quadrio accettò volentieri di predicare ai giovani dell'oratorio e agli sciuscià che si raccoglievano nell'istituto salesiano del Sacro Cuore, fondato da don Bosco, in via Marsala a Roma. Con una certa regolarità, la domenica mattina, si recava presso i fratelli Maristi nel collegio san Leone Magno, allora in via Montebello (ora sulla Nomentana). È significativa la testimonianza raccolta da don Giuseppe Abbà dai religiosi che lo conobbero. Annota nella sua deposizione: «Per caso, parlando con qualche fratello, comunicai che don Quadrio era morto. Negli anni del suo sacerdozio, [dall'ottobre 1947] fino al 1949, deve essere stato uno dei cappellani domenicali o qualcosa del genere. Dopo quindici anni, alla notizia della morte, rimasero addolorati come se si trattasse di una persona di famiglia».9
Una profonda impressione di dottrina e di santità suscitavano le parole di don Giuseppe a Vervio, suo paese natale, secondo le testimonianze del suo parroco di allora, don Renato Rossi, del cugino don Pierino Robustelli, ora parroco di Grosotto, e di numerosi compaesani (cf. le testimonianze in appendice al volume).

Alcune poche omelie, a giudicare almeno dalle superstiti, furono tenute presso il Patronato della Provvidenza, un istituto femminile di Torino. Il nuovo clima, derivante dall'adattamento a un pubblico di ragazze, lascia subito percepire come non si tratti più del solito uditorio misto domenicale, anche quando le minute non riportano nell'intestazione nessuna conferma esplicita.

Al mandato di predicare don Giuseppe non si sottrasse mai, neppure nel periodo della malattia. In questo tempo anzi, sollevato dalla fatica della scuola, la predicazione divenne la sua attività apostolica preferita. Più di una volta annota sul proprio diario di aver sostituito nell'ospedale il cappellano. Ancora il 5 gennaio 1962, nonostante l'impossibilità dí celebrare per forte nausea e capogiro, egli può rendersi utile, preparando «per il cappellano tre schemetti di predica per l'Epifania».2
9 E. Valentini, Don Giusepppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p.

192.

10 E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p.

164.

Altri interventi rimangono casuali. Un ordinamento in blocchi di destinatari avrebbe reso assai frammentario lo schema generale, anche se avrebbe maggiormente favorito un accostamento psicologicamente mirato al materiale omiletico. Si è cercato di venire incontro a tale esigenza indicando, sia immediatamente sotto il titolo, sia nel quadro riassuntivo finale, la località e il pubblico al quale la predica fu originariamente indirizzata.

Un indice tematico sarebbe venuto in parte a coincidere con quello liturgico (solennità, omelie mariane, omelie per i santi), ma avrebbe sparpagliato in molti settori soprattutto le spiegazioni dei vangeli preparate per le domeniche del tempo ordinario (miracoli di Gesù, parabole, sacramenti, virtù...). Tale criterio è stato fatto prevalere in due momenti, per non rompere un'unità originaria, voluta da don Quadrio stesso: le omelie sulla confessione nelle domeniche della Pasqua e il commento al Credo, proseguito ininterrottamente durante il decorso dell'anno liturgico 1956-1957.

Tenute presenti queste integrazioni, si è preferito, distribuire le omelie secondo lo schema del ciclo delle celebrazioni, spostando al termine, dopo le memorie dei santi, il tempo ordinario, dal momento che la riforma liturgica ha variato, in questa parte, le letture domenicali. Attraverso l'indice sarà tuttavia facile cercare l'argomento che si desidera.

Per l'iniziale scomposizione del «corpus», dovuta alle vicende narrate, e anche alla grande mobilità alla quale erano sottoposti i fogli da parte di don Quadrio stesso, che utilizzava contemporaneamente i medesimi contenuti, con adattamenti di stile, nella scuola, nella predicazione, nelle risposte a «Meridiano 12», è risultato molto difficile la reintegrazione dei frammenti in un tutto organico. Alcune pagine hanno raggiunto l'identificazione ancora durante la correzione delle bozze.

Il prospetto finale fotografa tutto il materiale omiletico rinvenuto. Alcune poche prediche sono rinviate al volume delle Conversazioni, perché in esso troveranno un'acclimatazione più consona al loro contenuto.

Non è stato possibile pubblicare tutto, perché molte minute sono rimaste a livello di schema. In pochi casi segnalati si è pensato di comporre in unità due omelie dedicate al medesimo argomento, perché in una si è trovato maggiormente sviluppato un primo punto e nell'altra un secondo, oppure perché una delle due ci è giunta mutila. La parentesi quadra, preceduta da un asterisco, indica il punto di sutura.

Per non perdere la continuità del commento al Credo, diverse omelie di questo ciclo sono state reintegrate profondamente, ma soltanto quando è stato possibile ricorrere ad altro materiale dello stesso don Quadrio, di volta in volta indicato nelle note, seguendo la falsariga dello schema tracciato dall'autore, ancora ricostruibile nel tessuto del testo pubblicato, inseguendo il gioco delle parentesi. Attraverso tale scrupolosa attenzione, si è moralmente certi che il materiale stampato corrisponde alla concezione e alle parole stesse di don Quadrio.

Eliminate le tracce più schematiche, si è cercato di inserire nella pubblicazione il maggior numero possibile di prediche, anche a scapito di qualche ripetizione. Soltanto nel caso di svolgimenti praticamente identici si è scelto l'esemplare che è sembrato più completo. Questa scelta è stata suggerita da considerazioni di diversa indole. Anzitutto si è voluto fornire un quadro che rispecchiasse la realtà nel modo più trasparente possibile. Alcune riflessioni, maturate lentamente nello spirito e giunte alla loro formulazione più limpida e incisiva, si ripresentano con spontaneità nei diversi contesti che le richiedono. Certe sequenze di pensiero, cristallizzate con luminosità persuasiva, ritornano in passaggi che rischierebbero altrimenti di diventare meno immediati. Alcuni esempi, trascelti con cura dalla cronaca quotidiana o dall'agiografia, di presa sicura sull'uditorio, non sembrano diminuire di efficacia neppure nel loro riutilizzo in circostanze differenti. Le ripetizioni fanno dunque parte della vita stessa di don Quadrio, come di quella di ciascun altro, ne rivelano le convinzioni più radicate, lasciano scoprire l'alveo consolidato entro il quale tutto il resto fluisce.

La stessa combinazione di pensieri già noti, ma tra loro imbricati in modo diverso, risulta capace dí suscitare accentuazioni nuove. Sarebbe perciò depauperante, in vista di una ricostruzione dell'insieme, una scelta arbitraria di alcune formulazioni a scapito di altre.

Per la stesura delle proprie prediche don Quadrio ha reimpiegato soprattutto le facciate bianche di molteplici fogli di bozze, a partire da quelle della propria tesi di laurea," fino a comprendere volumi di vario indirizzo scolastico (algebra, francese, scienze, I promessi sposi, grammatica italiana...). In alcuni casi rimangono queste l'unico indizio per una datazione approssimativa. Tra il materiale scrittorio rientrano inoltre fogli da lettera, pagine di quaderni e di notes, formulari ín uso del decano della Facoltà teologica, schede di diverse dimensioni. Di mano in mano che lo spazio a disposizione diminuisce, la scrittura diventa fitta e microscopica e il periodare telegrafico.

11 Giuseppe Quadrio, Il trattato «De Assumptione Beatae Mariae Virginis» dello Pseudo-Agostino e il suo influsso nella teologia assunzionistica latina (= Analecta Gregoriana 52), Roma 1951.

Lo stile di don Quadrio è quasi sempre curato, il fraseggiare limpido e dotato di una certa eleganza e il lessico misurato e incisivo. Non mancano, quando il tempo è appena sufficiente per agire con calma, pennellate dai tratti vivissimi, e soprattutto scorci di profonda intuizione psicologica. Si avverte immediatamente, da molti squarci, che, se avesse voluto, don Giuseppe sarebbe potuto diventare uno scrittore non certo mediocre. Ciò che più lo interessava era però la comunicazione dei contenuti, e questa nella forma più convincente dal punto di vista razionale e affettivo.

Alcuni errori molto marginali, come l'anticipazione in una parola della finale di quella che seguirà, o altri dovuti al cambio di generi o di persone, rimangono nei fogli senza mai alcun intervento correttivo da parte dell'autore, anche quando risulta certa la riutilizzazione dell'omelia, magari a distanza di più anni. In questi casi più evidenti, si è intervenuti senza segnalazione in nota. Soltanto quando, assai raramente, si è pensato di sostituire una parola con un sinonimo, per evitare una ripetizione troppo vicina, il lettore è stato puntualmente avvertito.

Dalla concorde testimonianza di coloro che l'hanno conosciuto, don Giuseppe non leggeva le prediche, anche se si sapeva che ogni suo intervento era stato preparato con la massima cura, fino nei dettagli. La disciplina che egli si imponeva nella trascrizione di un'omelia o di brani di essa da una circostanza all'altra lo obbligava a riflettere con maggiore calma sui contenuti e ad imprimerseli nella mente con la lucidità e il calore con i quali venivano poi espressi.

Per far rivivere in qualche modo l'atmosfera intensamente spirituale che don Quadrio doveva suscitare con le sue parole, e in modo particolare con la sua presenza, con l'atteggiamento e il gesto sobrio e insieme ieratico, con la serenità profonda di tutto il suo essere, con il balsamo della sua voce dolcemente e intensamente coinvolgente, riportiamo in appendice una spigolatura di testimonianze rese in modo spontaneo da persone di diversa estrazione sociale, ma tutte mirabilmente concordi.

Per dare uniformità alla pubblicazione, si è intervenuti sull'uso delle maiuscole, nelle quali don Quadrio, secondo l'abitudine del tempo, abbondava, mantenendole soltanto nei casi richiesti per una più immediata comprensione del testo.

Le citazioni bibliche sono state conformate a quelle in uso presso la Conferenza episcopale italiana nella «Bibbia di Gerusalemme». Ci è sembrato un lavoro di utilità inferiore all'impegno che avrebbe richiesto la determinazione esatta di tutti i passi scritturistici esplicitamente e implicitamente chiamati in causa. Si sono così conservate nel testo soltanto le citazioni apposte dall'autore, con l'integrazione in nota di qualche ricorrente testimonianza letteraria o patristica di più difficile reperimento.

Ritocchi liberi sono stati apportati nella punteggiatura, specialmente in sostituzione del punto e virgola, dei due punti e delle lineette, allo scopo di rendere più immediata la comprensione al lettore. Non sono state tuttavia alterate in alcun modo le parole, senza che ciò venisse di volta in volta indicato.

Lo scopo della pubblicazione è infatti quello di presentare un'edizione criticamente attendibile delle omelie di don Quadrio, rivelando la loro collocazione all'interno del materiale archivistico superstite, per comunicare, attraverso lo scritto, e quindi in forma mediata e irrimediabilmente diluita, la ricchezza e la carica spirituale del pensiero del Servo di Dio.

OMELIE PER IL TEMPO DI AVVENTO E DI NATALE
001. Fuit homo (II domenica di Avvento, 07/12/1947, Roma, Istituto san Leone Magno)
L'antico filosofo Diogene, il cinico, un giorno uscì dalla sua botte, perché egli abitava in una botte, e con una vecchia lanterna in mano andava per le vie di Atene, sulle piazze, per le strade: ad ognuno alzava la sua lanterna in faccia, cercava dietro le colonne, nei ritrovi. Scuoteva il capo dicendo: «Cerco l'uomo, cerco uno che sia veramente uomo. Ad Atene fra tanti uomini non c'è un uomo». Come è difficile trovare un uomo che sia uomo di carattere! La liturgia dí oggi ci presenta uno di costoro, un uomo colossale, il solo di cui si è potuto dire quello di cui un giorno Gesù disse: «Nessuno tra gli uomini fu più grande di Giov[anni] il Battista».

Durante il periodo di Avvento, destinato a preparare i cuori alla venuta di Gesù, è lui, il precursore, che si fa avanti, che domina la scena: egli, l'araldo, il battistrada, la voce che grida nel deserto: «Ecco, viene il Signore: preparate la strada».

Il vangelo oggi ne presenta la figura, nelle due domeniche seguenti la predicazione. Lungo le spiagge occidentali del mar Morto, si stende per un tratto di molte miglia quadrate il deserto della Giudea. È una terra brulla, desolata, senza un filo d'erba e di vita; montagne rocciose bruciate dal sole e dalle folgori, valli dirupate e selvagge. Pochi arbusti brulli sono l'unica vegetazione che riesce ad abbarbicarsi. In mezzo ai dirupi si aprono grotte profonde, orride spelonche. In una di queste aveva preso dimora il giovinetto Giovanni il Battista, e vi rimase circa dai quindici anni fino ai trenta. Quindici anni di solitudine, di silenzio, di austerità, di preghiera, a contatto solo con Dio e con il deserto aspro e selvaggio.

Vicino alla grotta, una sorgente formava un piccolo bacino. Alimento del suo corpo erano radici d'erba, locuste e miele selvatico. Rifocillava l'anima nei lunghi colloqui con Dio, e ne ascoltava la voce quando il vento ululava nelle forre del monte, o quando i fulmini spezzavano la roccia della sua spelonca. Pregava le lunghe ore sotto la sferza del più torrido sole e di notte guardando le stelle. Domava la sua carne col digiuno e con la penitenza, temprava lo spirito nella forza per prepararsi alla missione di pace.

Indossa[va] una veste di peli di cammello rigida, irsuta, orrida, che fa[ceva] sanguinare il corpo. Porta[va] una cintura di cuoio alle reni, [anda]va a piedi nudi tra sassi, sterpi e spine, nella pianura e sui monti e, quando la stanchezza lo vince[va], dorm [iva] per terra con un sasso per cuscino.

Quindici anni di questa vita fecero di lui una figura così maschia, così grandiosa, così salda, che non ha esempio. Quando si presenterà alle folle per annunciare il suo messaggio, tutti saranno scossi dalla sua austerità, soggiogati dalla sua potentissima personalità, affascinati dalla forza che emana da quegli occhi di fuoco, da quella faccia incolta, sparuta, severa. Tutto in lui sembrerà scomparire. Rimane solo lo spirito e la voce.

Quest'uomo, dopo aver reso testimonianza al Messia, morirà per non piegarsi davanti a Erode, morirà per aver avuto il coraggio di denunciargli la sua corruzione ed ingiustizia.

Il vangelo di oggi contiene l'elogio di Gesù al suo grande amico e precursore: «Che andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma che andaste a vedere? Un uomo vestito mollemente? Ecco, quelli che portano vestiti preziosi e vivono tra le delizie si trovano nelle regge. Ma che andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. Questi è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a me il mio messaggero (precursore), perché mi prepari la strada. Perciò vi assicuro che fra gli uomini non v'è nessuno più grande di Giov[anni] Battista».

Il carattere. «L'intelligenza è una spada di duro acciaio; il carattere ne è l'impugnatura, senza la quale la spada non ha valore». «Non è l'ingegno sottile quello che forma le nazioni, bensì sono gli austeri e fermi caratteri» (Mass[imo] d'Az[eglio]). Non è anzitutto dall'intelligenza che si misura il valore di un uomo, ma dal carattere.

Uomo di carattere è colui che vede chiaramente ciò che deve fare; vuole fermamente il bene visto; fa sempre ciò che ha voluto. Fare ciò che si vuole, farlo sempre, farlo ad ogni costo è lo stemma degli uomini grandi.

002. Preparate la strada (IV domenica di Avvento, Torino)
«Ecco, viene il Signore, preparategli la strada. Vicino è ormai il Signore. Venite, adoriamolo». La messa di questa quarta domenica d'Avventol ci presenta tre personaggi, che incarnano2 i tre atteggiamenti fondamentali del cristiano nell'imminenza del Natale.

1) Il primo personaggio è Isaia, il profeta che otto secoli prima della nascita di Cristo annunziò, invocò, bramò ardentemente íl futuro Salvatore. Egli raccolse il grido angosciato e dolorante del suo popolo percosso dalla sventura; ed il suo grido risuona nella messa di oggi. Sue sono le parole dell'introito: «Apritevi, o cieli, e mandateci il giusto; si squarci la terra e germini il Salvatore». Suo è il grido ripetuto prima del vangelo: «Vieni, o Signore, non tardare: vieni a distruggere la miseria del tuo popolo».

Isaia rappresenta e personifica il primo atteggiamento del cristiano in preparazione al Natale: la preghiera, preghiera fatta di attesa, di speranza, di irresistibile bisogno del Cristo salvatore. Per un cristiano che non sente vivo, urgente, bruciante il bisogno di Cristo, Gesù] Cristo non verrà: per lui non ci sarà Natale. Oh, se siamo sinceri (e dovremmo esserlo almeno con noi), dovremmo ammettere che nella nostra vita intima c'è tanta insoddisfazione che non può essere placata che da Gesù; c'è tanto vuoto che non può essere riempito se non da lui; c'è tanta miseria che non può essere soccorsa se non da lui; ci sono delle ferite aperte che aspettano lui, l'unico balsamo; c'è tanta tenebra che non può essere illuminata se non da lui; c'è tanta stanchezza e disperazione che solo lui può placare e lenire. Confessiamolo: dal fondo del nostro cuore erompe la voce che riassume tutta la nostra angoscia e tutta la vita: «Vieni, o Gesù: senza di te non ce la faccio più!».

E questa nostra preghiera deve raccogliere la preghiera e il bisogno e l'ansia di tutti, poiché è tutto il mondo che ha bisogno, e che inconsciamente aspetta Gesù.

Ho visto un campo, lo aravano. L'aratro lo fendeva, lo feriva, lo squarciava: crudele. Perché tanto strazio di vergine terra? Mi han detto: «Perché sia pronto a ricevere il seme». Il mondo oggi è il campo arato e squarciato dall'ingiustizia, dal peccato, dal dolore: anelante verso la divina semente, la redenzione del Cristo. Le ferite del mondo aspettano Gesù, l'uomo ha bisogno di Dio, la terra ha bisogno del cielo, l'umanità ha bisogno di Cristo. Egli è l'atteso da tutte le strade; il sospirato di tutte le nazioni.

1 Omelia scritta su fogli di bozze della tesi, pp. 177 e 186. Dovrebbe perciò risalire all'anno 1950, perché il volume è uscito nel 1951. Sul fondo della seconda facciata si legge, capovolgendo la pagina: «Consapevole degli impegni che assume chi riceve gli Ordini sacri e delle disposizioni morali».

2 Nell'originale: personificano.

Ora, in questi giorni di attesa, il cristiano è un nuovo Isaia, è la voce implorante di tutte le miserie e i bisogni del mondo: e prega, gemendo, che
dove sono le tenebre, Cristo porti la luce,
dov'è il peccato, Cristo porti il perdono,
dov'è l'odio, Cristo porti l'amore,
dov'è l'errore, Cristo porti la verità,
dov'è la discordia, Cristo porti l'unione,
dov'è la disperazione, Cristo porti la speranza,
dov'è l'incredulità, Cristo porti la fede,
dov'è il dolore, Cristo porti la gioia,
dov'è l'oppressione e la tirannia, Cristo porti la libertà e la pace.3
2) Il secondo personaggio presentato dalla messa di oggi è Giovanni il Battista, il precursore, il battistrada, colui che prepara la via al re che viene. Egli è il simbolo, l'ara[l]do della purificazione dal peccato, poiché «predica il battesimo di penitenza in remissione dei peccati». Il vangelo riferisce uno squarcio di un suo discorso: «Preparate la strada al Signore, raddrizzate i vostri sentieri, rimovete gli ostacoli che sorgono sulla vostra strada, riempite gli scoscendimenti e i vuoti che il peccato ha fatto nella vostra vita; appianate la strada con il pentimento, ed allora: vedrà ognuno la salvezza di Dio».

Il peccato è il muro eretto tra noi e Cristo, è l'abisso che ci separa da lui. Pentiamoci umilmente, togliamo col dolore e la confessione il peccato dall'anima; altrimenti Cristo per noi sarà venuto invano. Il peccato, che per uno è l'ingiustizia o la cattiveria, per un altro [è] la sensualità, per un terzo la tiepidezza nella preghiera, per un altro la trascuratezza nei doveri del suo stato, per un altro l'egoismo.

Fratelli, Cristo ormai sta alla porta e bussa. Apriamogli: che non debba passare oltre anche stavolta, perché nel nostro cuore, come nelle case di Betlem[me], non c'è posto per lui.4
3 Brano ispirato alla «Preghiera semplice» di san Francesco d'Assisi.

4 Si accenna, all'inizio, a tre personaggi, ma ne vengono sviluppati soltanto due. L'omelia ci è dunque pervenuta incompleta. La terza figura dell'Avvento è Maria, la madre in attesa.

003. Videte ecclesiae surgentis exordium 5 (Vigilia di Natale, 24/12/1943, Roma, Istituto Sacro Cuore)
Il primo Natale salesiano fu celebrato sotto lo sguardo di s[an] Francesco d'Assisi, l'appassionato giullare ed istitutore del presepio. Dall'antico,
annoso ceppo francescano rampollava allora, tenero virgulto, la gigantesca tradizione natalizia salesiana.

Nell'angusta cameretta, attigua alla sacrestia di s[an] Francesco, sorgeva una vite che, uscendo in alto per un foro della volta, ramificava e fruttificava sopra il tetto. In quella cameretta, attorno a quella vite, don Bosco e alcuni ragazzi (non erano dieci) celebrò il primo Natale salesiano.

L'anno seguente (1842) la cameretta a stento conteneva6 l'aumentato stuolo. E cantavano. I versi modesti e ispirati erano nati li tra il vociare allegro di tutti, sul davanzale della cameretta (mancava anche il tavolino): la melodia don Bosco se la sentiva cantare in cuore come una grandiosa sinfonia. La rivestì di note facili e seggestive. Via Doragrossa e via Milano videro in quei giorni un prete e otto ragazzi passare e ripassare cantando sottovoce e accomodando il passo alla melodia. Fu la prima scuola di canto salesiana.

Ma la vite doveva uscire dalla cameretta e ramificare sopra il tetto. 11 terzo Natale è al Rifugio della marchesa di Barolo; due camerette ridotte poveramente a cappella, alla quale poco prima aveva fatto la sua trasmigrazione quello che là appunto per la prima volta d[on] Bosco] chiamò Oratorio. Fuori un candore di neve; dentro in quella primitiva cappella un minuscolo altare, poche sedie, un braciere; un quadro di san Francesco di Sales che (eleganza della provvidenza!) era stato trovato appeso alla parete. D[on] Bosco, vedendosi per la prima volta coi suoi giovani, solo coi suoi giovani, in un suo oratorio... don Bosco piangeva! Marchesa di Barolo, ognuno che porti nome di salesiano ricorderà quel giorno e sarà grato a te di quelle lacrime!
5 Espressione di sant'Ambrogio, come è annotato tra parentesi (Exp. ev. sec. Lucam 2,50 = SC 45,95). Il titolo originario è «Natale salesiano». Non è un'omelia, ma una commemorazione, pronunciata probabilmente nella vigilia della solennità. È scritta su foglio da lettera dell'Istituto Sacro Cuore di via Marsala, Roma. Porta la data 1943, forse non autografa. Tale data ri ricava però dall'accenno al centenario di quel terzo Natale salesiano (1843). Don Quadrio è studente del primo anno di teologia. Il manoscritto pone problemi di datazione. Il Natale del 1842 è descritto nelle Memorie biografiche nel secondo volume (MB 2,129-130). Il canto natalizio al quale si allude qui inizia con il verso «Ah, si canti in suon di giubilo». Il Natale presso il Rifugio della marchesa di Barolo è del 1844 (MB 2,250-251). Il primo Natale nella cappella Pinardi si celebrò nel 1846 (MB 2,582-584). Don Quadrio ricostruisce forse a memoria, non avendo sotto mano le fonti. Anche intorno ad altri particolari rimane dell'incertezza.

6 Nell'originale: capiva.

1843. Il Natale vide altre lacrime di d[on] Bosco, ma quanto più tristi e più amare! È il periodo più commovente nella storia di d[on] Bosco: periodo delle migrazioni, delle incertezze affannose, dei più incredibili e amari misconoscimenti e delle più profonde sofferenze morali e fisiche. Scacciato dal Rifugio, dai mulini di Porta Palazzo, [seguì] poi un periodo di vero oratorio ambulante, di qua e di là, nel crudo inverno, per l'aperta campagna. «Domini est terra et plenitudo eius», diceva per consolare la sua intensa tristezza e rassicurare i suol giovani.

Nel giorno dí Natale, il primo giorno in cui anche per loro non erat locus in diversorio, don Bosco se li vide irrompere nella sua cameretta del Rifugio. Don Lemoyne parla di un'insolita mestizia, dell'interna pena di quel Natale. Il santo, trattenendo a stento i singhiozzi e le lacrime: «Non temete, miei cari figliuoli», disse loro. «È già preparato un bell'edilizio per voi..., una bella chiesa, una grande casa, spaziosi cortili, ed un numero sterminato di giovani...».

Tra essi in quel triste Natale, attraverso il luccichio delle lacrime, don Bosco vide anche noi, vide la gioiosa e festante fratellanza natalizia di questo giorno, e godette che dalle sue lacrime paterne sarebbe nata tanta gioia di figli.

Ma ben più cara ancora gli doveva costare la nostra gioia. Lui sognava; ma il Vicario di Torino, la marchesa Barolo, gli amici non sognavano. «No! È una cosa che si deve fare», ripeteva loro con santa ostinazione. «È una cosa che si farà, e sarà una cosa grandiosa!». Essi lo guardarono in faccia e dubitarono del suo intelletto. Anche questo, o signori! Una mattina, non molto dopo quel Natale, il giovinetto Michele] Rua è fermato da un signore, che gli domanda: «Vai ancora all'oratorio di d[on] Bosco? Ma non sai che è impazzito?». La strana persuasione è di dominio pubblico: «D[on] Bosco è pazzo!». La curia arcivescovile s'affretta a intervenire per salvaguardarne l'onore sacerdotale. Che dico? il suo miglior confidente e collaboratore, il teologo Borel, ci crede. «Ma dove sono tutte queste cose che lei dice?», gli domanda. «Non posso dire, ma ci saranno. Le vedo!». All'udire tali parole, il buon teologo Borel si sentì profondamente commosso. Gli parve di avere la prova certa della pazzia del suo caro amico. Non potendo più reggere all'immensa pena, gli si accostò, lo baciò e si allontanò versando caldissime lacrime.

I Natali successivi, una lunga serie di Natali (il nostro è il centesimo dopo quello) s'incaricarono di dimostrare che d[on] Bosco non era un pazzo, ma un veggente.

1844. Il quarto Natale è celebrato nella tettoia Pinardi. Dalla tettoia nacque una modesta chiesetta, multarum ecclesiarum mater. All'ombra della chiesetta i primi chierici, i primi sacerdoti, la congregazione, poi una casa, un'altra casa, tante altre case, tante altre chiese, in Piemonte, in Italia, in Europa, in tutto il mondo. E in ogni casa, ogni anno tanta gioia natalizia: multiplicasti gentem et ei multiplicasti laetitiam. Migliaia di salesiani, migliaia di Figlie di M[aria] A[usiliatrice], di ogni- lingua e colore, migliaia e migliaia di giovani, che godono tutti il frutto di quelle prime lacrime natalizie, stretti nel dolce vincolo del suo dolce nome.

Nel suo primo Natale salesiano (1841), don Bosco portò alla comunione Bartolomeo Garelli, non già solo, ma con un gruppetto di altri, chiamati da quel primo a venire a vedere quel prete che era un bravo prete e che, al pari del primo,' sapevano poco più che zufolare. Da quell'anno, ogni Natale, quanto confessare, quanta grazia eucaristica nelle anime giovanili, quanto multiforme ministero sacerdotale di lui e dei suoi figli per far trionfare nei cuori la gioia natalizia!
Ed anche questo nostro intimo, familiare, gioioso Natale, nato dalle sue lacrime, è la più chiara testimonianza e conferma che d[on] Bosco aveva ragione e che le lacrime dei santi godono dell'inesauribile fecondità divina e salvano il mondo. Godiamo perciò nel dolce vincolo del suo dolce nome, perché, se ogni giorno egli ci invita alla santa allegria, hodie procul dubio ad spiritualem laetitiam copiosius incitamur (s[an] Leone M[agno]).8
7 Nell'originale: primo non. Per l'episodio cf. MB 2,70-77.

8 Serm. 28, In Nativ. Dom. 8,1 = PL 54,221-222.

004. [Se non amiamo di più...] (Solennità di Natale, 25/12/1951, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Ecco, io vi annuncio una grande gioia: è nato il Salvatore! In questo solennissimo istante, è la chiesa, è l'angelo, è Maria che ci annuncia il grande evento. Il Signore ci faccia ritornare — almeno per un momento bambini, perché possiamo accogliere nell'anima pura ed estasiata il cantico che discende dal cielo e, per gli spazi infiniti, torna a percorrere le vie del mondo. Accostiamoci con cuore innocente alla santa grotta, dove è tutto un tripudio d'angeli adoranti, dove è nato il re degli angeli, alla mangiatoia dove Cristo ha eretto il suo trono e la sua cattedra e, inginocchiati ai piedi del celeste bambino, domandiamogli una parola, una parola che venga dal suo cuore e giunga al nostro cuore, una parola che custodiremo gelosamente nell'anima come il lume del viandante nella notte, una parola che ci faccia più buoni e che poi porteremo a casa quest'anno più contenti.

«Vedete quanto vi ho amato! Amatevi anche voi così». Miei fratelli, qui c'è tutto il Natale, tutto il mistero del Dio fatto bambino, tutto il messaggio del presepio. Vogliamoci bene, amiamoci come lui ci ha amati, perché lui ci ha amati per primo. Se non raccogliamo questa lezione, oggi per noi non c'è Natale.

Se non amiamo di più, stanotte Cristo per noi non è nato; se chiudiamo il cuore all'amore, Cristo per noi è nato invano.

Amore, amore: questo Gesù è venuto a portarci in terra.

Amore, amore: questo ci ripete la sua dolce figura di bimbo sulla paglia.

Amore: questo ci predica eloquentemente la squallida grotta.

Amore: questo è il grande annuncio degli angeli, che sulla grotta annunciavano la pace agli uomini di buona volontà, cioè di buon cuore, come si legge nel testo originale dei vangeli.9
Amore che non assume pose, si fa piccolo per mettersi al livello, al di sotto della persona amata.

Amore che dimentica se stesso, per l'interesse della persona amata. Amore che sente, che cerca, che trova chi soffre, chi è solo, chi piange.

9 Il richiamo al «cuore buono è forse ricavato da Lc 8,15 e non appare direttamente in Lc 2,14. Probabilmente si tratta di una citazione cumulativa, dovuta alla natura di appunto della pagina. L'interpretazione «di buona volontà» come «oggetto dell'amore di Dio» è apparsa solo successivamente alla data dell'omelia.

Amore che ama senza pretendere ricambio.

Amore che nessuna ingratitudine chiude, nessuna indifferenza stanca. Amore che si mette a servizio, a disposizione di chi ama.

Amore che tiene la porta del cuore aperta a tutti e non la chiude ad alcuno.

Amore che comprende, capisce, consola, e si dona.

Amore che irradia attorno a sé luce, serenità, gioia, pace.10
La gioia vera, anche la gioia del Natale, consiste nel far felice qualcuno. Ed allora questo Natale resterà come un punto luminoso nella notte della n[o]s[tra] vita. Tornando alle nostre case questa sera, le troveremo riscaldate di un nuovo tepore, fasciate di gioia,' perché, con l'amore, nelle nostre case sarà nato lui, Gesù! 11
10 Alcune espressioni sono ispirate alla preghiera che Léonce di Grandmaison compose per la Madonna. Don Quadrio ne teneva nel suo breviario una copia manoscritta, datata 7 marzo 1948. Gliela chiese don Luigi Melesi in cambio di una stampata. Egli ne conserva ora l'originale. Nel diario è pubblicata in riferimento al medesimo giorno (Don Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, Torino 1964, pp. 116117). Cf. anche 0 084.

11 Omelia pubblicata in E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 133. Da qui è stata ripresa e diffusa su bollettini
05. Il nome di Gesù (Festa del nome di Gesù, 02/01/?, Torino)
Quando una persona ci è molto cara, il nome che essa porta ci sembra il più bello di quanti esistano. Lo ripetiamo con amorosa frequenza nella conversazione, lo scriviamo con piacere e, quando ricorre il giorno onomastico, lo festeggiamo con gioia. In questo istante a ciascuno di noi si affaccia alla mente e sale sul labbro qualcuno di questi cari nomi che portiamo in cuore e, dietro il nome, ecco apparire l'immagine della persona cara che lo porta.

Un nome è caro, in quanto ci è cara la persona che si identifica con esso; un nome che prima ci lasciava indifferenti e quasi ci era sconosciuto, a un certo punto è diventato tutto nella nostra vita. Tutto, perché è il nome dell'amico più caro, dello sposo, del figlio.

Questi sentimenti prova oggi la chiesa nel celebrare il giorno onomastico del suo Sposo, Gesù.

  1. Santissimo nome che un angelo recò dal cielo sulla terra per volere del Padre celeste. Nell'annunciarle che sarebbe diventata madre del Figlio di Dio, l'angelo disse a Maria: «Lo chiamerai Gesù».

E qualche mese dopo a s[an] Giuseppe, costernato e dubbioso per la misteriosa e impreveduta maternità di Maria, il medesimo angelo [appare e] lo conforta, rivelandogli il divino segreto: «Ciò che è avvenuto in lei è opera dello Spirito S[anto]. Darà alla luce un figlio, a cui porrai nome Gesù, perché egli salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Otto giorni dopo la nascita, nel giorno della circoncisione, Maria e Giuseppe imposero al loro figlio il nome di Gesù, come l'angelo aveva ordinato.

Perché Gesù? In ebraico significa "salvatore", ed era quindi il più adatto ad esprimere la sua missione tra gli uomini.

  1. Dolcissimo nome che

— Maria ripetè mille volte nei nove mesi dell'ansiosa e gioiosa attesa;
— nome che pronunciò con indicibile amore nell'attimo beato in cui vide per la prima volta il volto del suo figlio, del suo Dio, sulla paglia della mangiatoia;

  1. nome che Maria alternò con tenerezza alle carezze e ai baci, allorché stringeva al seno l'adorabile suo piccolo;
  2. nome che la madre chiamò disperatamente nella notte dello smarri

mento, quando, dopo una giornata di cammino, s'accorse che [il] suo ragazzo non era nella comitiva: «Gesù, Gesù, Gesù!», gemè in quella tristissima notte la povera mamma, rifacendo la via verso Gerusalemme;

  1. nome che l'Addolorata vide inciso in ebr[aico], greco e latino sul cartello della sentenza di morte inchiodato alla croce sopra il capo straziato dell'agonizzante suo figlio: «Gesù Nazareno, re dei Giudei». Mai come in quel momento si avverava e compiva il significato di un nome: Gesù, cioè salvatore.

3. Potentissimo nome

  1. che, affisso alla croce, sbaragliò le potenze infernali; sconfisse il demonio e gli strappò la preda: il genere umano;

— che, dice s[an] Paolo, è sopra ogni altro nome, poiché al suo semplice suono si piega ogni ginocchio in cielo, in terra, nell'inferno;

  1. che, pronunciato da Pietro, dopo la Pentecoste, risanò miracolosamente lo storpio che sedeva da anni mendicando alla porta del tempio: «Nel nome di Gesù Nazareno, sorgi e cammina!»; e si alzò lo storpio, gettò via le grucce, e camminò speditamente;
  2. che, pronunciato con amore, diede e dà tuttora ai martiri l'intrepida forza di affrontare le fiere dei circhi, le fiamme dei roghi, gli uncini dei carnefici, le catene del[le] carceri, i lavori forzati, l'esilio e la morte;
  3. che, ripetuto da milioni e milioni dí moribondi, ha confortato i loro estremi, terribili istanti ed aperto loro le porte del cielo; «poiché non v'è altro nome sulla terra in cui i peccatori possano essere salvati»;
  4. che strappa al cielo qualunque grazia: «tutto ciò che chiederete al Padre nel nome mio, l'otterrete».

4. Adorabile nome, nome del Santo dei santi, del giudice supremo, del Verbo incarnato, uguale al P[adre], rivestito della maestà e potenza di Dio stesso;

  1. che s[an] Paolo non si stanca di ripetere centinaia e centinaia di volte nelle sue quattordici lettere;
  2. che s[an] Bernardo chiama miele alla bocca, armonia all'orecchio, dolcezza al cuore;12
  3. s[anta] Francesca di Chantal si impresse con un ferro rovente sul petto in segno di amore esclusivo e di fedeltà perpetua;

s[an] Bernardino di Siena nel 1400 diffuse nelle contrade d'Italia, facendolo incidere come emblema di fede sulle porte delle case, sugli edifici pubblici, sui gonfaloni delle città: «Gesù salvatore degli uomini». [Tanta santità richiede il massimo del nostro] rispetto.

12 «Iesus mel in ore, in aure melos, in corde iubilus» (Sem. 15, Super Cantica, circa medium).

  1. [Nome che] sulle nostre labbra non dovrebbe mai essere profanato dall'empia e inutile bestemmia, che ci rende inferiori alle bestie.
  2. Quando l'uomo parla è sempre superiore alle b[estie];
  3. quando l'uomo grida è uguale alle] b[estie];
  4. quando l'uomo bestemmia è inferiore alle b[estie].
  5. [Che dovrebbe essere citato solo] con quel rispetto, che merita il nome di Dio. Gli Ebrei non potevano pronunciarlo; almeno noi non pronunciamolo invano o senza rispetto. La chiesa vuole che il sacerdote nella messa faccia [un] inchino ogni volta [che lo ripete].
  6. [Per l'amore misericordioso di Gesù, esso suscita in noi] confidenza

e fiducia.

[È questo il nome] che deve aprire e chiudere le nostre giornate, che deve risuonare sulle nostre labbra
come forza nella tentazione,
come fiducia nelle prove,
come luce nei dubbi,
come aiuto nella necessità,
come salvezza nei pericoli.

Nostra madre ci ha insegnato a balbettare quel nome insieme col suo. Sarà l'ultimo nome che ci verrà ripetuto13 nella nostra agonia. Tra queste due date noi dobbiamo pronunciarlo sovente.

«Gesù». Possa essere l'ultima parola che suggelli le nostre labbra fredde e tremanti e sia pegno di eterna beatitudine. «Gesù. Vieni, Gesù, cioè, salvatore». Così sia.

13 Nell'originale: pronunciato.

006. [Noi siamo i magi erranti]
(Festa dell'Epifania, 06/01/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nella festa dell'Epifania ogni anima cristiana commemora e rivive in sé la meravigliosa vicenda dei magi, quei sapienti orientali che, al richiamo di una stella misteriosa, vennero da lontano a Betlemme ad adorare il neonato Redentore del mondo.

Storia o leggenda? Indubbiamente storia, [una storia] vera ed autentica.

  1. Storia di ieri, narrata nell'unico libro veramente sicuro ed infallibile: la Bibbia, il vangelo, scritto da testimoni veraci sotto l'ispirazione e l'assistenza di Dio stesso. Con tutta probabilità l'evangelista apprese la vicenda dei magi dalla bocca stessa di Maria, madre di Gesù, che tanta parte ebbe in quel meraviglioso avvenimento. Storia dunque, e non leggenda.
  2. Ma anche storia di oggi, di ciascuno di noi e dell'umanità attuale. Ecco come.
  3. I magi venuti da lontane contrade attraverso i deserti della Siria e le impervie montagne della Giudea, alla ricerca del Redentore predetto dai loro libri, bramato dai loro popoli, atteso dai loro cuori, siamo noi, ciascuno di noi. Veniamo da molto lontano, abbiamo tanto camminato e cercato per le vie della vita, e forse siamo stanchi di attendere, di cercare, di aspettare. Che cosa? C'è qualche cosa che ci manca, che ci affanna, che ci sospinge ogni giorno su tutte le strade della vita. Ci manca Gesù, la sua luce e il suo amore, l'intesa perfetta con lui, l'adesione totale al suo amore. Noí siamo magi erranti alla ricerca di Gesù. Niente ci basta, niente ci placa; siamo fatti per lui.
  4. La stella misteriosa predetta e mai prima intravista, che una notte balenò davanti allo sguardo stupito dei magi che esploravano il cielo (erano forse astronomi), la stella che in modo prodigioso li guidò attraverso deserti e montagne fino a Betlemme, questa stella è la nostra coscienza, questa luce arcana, segreta, che Dio accese nel buio della nostra vita. La coscienza che ammonisce, sprona, incoraggia, rimprovera, piange. La puoi soffocare, ma non spegnere. Se la segui, ti porta a Gesù. Come l'ago della bussola oscilla inquieto, finché non trova il nord, così la tua coscienza non ti darà pace, finché non avrai trovato Gesù. Attento a non forzarla: è una macchina di precisione, che va trattata con delicatezza. Segui le sue indicazioni, sempre. Sei un uomo di coscienza e arriverai a Gesù.

3. Seguendo la stella i magi giunsero alla stalla, ove trova[ro]no Gesù. Seguendo la voce della tua coscienza, oggi sei venuto alla chiesa: la mangiatoia oggi è l'altare della messa. Sopra vi è deposto Gesù, non tra le braccia di Maria, ma nelle mani di un sacerdote; non sotto le sembianze di un vezzoso bambinello, ma sotto le apparenze di un candido pane. È lo stesso Gesù. I magi credettero e prostrati lo adorarono, riconoscendolo come re, come Dio, come redentore.

Per questo gli offrirono doni preziosi, portati dalle loro terre lontane: oro come a re, incenso come a Dio, mirra come a colui che con l'amarezza della croce avrebbe redento il mondo. E tu che cosa offrirai a Gesù? Gesù attende che tutti gli uomini vengano a lui."
14 L'omelia si conclude con la citazione di alcuni numeri: «Due miliardi, 420 milioni: 1/5». Si riferiscono probabilmente agli abitanti della terra e alla percentuale dei credenti fra di essi.

007. [La vecchia e la nuova sapienza]
(Festa dell'Epifania, 06/01/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Eccoci qui nuovamente, tutti noi membri della famiglia di Dio, radunati attorno all'altare, per celebrare una delle feste più solenni e più care della n[o]s[tra] famiglia, l'Epifania.15
Epifania, cioè manifestazione. La chiesa rievoca e rivive oggi nella sua liturgia il singolare avvenimento della manifestazione di Gesù bambino ai sapienti orientali, venuti a rendergli omaggio, e celebra in questo avvenimento il grande mistero della chiamata del mondo pagano alla luce della fede.

Ecco il fatto, ricostruito secondo la narrazione tramandataci dall'evangelista s[an] Matteo. Rifacciamoci bambini e osserviamo la scena evangelica con l'occhio semplice e attonito della n[o]s[tra] infanzia.

Non molti16 giorni dopo la nascita di Gesù, alcuni aristocratici sapienti giungevano dall'oriente, da lontane regioni, e s'inginocchiavano davanti al neonato di Betlemme. Non erano re, ma padroni degli stessi re. Nulla nel loro paese si faceva di importante senza consultarli: [erano infatti considerati] saggi, indovini, potenti.

Venivano forse dall'Iran, forse dalla Mesopotamia, forse dalle sponde del mar Caspio. Erano partiti vari mesi prima dalle loro terre, a cavallo dei loro cammelli, avevano guadato il Tigri e l'Eufrate, varcato il gran deserto dei Nomadi, costeggiato il mar Morto. Erano astronomi: li aveva svegliati dai tranquilli studi degli astri la comparsa insolita di una stella, raggiante come una cometa. Avevano sfogliato i loro elenchi astrali, si erano consultati con gli altri sapienti, senza trovare né spiegazione né cenno di quell'apparizione, che chiamava con un appello di luce.

Anche nel loro paese si sapeva, dai libri sacri, che sarebbe venuto al mondo un soccorritore, nascendo da una vergine, in un periodo di tempo contraddistinto da straordinarie apparizioni stellari.

Ora dunque tre di quegli indagatori, lasciato di speculare [sul]le stelle e d'interpretarne le palpitazioni, si mossero al richiamo meraviglioso dell'astro nuovo e avviarono i loro cammelli, bardati di tappeti e onusti di vettovaglie e doni, verso la regione, verso la quale la luce accennava. Forse s'incontrarono per via, o forse partirono insieme.

15 Omelia scritta sul primo dei due quaderni che raccolgono il commento al Credo (Q 1). È da collocare nell'armo 1957.

16 Nell'originale: Alcuni.

L'arrivo a Gerusalemme, l'interrogazione dei sacerdoti, l'intervento di Erode, la ripresa del viaggio verso Betlemme, sono vicende note dal racconto evangelico.

Ed eccoli a Betlemme, davanti alla casipola dov'era albergata la povera famiglia. Erano venuti per adorare un re e trovarono un poppante mal fasciato, in grembo a un'umile donna del popolo, in umile abituro. Essi caddero in ginocchio e lo adorarono.

Dopo le bestie che son la natura, dopo i pastori che sono il popolo, era giusto che anche il sapere s'inginocchiasse alla mangiatoia di Betlemme. I sapienti s'inginocchiarono dinanzi a colui che sottometterà la scienza delle parole e dei numeri alla nuova sapienza dell'amore.

I magi a Betlemme rappresentano le vecchie teologie che riconoscono la nuova rivelaz[ione] definitiva, la scienza che si umilia davanti all'innocenza, la ricchezza che si prostra ai piedi della povertà.

Fatti recare dagli schiavi i cofani coi doni, li porsero [al piccolo]. Uno offerse dei monili d'oro, un altro una borsa d'incenso, il terzo una scatola di mirra. L'oro in omaggio alla dignità regale, l'incenso in riconoscimento della divinità, la mirra in segno della morte redentrice.

Inginocchiati dentro i sontuosi mantelli regali ed ecclesiastici, sulla paglia dello strame, essi i potenti, i dotti, gli indovini, offrono anche se stessi come pegno dell'obbedienza del mondo.

Questo il racconto evangelico nella sua scarna, quasi infantile semplicità. Storia o leggenda? Indubbiamente storia!

  1. Storia di ieri, narrata nell'unico libro storico veramente sicuro e infallibile, il vangelo, che ha per autore principale lo stesso Iddio. Storia che la stessa Vergine santa narrò agli evangelisti, che la tramandarono a noi fedelmente nel santo] vangelo.
  2. Ma anche storia di oggi, di ciascuno di noi: la nostra storia. I magi, venuti da lontane contrade attraverso i deserti della Siria e le impervie montagne della Giudea, alla ricerca del Redentore predetto dai loro libri, bramato dai loro popoli, atteso dai loro cuori, siamo noi, ciascuno di noi.

Veniamo da molto lontano, abbiamo tanto camminato e cercato per le vie della vita e forse siamo stanchi di aspettare, di cercare, di desiderare. Che cosa?
C'è qualche cosa che ci manca. [Il cuore umano è un viaggiatore alla ricerca di Dio ed anela disperatamente a lui. Ogni desiderio umano cerca inconsciamente lui, l'unica felicità capace di appagarlo].17
17 Parte integrata, prendendo lo spunto dalle omelie di contenuto affine.

008. [Chiamata alla fede]
(Festa dell'Epifania, 06/01/?, Torino)18
La solennità liturgica dell'Epifania, come il nome stesso suggerisce, è la festa della manifestazione di Dio nella persona del suo Figlio incarnato, è la festa della chiamata di tutta l'umanità alla fede in Cristo. Dopo i pastori, appartenenti al popolo ebraico, ecco i sapienti di oriente (i magi), rappresentanti dei popoli pagani, accorrere alla culla di Gesù, prostrarsi in adorazione, offrirgli i propri doni, riconoscere in lui il Figlio di Dio. I sapienti d'oriente, prostrati davanti alla culla del divino infante, sono il simbolo dell'umana intelligenza che si piega davanti a Dio con l'atto di fede e crede alla sua parola. Nei magi tutti noi eravamo presenti e rappresentati: la fede dei magi rivive nella nostra fede. Non si va a Cristo, non si giunge a Dio, se non con la fede.

La fede. Seguendo il ciclo delle nostre conversazioni, alla luce dell'odierna festività, noi oggi intendiamo iniziare l'analisi psicologica dell'atto di fede," per scomporre questo misterioso meccanismo nei suoi ingredienti essenziali, e vedere che cos'è veramente e come funziona il congegno della nostra fede in Dio.

1) Un atto di fede è in realtà un movimento semplicissimo, istantaneo, indivisibile. Non esige né tempo, né durata, né complicate acrobazie. Non si richiede, per fare un atto di fede, che io solennemente reciti il Credo o una qualunque formula o professione di fede, e neppure che dica una parola qualsiasi. Essenzialmente l'atto di fede è un movimento interiore semplicissimo dell'anima, un «sì» espresso mentalmente davanti a Dio che parla. O anche un «sì» implicito in un altro atto religioso, per esempio] il segno di croce, la genuflessione, l'ascoltare docilmente la parola di Dio, l'assistere devotamente alla s[anta] messa.

Direte. Ma e l'indagine laboriosa che precede l'atto di fede? Non bisogna confondere la ricerca minuziosa dei fondamenti della fede con l'atto di fede in se stesso. L'indagine e il ragionamento precede la fede, ne è come l'atrio, la preparazione. V'è grande differenza tra il viaggiare e il toccare la mèta, tra l'istruzione e il dibattimento di una ca[u]sa (talvolta lungo e laborioso), e la sentenza del giudice. La ricerca razionale, sulle basi della fede, non è la fede stessa; così come il processo non è la sentenza.

18 Omelia databile tra il 1954 e il 1957, sulla base delle pagine utilizzate, contenenti bozze per un volume di scienze naturali.

19Il frammento dell'omelia sul Natale (Arch. 006) appartiene probabilmente al medesimo ciclo. Si tratta probabilmente di istruzioni pomeridiane ai chierici della Crocetta.

  1. Ma se da una parte l'atto di fede è un moto semplicissimo dello spirito, dall'altra è un atteggiamento assai complesso, che impegna tutto l'uomo: è un'adesione vitale a Dio, in cui tutto l'uomo con tutta la sua personalità viene ingaggiato. Alla verità si va con tutta l'anima, con tutto l'essere (Platone). La fede è un movimento di tutto l'essere umano, ed esige l'intervento di tutte le energie dell'anima: intelligenza, volontà, affettività, sentimento, cuore. L'uomo tutto intero è ingaggiato in ogni atto di fede, perché la fede è un contatto di tutta la profonda personalità umana con le ricchezze della personalità divina. È un fenomeno di comunione: uno slancio di tutto l'essere, che dona se stesso a Dio, e si getta nelle braccia del Padre celeste, e riposa nel suo seno, aderendo totalmente a Dio, verità suprema, valore supremo, bontà suprema, bellezza suprema. La fede è un fenomeno di comunione. Mio Dio, io credo!
  2. Approfondiamo la nostra analisi.

Quest'adesione vitale di tutto l'uomo a Dio, a Cristo e al suo divino messaggio implica la collaborazione, [la] confluenza di tre forze: intelligenza, volontà, grazia. Ogni atto di fede è la risultante di queste tre componenti: intellettiva, affettiva, soprannaturale. Se manca uno solo di questi tre elementi, non si ha fede cristiana, ma solo un qualche surrogato di essa. L'analisi della fede che neghi uno di questi tre elementi è eretica; l'analisi che ne sottovaluti uno è monca ed incompleta. Int[elligenza], vol[ontà], grazia: questi sono i tre elementi costitutivi, nei quali noi vogliamo scomporre l'atto di fede. Se noi però li isoliamo per studiarli separatamente, questo non significa che sia[no] separati nella realtà: si connettono, si illuminano vicendevolmente, e costituiscono un solo movimento vitale. Uno e unicom è l'uomo che crede, col consenso dell'int[elligenza], [della] vol[ontà, della] graz[ia]; come uno e medesimo è il fuoco che brucia, illumina e riscalda.

Tre affermazioni fondamentali.

Triplice è il compito dell'intelligenza nell'atto di fede.

20 Parola incerta.

1) Preparare l'atto di fede, vagliando le basi e i fondamenti della fede. Per poter credere, l'intelligenza deve acquistare la certezza razionale
— che Dio esiste, ed è degno della massima fede;

  1. che Dio può parlarmi;
  2. che Dio mi ha parlato, rivelandomi i misteri della religione cristiana;
  3. che dunque io posso ragionevolmente credere, anzi debbo credere a questi misteri rivelati, ammettendoli come veri sulla parola di Dio che li ha rivelati.
  4. Emettere l'atto di fede: io credo. Credo perché Dio l'ha detto per mezzo di Gesù. Dio l'ha detto: questo mi basta, questo è tutto per me, non cerco altro. Credo! Come credo all'orario ferroviario, alla radio, al giornale, ai libri di storia] e geogr[afia], ai miei amici e familiari, al mio medico, così — molto più ragionevolmente — credo a Dio, verità infallibile che non si inganna, che non mi inganna.
  5. Posto l'atto di fede, l'intelligenza sente íl bisogno di sollevare il velo del mistero e spingere lo sguardo in quella luminosità tenebrosa. Credo, per meglio comprendere. I misteri rivelati sono oscuri, ma a chi ricerca con semplicità, lealtà, umiltà, costanza, si rendono un poco intelligibili e ragionevoli. [Gli permettono di] inoltrarsi ad esplorare l'oscurità del mistero, questa tenebra transluminosa dove Dio abita.

Triplice compito dunque ha l'intelligenza nell'atto di fede:

  1. prepararlo, vagliandone i fondamenti;
  2. emetterlo, accettando come vere le verità rivelate;
  3. completarlo, approfondendo il dato rivelato.

Ma tutto questo non è un giogo insopportabile ed obbrobrioso per l'intelligenza umana? Non è l'abdicazione ai propri diritti di libertà? Gli altri tiranni possono costringermi a fare ciò che non voglio, a dire ciò che non penso: e Dio, con più sottile tirannia, non vuole con la fede costringerci a pensare ciò che non vedo? Risponderemo domenica, affrontando il problema: la fede è il suicidio dell'intelligenza?21
21 L'omelia annunciata qui ci è conservata, incompleta. Sarà inserita tra le conversazioni intorno alla fede. Non sono stati qui affrontati i compiti della volontà e della grazia nell'atto di fede.

009. Il nostro battesimo
(Ottava dell'Epifania, 13/01/1952, Torino, Patronato della Provvidenza)22
Vi siete chiesto perché oggi nel santo vangelo abbiamo descritta la scena del battesimo di Gesù sulle rive del Giordano? Oggi è l'ottava o conclusione della festa dell'Epifania. Epifania vuol dire manifestazione di Gesù come messia e Figlio di Dio. Ora tre manifestazioni di Gesù vengono celebrate dalla chiesa: domenica scorsa la manifestazione di Gesù aí magi, che rappresentavano tutti i popoli della terra; oggi la manifestazione di Gesù nelle acque del Giordano al momento del suo battesimo; domenica ventura la manifestazione di Gesù per mezzo del primo miracolo, quando per gli sposi di Cana cambiò l'acqua in vino.

Oggi dunque una parola sul battesimo di Gesù. Richiamate alla mente tre momenti di quella scena a voi notissima, perché immortalata sulla tela dai nostri grandi pittori.

Primo momento. Gesù trentenne discende nelle acque del fiume e Giovanni il battezzatore gli versa sul capo l'onda purificatrice.

Secondo momento. Ecco aprirsi il cielo e scendere sul capo di Gesù lo Spirito Santo in forma di colomba.

Terzo momento. Una voce risuona dall'alto. È la voce del Padre: «Questo è il mio Figlio diletto, il mio messaggero».

Mentre Gesù s'allontana23 dal Giordano per incominciare la sua vita pubblica, Giovanni il battezzatore lo addita alle folle: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo».

Il battesimo di Gesù ci richiama alla mente il nostro,24 quando, appena aperti gli occhi alla luce del mondo, fummo portati alla chiesa per essere battezzati. Permettete che io vi ricordi tre momenti del solenne rito che allora si svolse. Ad una suora che suggeriva ad un operarlo di far battezzare suo figlio, il padre rispondeva (attenuo un poco i termini): «Me ne infischio del vostro battesimo; non è che un po' di sale in bocca!».

22 L'omelia si può collocare nell'anno 1952, perché è scritta sul retro di bozze simili a quelle sulle quali appare la seguente, datata. Il pubblico è il medesimo. Nell'originale si alterna il genere maschile a quello femminile. È probabilmente un indizio di riutilizzo della minuta. Qui il testo è stato uniformato, portando tutto al femminile.

23 Nell'originale: allontanava... additava.

24 Nell'originale: nostro battesimo
[Primo momento]. Il sacerdote, come Giovanni il battezzatore, versò sul tuo capo l'onda purificatrice dell'acqua battesimale e in quel momento la tua anima insozzata dalla colpa originale venne lavata, purificata e resa candida ed immacolata. Mentre l'acqua scorreva sul tuo capo, il sangue di Gesù irrorava e purificava la tua anima. Un bagno nel sangue. Ipse lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo.
Ecco il primo momento ed il primo grande effetto del sacramento del battesimo: cancella il peccato originale e, se ci sono, anche tutti i peccati attuali con le pene ad essi dovute.

Secondo momento. Sul capo di Gesù discese lo Spirito Santo. Ed anche sopra il tuo capo nel battesimo il sacerdote alitò tre volte, per significare che lo Spirito Santo scendeva come un soffio nella tua anima purificata. Anzi, con voce sicura il sacerdote pronunciò su di te gravi, tremende parole: «Esci da lei,25 o spirito immondo (il demonio che abitava in te per il peccato originale), e lascia il posto allo Spirito Santo!».

Ecco il secondo momento ed effetto del battesimo: lo Spirito Santo entrò nell'anima tua purificata, vi prese possesso come un re del suo regno, e incominciò ad abitare in te come in un tempio. S[an] Paolo [ammonisce]: «Ma non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?». Tu allora sei diventata come il tabernacolo, come la pisside che contiene il Signore. Guai a scacciare col peccato lo Spirito Santo dall'anima e a introdurvi di nuovo il re delle tenebre! Dunque rispetta il tuo corpo; trattalo con somma venerazione; custodiscilo come cosa sacra; come l'ostia consacrata che racchiude Gesù.

Terzo momento. Dal cielo si udì una voce: «Questi è il mio Figlio diletto, in cui ho posto le mie26 compiacenze». Anche tu col battesimo sei diventata figlia di Dio, oggetto della tenerezza di Dio. «Eravamo figli dell'ira col peccato originale, ora siamo diventati figli dell'amore». Dio è il nostro Padre e noi possiamo chiamarlo con infinita fiducia: «Padre, Padre nostro che sei nei cieli».

Ecco il terzo effetto del battesimo: per mezzo della grazia ci fa figli di Dio, fratelli di Gesù] C[risto], eredi del paradiso.

Conclusione. Allora, a conclusione del solenne rito, si è svolto fra il sacerdote e il battezzato un magnifico dialogo, nel quale a nome tuo i padrini hanno fatto promessa solenne di voler conservare sempre la grazia e l'innocenza battesimale, lottando contro il demonio e contro il peccato: hai rinunciato a Satana e hai scelto per sempre Gesù. A questo punto fosti rivestita di una candidissima veste, simbolo della grazia, del candore, dell'innocenza battesimale, ed il sacerdote ti accomiatò dicendo: «Ricevi questa veste candida e portala immacolata fino al tribunale di Cristo».

25 Nell'originale: lui.

26 Nell'originale: tue.

Il rito era finito e tu affrontasti la vita, rivestita dí candore. Pensa un momento. L'anima tua è ancora rivestita della veste immacolata dell'innocenza battesimale? Oppure l'hai deturpata con le sozzure ed il fango del peccato mortale?
In questo caso ricorda: hai sempre a disposizione nella confessione il sangue di Cristo per tuffarci la tua veste, per lavarla da ogni macchia e ridonarle il primo splendore. La confessione è come un secondo battesimo.

Comunque tutti, oggi, innocenti o penitenti, non mai caduti o risorti, rinnoveremo davanti a Gesù le promesse del nostro battesimo come vuole la chiesa al principio di ogni anno. Promettiamo a Gesù che, almeno da questo istante, porteremo la veste candida dell'innocenza e la conserveremo immacolata fino al giorno della morte.

010. Le nozze di Cana
(II domenica dopo l'Epifania, 20/01/1952, Torino, Patronato della Provvidenza)
Ed eccoci alla terza grande manifestazione di Gesù quale messia e Figlio di Dio. Nell'Epifania abbiamo celebrato la manifestazione di Gesù ai magi; domenica scorsa la sua manifestazione sulle rive del Giordano, mentre veniva battezzato da Giovanni; oggi la manifestazione di Gesù a Cana in Galilea per mezzo del primo miracolo. Gesù [è] seduto al banchetto di nozze con gli sposi e gli invitati, dimostrando così che egli non proibisce la gioia e l'amore, ma ne condanna solo la profanazione; [egli] santifica la gioia, l'amore, la vita. Gesù, per la gioia di due sposi, compie il grande miracolo di cambiare l'acqua in vino. E, in questo gesto così simpatico e commovente, Gesù ha voluto adombrare e quasi simbolizzare due grandi sacramenti che egli avrebbe poi istituiti, i due grandi sacramenti dell'amore: il sacramento del matrimonio, con cui Gesù benedice, santifica e divinizza l'amore degli sposi, rendendolo sacro, inviolabile, non solo permesso, ma comandato e meritorio; il sacramento dell'eucaristia, [che è] il divino banchetto in cui si celebrano le mistiche nozze fra l'anima e il suo Dio, velato e nascosto. Nell'eucaristia Gesù trasforma non l'acqua in vino, ma il pane nella sua carne ed il vino nel suo sangue, offrendoci in nutrimento non del vino come a Cana, ma proprio il suo stesso corpo e le sue carni.

La nostra mente vacilla davanti ad una cosa tanto incredibile, e davvero ci sarebbe impossibile credere, se Gesù stesso non ce l'avesse assicurato con le parole: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»; se non ce lo insegnasse la chiesa che è maestra infallibile nelle verità rivelate; se non ce lo confermassero tanti miracoli, che dimostrano la presenza reale di Gesù.

Fra pochi istanti, qui, sotto i nostri sguardi [si compirà] un miracolo molto più grande, anche se meno appariscente per i nostri sensi.

[Gesù] sederà a banchetto con voi, celebrando con la [sua] vera carne le nozze eucaristiche, Vi.27 offrirà in nutrimento non un po' di vino, [ma il suo stesso sangue].

Tra pochi istanti, fra stuoli di angeli invisibili adoranti, vi accosterete all'altare per ricevere Gesù nel vostro cuore.

27 Nell'originale: ti. Alcune parole della frase risultano di difficile lettura.

Basta una comunione fatta bene per farsi santi. Perché allora io dopo tante comunioni sono sempre tanto cattiva? Perché? Lo vuoi sapere perché? Vediamo.

1. Forse perché non ti accosti alla comunione con convinzione: con la convinzione profonda di compiere l'azione più grande e solenne della tua vita. Sì, ci credi che ricevi Gesù, però, in pratica, fai come se non ci credessi.

Al posto della convinzione che cosa ci metti tu? Forse l'abitudine: questa terribile abitudine che ti fa agire come una macchina che non pensa, non riflette a quello che fa. Ed allora vai alla comunione così..., perché ci vanno tutte. Ti sei tanto abituata in collegio a fare come fanno tutte le altre, che vai alla comunione con la stessa disinvoltura con cui vai in refettorio, in dormitorio, a studio. Comunioni senza anima, fatte a macchina: che lasciano il tempo che trovano, perché passano sulla superficie della tua anima come l'acqua sulla pietra. Dopo un istante tutto [è] finito, non c'è più nulla. La pietra è asciutta.

Un altro caso. E tu, invece, che cosa metti al posto della convinzione? Forse tu non fai le cose per abitudine, ma per accontentare l'occhio di chi ti vede. Invece di pensare a Gesù, pensi...: Che cosa diranno, che cosa penseranno? Ma, poi, chi sa...? No! Nessuno vi controlla in questo, nessuno vi obbliga, nessuno vi spinge. E qui mi si presenta l'occasione di compiere un grave dovere che il Papa ha imposto a tutti i sacerdoti che sono cappellani negli istituti, collegi e convitti, ed è di chiarire solennemente che la frequenza dei sacramenti è raccomandata e consigliata, ma non mai comandata, imposta e controllata da nessuno. Quando vi si raccomanda, vi si esorta alla comunione, alla confessione frequente, non si intende darvene alcun comando. E se qualcuno di voi non va, nessuno vi rimprovera o ne tiene alcun conto. Siatene certe. Il vostro cappellano non conosce personalmente nessuna di voi e non gli salta neppure per la mente di osservare. Del resto gli sarebbe assolutamente impossibile, perché per lui tutte le vostre facce sono uguali. E quello che vi dico del cappellano, ve lo dico per tutti gli altri vostri superiori. Essi vi consigliano, vi incoraggiano, ma non vi spingono né controllano in alcun modo: siete completamente libere, ed è questo un affare in cui c'entra solo Dio e la vostra coscienza. Ed allora se una, qualche volta, non vuol far[e] la comunione, è padronissima. Faccia con la massima spontaneità e libertà: o perché ha bevuto, ha mangiato, o perché non si sente portata, o perché preferisce prima confessarsi. Piena libertà.

Ed ecco allora uno dei principali motivi per cui le tue comunioni non sono fruttuose: perché ci vai senza una profonda convinzione, ma per abitudine o per motivi troppi umani.

2. Un altro motivo. Perché non sei ben preparata e disposta.

  1. Non parliamo della prima grande disposizione che ci vuole: essere in grazia di Dio. Sarebbe davvero terribile costringere Gesù ad entrare in un cuore occupato dal demonio col peccato mortale. Preghiamo Dio di farci piuttosto morire che permetterci di commettere un così orribile sacrilegio, una profanazione così spaventosa del corpo di Gesù. «Non gettate le cose sante ai cani», dice il Signore, e «non date le perle preziose in pasto ai porci!». Se fosse [commesso] ad occhi aperti, [sarebbe] il peccato più ripugnante, [anche] se non sempre il più grave. (Tra parentesi. Sapete qual è la gioia più grande che può provare un sacerdote nel confessionale? Quella di poter ridare la pace ad un'anima che era schiacciata sotto il peso dí una catena di sacrilegi. Poter levarle questa spina dal cuore, che non le dava pace da tanto tempo. Credetemi. Non c'è gioia più grande per il cuore di un sacerdote, e basta da sola a compensare anni ed anni di fatiche. Non dimenticatevene28 mai!).
  2. Ma non basta essere in grazia di Dio, per essere ben preparata alla comunione. I santi, come s[an] Luigi, impiegavano nella settimana tre giorni per [la] preparazione e tre in ringraziamento. L'ultimo pensiero alla sera, prima di addormentarti, dovrebbe essere questo: domani vado a ricevere Gesù. Ed al mattino, appena svegliata, dovresti29 correre a quel momento: tra poco verrà Gesù. Diceva s[ant]'Agostino: «Sitit ritiri Deus»:3° Dio desidera essere desiderato. E poi presentati a Gesù come la povera donna ammalata: «Se toccherò soltanto l'orlo della sua veste, sarò guarita»; o come il cieco di Gerico: «Signore, fa' ch'io veda!»; o come il povero lebbroso dal corpo a brandelli: «Signore, se vuoi, puoi mondarmi!»; o come s[an] Pietro che, sentendosi affogare fra le acque, s'aggrappò al braccio di Gesù: «Signore, salvami, affogo!».

Sai perché le tue comunioni non ti giovano? Perché non porti a Gesù un cuore ben preparato. Prova ad accostarti a lui coi sentimenti del cieco, del lebbroso, della donna ammalata, di s[an] Pietro sul lago. Vedrai: sarà tutta un'altra cosa!
28 Nell'originale: dimenticartene.

29 Nell'originale: dovrebbe.

30 La citazione non è stata trovata in sant'Agostino. Appare in forma molto simile in san Gregorio di Nazianzo: «Sitit sitiri: bibere volentibus potum praebet» (Orat. 40,27 PG 36,397c).

3. Un altro motivo? Finita la comunione, è finito tutto. Non ci pensi più. Pianti li Gesù in un angolo della tua anima, e chi s'è visto, s'è visto. Ma si fa così con un ospite che venne a farti visita? Ma come è possibile che ti dimentichi così presto? Perché non passi la giornata a far compagnia a Gesù che è dentro di te? Perché non gli offri le tue azioni, i tuoi doveri, le tue occupazioni, fatte in modo che possano essere offerte a Gesù senza arrossire? E che dire di31 certe ragazze che, dopo poche ore, con le labbra che hanno toccato Gesù, con le labbra — direi — ancora imporporate dal sangue di Gesù, t'infilano delle bugie a catena senza fine, con una disinvoltura meravigliosa, oppure brontolano, criticano, sparlano, rispondono, offendono, o, peggio ancora, fanno dello spirito a spese della delicatezza e del pudore, sciorinando allusioni, barzellette, storielle che si sentono solo nelle bettole? Che cosa penserà Gesù in fondo al tuo cuore in quel momento? Dirà: «Povero me, in che mani sono capitato!». Deve chiudersi le orecchie per non sentire.

Se farai la comunione con più convinzione, con maggior preparazione, con un ringraziamento prolungato per tutta la giornata, allora vedrai che Gesù compirà anche in te il miracolo che ha compiuto a Cana. Cambierà l'acqua in vino: l'acqua dei tuoi difetti nel vino delle più splendenti virtù. Ti trasformerà in se stesso e diventerai in tutto un altro Gesù. Ed allora potrai ripetere con s[an.] Paolo: «Vivo io, ma non sono più io. È Gesù che vive in me».

31 Nell'originale: che.